Il popolo sorto a quel nuovo grido, abbacinato da tutta
quell'improvvisa luce, entrò in un entusiasmo indicibile e in una
specie di festività permanente. Se voi volete avere una qualche idea
di tutta quella gioia inondante i cuori, io vi consiglio di non leggere
gli storici liberali. Leggete invece il padre Bresciani, il quale, pure
cospargendo di tante menzogne e di tante calunnie l'opera del partito
liberale in Italia, narrò nell'Ebreo di Verona e con altri racconti i
fatti del '48, non negandoli, anzi descrivendo quelle feste, quella
gioia traboccante dai cuori, quella festività inenarrabile coi più
vividi colori. E con arguzia maligna le intitolava «la luna di miele.»
Quando noi a tanta distanza di tempo con la fantasia cerchiamo di
ricomporre quel quadro incomparabile, ci immaginiamo, da un capo
all'altro della penisola, popolazioni che sorgono acclamando. Vediamo
da per tutto feste e luminarie e fanfare, e nella folla uomini coi
capelli lunghi, vestiti all'italiana, che declamano, che strepitano,
che imprecano, che piangono, tanta è la piena dei loro affetti; e
donne belle, vestite dei colori nazionali, che agitano fazzoletti
bianchi e gialli affacciandosi alle finestre e a' balconi a gettar
fiori, fiori, fiori, sopra i volontari che passano giù per le strade,
acclamanti ed acclamati, con la rossa croce sul petto. Essi vanno nei
campi lombardi ad affrontare la morte per la cara patria. E sopra tutte
le acclamazioni e tutte le grida, un grido altissimo quasi venuto dal
cielo: — Italia libera, Dio lo vuole! — Tutto questo è certamente
argomento di poesia. Che cosa avrebbe da fare la poesia in questo
mondo, se non dovesse ispirarsi in questi momenti di ebbrezza e di
beatitudine negli individui e nei popoli? Quindi viene spontaneo il
domandare: Che parte ebbe la poesia in tutto questo moto?
È curioso che uno storico papalino della più bell'acqua, Giuseppe
Spada, raccontando, alla sua maniera, i fatti di Roma del '48, verso
la fine del suo terzo volume, risalendo dalle tristi catastrofi al
ricordo dei primi entusiasmi per Pio IX, cita lo Sterbini, il Guerrini,
il Masi, il Meucci, tutti e quattro poeti, i quali «accendevano gli
spiriti col genio dei loro versi.» E aggiunge che, quantunque essi
non fossero che quattro giovani poeti, pesarono sugli eventi più
che quattro generali d'armata. «Ciò serva di avviso ai reggitori dei
popoli (conclude il nostro bravo storico) per stare in guardia sopra i
coltivatori di un dono tanto mirabile ma tanto pericoloso alla pubblica
quiete.» La polizia dunque era avvisata.
Povero genio! lo potrei leggervi, o Signore, alcune strofe di questi
quattro geni e specialmente dello Sterbini che mi pare il migliore
della brigata; ma non lo farò per non togliervi le illusioni, se mai ne
aveste!
La verità è che il '48 non ebbe grandi poeti. Il Peretti, il
Dall'Ongaro, il Montanelli, il Mercantini non si elevarono mai, anche
nei loro momenti più felici, dalla «aurea» mediocrità. Quando la nostra
mente misura l'intervallo enorme che corre fra il valore dei loro
versi e l'importanza degli avvenimenti che intendono di celebrare,
si rimane proprio costernati. Lo stesso Tommaso Grossi, il cantore
inspirato di _Ildegonda_ e dei _Lombardi alla prima crociata_, quando
scosso dai grandi fatti di Milano, le Cinque gloriose Giornate, vuole
in un inno riecheggiare tanta costanza e tanto eroismo di popolo,
compone delle strofe fredde, meditate, quasi lambiccate; e proviamo
una vera pena domandandoci come mai un uomo di tanto ingegno non
abbia subito compresa la grande disparità che era fra il tema del suo
canto e la forma poetica che egli aveva miseramente potuto conquistare
nella laboriosa concitazione del suo estro ribelle. A Firenze intanto
Giambattista Niccolini viveva come un iroso appartato. Egli non
aveva creduto mai al «miracolo di Papa.» Tutto quel gran contrasto
tra le sue opinioni e i fatti, fra il suo sentire e quello dei più
cari amici suoi, così fortemente lo scosse, che quasi la sua ragione
si smarrì. Giuseppe Giusti nel '48 fu un misto di soddisfatto e di
sfaccendato. Per una parte il suo spirito troppo fondendosi con lo
spirito pubblico, si neutralizzò e quasi si volatizzò. Quindi il suo
estro per natura acre e penetrante e battagliero, dovette adattarsi
a cantare affettuosamente la parola del perdono e della fratellanza,
volgendosi al granduca Leopoldo II; poi si limitò a punzecchiare un
poco a destra e sinistra, raccontando i dialoghi di Ventola e di Vespa.
Mancava insomma il naturale obiettivo alla sua Musa. Quando tutti
sorridevano, a che il pungolo acerbo? a che l'ombra del sarcasmo?
perchè (come scriveva ad un amico) continuare a sonare a morto, quando
tutti suonavano a festa?.... Giovanni Prati e Goffredo Mameli, ecco
due figure di poeti che vengono subito in mente pensando alle grandi
ispirazioni poetiche di quell'epoca. Ma anche qui la disparità non
scema o scema ben di poco. Giovanni Prati non ebbe momenti felici nel
'48. Li avrà poi. Nel '48 anch'egli, sopraffatto dalla grandezza degli
avvenimenti, è come uno strumento che si sforza a vibrare in tutte le
sue corde, ma il gran motivo epico non esce da quello strumento. Di
Goffredo Mameli troppo si è parlato, troppo si è voluto esaltare. Io
credo che la sua più bella lirica fu di morire eroicamente ai piedi
del Gianicolo. Giosuè Carducci, analizzando il famoso inno «Fratelli
d'Italia» arrivato alla strofa:
Dov'è la vittoria?
Le porge la chioma,
Chè schiava di Roma
Iddio la creò,
o io molto m'inganno, o il nostro Giosuè si batte anch'egli i fianchi
per generare in sè stesso una larva di entusiasmo; ma poi è costretto
a convenire che, per una parte, Goffredo Mameli rappresentava troppo
la decadente evoluzione del romanticismo e d'altra parte che tutto
quel virgiliano o quel claudianesco della interrogazione lirica sopra
citata contrastava troppo miseramente colla esiguità de fatti d'arme
contemporanei. Onde anche egli è tratto a concludere che la grande
poesia di questo giovane eroico fu nella sua breve vita e nella morte
generosa per la libertà. Così mostra di intenderlo anche Giuseppe
Mazzini, e così ce lo descrive, fino a commuoverci nell'intimo del
cuore, in un'ammirabile pagina della sua prosa.