Alla luce della luna, la quale faceva allora capolino dietro le alte
cime della foresta, facendo scintillare le acque come se fossero
d’argento liquefatto, i due cacciatori avevano scorta una massa
enorme, mostruosa, sorgere presso la riva destra del fiume e avanzarsi
lentamente verso l’isolotto.
Non si poteva ingannarsi sulla sua specie: era un vero ippopotamo,
animali che se sono diventati assai scarsi nelle regioni bagnate dal
Nilo, sono ancora numerosissimi nei fiumi della Costa dell’Avorio, dove
godono una quasi perfetta sicurezza, essendo in generale i cacciatori
negri cattivi bersaglieri e provveduti di armi troppo vecchie per
cimentarsi, con qualche successo, con quei colossi.
L’animale, che era sorto dalle profondità del fiume per cercare la
cena, era uno dei più grossi che Alfredo avesse fino allora veduti.
La luna che lo illuminava in pieno, permetteva ai due cacciatori di
vederlo distintamente, come se fosse giorno.
Quel re dei fiumi, perchè è in realtà un vero re, non trovandosi
alcun altro animale capace di disputargli il potere nelle acque che
frequenta, nemmeno il coccodrillo il quale pare che lo eviti con grande
cura, misurava circa tredici piedi di lunghezza, ossia oltre quattro
metri, ed aveva una circonferenza enorme, superiore di qualche piede
alla misura sopraddetta.
La sua testa, di proporzioni mostruose, carnosa, rigonfia verso
l’estremità, aveva una bocca di due piedi d’apertura e mostrava una
formidabile dentatura, composta di trentasei zanne fra cui quattro
canini lunghi quaranta e più centimetri.
Il mostro, dopo d’aver nuotato alcuni istanti, era salito su di
un banco, mostrando il suo corpaccio di colore bruno oscuro ma con
dei riflessi fulvi e sprovveduto di peli, e le sue zampacce brevi e
tozze; pareva che prima di decidersi ad avanzare, volesse assicurarsi
dell’assenza dei nemici, fiutando replicatamente e molto rumorosamente
l’aria.
— Che massa! — mormorò Antao, all’orecchio d’Alfredo. — Non sarà
difficile sbagliarlo.
— Non tirare sul suo corpo, — rispose il cacciatore. — La sua pelle ha
uno spessore di tre pollici e respingerebbe la tua palla.
— Diavolo!... Sono corazzati quegli animali!...
— Come i vascelli da guerra. Aspetta che si avvicini e cerca di
colpirlo presso gli occhi o sotto le mascelle.
— Povero animale!... Non sospetta che vi sono dei nemici vicini.
— Non rimpiangerlo così presto. Sono animali pericolosi e anche
dannosi. E....
— Che cosa?...
— Mi pare inquieto.
— Che ci abbia fiutati?...
— È possibile, ma non è che a centocinquanta passi e non lo lascerò
fuggire, Antao. Risparmia la tua palla, per ora, e lascia che faccia
fuoco io. —
Il cacciatore si era silenziosamente sdraiato fra le erbe, allungandosi
meglio che poteva ed aveva puntata la pesante carabina, mirando con
grande attenzione.
Ad un tratto fece fuoco. La detonazione fu tosto seguita da un muggito
più forte di quello d’un toro e da un tonfo fragoroso.
Appena la nuvola di fumo fu dissipata, i due cacciatori videro
l’ippopotamo in acqua, dibattersi con furore estremo. Colpito
senza dubbio dalla palla e forse gravemente, il colosso nuotava
disordinatamente all’ingiro, continuando a muggire e rinchiudendo, con
cupo fragore, le potenti mascelle. Pareva che cercasse da qual parte si
nascondevano i nemici per precipitarsi su di loro.
Alfredo, vedendo il compagno alzarsi per puntare la carabina, lo aveva
obbligato a ricoricarsi fra le erbe, dicendogli rapidamente:
— Se ti è cara la pelle, non muoverti. —
Poi aveva ricaricata precipitosamente l’arma, certo di doverla
adoperare una seconda volta.
Intanto l’ippopotamo, reso furioso dal dolore, continuava a dibattersi
sconvolgendo le acque del fiume e facendo rintronare le foreste coi
suoi muggiti. Le sue zampacce facevano spruzzare a destra ed a sinistra
getti di spuma e colla testa sollevava delle vere ondate.
Ad un tratto parve che prendesse il suo partito. Nuotò velocemente
verso l’isolotto e comparve a dieci soli metri dai cacciatori, i quali
erano balzati precipitosamente in piedi colle armi in pugno.
— Fuoco Antao! — gridò Alfredo.
Il suo compagno, quantunque si sentisse invadere da un vivo tremito,
nel trovarsi dinanzi a quell’animalaccio che pareva si preparasse a
tagliarlo in due con un solo colpo delle sue enormi mascelle, fece
rapidamente fuoco, ma gli mancò il tempo di constatare gli effetti
della sua palla.
Con uno slancio di cui non si sarebbe mai creduto capace un animalaccio
così pesante, l’ippopotamo si era scagliato su di lui, urtandolo così
violentemente da farlo cadere a gambe levate.
Già l’enorme bocca si apriva sul disgraziato portoghese, quando si udì
echeggiare una seconda detonazione.
Alfredo, che aveva risparmiata la sua palla, aveva scaricata la sua
carabina nell’orecchio destro del mostro, il quale stramazzò al suolo
fulminato.
— Per tutti i diavoli!... — esclamò il portoghese, che si era
affrettato ad alzarsi. — Un istante di ritardo e mi tagliava in due
meglio d’un pesce-cane.
— Sei ferito? — gli chiese premurosamente il cacciatore.
— No, sono solamente imbrattato del sangue dell’ippopotamo, ma per
tutti i diavoli, credo di aver un certo tremito nelle membra....
Grazie, Alfredo, del tuo pronto intervento che mi ha salvata la vita.
— Bisogna essere prudenti con questi animali, amico mio ed evitare di
trovarsi sul loro passaggio.
— Chi avrebbe creduto che simili masse fossero così leste?...
— Non lo sono in realtà, quando gl’ippopotami non sono irritati, ma
quando sono feriti caricano con veemenza.
— Che corpaccio!... — esclamò il portoghese, che girava attorno
all’enorme animale. — E soprattutto che bocca!... Brrr!... Mi viene
freddo pensando che stavo per provare questi denti!...
— E che denti, Antao!... Guarda questi canini: pesano almeno dodici
libbre ciascuno.
— Sono d’avorio?...
— Sì, ma molto migliore di quello che danno le zanne degli elefanti.
È così duro, che l’urto delle scuri fa scattare delle vere scintille e
conserva la sua bianchezza per sempre. Si adopera appunto per ciò nella
fabbricazione dei denti artificiali.
— È buona la carne di questi animali?
— È deliziosa quanto quella del bue e soprattutto il grasso è molto
pregiato, adoperandosi come burro.
— Allora qui vi è da nutrire una tribù intera di negri.
— Questo animale deve pesare almeno quattordici quintali; puoi quindi
immaginarti quale montagna di carne si può trarne.
— Manderai i tuoi uomini a sezionarlo?
— Certamente, Antao, e domani ti farò assaggiare un piede di questo
colosso, cucinato al forno come usano i negri di queste regioni e sarai
contento di averlo mangiato.
— Ritorniamo?
— Non è prudente riattraversare la foresta di notte e poi spero di
abbattere qualche altro ippopotamo. L’anno scorso alcuni negri avevano
provato a dissodare delle terre ed a piantare delle granaglie su queste
sponde e gli ippopotami si erano radunati in buon numero in questo
tratto di fiume e vi sono rimasti.
— Forse che questi animali cercano la compagnia dei negri?
— Tutt’altro, Antao. Erano qui venuti per saccheggiare i campi
e bastarono poche notti per distruggere i raccolti, obbligando i
coltivatori ad andarsene altrove. Toh!... Odi?... Non m’ingannavo
io. —
Verso l’alto corso del fiume si erano uditi dei muggiti prolungati e
che parevano s’avvicinassero. Di certo parecchi ippopotami stavano
trastullandosi a cinque o seicento metri dall’isolotto, prima di
avventurarsi sotto i boschi in cerca di cibo.
— Che vengano qui? — chiese Antao.
— È probabile che scendano lungo le sponde del fiume, essendo
necessaria una grande quantità di radici e di canne per quei grossi
animali.
— Se si potesse farli venire presto!
— Se noi avessimo degli istrumenti musicali, non tarderebbero ad
accorrere.
— Degli istrumenti musicali!... Scherzi, Alfredo?
— No, Antao. Ti sembrerà strano, ma questi animalacci sono sensibili
alle dolcezze della musica. Il maggiore Denham ha narrato, che mentre
passava colla sua scorta lungo il Mango nel Ganburoo, diede il comando
di suonare la tromba e di battere il tamburo e che subito vide apparire
parecchi ippopotami, i quali si misero a seguire le sponde del fiume
tenendosi a breve distanza dai suonatori.
— Questa è fenomenale.
— Ho esperimentato anch’io questo mezzo, facendo suonare dei flauti
dai miei battitori ed ho constatato l’esattezza dell’affermazione di
Denham.
— Si potrebbe?
— Taci, Antao.
— Cos’hai udito?... —
Il cacciatore, invece di rispondere, gli fece cenno di nascondersi fra
le alte erbe, poi gli additò la sponda opposta.
Alcuni rami si vedevano muoversi lentamente nel luogo segnalato, come
se qualcuno, uomo od animale, cercasse di aprirsi prudentemente un
varco.
La luna che allora erasi alzata e che splendeva proprio sopra il fiume,
permetteva di vedere distintamente quei rami ad agitarsi.
— Una belva! — chiese, Antao sottovoce.
— Od un uomo? — rispose Alfredo, con voce agitata. — Un animale non
prenderebbe tante precauzioni.
— Il tuo servo forse?...
— Gamani non s’inoltrerebbe così, sapendo che noi siamo qui a cacciare.
— Ma chi vuoi che sia infine?
— Chissà!... Forse un traditore.
— Un traditore?... Eh.... Dici?...
— Un compagno di quell’uomo, Antao.... guarda!... —
I rami si erano aperti e la testa d’un negro era comparsa, ma subito si
era ritirata e le piante si erano rinchiuse.
Alfredo era balzato in piedi tenendo in mano la carabina e si era
lanciato verso la riva dell’isolotto, gridando:
— Chi vive?... —
Nessuno rispose, nè alcun rumore si fece udire.
— Sei tu Gamani?... — chiese.
Poi non ottenendo ancora risposta, riprese:
— Parla o faccio fuoco!... —
A quella minaccia si udirono dei rami agitarsi e scricchiolare, come
se venissero precipitosamente allontanati o spezzati, ma nessuna voce
umana si fece udire.
Alfredo non esitò più. Puntò la carabina mirando là dove vedeva
muoversi i rami degli alberi e fece fuoco, ma la detonazione non fu
seguita da alcun grido di dolore, anzi ogni rumore cessò e le piante
ripresero la loro immobilità.
Antao aveva raggiunto prontamente il compagno e gli porgeva la propria
carabina, ma Alfredo fece col capo un cenno negativo.
— È fuggito, — disse poi.
— L’hai mancato?...
— Lo credo.
— Ma chi era?...
— Qualcuno che ci spiava.
— Un negro di Tofa?...
— Temo che sia un dahomeno.
— Un dahomeno qui?... Uno di quei negri sanguinari su questo fiume?
— Sì, Antao.
— Mi sembri agitato, Alfredo.
— È vero, sono inquieto.
— Ma perchè?...
— Sono accadute troppe cose questa notte, per non allarmarmi Antao.
Torniamo alla mia fattoria.
— E gli ippopotami?
— Torneremo domani. Bisogna che io veda Gamani.
— Lo troveremo con quest’oscurità?...
— Conosco questi boschi.
— Ma l’uomo che è venuto a spiarci, non ci tenderà un agguato?...
— Siamo armati e non lo temo.
— Andiamo, giacchè lo vuoi. Apriremo bene gli occhi e terremo un dito
sul grilletto delle carabine. —
Stavano per abbandonare l’isolotto e scendere sul banco per raggiungere
l’imbarcazione che era rimasta arenata, quando in mezzo ai boschi si
udì a rintronare uno sparo.
Alfredo si era arrestato mandando un grido, che aveva qualche cosa
d’angoscioso.
— La carabina di Gamani! — esclamò.
— O del negro che è fuggito? — chiese Antao.
— No, è stata sparata in mezzo ai boschi.
— Avrà fatto fuoco contro qualche leopardo.
— No.... odi?... —
Un’altra detonazione era echeggiata, poi dopo alcuni istanti, un’altra
ancora.
— Sono segnali d’allarme! — esclamò Alfredo. — Vieni, Antao,
vieni!... —