In questo il romanticismo ebbe la sua parte. Tutte quelle evocazioni
storiche uscite dalle liriche, dai poemi e dai romanzi, avevano
familiarizzato le fantasie dei nostri giovani e delle nostre donne
con quanto di più cavalleresco e di più poetico aveva il Medio Evo.
Tra quel cavalleresco medioevale e i nuovi sentimenti suscitati dai
fatti nuovi esisteva una reale affinità, una corrente di simpatie e
di impulsi, che la classica Roma non avrebbe più potuto suscitare. Noi
non guardavamo più al Campidoglio e alla Legione antica, guardavamo al
Carroccio, guardavamo ai cavalieri della Morte, che avevano giurato di
morir tutti piuttosto che permettere che l'altare del Comune benedetto
dal Vescovo cadesse in mano dello straniero. Un potente alito di poesia
cristiana correva nell'aria ed empiva i cuori.
Ma, come opera d'arte, io ve lo ripeto, la grande poesia non nacque
e forse non poteva nascere. Mancava quella temperatura ideale nè
troppo calda nè troppo fredda, che è condizione necessaria al nascere
e maturarsi della pura opera d'arte, della poesia veramente degna di
vivere nei secoli. Pensate inoltre, o Signore: il Quarantotto fu una
gran luce, ma ebbe ancora, come sapete, le sue fosche ombre. Io mi
sono astenuto da qualunque giudizio politico durante il mio discorso
e non declinerò ora da questo mio proposito, perchè voglio lasciare
intera libertà ai conferenzieri che mi succederanno di giudicare
uomini e cose; ma credo di non rendere che un omaggio alla verità
storica da tutti riconosciuta, ripetendovi che il Quarantotto, se fu
una gran luce, ebbe ancora delle ombre tristissime. Sotto tutti quei
fiori, molti rettili strisciarono.... E per non essere trascinato
dall'attraentissimo argomento, mi contenterò di ricordare una sentenza
di Massimo d'Azeglio, il quale, scrivendo al suo amico Pantaleoni,
diceva: «Credevamo di essere degli uomini e ci siamo accorti di essere
dei fanciulli.» La sentenza non potrà, io credo, essere tacciata di
severità.
E venne infatti la catastrofe, la grande catastrofe punitrice. Vennero
l'assassinio di Rossi, le sconfitte Lombarde, le discordie pazze,
le illusioni fanciullesche, i tumulti minacciosi, la fuga a Gaeta, e
finalmente Novara, la tragica Novara. Carlo Alberto, dopo avere per
un giorno intero cercato la morte sugli spaldi della fulminata città,
dovette persuadersi che, se l'onore era salvo, tutto il rimanente era
perduto! Ma pensò che egli poteva ancora rendere un grande servigio
alla sua povera Italia, togliendosi di mezzo e lasciando il figliuolo,
senza rancori e preconcetti, libero a trattare col vincitore i patti
della triste resa.
Poi seguì un periodo che per sè stesso potrebbe essere argomento di
un lungo discorso. Il giovane Re sorgeva appena sul trono, e d'ogni
intorno era circondato da insidie, da accuse, da bieche discordie, da
diffidenze innominabili. Ebbene, o Signore, appena comincia l'epoca
dei tristi ricordi, ecco che la poesia, come vera e grande opera
d'arte, accenna a rifiorire. Giovanni Prati, che è stato mediocre
nel canzoniere di Carlo Alberto, diventa il poeta sacro dell'anima
italiana quando intuona una solenne e melanconica melodia all'arrivo
delle sue fredde spoglie dalla terra dell'esilio, dove il Re magnanimo
era andato a morire. Comincia, o Signore, la divina ispirazione delle
memorie! Il poeta, rivolgendo uno sguardo indietro, trova accordi
inusitati e crea una visione che è una delle più potenti, non dubito di
affermarlo, che abbiano mai lampeggiato a fantasia di poeta italiano.
Tutta la _Trenodia pel ritorno delle ceneri di Carlo Alberto_ è un
misto di palinodie dolenti e di speranze generose, di rimproveri ai
popoli, di rimproveri ai Principi. Per un momento il poeta accenna a
voler riunire gli uni e gli altri in un sentimento profondo di pietà
e di commiserazione scambievoli, quasi col proposito di riprendere
insieme, ammaestrati dai comuni errori, la via aspra e gloriosa. Ma
poi, avvertito da un istinto infallibile che lo spinge a fissare gli
occhi nell'avvenire, Giovanni Prati volge la sua ultima parola al
giovane Re del Piemonte. E anche questa parola, sussurrata all'orecchio
del Monarca, in mezzo a tante insidie, a tanta diffidenza, a tanti
maliaugurî, che, come sinistri augelli, allora svolazzavano intorno
al trono, anche questa parola è improntata di un profondo carattere di
poesia: poichè è la poesia della speranza!
Vittorio, Vittorio! Tu giovane Anteo,
Per questa dolente nel fiero torneo,
Tu l'ultima lancia sei nato a spezzar!
. . . . . . . . . . . . . .
La croce sabauda, che ornò sette troni,
Dinanzi alla furia de' tuoi battaglioni,
Raggiando sull'armi l'antico splendor,
Segnal di vittoria per gli occhi dei forti,
Segnal d'allegrezza per l'ossa dei morti,
Verrà benedetta sull'Adige ancor!
Ed ecco che la poesia italiana, la quale nell'orgasmo e nello stupore
dei grandi avvenimenti non aveva trovato la parola sua, ecco che
la trova nei giorni memori dello sconforto; e fa essa rifiorire la
speranza! Quasi per dare una nuova conferma a quella sentenza di
Federigo Schiller: che le cose di quaggiù, hanno bisogno di morire
nella realtà, per rivivere e rifulgere immortalmente nell'ideale
dell'arte....