I due cacciatori, abbandonato precipitosamente il banco, si slanciarono
verso la scialuppa che era rimasta arenata e spintala in acqua con una
scossa vigorosa, vi balzarono dentro, arrancando con grande lena.
Giunti però a trenta passi dalla riva, resa oscurissima dalla cupa
ombra dei grandi vegetali, Alfredo fece segno al compagno di rallentare
la manovra dei remi e alzatosi sul banco, col fucile in mano, lanciò un
lungo sguardo sui rami arcuati dei paletuvieri.
Per alcuni istanti scrutò con somma attenzione quelle piante delle
febbri, in mezzo alle quali poteva benissimo celarsi un uomo senza tema
di venire scoperto, poi riprese il remo e spinse la scialuppa verso la
sponda, ma procurando di non far rumore.
Prima di sbarcare attese ancora qualche minuto, tendendo gli orecchi
per raccogliere il menomo rumore, poi rassicurato dal profondo silenzio
che regnava sulla fiumana, s’aprì il varco fra i paletuvieri, facendo
cenno ad Antao di seguirlo.
— Quante precauzioni, — disse Antao, che pareva sorpreso.
— Sono necessarie, — rispose Alfredo, che legava la scialuppa. — Non
dimenticare che abbiamo degli uomini dinanzi a noi.
— Uno, Alfredo.
— Chi ti dice che fosse solo?...
— È vero, ma noi siamo armati e poi non abbiamo paura dei negri. Ed
ora, come faremo a trovare Gamani, con quest’oscurità?...
— Conosco la via.
— Se segnalassimo a lui che lo cerchiamo sparando alcune fucilate?...
— No, Antao. Bisogna lasciar credere agli uomini che ci spiavano, che
noi siamo rimasti sul banco.
— Ma ci avranno veduti attraversare il fiume.
— Ma ora li inganneremo.
— In quale modo?
— Lo vedrai. Imita la mia manovra. —
Aveva estratto il lungo e solido coltello da caccia ed aveva cominciato
a recidere alcuni rami, riunendoli in un fascio che aveva la grossezza
d’un uomo, poi lo aveva coperto colla propria giacca di tela bianca.
Antao, quantunque non capisse cosa volesse fare il compagno, lo aveva
imitato, vestendo quella specie di fantoccio colla camicia di flanella,
non avendo giacca.
— Ora poniamoli nella scialuppa, — disse Alfredo.
— Mi spiegherai il perchè?
— Te lo dirò poi. —
I due fantocci furono messi uno a prora e l’altro a poppa, poi la
scialuppa fu liberata dalla corda che la tratteneva e abbandonata alla
corrente, la quale la trasportò tosto al largo.
— Seguimi, — disse poi Alfredo. — Cerca di non far rumore e apri bene
gli occhi. —
Si cacciò senza esitare fra le piante, strisciando lestamente fra le
immani radici che coprivano il suolo ed i cespugli che crescevano fitti
fitti fra i tronchi dei grandi alberi, e raggiunse un sentiero aperto
in piena foresta, ma tanto stretto da permettere appena il passaggio ad
un uomo.
Si lanciò innanzi risolutamente, tenendo il fucile sotto il braccio per
essere più pronto a far fuoco, ma evitando con cura estrema di urtare
i rami degli alberi che si curvavano su quello stretto passaggio e
posando con precauzione i piedi, per tema di far scrosciare le foglie
secche o di calpestare la coda di qualche rettile velenoso. Antao
gli si era messo dietro, girando a destra ed a sinistra gli occhi e
volgendosi di frequente, per paura di venire improvvisamente assalito a
tergo.
Dopo le tre detonazioni della carabina di Gamani più nessun rumore
aveva turbato il profondo e misterioso silenzio che regnava nella
foresta, pure Alfredo non pareva tranquillo, tutt’altro. Si arrestava
di frequente per tendere gli orecchi, guardava all’intorno scrutando
le folte e cupe macchie, trasaliva ad ogni foglia secca che crepitava
sotto i suoi piedi e delle parole tronche gli sfuggivano dalle labbra.
Doveva avere un motivo ben grave per essere così inquieto, lui che era
così coraggioso, che nessun pericolo spaventava: così almeno pensava
Antao.
Ad un tratto, verso il fiume rimbombò una fragorosa detonazione, che
pareva prodotta da una di quei grossi e vecchi fucili adoperati dai
negri, armi che contano cinquanta e forse cent’anni di fabbricazione.
— Gamani? — chiese Antao, arrestandosi bruscamente.
— Non è lo sparo d’una carabina, — rispose Alfredo che si era pure
fermato. — So di cosa si tratta.
— Spiegati.
— Sono gli uomini che ci spiavano che sparano contro i nostri fantocci.
Sono contento di averli ingannati. —
Quantunque la loro posizione fosse tutt’altro che lieta, Antao non potè
trattenere uno scoppio di risa.
— Ah!... che superba idea!... — esclamò.
— Imprudente! Vuoi farci fucilare?...
— È vero; mi dimenticavo che siamo diventati della selvaggina pei
negri. Toh!... Un altro colpo!... Quegli stupidi si divertono a
consumare la loro polvere contro la mia camicia e la tua giacca, ora
non m’inquieto. I loro fucili fanno più fracasso che danno e poi questi
negri sono così cattivi bersaglieri che....
— Vuoi finirla? La pelle non ti preme forse? Se tirano male, il caso
talvolta manda una palla a destinazione. Orsù; ora che sappiamo che
i nemici seguono la scialuppa, mettiamoci al trotto e cerchiamo di
raggiungere presto Gamani, poi la mia fattoria. —
Certi ormai di aver fatto perdere le loro tracce a quei misteriosi
nemici che avevano loro preparato l’agguato e convinti di aver dinanzi
la via libera, affrettarono il passo, inoltrandosi sotto centinaia
e centinaia di giganteschi sicomori, di alberi dal legno rosso, di
alberi dal cotone o bombasc, di mangani, di goyavi e di banani dalle
foglie smisurate e cacciandosi lestamente, non senza però incespicare
e urtare, fra miriadi di radici e di liane che formavano talora delle
vere reti inestricabili.
[Illustrazione: — Da bere, signore.... da bere.... — (Pag.
24).]
La loro corsa durò venti minuti sempre più rapida, poi Alfredo
s’arrestò dinanzi ad uno spazio aperto, in mezzo a cui giganteggiava
solitario un sicomoro dal nero fogliame, che spandeva all’intorno una
cupa ombra.
— Ci siamo? — chiese Antao, con voce affannosa.
— Sì, — rispose il cacciatore, — ma....
— Lo vedi?
— Fa troppo oscuro e poi si sarà nascosto fra le foglie del sicomoro.
— Odi nulla?
— No, Antao e ciò mi inquieta.
— Chiamalo. —
Alfredo accostò ambe le mani alla bocca formando una specie di
porta-voce e chiamò replicatamente, ma senza gridare troppo forte:
— Gamani!... Gamani!... —
Nessuno rispose a quella doppia chiamata.
— Gran Dio!... — mormorò il cacciatore, con angoscia. Cos’è accaduto di
lui?...
— Sei certo che questo sia il posto? — chiese il compagno.
— Non m’inganno io, Antao. L’abbiamo lasciato ai piedi di questo
sicomoro.
— Che una belva lo abbia divorato?... Quei colpi di fucile....
— Vediamo, se è stato divorato da qualche leopardo o da qualche leone,
troveremo almeno la sua carabina.
— Spero che non l’avranno mangiata.
— Vieni. —
Armò il fucile e strisciò verso l’albero gigante, mentre il suo
compagno sorvegliava i dintorni, temendo che apparissero i misteriosi
nemici.
Giunto ai piedi del sicomoro, il cacciatore guardò fra i rami, ma
faceva troppo oscuro per poter discernere qualche cosa. Ripetè la
chiamata, ma non ottenendo alcuna risposta, fece il giro dell’enorme
tronco esaminando attentamente le erbe che crescevano all’intorno.
Aveva quasi compìto il giro, quando vide a terra qualche cosa di
bianco, semi-nascosto fra le grasse graminacee. Allungò una mano e
raccolse un cappello di foglie intrecciate e che gli era ben noto.
— Il cappello di Gamani!... — esclamò. — Il disgraziato è stato
ucciso!... A me, Antao. —
Il compagno s’affrettò a raggiungerlo e comprese subito la gravità
della cosa.
— Ucciso o rapito? — chiese.
— Rapito!... — esclamò Alfredo, come fosse stato vivamente colpito da
quella riflessione.
Ma poi, crollando il capo, aggiunse.
— Ed a quale scopo?... Rapire un servo?... Qui, quando si odia qualcuno
lo si uccide; la vita d’un uomo vale meno d’una fettuccia o di poche
perle di vetro.
— Ma se l’hanno ucciso non si saranno di certo presa la briga di far
scomparire il cadavere.
— Forse l’avranno gettato nella foresta.
— Cerchiamolo, Alfredo. Non ti sembra che queste erbe siano calpestate?
— Sì, sono curvate in varii luoghi.
— Seguiamo le tracce.
— Ma mi preme giungere alla fattoria, Antao; ho dei tristi
presentimenti. Questo attacco improvviso in mezzo alla foresta, contro
noi che siamo uomini bianchi, troppo temuti dai sudditi di Tofa e dei
reami della costa, mi fa sospettare la presenza dei sanguinari negri
del Dahomey.
— Taci!... —
Un grido acuto, straziante, ma un grido che pareva più emesso da una
donna che da un uomo, era in quel momento echeggiato in mezzo alla
tenebrosa foresta.
— Hai udito?...
— Sì, Antao.
— È un grido di donna.
— Sciagura su noi, Antao!...
— Ti ho detto che è un grido di donna.
— Lo so e perciò ho paura.
— D’una donna?... — chiese il portoghese, al colmo dello stupore.
— Seguimi!... — disse il cacciatore, senza rispondere alla domanda.
Quel grido che pareva lanciato da una persona in pericolo, era
echeggiato a tre o quattrocento metri dal grande sicomoro, in mezzo
alla cupa foresta. Bastavano quindi pochi istanti per giungere sul
luogo dove accadeva qualche grave avvenimento.
Alfredo aveva attraversata rapidamente la radura, ma giunto sul margine
della foresta si era arrestato e pareva poco disposto ad avventurarsi
in mezzo a quel caos di rami, di tronchi enormi e di radici mostruose.
Udendo però echeggiare un secondo grido, più acuto, più straziante del
primo, non esitò più. Tenendo un dito sul grilletto della carabina
per essere pronto ad ogni evento, si slanciò in mezzo alla folta
vegetazione, sempre seguito dal brasiliano.
Scivolando fra le radici ed i rami, quasi senza far rumore, quantunque
fosse profonda l’oscurità sotto la vôlta impenetrabile delle frondi, in
poco meno di mezzo minuto giunse in una seconda radura, ma più piccola
della prima e circondata da altissimi alberi e alla luce della luna
vide una massa oscura che pareva si dibattesse in mezzo alle erbe.
— Cos’è? — chiese Antao, che lo aveva raggiunto.
Un terzo grido, ma un grido di donna sfuggì da quella massa al quale
rispose un urlo rauco e stridente, ben noto al cacciatore della Costa
d’Avorio.
— Indietro, Antao!... — esclamò Alfredo. — Bada alla tua vita. —
Poi si spinse innanzi, tuonando:
— Ci sono io, mio caro ed ho una palla per te!... —
Udendo quella voce umana, un animale si era staccato da quella massa e
con un rapido volteggio si era piantato dinanzi all’ardito cacciatore,
a dieci passi di distanza, saettandolo con due occhi che avevano dei
riflessi giallo-verdastri.
Aprì le fauci armate di lunghi e candidi denti, si battè i fianchi
colla coda, poi si raccolse su sè stesso come fanno i gatti quando si
preparano ad assalire un sorcio e lanciò tre note gutturali, lunghe,
le quali risuonarono paurosamente sotto le vôlte dei grandi alberi,
destando tutti gli echi della gigantesca foresta.
Quell’animale, che la luna illuminava perfettamente, era lungo circa
due metri e rassomigliava ad una tigre o per lo meno ad un gatto, ma
di dimensioni straordinarie. Aveva la testa grossa in proporzione al
corpo, il muso poco sporgente, un collo corto ma robustissimo, una coda
lunga settanta od ottanta centimetri, ed il pelame giallo-rossiccio
che diventava più oscuro sul dorso, macchiato di grossi punti oscuri
ed irregolari e le parti inferiori, compreso il petto e la gola,
giallo-biancastre.
Sentendosi assalire alle spalle, aveva abbandonato la vittima che
forse stava strangolando e dilaniando e si era affrettato a far fronte
al pericolo con un coraggio piuttosto raro nelle fiere, le quali
ordinariamente evitano l’uomo bianco armato.
Il cacciatore, sapendo quale formidabile avversario avesse dinanzi,
si era arrestato e guardava intrepidamente la fiera che continuava
a saettarlo con uno sguardo di collera e d’ardente bramosìa, mentre
avvicinava lentamente alla spalla il calcio della carabina.
— Morte di Nettuno!... — mormorò Antao, rabbrividendo. — Un leopardo
qui!... Preferirei dieci ippopotami a questo feroce mangiatore
d’uomini!... —
Non si era ingannato: era un vero leopardo quello che stava per
scagliarsi sull’audace cacciatore della Costa d’Avorio.
Questi animali sono forse più formidabili dei leoni e forse più arditi
delle tigri indiane. Nessun negro oserebbe affrontarli, quantunque
abbiano una statura ben inferiore dei re delle foreste e siano meno
robusti, ma perchè sanno di quanta agilità e di quanta ferocia sono
dotati.
Sono il flagello dell’Africa tenebrosa, come lo sono le tigri nelle
pantanose pianure delle Sunderbunds del sacro Gange.
Abitano ordinariamente le foreste fitte, dove fanno delle vere
distruzioni di selvaggina, sono voracissimi, divorano specialmente un
numero enorme di scimmie, essendo i leopardi abilissimi arrampicatori,
ma talora scelgono i loro covi in vicinanza dei villaggi e allora guai
ai poveri abitanti.
Divorano prima a quei disgraziati tutti gli animali domestici, osando
inoltrarsi perfino entro le capanne ed in pieno giorno, poi divorano i
proprietarii. Sono così noncuranti dei pericoli, che anche scacciati
ritornano dopo poche ore, entrano nelle abitazioni balzandovi per le
finestre o guastando i malsicuri tetti, strangolano ferocemente le
persone addormentate, uccidono le donne che si recano alle fontane,
rapiscono i bambini. Vi sono taluni leopardi diventati famosi per le
loro distruzioni, nè più nè meno delle tigri antropofaghe dell’India.
Non era quindi da sorprendersi se il portoghese, che aveva atteso a piè
fermo i giganteschi ippopotami, fosse spaventato della presenza di quel
leopardo e se Alfredo, che era così coraggioso e lesto di mano, fosse
diventato estremamente prudente dinanzi a quel formidabile avversario.
La belva, come dicemmo, si era accovacciata come si preparasse a
balzare addosso al cacciatore che la sfidava e che la minacciava colla
canna della carabina, ma tutto d’un tratto si rialzò, spiccò un gran
salto descrivendo una straordinaria parabola e andò a cadere fra i rami
d’un ebano che era lontano dieci passi.
— Morte di Saturno!... Che salto!... — esclamò Antao.
— Guarda la vittima, — disse Alfredo, senza staccare gli occhi
dall’albero.
— Credo che quella donna sia stata uccisa, poichè non la odo più a
muoversi. Vedo una massa oscura distesa fra le erbe.
— È armato il tuo fucile?
— Sì, Alfredo.
— Mettiti dietro di me e sii pronto a passarmelo. Se le due palle
falliscono, siamo perduti.
— Sono pronto.
— Sta bene. —
Alzò la carabina e mirò freddamente il leopardo, che si teneva
imboscato fra i rami dell’ebano ma che pareva pronto, con un
altro grande salto, a piombare addosso all’uno o all’altro dei due
avversarii.
Alfredo mirò a lungo, con calma, cercando di irrigidire i nervi, poi
lasciò partire il colpo.
La detonazione fu seguita da un rauco urlo, poi si vide il leopardo
passare come un lampo attraverso i rami, descrivere un arco e cadere
a dieci passi, ma con un sordo rumore che indicava come le sue potenti
zampe non funzionassero più coll’agilità primiera.
Alfredo aveva fatto un balzo indietro gettando via l’arma scarica e
afferrando di volo quella che gli porgeva Antao.
La puntò rapidamente per prevenire il secondo slancio della fiera, ma
questa non si mosse e si limitò a far rintronare la foresta colla sua
nota stridente e gutturale.
Si era coricata sul fianco destro e pareva che non fosse più capace di
rimettersi in piedi, quantunque le sue zampe posteriori strappassero
furiosamente le erbe d’intorno e cercassero di spingere innanzi la
massa del corpo.
— Ha le gambe anteriori fracassate, — disse Alfredo. — Ora non lo temo
più. —
Fece fuoco la seconda volta a sei soli passi di distanza. Quel colpo
fu mortale: la belva, colpita in piena fronte, fece un ultimo balzo in
aria, poi ricadde come una massa inerte e non si mosse più.
— Alla donna, Antao, — disse Alfredo.
E tutti e due, sbarazzati da quel pericoloso avversario, si slanciarono
verso la povera vittima che giaceva in mezzo alle erbe della piccola
radura.