Quando giunsero là dove il leopardo si era alzato, videro subito che
non si erano ingannati. La vittima del ladrone delle foreste era
veramente una donna, ma che non doveva però essere una tranquilla
abitatrice di qualche villaggio, poichè appena Alfredo l’ebbe guardata,
non potè trattenere una sorda esclamazione che tradiva una viva
inquietudine ed una profonda collera.
Quella sconosciuta indossava un costume ben noto agli abitanti della
Costa d’Avorio ed intorno a lei si vedevano certe armi non adoperate di
certo dalle donne di Tofa, nè del Grande e Piccolo Popo.
Era una bella giovane di vent’anni, dalle forme assai sviluppate, dalle
braccia muscolose, dalla pelle d’un nero meno carico delle donne della
costa e di statura alta e squisitamente modellata.
Aveva il corpo racchiuso in un giubbetto verde stretto alla cintura
da una cartucciera di pelle, le anche avviluppate in una specie di
gonnellino di seta rossa, i piedi nudi, ma le gambe e le braccia adorne
di parecchi anelli di rame e d’avorio.
Presso di lei stava un casco a due punte, di stoffa bianca e più oltre
un fucile a pietra, una giberna di pelle dorata e un lungo e largo
coltellaccio, una di quelle armi terribili che gli abitanti del Dahomey
chiamano _nyekpeo-hen-to_.
Il carnivoro l’aveva ridotta in uno stato miserando, ma forse gli era
mancato il tempo di finirla. Le robuste unghie avevano squarciata
la spalla destra della povera giovane per una lunghezza di venti o
venticinque centimetri ed i denti avevano straziate le carni della
coscia sinistra, le quali erano ormai coperte di sangue.
— Disgraziata!... — esclamò Antao. — Un momento di ritardo ed era
finita. Fortunatamente non mi sembra che svenuta.
— Fortunatamente!... — disse Alfredo, coi denti stretti. — L’avesse
stritolata questa vipera!...
— Questa povera donna? — chiese il portoghese, stupito.
— Sì, Antao.
— Ma chi è adunque?...
— Chi?... Chi?... Guarda il suo costume guerresco, Antao; questa donna
è una di quelle crudeli amazzoni che formano il corpo reale del feroce
Geletè.
— Del re del Dahomey?...
— Sì, di quell’antropofago.
— Morte di Nettuno!...
— Fuggiamo, amico!... Ormai i miei dubbi sono diventati una realtà! Le
genti del Dahomey ronzano intorno alla mia fattoria e sono guidate da
quel furfante che da due anni mi minaccia delle sue vendette.
— Che si tratti invece d’una spedizione contro il re Tofa?
— No, Tofa non ha nulla da temere da Geletè, perchè è un suo parente
e perchè si sa che è sotto la protezione degli uomini bianchi. Vieni,
Antao.
— Ma non possiamo lasciare qui questa donna in questo stato.
— Ma tu non sai quanto sieno feroci e sanguinarie queste donne; tu non
conosci le amazzoni del Dahomey.
— È una donna, Alfredo.
— È peggio d’un uomo e sarebbe capace di compensare le tue cure
con un colpo di fucile, per regalare la tua testa al suo re. Vieni,
fuggiamo!... —
Il portoghese stava per arrendersi all’invito del suo compagno
quantunque molto a malincuore, quando la giovane donna emise un lamento
così straziante, da toccare il cuore del più spietato nemico.
Antao si era subito arrestato e anche Alfredo, malgrado il suo odio
misterioso verso quella suddita del re del Dahomey, aveva fatto un
volta faccia, come se fosse indeciso fra il fuggire od il tornare.
— L’hai udita? — chiese il portoghese.
— Sì, — rispose Alfredo, corrugando la fronte.
— Non possiamo abbandonare quella disgraziata che potrebbe diventare la
preda d’un altro leopardo.
— Ma la mia fattoria corre un grave pericolo.
— Non lo sappiamo ancora.
— Gamani è stato assalito e hanno fatto fuoco sulla nostra scialuppa.
Cosa vuoi di più?... —
Un secondo gemito, più doloroso del primo, uscì dalle labbra della
giovane donna seguìto da queste parole pronunciate in lingua _uegbè_,
idioma parlato in tutti gli stati costieri del grande golfo di Guinea:
— Da bere, signore.... da bere.... —
I due cacciatori, un po’ commossi da quella invocazione che aveva un
accento straziante, s’avvicinarono alla donna, la quale si era alquanto
sollevata.
Il viso della giovane guerriera nulla aveva dell’ardita espressione
delle amazzoni del barbaro re. Aveva una fisonomia dolce, dai
lineamenti regolari, con un naso quasi diritto invece di essere
schiacciato, come lo hanno le donne di razza negra, una bocca piccola
con due labbra rosse che mostravano dei denti d’una ammirabile
bianchezza. Anche i suoi occhi non erano così grandi, nè così
sporgenti: erano invece tagliati quasi a mandorla, d’un nero lucente,
pieni d’espressione ed intelligenti.
Vedendo appressarsi i due cacciatori, l’amazzone fece istintivamente un
gesto come se cercasse il fucile od il coltellaccio, ma parve subito si
pentisse di quell’atto e tese ambe le mani verso di loro, ripetendo con
voce fioca:
— Da bere.... signori.... —
Alfredo, che comprendeva perfettamente la lingua _uegbè_, prese la
fiaschetta che portava alla cintura, ripiena d’acqua mescolata ad un
po’ di arak e si curvò sulla giovane donna che il portoghese sorreggeva
per impedirle di ricadere, ma poi ritirò la mano, dicendo:
— Sì, io ti darò da bere, ma se mi dirai cosa facevi in questa foresta.
— Te lo dirò.... signore.... lo giuro sul mio _feticcio_[1] ma
brucio.... soffro.... dammi una goccia d’acqua.... —
Il cacciatore, quantunque avesse i suoi motivi per odiare i sudditi
del Dahomey, non era crudele. Comprese che quella povera donna doveva
essere rôsa dalla febbre causatale da quelle atroci ferite e le porse
la fiaschetta, senza più esitare.
Quando la guerriera si fu dissetata gliela restituì, dicendo con voce
raddolcita:
— Grazie, signore.
— Ora parlerai: cosa facevi in questa foresta che è così lontana dal
tuo paese?
— Aspettavo dei guerrieri che si sono recati sulle rive del fiume.
— Cosa cercavano quei guerrieri?... —
La giovane donna ebbe una breve esitazione, ma poi disse, abbassando il
capo:
— Dovevano sorvegliare un uomo bianco che doveva cacciare gli
ippopotami sull’Ouzme.... e....
— Continua.
— Prenderlo vivo o morto.
— Odi Antao? — chiese Alfredo, tergendosi alcune stille di sudore
freddo. Hanno preparato un tradimento. —
Poi rivolgendosi verso la giovane:
— L’uomo che dovevano fare prigioniero sono io, — disse, — e sono io
che ho ucciso il leopardo che doveva divorarti. —
L’amazzone non rispose e chinò il capo sul seno, come se volesse
nascondere il viso.
— Dimmi, — continuò Alfredo, che era in preda ad una viva agitazione.
— Vi sono altri uomini oltre questi boschi, verso le terre del re
Tofa?...
— Sì, — rispose l’amazzone.
— Molti?...
— Sì, molti.
— Cosa devono fare?...
— Sorprendere la fattoria dell’uomo bianco.
— E li guida?...
— Il cabecero Kalani. —
Il cacciatore, udendo quel nome, si era rialzato mandando un urlo di
furore.
— Ah!... Miserabile uomo! Il cuore me lo diceva! Vieni, Antao, vieni o
sarà troppo tardi!...
— Ma questa donna?...
— A me!... —
Il cacciatore si lacerò la camicia, inzuppò rapidamente un pezzo
nell’acqua della fiaschetta, lavò le ferite senza che la giovane
guerriera facesse udire un gemito, riunì con lesta mano le carni,
le fasciò, poi prese il coltellaccio ed il fucile a pietra e li mise
accanto alla donna, dicendo:
— Se qualche animale ti assale, difenditi. Fra breve l’alba sorgerà
e non correrai alcun pericolo. Se vorrai attenderci, ti prometto di
salvarti.
— Grazie, mio signore, — rispose l’amazzone.
Alfredo stava per lanciarsi attraverso alla foresta, quando si arrestò
un istante, poi tornando rapidamente verso la donna, le disse:
— Una domanda ancora. Io avevo lasciato un uomo nella radura vicina,
uno de’ miei servi e non l’ho più ritrovato. Sai dirmi cos’è avvenuto
di lui?
— È stato preso dai miei compagni.
— Lo hanno ucciso?...
— No, l’hanno fatto prigioniero e condotto via.
— Grazie. Andiamo Antao e più lesti dei cervi. —
I due cacciatori abbandonarono l’amazzone che era ricaduta fra le
erbe e si misero a correre per la foresta, seguendo il sentiero che
attraversava la radura del grande sicomoro.
Alfredo non rispondeva più alle domande del suo compagno. Tutta la sua
attenzione pareva rivolta alla sua fattoria, che in quel momento stava
forse per correre un grave pericolo cercava quindi di guadagnare più
via che poteva.
Non camminava, correva come un’antilope, sfondando con impeto
irresistibile i rami che si allungavano sul sentiero e recidendo, con
furiosi colpi di coltello, le liane che gl’impedivano il passo.
Il portoghese, non abituato alle lunghe marcie e tanto meno alle corse
prolungate, lo pregava di tratto in tratto d’arrestarsi per concedergli
un po’ di respiro, ma il cacciatore invece precipitava sempre più la
fuga.
Qualche volta però si fermava, ma per tendere gli orecchi, parendogli
forse di udire in lontananza delle urla e delle detonazioni; poi
correva più di prima, per riguadagnare i passi perduti.
Ad un tratto s’arrestò, dicendo con voce affannosa:
— Hai udito, Antao?...
— Non odo che il sangue che mi sibila agli orecchi e la mia
respirazione disordinata, — rispose il portoghese con voce rotta.
— Mi sembra d’aver udito degli spari....
— Ma siamo ancora molto lontani dalla tua fattoria?
— Tre o quattro miglia.
— Morte di Nettuno! Tanto da scoppiare, se continui a galoppare in
questo modo.
— Odi?... —
Una scarica lontana echeggiò verso il sud, ripercuotendosi
distintamente sotto i grandi boschi, seguita poco dopo da spaventevoli
vociferazioni.
— Eccoli! — urlò Alfredo. — Assalgono la mia fattoria. Corri, Antao,
corri!... Voglio uccidere quel cane di Kalani! —
Entrambi si erano rimessi a correre, facendo appello alle loro forze.
Il cacciatore della Costa d’Avorio, il cui volto ordinariamente era
così tranquillo, aveva assunto un’aria d’odio feroce, faceva paura.
Colla carabina in pugno, arma terribile in quelle mani, gli occhi
scintillanti, i capelli in disordine, avrebbe spaventato qualunque
persona che lo avesse incontrato in quella cupa foresta.
— Avanti!... Avanti!... — ripeteva, con voce strozzata. — Me lo
rapiscono!... Kalani si vendica, ma lo ucciderò!... —
Intanto le detonazioni continuavano sempre più distinte, rombando
sordamente ed a lungo sotto i grandi alberi. Talora erano scariche
nutrite che parevano fatte da una compagnia di truppe regolari ed ora
invece colpi isolati, poi echeggiavano delle urla che parevano emesse
più da belve che da gole umane. Senza alcun dubbio si combatteva
con ferocia attorno alla fattoria e gli uomini che l’abitavano si
difendevano furiosamente.
Già i due cacciatori non dovevano distare più di due miglia dal luogo
della pugna, a giudicarlo dall’intensità degli spari e la grande
foresta cominciava a diradarsi, quando verso il sud, al disopra d’una
cortina d’alberi, si scorse una viva luce che aveva dei riflessi
sanguigni, quindi una gigantesca colonna di scintille che saliva alta
alta, come se volesse confondersi cogli astri.
— Un incendio laggiù.... Alfredo! — gridò Antao.
— Lo vedo, — rispose il cacciatore, con accento disperato. — Kalani si
è vendicato e mi fugge di mano, ma lo raggiungerò, dovessi andarlo a
stanare nel cuore di Abomey. —
Stava per riprendere la corsa, quando un uomo, un negro armato di
fucile, che pareva si fosse fino allora tenuto nascosto sotto un fitto
cespuglio, gli sbarrò il passo, dicendogli:
— Ove vai padrone?...
— Tu.... Asseybo!... — esclamò il cacciatore.
— Fermati padrone, laggiù vi è la morte.
— Non temo la morte io, — urlò Alfredo, con esaltazione. — M’hanno
incendiata la fattoria?
— Sì padrone e l’hanno saccheggiata.
— E mio nipote?...
— Perduto.
— Gran Dio! Ucciso da Kalani?
— No, rapito.
— Da Kalani?...
— Sì, da lui.
— Sono fuggiti?...
— Stanno ritirandosi.
— Ma posso raggiungere ancora quei ladri.
— Non osarlo, padrone. Sono almeno duecento.
— Maledizione su di loro!... Me l’hanno rapito! Povero fanciullo!...
Venite, lo voglio!...
— Alfredo, — disse Antao, arrestandolo. — I rapitori possono ucciderti.
Non precipitiamo le cose e cerchiamo di essere prudenti per ora; i tuoi
nemici possono attenderti presso le rovine della fattoria. Aspettiamo
l’alba, poi vedremo cosa si potrà fare.
— Io non temo nè Kalani, nè i suoi uomini! — gridò Alfredo con furore.
— Vieni Antao, vieni Asseybo!... Noi daremo addosso ai rapitori.
— Ma sono molti, padrone e tutti armati di fucili, — disse il negro.
— I miei uomini si uniranno a noi.
— Temo che siano stati tutti uccisi, padrone. Quando sono balzato dalla
finestra per non venire bruciato vivo, non ve ne erano che due soli
vivi.
— Non importa, siamo in tre e tutti armati. —
Era impossibile trattenere lo sventurato cacciatore, il quale era in
preda ad una esasperazione indicibile. Il portoghese, comprendendo che
se non l’avesse seguito sarebbe partito solo, si decise a cedere.
— Ebbene, andiamo, — disse, — e guai al traditore. —
Alfredo era già partito correndo, sperando di giungere sul luogo
dell’incendio prima della ritirata dei rapitori, ma Antao, accusando
una stanchezza estrema causata da quella lunga marcia, lo costringeva
di tratto in tratto a rallentare la sua fuga.
Sfinito lo era in realtà, ma contava su quei ritardi per lasciare
campo ai dahomeni di ritirarsi, comprendendo che una lotta con quei
negri coraggiosi e sanguinari, almeno pel momento, non era opportuna.
Quei duecento uomini non avrebbero certo faticato a schiacciare i tre
cacciatori, essendo tutti armati di fucile.
Le scariche e le grida erano intanto cessate, ma al disopra degli
alberi si vedevano ancora innalzarsi nuvoloni di fumo dai riflessi
sanguigni e nembi di scintille che il vento notturno spingeva assai
lontane, minacciando di provocare altri incendii nei boschi vicini.
Mezz’ora dopo i due cacciatori ed il negro, lasciata la foresta,
giungevano sul margine d’una prateria, in mezzo alla quale, presso un
piccolo corso d’acqua, sorgeva la fattoria d’Alfredo.
Un orribile spettacolo s’offerse tosto agli sguardi del disgraziato
proprietario e dei suoi compagni.
Del vasto fabbricato e dei suoi magazzini, che poche ore prima
contenevano ingenti ricchezze, non rimanevano che poche muraglie
annerite dal fumo e degli ammassi di rottami, di sotto ai quali
sfuggivano ancora vortici di fumo e delle lingue di fuoco che
lanciavano in aria getti di scintille.
Le palizzate che circondavano i fabbricati erano state in gran parte
abbattute per lasciare il varco agli assalitori, i cancelli strappati
giacevano al suolo, mentre tutto all’intorno si scorgevano casse
sventrate, botti sfondate, animali morti e più oltre parecchi cadaveri
umani ammucchiati alla rinfusa, che stringevano ancora ferocemente i
lunghi e pesanti coltelli, adoperati dai barbari guerrieri del Dahomey.
Alfredo, scorgendo quella desolazione, si era arrestato come fosse
stato pietrificato, poi si era lasciato cadere al suolo ripetendo con
voce soffocata dai singhiozzi:
— Me l’hanno rapito!... Povero fanciullo!... povero fratellino mio!...