CONFERENZA DI VINCENZO MORELLO

_Signore e Signori_.

Le conferenze di quest'anno abbracciano, voi sapete, il periodo storico

che va dal 1846 al 49: breve periodo, che nella sua temperatura

tropicale fa sbocciare insieme tutti i germi sparsi nella storia

dell'idea nazionale. — Ma il mio tema m'impone di rifarmi un po'

indietro nel tempo, e, poichè del teatro non si è parlato e non sarebbe

stato possibile parlare nelle conferenze dell'altr'anno, di studiare

tutta la produzione dalla prima metà del secolo.

Non breve cammino — come vedete — e forse non lieto. Non lieto.

La comedia, in questi cinquant'anni, non ha freschezza e non ha

eleganza, e il dramma ha forse troppe violenze e troppi furori. Non

fiorisce la gioia nella società italiana, e non s'accende l'amore

sulla scena. Manca la donna. cioè il sorriso, la grazia, la bellezza,

l'errore, il peccato; e manca la libertà, cioè la forza d'impulsione

e d'espansione di tutti i pensieri e di tutti gli affetti umani. Se

non vi è sole nell'aria, passano inavvertite le figure umane sulla

lastra fotografica; e se non vi è amore e libertà nella vita sociale

passano inavvertite le figure umane sulla scena. — Il dramma, almeno,

si rifugiò nella storia, e col calore del sentimento patriottico diede

alla morta gente ancora un palpito di vita, un gesto di gloria. Ma

la comedia tentò invano di spingere il suo carro nelle vie e nelle

piazze, e di agitare la sua maschera nelle fiere e nelle case. Le vie

e le piazze erano deserte: le fiere e le case erano mute. Le feste

dionisiache erano da un pezzo finite nelle terre d'Italia!

La comedia è un'espressione di vita; e dove questa manca, manca anche

quella. Paragonate, di fronte alla miseria nostra, la ricchezza della

Francia, nello stesso tempo, nella stessa forma d'arte.

Nessun paese credo possa vantare una più varia e abbondante produzione

teatrale, che la Francia nella prima metà del secolo: comedia di

carattere comedia di costume; dramma storico o dramma sentimentale.

Una nuova società ivi sorgeva, e, sorgendo, amava, lottava, combatteva,

gesticolava: un vero semenzaio d'anime, un vero nido di spiriti nuovi

che provano il canto e le penne nella primavera del secolo: un vero

brulichìo di sostanze embrionali che si sforzavano di fissarsi e

determinarsi in un nuovo ordine e in una nuova forma. L'antica società

francese era spezzata, se non vinta; la tradizione ricominciava

dall'89, se non dal 93: il plebeo, diventato generale sotto Napoleone,

costretto a ridiventare rivoluzionario sotto i Borboni, per conquistare

sotto Luigi Filippo il potere prima e la ricchezza dopo, e col potere

e la ricchezza una fisionomia propria e un proprio atteggiamento, era

un tipo maturo per il teatro. E voi vedete, o Signori, attraverso la

formazione di questo tipo quanta vis comica e drammatica, e quanta

materia d'osservazione e di discussione nella relativa formazione del

costume e del gusto. — Ma in Italia! Mai società fu più stremata, mai

vita fu più triste, più sconsolata, più tribolata. Dopo il periodo

napoleonico, che, malgrado le leve forzate e le spoliazioni, aveva

almeno influito, come disse il Foscolo, a ridestare un po' gl'ingegni,

ed agguerrir le forze fisiche nella disciplina e nello studio; dopo

quel periodo, dunque, la vita italiana fu a un tratto soppressa,

per decreto internazionale — del quale fu affidata all'Austria

l'esecuzione. Chi pagò le spese della catastrofe napoleonica, in

fondo, fu l'Italia. Il movimento di reazione del '15, che con troppa

argutezza diplomatica fu detto di restaurazione, non ebbe altro campo

di espansione che l'Italia. Da Odoacre in poi, non s'era vista nel

nostro paese una più ardita invasione barbarica, di quella che mosse

moralmente dal Congresso di Vienna. Tutto il popolo condannato quasi

a domicilio coatto, messo sotto sorveglianza, spiato, punzecchiato,

insidiato, oppresso. Che fare? Come i cristiani per sfuggire alle

persecuzioni imperiali si chiusero nelle catacombe, gli italiani si

chiusero nelle sètte. Ora voi sapete, Signori: la comedia ha bisogno,

per esplicarsi, di lingua sciolta, di spiriti agili, di costumi

aperti, di abitudini amabili; ha bisogno, per muoversi, di quella media

temperatura cerebrale e sociale nella quale possa agevolmente fiorire

la grazia, il sorriso, l'arguzia, la malizia, la critica: proprio

gli elementi e la temperatura assolutamente contrari a quelli in cui

si raccoglie e si concentra la vita delle sètte. Ora dite voi se in

un paese, in cui i cittadini son costretti di adottare come mezzo di

propaganda la cospirazione, in un paese in cui il silenzio è una legge

e la reticenza una difesa, in cui lo spionaggio toglie la libertà dei

movimenti intellettuali, in un paese in cui la polizia dà l'orario

della giornata e le formule del cerimoniale, e il prete la guida delle

amicizie, il consiglio delle letture, e perfino il regolamento dei

giuochi e delle feste, dite voi se sia possibile che la comedia si levi

a guardare, in alto ed in basso, nel cuore o nel costume, nei vizi o

nelle leggi, dei privati o del governo. In tali condizioni, la povera

Talia non può, al più, che proteggere mestamente le innocue abilità dei

tre _Ludro_, le vuote preziosità della _Fiera_, le modeste ingenuità

dell'_Ajo nell'imbarazzo_. Non osservazione, non sentimento, non

caratteri, non abilità tecnica, e neppure lingua italiana, in simili

produzioni. Le idee dei personaggi non vanno al di là del palcoscenico;

gli stessi personaggi, parassiti, cavalier serventi, mogli leggere,

mariti compiacenti, non derivano nemmeno dall'esperienza dei loro

autori, e si muovono in un mondo che nel 1830 non esiste più. E se gli

autori, Alberto Nota, il conte Giraud, Augusto Bon, sono a loro volta

ricordati, è solo con un intento negativo: per dimostrare, cioè, che

Goldoni non ebbe figliuoli nè eredi nella storia dell'arte italiana.

Possiamo dunque passare senza fermarci accanto ai silenzi di questo

chiuso mondo della comedia; — e volgerci, invece, a interrogare i

grandi fantasmi del teatro eroico, che i nostri poeti civili han

richiamato dalle lontananze della storia, consiglieri e aiutatori

nella riconquista del paradiso perduto di nostra gente: la coscienza

nazionale.

*

* *

Primo di questi fantasmi, sulla soglia del secol novo: _Cajo Gracco_.

Proprio sulla soglia del secolo, nel 1801, _Cajo Gracco_ leva la

sua voce possente di tribuno, e chiama quasi a plebiscito il popolo

italiano, dalla scena:

Io per supremo

Degli dèi beneficio, in grembo nato

Di questa bella Italia, Italia tutta

Partecipe chiamai della romana

Cittadinanza, e di serva la feci

Libera e prima nazïon del mondo.

Voi, romani, voi sommi incliti figli

Di questa madre, nomerete or voi

L'italïana libertà delitto?

_No_ — rispondono i cittadini.

No: itali siam tutti, un popol solo,

Una sola famiglia....

.... Italiani

Tutti, o fratelli.

Con questa affermazione, con questa votazione plebiscitaria, la poesia

saluta la patria al principio del secolo.

Che cosa è dunque questo _Cajo Gracco_?

Il Monti aveva già dato al teatro _Aristodemo_ e _Galeotto Manfredi_

— due tragedie di mediocre invenzione e di mediocre struttura, senza

caratteri, senza movimento, senza passione, malgrado la prima fosse

sonante di liriche declamazioni, rimaste modelli del genere. Col _Cajo

Gracco_ egli diede alfine un'opera d'arte organica e forte, animandola

di tutto il contenuto politico e morale ch'era più proprio ai suoi

sentimenti, e, vorrei dire, più continuo e resistente nella troppo

rapida varietà e variabilità dei suoi principî e delle sue opere.

Il Monti era un uomo debole. A ben considerarlo, par che non stia

in piedi, che non abbia spina dorsale, e senta sempre bisogno di

appoggiarsi a qualche cosa o a qualcuno; specie, se la cosa sia il

governo e la persona un potente. Ma, a un tratto, per una strana

esaltazione di tutte le sue facoltà morali, per un impetuoso

risorgimento di tutte le sue forze poetiche, come se una divina

primavera fosse passata sulle cime della sua fantasia e della sua

coscienza, egli riescì, a un dato momento della sua vita, a dare

unità artistica agli elementi più puri e più belli che aveva sparso

nelle varie sue opere, che per una ragione o per l'altra aveva dovuto

rinnegare, o scusarne le origini e i motivi. E creò il _Cajo Gracco_.

Il quale, secondo me, rappresenta una grande e solenne protesta:

la più grande e solenne protesta che la letteratura del tempo abbia

osato contro il giacobinismo, i cui fatti erano scritti a sangue non

ancora disseccato nelle vie e nella storia di Francia; e insieme

la più solenne e completa visione dell'eroe e dell'uomo politico

dell'avvenire, che dovrà governare con la legge e per la legge, coi

buoni e non coi tristi, in gloria dei più alti ideali e non delle più

basse passioni dell'umanità. — Cajo Gracco era esule. Torna e Roma,

quando, console Opimio, il Senato onnipossente opprimendo la libertà

romana, crede sia suonata l'ora di risollevare il popolo e il diritto

del popolo. — Con quali mezzi? — Fulvio, suo partigiano, consiglia:

_Con tutti_. Ma egli risponde: _Con uno solo: con la giustizia e con

l'amore._ — Fulvio non intende, e fa la sua via; e raccogliendo in una

stessa azione i suoi sentimenti, l'odio e l'amore, dà il segno della

sommossa, uccidendo Emiliano, marito della sorella di Cajo, della quale

è l'amante. Da questo delitto precipita la fortuna di Cajo e della casa

dei Gracchi. — Il cattivo genio della tragedia è, come vedete, Fulvio:

il giacobino. Nel primo atto, Cornelia lo investe e lo descrive: —

Di libertade

Che parli tu! e con chi? Non hai pudore,

Non hai virtude, e libero ti chiami?

Zelo di libertà, pretesto eterno

D'ogni delitto! Frangere le leggi

Impunemente, seminar per tutto

Il furor delle parti e con atroci

Mille calunnie tormentar qualunque

Non vi somigli....

Ecco l'egregia, la sublime e santa

Libertà dei tuoi pari, e non dei Gracchi.

Libertà di ladroni e d'assassini.

E ch'io non m'inganni nell'interpretazione di questo dramma, me lo

dicono le altre opere del Monti. Confrontate, infatti, con quelli che

ho citati, i versi seguenti del canto II della _Mascheroniana_, sui

giacobini:

Dal calzato allo scalzo, le fortune

Migrar fûr viste, e libertà divenne

Merce di ladri e furia di tribune.

E questi altri del canto III:

Tutta allor mareggiò di cittadino

Sangue la Gallia: ed in quel sangue il dito

Tinse il ladro, il pezzente e l'assassino.

E questi altri del canto II della _Bassvilliana_:

E di sue libertà spietato e baldo

Tuffò le stolte insegne e le man ladre

Nel sangue del suo re fumante e caldo.

La stessa nota, con le stesse parole, quasi direi con lo stesso

accento musicale. Quando rimproverato del delitto, Fulvio risponde a

Cajo Gracco ch'egli non aveva fatto che eseguire il pensiero di lui,

uniformandosi ai suoi precetti, tradurre in atto le sue parole, Cajo

risponde indignato:

Fulmine colga,

Sperda quei tristi che per via di sangue

Recando libertà, recan catene.

Ed infame e crudel più che il servaggio

Fan la medesma libertà. Non dire

Empio, non dir che la sentenza è mia!...

Infatti, quella era la sentenza degli Hébert, dei Pétion, degli Isnard,

dei deputati della Legislativa e della _Convenzione_, che dichiaravano

_utili e necessari i massacri del settembre_, legittimi e doverosi gli

assassinî _quando l'autorità delle leggi può sembrare al popolo qualche

volta troppo lenta per garantirne la sicurezza_, e legali e naturali le

condanne senza prove, perchè basta il sospetto per la distruzione dei

cospiratori. — Contro tali sentenze, contro tutta la dottrina contenuta

in tali sentenze, il Monti oppone dottrina più nobile e più civile:

E che dunque? Altra non havvi

Via di certa salute e di vendetta

Che la via dei misfatti? Ah! per gli Dei,

Ad Opimio lasciate ed al Senato

Il mestier dei carnefici. Romani,

Leggi e non sangue!

Leggi — e non sangue: ecco la nuova formula e il nuovo comando

politico. E contro il sangue, e l'opera già consumata o da consumare,

si leva fieramente, protestando; e la protesta affida a un nome che è

diventato titolo nobiliare di democrazia; e per quella protesta e quel

nome disegna una figura ideale, le cui linee e i contorni e i caratteri

il mondo vedrà riprodotti, quarant'anni dopo, in una figura reale, una

figura tutta nostra, tutta italiana, nei cui occhi azzurri par che si

rifletta la soavità di Gesù e nel cuore eroico palpiti il sentimento

di Roma antica. Quando Cajo Gracco ode la voce di un popolano, che,

durante la sua arringa, minaccia: _Morte ai patrizi_ — risponde subito:

_Morte a nessuno!_ — E così rispose Giuseppe Garibaldi dal balcone

della Prefettura al popolo di Napoli che gridava furibondo _morte_ a

tanta gente! — _Morte a nessuno!_ — Era, dal Cajo Gracco del poeta, al

Garibaldi della storia, la vibrazione della pura coscienza italiana,

nata nel diritto, aspirante alla pace e alla libertà, per la via della

concordia e della giustizia!

*

* *

Se _Cajo Gracco_ è il primo personaggio del nuovo teatro; Ugo Foscolo

è la prima persona, l'uomo nuovo della nuova vita italiana del secolo.

Monti era ancora il letterato delle Corti: l'ultimo e il più straziato

prodotto del mecenatismo di governo. Il mecenatismo aveva spostata

la sua base: dal palazzo nella piazza, ed era diventata opinione

pubblica, più meno ristretta e più o meno illuminata, ma arbitra ormai

del destino degli uomini e della letteratura. Ugo Foscolo fu il primo

uomo della pubblica opinione, che, volta a volta, cercò, secondo che

i tempi richiedevano e il suo spirito urgeva, di distruggere e di

creare, di trasformare o soggiogare. In Monti il letterato scusava

l'uomo. In Foscolo, l'uomo dominava il letterato. Strana e complessa

natura insieme di uomo e di letterato! Egli par nato dalla violenta

fantasia di Byron e dal ribelle sentimento di Alfieri: ha di Byron le

tristezze improvvise e le improvvise esaltazioni, l'orgoglio indomabile

e il disprezzo invincibile del prossimo; ha di Alfieri gli sdegni e

la collera, gli ardori e la fierezza, e soprattutto l'intransigenza

assoluta di contro agli stranieri di fuori e di dentro, in fatto di

programma nazionale. Figlio di un secolo, che portava in sè tanti germi

di malattie sentimentali e di idealità politiche, egli ebbe al più

alto grado la febbre di quelle malattie, il furore di quelle idealità.

Temperamento profondamente romantico, in una forma di elezione e di

eredità classica, egli riprodusse in sè tutti i contrasti, tutte

le contraddizioni dell'epoca in cui visse, e della quale fu il

rappresentante più angosciato e la vittima più turbolenta. Mai si

può dire di un letterato, con maggior verità che di lui: «che fu un

milite.» Foscolo fu un milite, nel vero ed alto senso della parola.

Dopo la vendita di Venezia all'Austria, odiò Napoleone, malgrado il

suo sentimento e il concetto greco della gloria e dell'eroismo lo

spingessero ad amarlo. — _Il sacrificio dalla patria è compiuto_ — così

comincia la prima lettera di Jacopo Ortis. _I miei concittadini son

vili_ — così finisce una delle sue ultime lettere dall'Inghilterra.

Aveva sperato in Napoleone; e questi vendeva la sua patria. Aveva

sperato nei suoi concittadini, e questi si mostrarono ossequenti al

dominatore. Che fare? «Io mi vergogno — scrive in quella stessa lettera

— di accrescere ormai il numero degli italiani che da Dante in qua non

han saputo altro fare che gridare, gridare!» E negli ultimi tempi di

sua vita finì col chiamarsi «l'amico e il discepolo di Don Chisciotte.»

Era il fallimento! Egli l'aveva presa sul serio, la vita, proprio come

una milizia, ed alfine si vedeva costretto a spezzare le armi stesse

che gli erano fornite nel combattimento. Qual forma di attività non

aveva tentato? Nell'esercito, nella scuola, nel teatro, nella politica;

multiagitante e multisonante come dice Omero del mar della sua patria

di origine. Quando a quando, come il soldato che fermandosi a mezza

via scuote col calcio del fucile un cespuglio e un volo d'augelli sale

cantando nell'aria, nei momenti di riposo egli scuoteva il suo cuore e

venivan fuori l'_Ode all'amica risanata_ e i _Frammenti delle Grazie_.

Ma subito dopo ripigliava la via, rientrava nella lotta, più accanito

e più disperato di prima. — Da una tale situazione di spirito, da una

situazione così tragica, così personalmente tragica, poteva uscire la

lirica, non la tragedia propriamente detta. La tragedia era troppo

connaturata nell'artista stesso, perchè potesse essere ricercata e

ricreata al di fuori. La tragedia poteva servire, come la lirica, ad

esprimere lo stato d'animo dell'artista, non mai dei personaggi che

questi immaginava per la scena. Il teatro d'Alfieri non crea che un

solo personaggio: Alfieri. Voi potete sopprimere o mutare il nome

dell'autore di _Amleto_ o di _Otello_, potete chiamarlo Shakespeare o

Bacone: poco importa: _Amleto_ e _Otello_ resteranno sempre le grandi

tragedie del pensiero e del sentimento umano: vivranno sempre di vita

propria, come dopo la creazione vive il mondo negli spazi. Ma se voi

togliete il nome dell'autore, le tragedie d'Alfieri non esistono più:

perchè esse sono la parola, la coscienza, la voce, il gesto di un uomo

che tenta di influire su altri uomini, non di un artista che tenti

di creare fantasmi poetici. E così è delle tragedie di Foscolo, il

discepolo di Alfieri. Esse non sono tragedie, ma atteggiamenti tragici;

non sono esplicazioni di lotta e di contrasti umani, ma accenni e

indicazioni di sentimenti politici. _Ajace_ è tutto chiuso nel suo

disdegno. _Guelfo_ della _Ricciarda_ è tutto chiuso nel suo disprezzo.

Vi era Moreau in Ajace e Napoleone in Agamennone? Ricerca secondaria.

Vi era certo il sentimento italiano umiliato di servire:

A che la gloria delle mie ferite

S'io, la mia patria e i miei guerrier, quand'arsa

Troja pur sia, _servirem tutti a un solo?_ —

dice Ajace. E più, innanzi:

. . . . Agide e i suoi

Abbian tal prova omai che, se ognun trema,

In me la patria e la sua forza vive.

Finchè morendo, rivela tutto l'animo dell'autore espresso nelle lettere

che ho sopra citato:

. . . . Ajace, fuggi

Ora più non vedrai nè traditori,

Nè _tiranni_, nè _vili_.

L'Ajace è del 1812. La _Ricciarda_ del 1813. Furono tutte e due

proibite dal governo imperiale. Qual è il motivo della _Ricciarda_? Lo

stesso dell'Ajace: il disprezzo contro i vili; l'inutilità della lotta,

a favore degli estranei. Amor d'Italia? — esclama Guelfo —

Amor d'Italia? A basso intento è velo

Spesso: e tale oggimai s'è fatta Italia....

.... Ch'io sdegnerei di dominarla, ov'anche

Sterminar potess'io tutti i suoi mille

_Vili signori e la più vil sua plebe_!

Ugo non carezzava nè i signori, nè la plebe: e ne era rimeritato!

Scriveva al Cicognani: «Io avevo poco da lodarmi del governo

napoleonico, e il governo assai poco a lodarsi di me — e in ciò le

parti erano pari — perchè io nè volli nella _Ricciarda_ partirmi dai

miei sensi troppo italiani ed alteramente politici, nè chi governava

lasciò che essa si rappresentasse se non mutilata.» — Ciò che, del

resto, egli non permise. A _Guelfo_, che mostrava tanto disprezzo per

l'Italia, _Averardo_ risponde, scongiurandolo ad aver fede nel popolo,

ad amarlo per la causa santa, a dare spade _cittadine_ alle _cittadine

mani_, e far gl'italiani

Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,

Ma guerrieri d'Italia!

Era l'appello alle armi. Come nelle sue lezioni di eloquenza richiama

il popolo alle istorie, all'unità di lingua e di costume; così lo

chiama nella tragedia alla nazionalizzazione delle armi. Tragedie —

ripeto — dell'anima del poeta, non dei suoi personaggi. Ma che importa?

In esse vi era semenza d'anima italiana. E quella semenza ha col tempo

fruttificato!

*

* *

E qui, o Signori, permettetemi una osservazione di ordine generale.

Lungo questa mia conferenza voi mi vedrete intento a ricercare

il pensiero animatore di questa o quella tragedia, il sentimento

ispiratore di questo o quell'autore; ma difficilmente mi sorprenderete

a discutere il carattere poetico di un personaggio, e più difficilmente

a descrivervene le bellezze d'arte. Non è mia colpa. La nostra

letteratura drammatica è, in questo tempo, un mezzo e non un fine: è un

indice dello _stato d'animo_ dei nostri scrittori; non è la figurazione

e la rappresentazione di uno _stato d'animo_ dell'umanità. Non solo:

ma, come vi dissi innanzi, che la povertà della vita sociale rendeva

impossibile la comedia; aggiungo ora che i caratteri speciali del

nostro spirito e della nostra fantasia hanno reso sempre difficile

nella nostra letteratura la produzione del dramma, di qualsiasi

genere. In fondo, o Signori, la nostra letteratura è, essenzialmente,

letteratura di riflessione. Noi eravamo un popolo vecchio, quando

gli altri cominciavano ad aprirsi una via nella storia. «A noi

quindi — dice benissimo il compianto Adolfo Bartoli — quell'infanzia

d'intelletto e di cuore che presso le altre genti germaniche e latine

fu così larga sorgente di ispirazioni poetiche, in grandissima parte

mancò: noi fummo sempre molto congiunti con la storia, e poco con la

natura. Per conseguenza lasciammo che leggende, canti epici, satire,

fantasie di ogni genere sorgessero e pullulassero dovunque, o restando

noi quasi affatto estranei a quel grande movimento, o prendendovi

una parte che designa all'evidenza il nostro carattere.» E quale

fu questa parte? Fu immensa, e quale soltanto noi potevamo compiere

con la nostra matura intelligenza e la nostra superiore esperienza

d'arte e di filosofia, di fronte agli altri popoli: ripensare, cioè,

ricreare, rifare, in un più ampio contenuto ideale e in una più

armonica costruzione formale tutti gli elementi, tutto il materiale

che ci veniva pòrto dal lavoro fantastico e sentimentale degli altri

popoli. Così dal caos delle _visioni_ traemmo con Dante il poema

sacro; dai _fabliaux_ traemmo con Boccaccio la novella d'amore; e

dalle _canzoni di gesta_ e dai _romanzi d'avventure_ traemmo più tardi

col Bojardo e con l'Ariosto il poema cavalleresco. Solo noi potevamo

dare a tutti gli sparsi ed erranti elementi d'arte degli altri popoli

d'Europa un organismo, una fusione, una forma definitiva, come solo

noi potevamo dare, con la _Summa_ di San Tommaso d'Aquino un organismo,

una fusione, una forma quasi direi, ai vari elementi della scolastica.

Noi fummo per molto tempo i sovrani dell'intelligenza, e gli altri

popoli pareva che vivessero sol per farci l'omaggio e darci il tributo

delle loro esperienze sentimentali e dei loro ardimenti fantastici.

Ma appunto queste qualità che resero possibile la fioritura del

poema sacro, della novella e del poema cavalleresco, dovevano anche

rendere impossibile la creazione del teatro. Finchè si trattò di

ripensare, di rifare, di riorganizzare, nel campo della tradizione,

della storia, della filosofia, nel campo astratto, cioè, noi fummo

signori. Ma quando si trattò di osservare, di intendere e comprendere

_direttamente_ la natura e la vita, quando si trattò di interrogare,

di scrutare, di rivelare i secreti del cuore e della mente dell'uomo,

allora più fresche fantasie, più limpidi occhi, più giovani spiriti,

più libere coscienze dovevano avere ed ebbero il dominio nell'arte

e nella poesia. Io non ho il compito di parlarvi delle origini del

dramma. Ma voi sapete, o Signori, che il dramma moderno nacque nella

gran combustione della Rinascenza inglese, in quel formidabile periodo

in cui esplosero quasi tutte insieme le forze del popolo più ricco e

meglio dotato della storia moderna, e quaranta autori drammatici, fra

cui Peel, Johnson, Marlow e l'infinito Shakespeare bastarono appena

a ritrarre gli odii, gli amori, le follie, tutte le violenti passioni

del senso e dell'intelligenza, tutti i sogni onnipossenti della gloria

e del potere. — Noi che potevamo fare? Noi non avevamo che miserie da

guardare, ricordi da custodire, e qualche speranza da infiorare.... Ma

torniamo al dramma storico.

*

* *

L'epoca napoleonica si chiude quasi con la _Ricciarda_. L'epoca

nuova si apre con l'_Adelchi_. Foscolo rappresentava lo squilibrio

delle violenze passionali, l'impeto delle ribellioni patriottiche,

la tristezza delle illusioni perdute, degli ideali caduti, Manzoni

rappresenta la rassegnazione,

Chiniam la fronte al massimo

Fattor....

La Reazione leva intanto il braccio minaccioso!

*

* *

Durante gli ultimi anni della gloria napoleonica un grande e nuovo

movimento letterario si era cominciato a disegnare in Europa: un

movimento che non solo intendeva a rinnovare il contenuto poetico ed

arricchire il materiale artistico, ma anche e soprattutto a rinnovare

il contenuto morale. Il Romanticismo ebbe poco da combattere per

piantare le sue bandiere cattoliche nella Repubblica delle lettere. Le

_Lezioni di letteratura drammatica_ di Augusto Guglielmo Schlegel, e le

_Lezioni di storia della letteratura moderna_ del fratello Federigo,

nelle quali — specialmente nelle prime — sono dettate le nuove leggi

letterarie, portano la data del 1818. Il libro di M.me de Staël sulla

_Germania_, in cui quelle lezioni sono glorificate, porta la data del

1810. La _Lettera semiseria_ di Grisostomo, cioè di Giovanni Berchet, è

del 1816. Vi era stato, è vero, Klopstock prima di Schlegel, e Rousseau

prima di M.me de Staël; ma il precetto, la regola, il ragionamento

critico che serve di fondamento alla scuola, data da quegli anni e da

quei libri. Il Cristianesimo si ripigliava alfine la sua rivincita sul

Rinascimento. Quel che il Rinasciniento aveva detto del Medio Evo,

ora il Romanticismo dice del mondo pagano. Così, l'un dopo l'altro

proclamano: Augusto Schlegel, che il «Cristianesimo avendo dato un

nuovo indirizzo alla civiltà, è naturale che diventi base d'una nuova

letteratura»; e M.me de Staël, «che la religione e la storia nazionale

hanno diritto di informare e perfezionare la letteratura nazionale»;

e Châteaubriand, memore della proposizione contraria di Boileau, «che

convenga provare il Cristianesimo non essere un sistema, barbaro,

la religione cristiana essere invece la religione più poetica, più

umana, più favorevole alla libertà e alle arti»; e Victor Hugo: «Il

Cristianesimo conduce alla verità»: e Manzoni, infine, a dichiarare

che, nella «morale cristiana, essendo tutta la verità, egli nutriva

sentimenti _molto più irriverenti degli altri romantici verso i

classici, perchè la parte morale dei classici e essenzialmente falsa,

mancando nei loro scritti quella prima ed ultima ragione_, ch'è stata

una grande sciagura non aver riconosciuta.» — Con queste salmodie

fu portata al sepolcro, per la seconda volta, l'_eterna giovinezza

dell'anima argiva_: e, come disse Arrigo Heine, dal sangue di Cristo

nacque il nuovo fior di passione del Romanticismo. Permettetemi che

aggiunga: anche dalla linfa di Rousseau.

Naturalmente, io non posso del Romanticismo descrivervi tutte le

ramificazioni, le manifestazioni e le trasformazioni; ma devo dirvi

solo quel tanto che mi è necessario per poter comprendere e spiegare

la tragedia che n'è l'espressione più completa e più concreta:

l'_Adelchi_. Il Romanticismo si propose, come accennai, due scopi:

arricchire, in genere il contenuto poetico di tutto il materiale che la

storia e la mitologia cristiana potevano offrire; e, cosmopolizzare,

contemporaneamente, col libero scambio delle traduzioni e dei

soggetti, la produzione dei varî paesi; e rifare, quindi, nel nome

della religione, la coscienza degli uomini, deviata dal Rinascimento e

corrotta dal Volterrianismo. — In questo senso, il solo vero, grande,

convinto romantico, per forza di sentimento e di ragione, è Alessandro

Manzoni: il cristiano più puro e sereno, l'artista più sincero e più

casto, l'uomo più semplice e pio che la letteratura moderna possa

vantare. Vi era, invero, nella sua fantasia e nella sua coscienza

qualcosa dell'azzurro dei miti cieli di Galilea. Ripensata da lui,

la vita umana quasi si purificava. Passando per il suo spirito, la

religione diventava poesia. Ricercata dal suo sguardo, pareva che la

stessa storia si vergognasse delle sue colpe, e l'anima umana delle sue

passioni. «In ogni argomento scoprire ed esprimere il vero storico e il

vero morale, ecco quel che bisogna proporsi» egli scriveva. «E questo

sistema, non solo in alcune parti, ma nel suo complesso, mi sembra

avere una _tendenza religiosa_.» — La tendenza religiosa nel sistema,

nel metodo, è ben tutto quello che può dare un'anima di religioso e di

poeta!

Io non vi parlerò delle trasformazioni formali che il Manzoni portò

nella tragedia. Se è vero che prima ancora della _Prefazione_ del

Cromwell egli bandì la guerra alle _due unità_, ed è suo merito, come

dice il Carducci, di averne esposte le ragioni nella celebre lettera

al signor Chauvet, _mirabile di ragionamento e di stile critico_; è

anche vero che prima di lui, con l'esempio e col ragionamento, Volfango

Goethe, un classico, aveva dato a quelle due unità il colpo fatale, col

_pugno di ferro_ del suo _Goetz di Berlichingen_, cinquant'anni prima!

Chi ricorda il discorso ditirambico che il giovine Goethe pronunziò in

gloria di Shakespeare, a Francoforte, nelle feste da lui organizzate,

al ritorno di Leipzig, in onore del grande inglese? In quel discorso

sono le seguenti parole, che troppo spesso sono dimenticate: «Letto

Shakespeare, io ebbi come il colpo di grazia, e rinunziai alla tragedia

_regolare_. L'unità di luogo, mi sembrò triste come una prigione; le

unità d'azione e di tempo, mi apparvero come pesanti catene alla nostra

immaginazione. Io saltai allora nello spazio libero, e solo allora

sentii che avevo mani e piedi. E ora ch'io vedo quanto male hanno

fatto le regole dei maestri, e quante anime libere sono ancora curve

sotto il loro giogo, il mio cuore scoppierebbe s'io non dichiarassi

loro la guerra e non cercassi ogni giorno il modo di distruggerle. »

— La guerra, dunque, alle _regole_ venne indetta da un classico. Ed è

bene constatarlo. Come è bene constatare che tre altri italiani erano

insorti prima: il Metastasio nella dedicatoria alle sue prime poesie,

fra le quali era il primo suo dramma _Giustino_, contro l'_unità di

luogo_; il Goldoni, nella dedicatoria ai _Malcontenti_, contro l'unità

di _luogo_ e di _tempo_: e il Baretti nella polemica col Voltaire,

contro tutte e tre le unità insieme: di _tempo_, di _luogo_ e di

_spazio_.

Ma torniamo all'_Adelchi_.

*

* *

_Adelchi_ è nel mondo degli eroi, quel che è il Manzoni nel mondo dei

letterati; ed è nel campo dell'arte, quel ch'è il Manzoni nel campo

della vita. Meglio: sono tutti e due la stessa persona. Mai, credo,

un autore ha dato ad un personaggio della sua fantasia un'impronta

così profonda, così precisa, come di se stesso l'ha data il Manzoni

nell'_Adelchi_. Il discorso sulla storia della gente longobardica in

Italia è forse una scusa per allontanare il pensiero del lettore —

o del pubblico — dal vero personaggio della tragedia e per impedire

di constatarne l'identità; perchè mai personaggio fu meno storico

dell'_Adelchi_ del Manzoni, mai fantasma d'arte fu meno rispondente

allo spirito, al costume, alle abitudini del tempo donde ha origine,

quanto questo che il Manzoni ha scelto per rivelarci la filosofia del

suo pensiero, la morale della sua filosofia.

Voi ricordate il fondo del dramma: la lotta fra Carlo re dei

Franchi, chiamato in sua difesa da papa Adriano, contro Desiderio re

dei Longobardi, il quale non voleva cedere al papa le terre della

Chiesa. Adelchi, figlio di Desiderio, non vorrebbe la guerra, e vi

si sottomette solo per obbedienza al padre; ma vorrebbe invece che il

padre restituisse alla Chiesa le terre e facesse la pace col pontefice.

Ma Desiderio insiste, e, sorpreso alle spalle, è sconfitto — mentre la

figlia Ermengarda, moglie ripudiata di Carlo, muore nel monastero di

San Salvatore in Brescia. — Il Manzoni ha voluto fare tragedia storica

nel più stretto senso della parola. Ma egli stesso si affretta ad

avvertire: «Il carattere di un personaggio, qual è presentato in questa

tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d'Adelchi, i

suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere

insomma è inventato di pianta.» — Inventato, o meglio ritratto da un

originale moderno. Partito così alla ricerca della _realtà storica_ nel

dramma, egli è tornato con una _realtà psicologica_: quella sua, di

autore, non quella del personaggio. È vero, sì, che nella Prefazione

del _Carmagnola_, parlando dell'ufficio dei cori, egli dice che,

«rendendoli indipendenti dall'azione e non applicati ai personaggi,»

ma facendoli quali organi del sentimento del poeta, si ottiene il

vantaggio «di diminuire al poeta la tentazione d'introdurli nell'azione

e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti» — ma è anche vero

che la Prefazione del _Carmagnola_ (1816-20) è anteriore all'_Adelchi_

(1820-22). —

Questo _Adelchi_, dunque, è la tragedia della rassegnazione: la

tragedia dell'inerzia: una contraddizione nei termini, come vedete.

Non vi è, in essa, lotta di nessun genere; e non vi è affermazione

di nessuna forza. Il teatro di Corneille è la glorificazione della

volontà. Il _Cid_, dopo di avere vendicato il suo onore e suo padre,

dice: _Se dovessi, tornerei ancora a farlo._ È il trionfo della volontà

umana, che si fa la vita e le leggi della vita; così come la tragedia

antica era il trionfo di una volontà superiore, contro la volontà

umana, che vi si opponeva o tentava di opporvisi. — In _Adelchi_ è

soppressa la lotta, è soppressa la volontà, è soppresso ogni elemento

di forza e di contrasto. _Chiniam la fronte al massimo — Fattor_ — ecco

la morale del personaggio e la morale della tragedia. Adelchi è il tipo

dell'obbedienza passiva, in tutte le forme; e anche del pessimismo

cristiano. Il papa vuol le terre? Perchè non dargliele? — I Franchi

scendono in aiuto del papa? Perchè combatterli? — Egli consiglierebbe

di lasciarli passare. Ma, poichè il padre impone il contrario, si

sottomette al padre:

.... E tu mi chiedi

Ciò ch'io farò? Più non son io che un brando

Nella tua mano. Ecco il legato: il mio

_Dover_ sia scritto _nella tua risposta_.

I Franchi vincono: la gloria dei Longobardi rovina: il padre perde

il regno, ch'è pure il suo. Che importa? O, che farci? — Bisogna

rassegnarsi:

.... Ti fu tolto un regno.

Deh, nol pianger, mel credi!

A che piangere del resto? Tutto passa a questo mondo. Anche il

vincitore passerà. Quegli è un _uom che morrà_! — Impotente verso gli

altri, impotente verso se stesso. Dopo la disfatta, mentre tutti i suoi

vassalli lo tradiscono, e le città cadono una a una nelle mani del

nemico, egli, angosciato, scoraggiato, disfatto, pensa di uccidersi.

Ma da buon cristiano, corregge subito il suo pensiero. La religione

impedisce il suicidio. La Chiesa non concede tomba al suicida. L'uomo

non è padrone della vita che Dio gli ha data. — La tragedia classica

aveva il suicidio in onore. Quando non poteva più nulla contro gli

altri, il personaggio della tragedia classica diventava eroe contro

se stesso. La sua vita gli apparteneva e ne disponeva. Le tragedie di

Alfieri sono piene di suicidî. Carlo, Isabella, Emone, Saul, Agide,

Agesistrato, Mirra, sono suicidî. Nella stessa situazione di Adelchi,

Antonio, rivolto ad Augusto, minaccia:

_Qual sia l'eroe di noi, morte tel dica!_

Adelchi, invece, inorridisce al solo pensiero:

E affrontar Dio potresti, e dirgli: io vengo

Senza aspettar che tu mi chiami?

Perchè, poi, diventar ribelle al voler di Dio? Per un affetto terreno?

Ma la vita, la vita vera, è quella di là: Gesù disse: _Il mio regno non

è di questo mondo_. Questo mondo non è che uno esperimento — questa

vita non è che un sentiero di passaggio. E gli antichi cristiani

chiamarono appunto _dies natalis_ il giorno della morte! —

Io non nego valore e bellezza a tale dottrina, e alla coscienza

di _Adelchi_ che vi si uniforma. 11 disprezzo delle cose terrene;

la convinzione che il mondo non meriti la pena di esser tenuto in

conto: il rifugio dello spirito in una speranza ideale: il disdegno

trascendentale per tutte le vanità: la dottrina insomma della

liberazione dell'anima nella fede, è una dottrina senza dubbio

venerabile. Ma nego che possa diventare sostrato, elemento, fondamento

di tragedia; se per tragedia si debba intendere ancora lotta di

forze e di passioni. E nego anche possa diventare soltanto elemento

e fondamento di educazione civile. — «Il Cristianesimo — dice il

Renan nella _Vita di Gesù_ — ha molto contribuito in questo senso a

indebolire il sentimento dei _doveri del cittadino_, e a dare il mondo

in balìa dei fatti compiuti.»

L'_Adelchi_ porta la data di tristi anni: 1820-22; la data, cioè, della

più feroce reazione che sia mai imperversata sull'Italia.

Mentre il Manzoni componeva questa tragedia e studiava le sorti del

regno dei Longobardi e narrava i tristi casi di Desiderio e di Adelchi,

Ferdinando I e il principe ereditario, suo figlio, componevano e

rappresentavano, a spese del popolo napoletano, una lor triste comedia.

Invitato a Lubiana dopo i moti del 21, Ferdinando I lasciò al figlio la

Reggenza, con una lettera piena di nobili sensi e di severi propositi,

nella quale, dopo di aver dichiarato che andava a difendere, secondo

_richiedeva la coscienza e l'onore_, i fatti del passato luglio, lo

esortava ad agire, nella sua assenza, secondo appunto i dettami di

quella _coscienza_ e di quell'_onore_ imponevano. Voi sapete il resto:

il tradimento di Lubiana: l'esercito napoletano disperso distrutto: il

Parlamento e la Costituzione sospesi: i patrioti sbaragliati: il re,

tenuto alla reggia sotto la scorta dell'esercito austriaco. Complice

il Reggente: colui, cioè, che dal padre aveva avuto il sacro deposito

della fede giurata, dei patti accettati! — Ah, Signori, se Adelchi

avesse avuto meno rassegnazione! Se Francesco di Borbone fosse stato

meno obbediente al padre — al traditore di Lubiana! — Io non posso

pensare a queste due cose, senza sentir freddo al cervello!

*

* *

La reazione del 21 spazzò il focolare domestico del patriottismo

italiano, di tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti, i pensatori, i

cospiratori, che la polizia aveva in sospetto; e si accanì specialmente

contro i liberali romantici, che, associandosi alla plebe, due

imperatori e il re di Prussia non si vergognarono di infamare, con

un manifesto che li qualificava «malfattori e violatori di ogni

legge divina ed umana,» Salvo il Manzoni, tutti i romantici furono

protagonisti: _Il Cenacolo_ del _Conciliatore_ fu sbandato: l'Arconati,

il Bossi, il Pecchio, il Pisani, il Vismara, il Mantovani, il De

Meester, salvatisi in tempo, condannati in contumacia alla forca;

Gonfalonieri, Andryane, condannati a vita; Maroncelli a 20 anni;

Pellico a 15. E non parlo degli impiccati in effigie! Le vie e le

campagne — come narra un contemporaneo — piene di fuggiaschi, le galere

e gli ergastoli pieni di uomini illustri per natali e per ingegno,

mescolati coi ladri e gli assassini. Santo Stefano, Pantelleria,

Finestrelle, Rubiera, i Piombi, lo Spielberg, pieni tutti della

giovinezza e dell'anima del popolo italiano. Nello Spielberg, accanto

al Maroncelli, Silvio Pellico — socraticamente sereno fra i dolori e i

tormenti, di contro ai giudici ingiusti e agli aggressori crudeli!

Silvio Pellico scontava nello Spielberg il gran delitto commesso da

Paolo nella _Francesca da Rimini_, di promettere all'Italia il suo

braccio nel momento del pericolo:

Per te, per te, che cittadini hai prodi,

Italia mia, combatterò se oltraggio

Ti moverà l'invidia....

Quanti fremiti suscitarono questi versi! quanti cuori incitarono,

quanta fantasia incoraggiarono all'azione! Per questi versi, più che

per altro, la _Francesca_ divenne la tragedia popolare per eccellenza.

Come tragedia, è mediocre; e non a torto il Foscolo consigliò

amicamente al Pellico, quando gliela mandò a leggere, di lanciare

all'inferno i personaggi di Dante. Ma vi era qualche cosa, tuttavia, in

quella tragedia, che la faceva cara al pubblico: un senso di tristezza

e di malinconia, che rispondeva simpaticamente allo stato di quegli

animi contristati nella disperazione: una irresistibile tentazione

di pianto che scendeva fino al profondo di quei cuori affaticati,

e quasi dava un sollievo commovendoli. E poi, vi era l'invocazione

all'Italia, che gli attori recitavano con fierezza di cittadini, con

impeto di eroi! — Noi non dobbiamo dimenticare gli attori, in questo

periodo di tempo. Essi furono più che i cooperatori, i motori delle

opere stesse degli autori — che molte volte nascevano morte — e che

essi vivificavano. Diceva l'Alfieri: «Non vi saranno attori in Italia,

finchè non vi sarà pubblico atto a formarli.» Ma bisogna render

giustizia agli attori, e, contro l'opinione del grande Astigiano,

convenire che sono essi, invece, che hanno contribuito, se non pure a

formare il pubblico, almeno a svegliare e tener desta nel pubblico la

fiamma dell'entusiasmo, a dare il tono, l'accento, la linea, il colore

dell'espressione alla passione patriottica. La forza dell'attore si

consuma, pur troppo, nella stessa azione. La voce che nella _Francesca_

salutava il sole d'Italia e agitava la polve degli eroi; il gesto

che nel _Procida_ sollevava ad altezze epiche il verso contro il

Franco invasore: _Ripassi l'alpe e tornerà fratello_ — non rimangono

suggellati in nessun libro, ne scolpiti in nessun marmo. Ma rimanevano

bensì nel cuore e nella fantasia dei contemporanei, guida, ricordo,

ammonimento, consiglio: suggestione d'idee e di sentimenti invincibile!

Come tante altre cose ormai, noi chiamiamo retorica rappresentativa

quella dei Modena, dei Salvini, della Ristori; e forse non ci rendiamo

abbastanza conto dell'efficacia di certe intonazioni vocali che pareva

venissero dalle profonde lontananze della storia; forse non ci rendiamo

più conto dell'efficacia di certi gesti, che nella loro ampiezza eroica

e sacerdotale pareva che raccogliessero tanto movimento di passione e

di vita, per il passato e per l'avvenire. Certo, quegli attori, grandi

e piccoli, comunicavano, davano al loro pubblico la formula ritmica,

se così posso esprimermi, del pensiero patriottico; e quando, la

piena degli affetti vincendoli, e l'impulso dell'anima trascinandoli,

dimenticavano o fingevano d'ignorare il comando della polizia e della

censura, e recitavano nella lezione originale il verso proibito, e

rimettevano a posto la parola cancellata, e quando questo non bastava,

agitavano un nastro, un fiore, un fazzoletto dai colori nazionali;

in grazia loro, il popolo eccitato si levava, con grida di gioia, in

dimostrazioni di entusiasmo. Molti di quelli attori passavano la notte,

dal palcoscenico sul tavolaccio della polizia; molti finivano con

arruolarsi volontari, scendevano in piazza con gli altri cittadini nel

momento del pericolo. Perchè dimenticarli? L'arte drammatica fu in quei

tempi il _bel gesto_ del patriottismo italiano. Salutatela anche voi,

passando, o Signori, con un _bel gesto_ di riconoscenza!

*

* *

Nella furia della repressione o della soppressione, come andarono

a Milano distrutti gli ultimi residui della libertà dei cittadini,

andarono anche distrutti molti manoscritti degli scrittori.

E così fu perduta anche una tragedia di Giovanni Berchet, la

_Rosmunda_, che, nella fretta, per paura di una imminente persecuzione,

la famiglia diede alle fiamme, assieme con le carte e la corrispondenza

privata, che poteva compromettere gli amici. Ma nè supplizi, nè

torture, nè soppressione di poeti e di poesie, arrestano il cammino

dell'idea, spengono la fiamma del sentimento nazionale. _Alere flammam_

— era il motto dell'emblema scelto dal Berchet, per significare

la costanza della propaganda patriottica. L'emblema consisteva in

un'antica lucerna accesa, in cui una mano misteriosa versa l'alimento:

O man che scrisse Arnaldo

O petto di virtude albergo saldo,

Chi a' miei baci vi porge? —

chiedeva al vecchio il nuovo poeta di nostra gente. Quella che nel

periodo più scuro della reazione, nel periodo più duro del dolore, dal

28 al 48, versò tanto alimento alla fiamma del sentimento nazionale, fu

la mano di Giambattista Niccolini.

*

* *

Il teatro di Giambattista Niccolini non è ormai che una memoria

letteraria; ma come tutte le memorie, esso racchiude la parte più

viva delle nostre speranze, la parte più bella ed ardente delle

nostre illusioni. Egli è il più grande fra gli scrittori di drammi

storici che son fioriti nel suo tempo. Ogni letterato italiano

cercava allora un nome alla storia, un'occasione a quel nome per

mettersi in comunicazione col pubblico e fare sventolare sulla

punta dell'endecasillabo la bandiera tricolore. Chi ricorda oggi più

tutti i _Manfredi_, i _Masaniello_, i _Fornaretti_, i _Farinata_, i

_Lorenzino_, i _Sampiero di Bottelica_, i _Vitige_, le _Leghe Lombarde_

che hanno occupato il nostro palcoscenico? Chi ricorda i nomi dei

loro autori: i Corelli, i Sabbatini, i Turotti, i Giotti? Il nome di

Carlo Marenco sopravvive in grazia delle lagrime che la Marchionni

seppe strappare ai nostri padri nella _Pia de' Tolomei_; e il Revere

e il Brofferio e il Dall'Ongaro rimangono nella nostra memoria, per

altre cose che non per i loro drammi storici. — L'unico che sopravviva

della scuola e della schiera è Giambattista Niccolini. Certo, nessuna

delle sue tragedie ha l'ambizione di creare un nuovo cielo di fantasmi

poetici: ma tutte hanno la gloria di aver contribuito a creare un

cielo ben più nobile e più sacro: quello della coscienza nazionale.

— Dell'_Arnaldo_ il poeta stesso scriveva: _Se non ho scritto una

buona tragedia, credo di aver fatto almeno un'opera coraggiosa._ E

di questo l'Italia allora aveva bisogno. Così il Guerrazzi scriveva

di aver voluto combattere una battaglia, più che scrivere un libro,

con l'_Assedio di Firenze_. Così il Berchet scriveva «di aver fatto

sacrifizio della pura intenzione estetica ad un'altra intenzione: di

aver fatto sacrifizio dei doveri di poeta ai doveri di cittadino.»

— E non è il più lieve sacrificio, che, dopo la pace e la libertà

perduta, questi fieri italiani abbiano fatto alla patria, e di cui

dovremmo almeno avere la creanza di mostrarci loro grati! — So bene

anch'io: il Niccolini, nei suoi personaggi, non disegna una fisionomia,

ma abbozza appena dei contorni umani; non costruisce caratteri, ma

sviluppa soltanto idee astratte, non crea anime, ma fa lezioni di

storia. Che importa? — «Io vi esorto alle istorie — aveva detto agli

italiani Ugo Foscolo — perchè niun popolo più di voi può mostrare

nè più calamità da compiangere, ne più errori da evitare, ne più

virtù che vi facciano rispettare, ne più grandi anime degne di essere

liberate dall'oblivione.» — E il Niccolini si assunse proprio questa

missione: di mostrar gli errori, di far rispettare le virtù, di liberar

dall'oblivione le grandi anime della storia italiana. A teatro, egli

conveniva il popolo, quasi a comizio. Così, il _Foscarini_. nel quale

erano denunziate le iniquità dell'inquisizione di Stato, fu ripetuto,

dal febbraio 1827 in poi, non meno di 200 volte. Il _Giovanni da

Procida_, rappresentato nel 1830, suscitò tali e tanti entusiasmi, da

impensierir gli ambasciatori d'Austria e di Francia, e costringerli

a chiedere al governo di impedirne le recite: ciò che naturalmente

non stentarono molto a ottenere. Il _Ludovico Sforza_, scritto nel 34

e proibito nel teatro e nella stampa, fu ripreso col _Procida_ nel

47, dando luogo, ogni sera, a tali dimostrazioni, che ogni recita

fu chiamata una _festa civile_. E intanto l'_Arnaldo_, sfuggendo a

tutte le vigilanze della polizia e della censura, correva le terre

d'Italia: correva di nascosto, travestito, sotto una copertina che

portava un altro titolo, battendo alle porte delle case e al cuore

dei cittadini, ricordando, ammonendo, istigando, incoraggiando. Che

cosa era _Arnaldo_? Era il libero pensiero che mostrava all'Italia

la via del Campidoglio; era la libera protesta contro lo straniero

invadente e il Papato opprimente: era la sintesi, rappresentata in un

sol uomo, o sia pure in un sol nome, di una lotta che aveva affaticato

per secoli l'Italia, e finalmente chiedeva con la palma del martirio,

la corona del trionfo. Tutti gli elementi della gran lotta sono in

movimento in questo dramma polemico, che contiene in se, scena per

scena, la tesi e l'antitesi, l'esposizione e la confutazione, l'accusa

e la condanna: di fronte al sacerdote, il vangelo; di fronte al clero,

il popolo; di fronte al vescovo, Iddio; di fronte al Papa britanno e

all'Imperatore tedesco, l'infinita tristezza della campagna romana,

dove un idealista lacero e scalzo, aspettando la morte, gitta fra le

crete malefiche parole divine! — Il Niccolini raccolse nell'_Arnaldo_

tutta la tradizione della coscienza civile italiana, tutta l'essenza

dell'idea classica che animò la mente e mosse l'arte di Dante, di

Machiavelli, d'Alfieri; e, passando sopra al romanticismo di Manzoni,

e al neocattolicismo di Gioberti e di Rosmini, senza chiedere, come

questi, accomodamenti, senza tentare, come questi, compromessi tra

principi e papi, proclamò invincibile il dissidio, inevitabile la

lotta, irreconciliabili i termini del problema e gli interessi delle

parti combattenti. Parve, un momento, che i fatti gli dovessero dar

torto, quando, tre anni dopo la protesta d'_Arnaldo_, un nuovo papa,

più incauto forse che abile, distese, fra la commozione generale, sul

tempestoso orizzonte d'Italia l'arcobaleno d'un saluto d'amore, di

una promessa di pace. Ma la benedizione dei croati, subito dopo, e la

fuga e il proclama di Gaeta e il ritorno a Roma su tutte le baionette

straniere, e le paure e la reazione susseguenti, non tardarono a

dimostrare sempre opportuna l'indignazione del poeta ghibellino, sempre

valida l'intimazione fatta da _Arnaldo_ ad Adriano, nell'atto III, in

Vaticano:

Sei pontefice, o re? L'ultimo nome

Mai non si udiva in Roma; e se di Cristo

Il vicario tu sei, saper dovresti

Che sol di spine fu la sua corona.

Con l'_Arnaldo_ si chiude il ciclo della tragedia classica. E si

chiude, per l'opera e per l'autore, degnamente; ond'è che a ragione

l'Italia onorò il Niccolini come i Greci onorarono i suoi poeti

nazionali: e dal Foscolo che, giovane, lo chiamò _giovane di santi

costumi_, al Carducci che, vecchio, lo chiamò _sacro veglio_, tutti

s'inchinarono a lui, come nella comedia di Aristofane si inchina

il coro al passaggio di Eschilo che dai regni di Plutone la patria

richiama tra i vivi in un momento di pubblico pericolo.

Alzate or tutti voi

Le sacre faci ardenti.

Lo scortate, onorandolo co' suoi

Carmi, coi suoi concenti. —

*

* *

E qui mi fermo.

L'arte, o Signori, fece il suo dovere verso la patria. Nei momenti

tristi, la confortò coi ricordi; nei momenti di abbandono, la incitò

coi rimproveri; nei momenti di lotta, la servì con le opere. L'Italia

politica fu una creazione letteraria. Non siamo dunque tanto difficili

a giudicare l'arte della prima metà del secolo! Di altro che di belle

imagini e puri profili e armoniose strofe; di altro, di altro ell'era

occupata, che di se stessa! La fantasia batteva dolorosamente le ali

tra i ruderi della storia e i ferri delle prigioni; la parola aveva

singulti, esclamazioni, vibrazioni d'anima in pena. Il teatro aveva

l'aspetto di un Foro; e sui rostri del palcoscenico, ogni autore era un

oratore in difesa della causa nazionale. Dietro le scene, intanto, si

preparava qualcosa di più che la catastrofe di un gruppo di personaggi

ideali: si preparava, e si sforzava a precipitare, la catastrofe del

gran dramma secolare del popolo italiano! Che importa la forma? In

certi tempi, la letteratura è azione. La miglior opera d'arte è nella

creazione di un fatto; e il massimo successo dell'artista è nel trionfo

di quel fatto ch'egli è concorso a creare od a render possibile.

Quali sono i titoli dei drammi nella prima metà del secolo? Potete pure

dimenticarli, o Signori, senza per questo recare offesa agli autori

alla letteratura. La gran produzione del nostro teatro nazionale è una,

e si chiama il _Quarantotto_: — protagonista, l'Italia, che dopo tanti

errori e tante cadute, riconquista l'unità del suo spirito, e afferma

contro tutti i suoi oppressori, contemporaneamente, la sua volontà e

la sua personalità. — L'arte donde quella produzione è derivata, oggi

non esiste più: si è consumata nel fuoco stesso che l'ha prodotta.

Ma le ceneri restano sacre. Esse conservano ancora, e conserveranno a

lungo' nell'avvenire, il calore del cuore e della mente della grande

generazione che ridiede all'Italia una vita, agli Italiani una patria!

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 1 Terza serie - Lettere, scienze e arti · 第 37 / 44 题