diceva
di chiamare al banco
i vizi del tuo popolo in toscano,
di chiamar nero il nero e bianco il bianco,
e di pigliare arditamente in mano
il dizionario che ti suona in bocca,
che, se non altro, è schietto e paesano.
Sul qual proposito, però, è bene intendersi; e mi parrebbe ormai
l'ora, prima che s'esca dal secolo che fra poco a chiamar nostro
rimarremo soli noi vecchi. È stata una superba malinconia de' signori
ottocentisti (consegnamoci senz'altro alla storia), una malinconia
superba o piuttosto una iattanza vana, questa: che solamente a' dì
nostri la letteratura italiana si sia giovata della lingua viva o,
come è di moda dire, parlata; e ciò specialmente a rovescio e in
onta di quel gran signore che fu il Cinquecento, il quale, a sentir
cotesti scriventi loro soli la lingua parlata, non fu che uno sfarzoso
accozzatore di locuzioni boccaccevoli, di emistichii petrarcheschi,
di periodi ciceroniani. La verità vera è invece, che ciascun secolo
ha scritto la lingua che parlava, finchè e nello scrivere e nel
parlare non è entrata, con la servitù politica e, peggio con la
intellettuale e morale, la corruzione anche dell'idioma; il che fu
solamente dopo passato il Secento: e che se a' nostri giorni, col
rivendicare il diritto e lo stato politico di nazione, ce ne siamo
altresì venuto rifacendo, il meglio che si poteva, il carattere; se per
la restaurazione di questo nella lingua, si è voluto e saputo, dopo la
regressione al nazionale antico operata artificialmente ma non senza
utilità dai puristi, volgerci al nazionale vivente interrogando il
popolo, e cioè il popolo di quella fra le regioni nostre che sola non
abbia dialetto; tutto cotesto non vuol dire, come per certuni parrebbe,
che la letteratura italiana incominci da quando si è racquistato il
sentimento italico della toscanità; da quando l'unità della lingua in
Firenze, non più astrazione litigiosa fra uomini di lettere dal Bembo
al Monti, è divenuta una cosa dimostrata col fatto, meglio che con le
teorie, dall'Autore dei _Promessi Sposi_; nè che il Giusti (per tornare
al nostro argomento) sia quello fra i poeti che abbia, lui per primo,
dato l'esempio del «pigliare arditamente in mano il dizionario che
ci suona in bocca»: lui che, del resto, in una delle sue prefazioni,
definì la propria «un genere di poesia che può avvantaggiarsi di tutta
la lingua scritta e di tutta la lingua parlata».
Sarebbe non breve discorso, e trattazione d'un argomento a sè, il
mostrarvi come cotesto dizionario si è saputo maneggiar sempre e da
tutti, grandi e piccini, anche nel prevalere di questo o quello stile
(perchè altro è lingua, altro è stile) fatti invalere fra gli scrittori
dall'autorità preponderante di questo o quello fra i nostri solenni
maestri, e specialmente nel Cinquecento dal Boccaccio e dal Petrarca.
Mi contenterò (e non voglio entrare nella prosa, solamente perchè vi
parlo di poesia) mi contenterò di due soli esempi: e uno sia nientemeno
che Dante. Non per la _Commedia_: la quale pure sappiamo oramai quanto
grande portato ella sia, propriamente del volgar fiorentino del Due e
Trecento (e le postille del Giusti al divino Poema mostrano com'egli
ne sentisse tutta l'_attualità_, di contenuto e di forma); non pel
Poema, dico, ma invece per certi Sonetti che Dante scrisse poco dopo
il 1290, e che da quanto erano, diciamolo pure, piazzaioli, non si
volevano nemmeno riconoscere per suoi; ma che pur troppo sono e suoi e
del suo parente Forese Donati (colui che poi mandò, al Purgatorio fra
i ghiotti), col quale fanno a dirsele a botta e risposta con quello
zelo che in simili casi la parentela suole ispirare. Or bene, chi
raffronti i documenti poetici di cotesta Tenzone di giovinastri con un
certo _Saggio di lingua parlata del Trecento cavato dai Libri criminali
di Lucca_ da un ingegnoso erudito vivente, vedrà che il dizionario
«schietto e paesano» del Giusti il divino Poeta lo sfoglia, pe' suoi
tempi, con abbastanza modernità. L'altro esempio è di messer Angelo
Poliziano, il poeta dell'_Orfeo_ e della _Giostra_, il principe degli
umanisti nel Rinascimento, che però fu anche il gaio rimatore delle
Canzoni a ballo e dei Rispetti. Ora io vorrei potervi leggere un paio
solamente di quelle vispe e succinte e ogni tanto sboccate poesiole,
e ne sceglierei due che si potrebbero intitolare, l'una _Il segreto
d'amore e la confessione_, e l'altra _Il galletto, la chiocciola e
la nave in porto_; e poi vorrei dimandarvi, se il Giusti, che nella
sua piuttosto scarsa erudizione è presumibile non le abbia mai lette,
avrebbe potuto ricusare all'eruditissimo fra i poeti la lode, che esso
il Giusti, in quella sua Arte poetica degli Scherzi, si arrogava a
buon diritto, di non avere «svisato i propri concetti» per l'ambizione
di «tradurre sè stesso». Vi assicuro che le gentildonne fiorentine,
leggendo a diletto in questo palazzo mediceo le strofette incantevoli
del Poliziano, non avranno avuto alcun bisogno di ritradurre.
Più altri esempi ci offrirebbero e la poesia burlesca e la comica del
Cinquecento, e nell'età di decadenza que' tali poeti con cui vedemmo
che il Giusti per le qualità sue esteriori si ricongiunge. Il Fagiuoli,
in quel suo interminabile profluvio di Capitoli slombati, ha qua e là,
a sprazzi, dei quadretti di genere, dove la lingua fiorentinissima (e
ben poco ci corre da quella d'oggi) colorisce graziosamente que' suoi
fantoccini dal vero. E il Saccenti, dipingendo, pur dal vero, la vita
di provincia degli ultimi tempi medicei; e il Pananti, la girovaga
del Poeta di Teatro ne' primi decennii del secolo; e il Guadagnoli, la
Toscanina patriarcale dell'ultimo Lorenese, e il _tran tran_ di quel
mondo che, secondo la comoda teoria del ministro Fossombroni, andava
da sè; non vengon meno, nè il Saccenti nè il Pananti nè il Guadagnoli,
— mentre il buon marchese Angiolo d'Elci seguitava tranquillamente a
scrivere le sue Satire in classico stile — non vengon meno davvero
al dizionario che sonava in bocca dei loro valdarnesi e mugellani,
e dei fedeli abbonati d'anno in anno al prezioso lunario di Sesto
Caio Baccelli. Diciamo altresì che certi dialoghetti del Sesto Caio
(il _Baccelli infreddato_, per esempio, o il _Baccelli zoppo_, o
dello stesso Guadagnoli il bozzetto villereccio di _Gosto e Mea_),
certe scenette pur dialogate del Pananti (quelle con lo zio prete, i
battibecchi dei commedianti fra loro e col poeta), se non raggiungono
l'efficacia drammatica che il Giusti infonde in quei bozzetti mirabili
delle _Istruzioni a un emissario_, della _Spia_ dopo le riforme, dei
dopopranzo di Taddeo e Veneranda, delle disperazioni della moglie di
Maso nel _Sortilegio_, son tuttavia derivazioni dalla medesima fonte
che il Giusti è poi parso aver egli disuggellata.
Se non che il Giusti fu, e doveva essere, messo sopra a quelli altri,
perchè nessuno di essi seppe o volle adoperare e temperare la lingua
del popolo toscano alle alte cose alle quali lui la indirizzava; e
nessun d'essi altresì aveva nell'anima ciò che il Giusti ci aveva, e
che espresse nelle poesie che ho chiamate sentimentali; _All'amica
lontana_, _Affetti d'una madre_, _La fiducia in Dio_, _Il sospiro
dell'anima_, _A Roberto nel 1841_, _A una giovinetta nel '43_, e in
quella stupenda, nona rima fra il '46 e il '47 a _Gino Capponi_,
dov'egli, in cospetto del rinnovamento italiano e delle speranze
magnanime, pronuncia il _non sum dignus_ d'essere il censore del suo
popolo risorto e ringiovanito. È il Giusti, che gareggiando con lo
scalpello del Bartolini, scolpisce in un verso
quasi obliando la corporea salma
l'abbandono in Dio di chi non ha più altra speranza quaggiù. È del
Giusti quella sublime espressione de' suoi ardimenti e sgomenti
d'artista:
Sdegnoso dell'error, d'error macchiato,
or mi sento co' pochi alto levato,
ora giù caddi e vaneggiai col volgo!
. . . . . . . . . . . . . . .
E anch'io quell'ardua imagine dell'arte,
che al genio è donna, e figlia è di natura,
e in parte ha forma della madre, e in parte
di più alto esemplar rende figura;
come l'amante che non si diparte
da quella che d'amor più l'assicura,
vagheggio, inteso a migliorar me stesso,
e d'innovarmi nel pudico amplesso
la trepida speranza ancor mi dura.
Sono del Giusti, o Signore, di questo poeta degli Scherzi, i versi più
belli forse ne' quali abbia mai parlato la madre al figliuolo:
Goder d'ogni mio bene
d'ogni mia contentezza il ciel ti dia;
io della vita nella dubbia via
il peso porterò delle tue pene.
Oh se per nuovo obietto
un dì t'affanna giovenil desìo,
ti risovvenga del materno affetto!
nessun mai t'amerà dell'amor mio.
E tu nel tuo dolor solo e pensoso
ricercherai la madre, e in quelle braccia
nasconderai la faccia;
nel sen che mai non cangia avrai riposo.
Di cotesta vena, che in quelli ed in altri suoi versi si effonde,
talvolta, se volete, con un certo languore lamartiniano, ma altresì
con una delicatezza d'imagini e soavità di concetti e nitidezza di
frase, che li sollevano di gran tratto dalla comune maniera di certo
romanticismo morboso; di cotesta, che è poi soprattutto vena d'affetto
gentile; non c'è quasi poesia delle sue satiriche che non ve ne trapeli
qualche stilla: in alcune poi, come nel _Sant'Ambrogio_, l'affetto è la
nota dominante. Ben a dritto si sentiva egli lieto d'avere «di carità
nell'onde temprato l'ardito ingegno, e tratto dallo sdegno il mesto
riso.»
E più che io ripenso a tuttociò, e come questo sia uno dei distintivi
nobilissimi della sua poesia, meno mi capacito, anche solamente
per questo, come «scrittore di piccola mente» potesse (dispiace
ricordarlo) potesse parere Giuseppe Giusti a Niccolò Tommasèo. E
si avverta che il Tommasèo stesso, scrivendo al Capponi, riconobbe
«elaborate e maestrevoli» le poesie del Giusti, vide in quel lavorío
i «belli e svelti panneggiamenti dell'arte»; contuttociò, gli parve
che negli sdegni e sogghigni «del poeta, il cuore non parlasse». E
pregò il Capponi ad ammonirnelo: ma il Capponi, come vedemmo, d'altro
sì l'ammonì, ma non di questo. Nè so invero chi possa, pur reverente
all'autorità del Tommasèo, consentire con lui in cotesti giudizi.
Poteva il Tommasèo trovare difetti, magari più difetti che virtù,
nelle poesie del Giusti; la stessa sorte ebbero, presso l'austero
critico, il Foscolo e il Leopardi: potevano offenderlo certe, come
egli disse, «celie profane», e metteva fra queste anche il combinarsi
alcune bizzarrie metriche, che al Giusti avean fatto comodo, con
l'innodia popolare della Chiesa. Ma «scrittori di piccola mente» e
senza espansione di cuore, erano rimasti gli altri satirici toscani,
dai quali il Giusti si staccò, come vedemmo, e si sollevò: in lui,
anche sottoposto a giudizio, non che severo, acre, è debito riconoscere
altezza di mente, finezza d'arte, potenza di sentimento; e fra i
restitutori della italianità, nel secolo che doveva finalmente veder
rivendicata l'indipendenza e l'unità d'Italia, segnare con sicura mano
il suo nome. Non faremo che sottoscrivere una sentenza di Alessandro
Manzoni.
Il nome suo di poeta. Come prosatore, è minore d'assai; e francamente
può dirsi che nelle sue prose, troppo spesso prevalga la maniera
all'ispirazione. Le hanno esaltate oltre il dovere quei teorici della
lingua parlata che dicevo poco fa. Stando ai loro criteri, si sarebbe
dovuto scriver tutti a quel modo, e concluderne che solamente dopo sei
secoli la lingua nostra avesse sciolto lo scilinguagnolo. Era un po'
forte ad ammettersi; e quel vampo scolastico ha cominciato da un pezzo
a dar giù. Io credo che il Giusti non avrebbe ambite lodi consimili,
e che sopra teorie di tal fatta ci avrebbe architettato volentieri
uno di que' suoi scherzi, coi quali ironeggiò sopra altre utopie
non più fondate di questa. Del resto, la prosa sua la martellava, e
come! Tormentava persino le lettere che scriveva agli amici; e il suo
Epistolario, anche quando il Martini e il Biagi ce lo avranno dato
genuino ed intero, seguiterà a farne testimonianza, anzi più espressa
e sensibile. Quei difetti che abbiamo sentito il Capponi rilevargli, e
che egli riconosceva, nella prosa stridono anche di più: perchè sono
difetti (come il Capponi dice) di squisitezza; e la poesia, anche
la familiare e satirica, consente alquanto più, che non la prosa,
la ricerca del non comune, nel che appunto sta (come il vocabolo
stesso significa) la squisitezza. Non è qui il caso nè il luogo: ma
se volessimo esemplificare, sia dalla prosa sia anche dai versi, si
farebbe capo le più volte ad abusi di locuzione figurata, con elementi
non sempre coerenti fra sè e col soggetto, qualche altra volta a frasi
e costrutti un po' sforzati; come pure non è lodevole certo scintillío
di concetti continuato, che finisce con l'ingenerare stanchezza e
monotonia. Tuttavia il Camerini, che fa anch'esso' quest'appunto
della squisitezza, ha altresì queste parole: «Ma quella lettera a
Drea Francioni dalle montagne pistoiesi, che finisce con la mirabile
dipintura del ballo villereccio in casa del notaro, è bella come le sue
più belle poesie.» E dice bene.