CAPITOLO QUINTO.

Era sereno il ciel, splendea la luna

Ridente a mezzo della sua carriera;

Nessun fragor s'udia, voce nessuna:

Sol quella universal quiete intera

D'improvviso venia rotta talvolta

Dal grido dell'allarme d'una scolta.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dall'alto spaldo del veron qual era

Grande della persona ed aiutante

Al lunar raggio discopríala intera

Il desioso sguardo dell'amante.

GROSSI, _Ildegonda_, P. 1.º

La più alta e maestosa torre del Castello di Musso quella si era che

sorgeva nel Forte di Gian Giacomo, posto, come dicemmo, nella parte più

eminente di esso; elevata dominatrice di tutte le merlate mura

dell'acclive Fortezza, potevasi propriamente ad essa sola applicare il

nome di vedetta del lago. Le mura de' suoi fianchi e le quadrate pietre

che ne munivano gli angoli, allora recentemente eretti, non erano stati

per anco imbruniti dalla mano del tempo, nè miravansi dal musco e dai

serpeggiamenti dell'edera rivestiti; onde quella torre giganteggiava

alla vista del lontano riguardante, ben distinta pel suo colore rosso

cupo e staccata dal bigio sasso del monte che le stava di schiena; il

vessillo Mediceo che le sventolava alla cima scorto dalle acque e dagli

erti vertici dei monti più discosti, appariva formidabile e minaccevole

insegna. Così negli adusti piani del Nilo una tenda che s'innalza alla

sommità di colossale granito indica da lungi alle moresche carovane

l'asilo dell'errante Beduino terrore del deserto.

Il baluardo del Forte Gian Giacomo stava congiunto ad essa torre per

oltre un terzo di sua altezza; e quivi vedevasi nella torre praticata

un'angusta porta, a forma d'un foro quadrato, da cui s'aveva accesso al

bastione medesimo. Presso la torre esisteva nel baluardo una casamatta,

ossia andito interno, in cui si scendeva per ristretta ed oscura scala

esattamente coperta, dalla quale pervenivasi alle stanze del Castellano

che aveva fatta costruire quella secreta comunicazione colle mura a fine

d'avere una uscita incognita dal proprio alloggiamento per recarsi

imprevedutamente ad invigilare il Castello, e nei tempi d'assedio

sorprendere all'improvviso le guardie del vallo per costringerle a

continua gelosa custodia del posto affidato.

Per far coperchio alla scala della casamatta s'era costrutta una

picciola vôlta con una rotonda apertura chiusa da grossa tavola, su cui

essendosi postata terra ed erba, pareva un naturale rialzo del suolo

cagionato da una larga pietra ivi sepolta; e siccome tal rialzo

trovavasi tra il muro della torre e le ferritoie del baluardo, porgeva

un comodo sedile a chi inosservato avesse voluto contemplare il castello

o il vastissimo prospetto d'intorno. La veduta che di là si presentava,

era, per vero dire, incantevole, ed offriva un ampio svariato quadro di

grandioso aspetto e di energiche tinte tutte d'un particolare e

pronunciato carattere, in somma armonia coi sentimenti vigorosi e

profondi, sebbene rozzi, degli uomini di quella età, a noi in certo modo

rappresentati ancora dalle impressioni che ci lasciano il racconto degli

avvenimenti e la vista degli edificii, e di presso che tutte le opere

d'arte e d'ingegno di quell'epoca a noi pervenute.

Lo sguardo da quella sommità scendendo d'una in altra delle turrite

Rocche del Castello perveniva al piano del lago, le cui acque

stendevansi alla vista per circa trenta miglia di lungo, ed ove quattro,

ove sei in larghezza, riflettendo come vasto specchio la vôlta del

cielo, e capovolti li paesetti della sponda e le montagne di cui si

spianano al piede. Mirando dal baluardo al di là del lago, vedevansi di

fronte i due monti Legnoni, immani fratelli che s'innalzano a piramide,

il maggiore de' quali mostra il capo presso che sempre cinto da una

corona di nubi: sui loro gioghi aspri e selvosi abitati dagli orsi

scorgevansi le solitarie chiesette di Santa Elisabetta e di San Siro. Al

loro destro fianco penetrava la vista pel pian di Colico nella bassa

parte della Valtellina rigata dall'Adda, fiume che s'ha l'aspetto di

lucida striscia che mette capo nel lago. Nel settentrione a ridosso di

cento culmini di monti minori conformati a scaglioni torreggiavano

all'occhio le dirupate creste delle Alpi perpetuamente biancheggianti di

neve, le quali come un candido muro sembrano invano quivi sorgere

insuperabili. Abbassando lo sguardo a sinistra vedevasi il piano di

Domaso protendersi verdeggiante nel lago, separato per un golfo da

quello di Gravedona, che interciso da seni e da torrenti, fra cui

primeggia l'Albano, si stende sino a Dongo, la terra più prossima da

quel lato al Castello, sui tetti dei cui casolari miravasi da questo

quasi a piombo guardando pel pendío mancino. Dalle spalle presentavasi

immediatamente il sasso della rupe, e l'occhio dal fondo del taglio che

ne disgiungeva quel Forte sino alla punta detta della Croce, che ne era

il ciglione, non aveva che l'aspetto della nuda cinericcia balza. Presso

il lago da destra mostravasi la popolosa Musso coi molti suoi

fabbricati, tra cui spiccavano le chiese, i conventi, la zecca,

l'arsenale, e le torri che munivano il ponte sul Carlazzo. Nel colle ad

essa superiore vedevansi Croda, Terza, Campagnano, sparse fra altre

picciole Terre, e più sull'alto nel monte distinguevansi la Bocca di

San-Bernardo e le punte di Palù. Lasciando poscia scorrere la vista su

quella costiera di mezzodì, miravasi il suo lembo variamente

frastagliato dalle acque, ed i poggi e i valloni ricchi di selve,

d'ulivi e di verdi pascoli succedersi gradatamente sin là ove si

nascondevano all'occhio dietro il dosso del monte che s'avanza formando

la punta di Rezzonico, del di cui antico e già potente Castello le torri

e le mura distintamente apparivano.

Di là lo sguardo balzava al lontano colle di Bellagio, che posto

all'estremità della Valle-Assina forma capo a due laghi: la tinta aerea

di quel promontorio bene ne indicava la distanza, che andava sempre

crescendo se spingevasi l'occhio pel lago di Lecco, alla cui destra

distinguevansi tra i monti le sommità di quello di Canzo, che hanno

sembianza di corna, ed alla sinistra la giallo-rossiccia Grinta di

Mandello tutta nuda e scoscesa montagna. Compiendo il gran cerchio,

ritornando coll'occhio ai Legnoni, si scorgeva tutta l'opposta sponda

dritta e bruna per balze selvose: e vedevansi in essa Varenna, prossimo

a cui da misteriosa grotta scaturisce il fiume Latte, Bellano, Dervio

che s'alza su un largo verdeggiante piano generato dall'impetuoso

Varrone, e finalmente Corenno, sulla torre della cui Rocca stava pure

inalberata la Medicea bandiera.

Toltosi alle brighe soldatesche, al favellare importuno de' suoi

compagni d'armi, Gabriele, solitario e pensoso s'aggirava sul finir del

giorno pei porticati ed i cortili del Castello sperando trovare nelle

illusioni dell'immaginativa la calma a quel tenero e doloroso pensiero

che costantemente il martellava e da cui aveva in vano sperato sollievo

nelle distrazioni dei consueti esercizii. Venuto nel Forte Gian Giacomo,

e giunto a piè della torre, pensò salire sul baluardo per sottrarsi vie

meglio alle ricerche, alle noiose inchieste dei capitani ed agli sguardi

d'ognuno: asceso a lenti passi la spirale scalea della torre, entrò

curvandosi per l'andito aperto nello spessore del muro ch'era la

picciola quadrata porta, e spingendo la ruvida imposta che la chiudeva,

uscì sul baluardo, dove andò tosto ad assidersi sul rialzo della

casamatta d'appresso alle feritoie. Il vasto magnifico prospetto che di

là dispiegossi ai suoi sguardi, occupò per un istante tutto il suo

spirito, attenuandovi l'assidua presenza di quell'immagine che mai

noll'abbandonava, e gli infuse in cuore un trasporto, un aumento di

vigore e di vita che le grandi scene della Natura non tralasciano mai di

produrre in un'anima appassionata che serba intatta e pura la vivida

tempra di giovinezza.

Il colore roseo ardente di cui si riveste il cielo negli estivi tramonti

splendeva quel giorno di tutta nitidezza e sfulgore essendo l'aria d'un

purissimo sereno. I monti e le valli di quel circolo spazioso dipinti da

un'aurea porporina luce riflessa nelle acque, fulgide esse pure come la

vôlta del cielo, s'avevano un così vago, un non so quale incantevole

aspetto, che traeva a mirarli con sentimento di gioia e di secreta

riconoscenza, quasi si sentisse che una mano creatrice e benefica avesse

preparato quel quadro sublime onde offrirlo a diletto dello sguardo

dell'uomo. L'occhio di Gabriele vagava dai monti alle acque, da queste

al cielo, e l'anima sua era compresa a quella vista da una piena e

indefinibile delizia.

Ma quella lucentezza dell'aria, quel lusso di raggi brillanti e di

colori pari in ciò ai contenti della vita, s'andava rapidamente

attenuando; e mano mano che le ombre dei monti vicini si estendevano,

che offuscavansi i lontani, che la porpora del cielo tramutavasi morendo

in un bruno cilestre, nel cuore di Gabriele svaniva quel senso di

felicità di cui era stato per varii istanti penetrato, e vi tornava a

risorgere più vibrato e affannoso il primitivo pensiero. Allorquando

intera oscurità coverse le montagne e i colli, ed abbrunissi il lago, nè

altro apparve distinto in nere forme a' suoi occhi che le mura e le

torri della sottoposta Fortezza, vi lasciò cadere mesto uno sguardo,

indi piegò addolorato il capo tra le palme e sospirando tutto s'ingolfò

ne' proprii pensamenti.

Nessun moto del cuore è sì espansivo, nessuno impelle sì forte l'anima a

diffondersi quanto quello dell'ammirazione che nasce alla vista del

bello profondamente sentito. Lo spirito invaso da una ideale armonia si

desta spontaneo ad un inno di gioia, che a molti è dato internamente

sentire, al solo genio concesso l'esprimere; guai però se nell'ebbrezza

dell'animo commosso s'affronta la convinzione che in niun petto un cuore

è partecipe alle vibrazioni del nostro, che muto all'altrui mente è il

nostro tripudio, e si esala e svanisce inconsiderato come una voce

melodiosa nella solitudine! allora il senso d'un cupo isolamento ricade

su di noi, ci tormenta, ci opprime, e non v'ha refrigerio allo spirito

se non nell'incontrare la traccia d'un oggetto cui sia cara la nostra

sorte, ed a cui tutto riferire quanto v'è di prezioso nella nostra

esistenza.

Tale era stato il giro delle idee di Gabriele, e quando chinata la testa

rimase immobile nella massima concentrazione, era pervenuto appunto

all'investigare se quell'oggetto a cui unicamente teneva rivolto il

pensiero, quello da cui solo bramava un ritorno d'affetti, quello che

aveva per lui dato un prezzo pria ignoto alla vita, e che stimava unica

e straordinaria fra le creature, sentisse per lui verace e fervoroso

interessamento. Nuovo però ed inesperto com'era nei nodi d'amore,

passava colla fantasia per cento chimere, senza saper trovare ove

potesse posarsi per dedurre con fiducia una speranza, ma pure incalzato

dal bisogno di dare a se stesso una positiva risposta:

"Chi son io per lei? (diceva tristamente tra se stesso) Come posso

credere d'averle cagionato ciò ch'ella produsse in me, se quello che io

provo non fummi destato mai da altra persona fuorchè da lei sola? Dunque

ella sola può operare sì maraviglioso prodigio: sperare d'aver causato

in lei un simigliante effetto sarebbe una vanità sconsigliata. Quante

donne non vidi, quante non mi guardarono? Eppure chi mai fu a' miei

occhi che pareggiasse costei, questa semplice montanina di celeste

sembiante, che certo gli angeli del paradiso non ponno averne un più

dolce e leggiadro? E le sue pupille! oh ch'io non vi pensi! un tremito,

un ardore mi scorre dalla testa ai piedi se mi rammento i suoi occhi.

Qual forza irresistibile sta in essi! che sia una malía, una potenza

sovrumana per consumare la vita di chi li affisa? No che sì stupenda

bellezza, una tale soavissima fiamma, non può essere l'opera d'arti

infernali? e se ben anco fosse un incanto, vi struggerei volenteroso

tutti i miei giorni. Ah con qual forza io sento che vorrei essere

davanti al suo pensiero così come essa lo è incessantemente al mio e

vorrei ch'ella sapesse quanto io provo per lei, quanto desio mi arde di

mirarla, di vagheggiarla, di pendere da null'altro che da' suoi sguardi,

dalle sue parole! Oh s'io vivessi sempre nella sua capanna, se la

seguissi pe' suoi monti, mi stassi ognora al suo fianco... se le

esprimessi... e se ella.. cielo!... qual gioia!"--Fu sì forte la sua

esaltazione a tal pensiero e il suo immaginare sì vivo, che invaso da un

trasporto d'amore, balzò in piedi quasi se Rina gli stesse realmente

d'accanto: ma ritornato in se ad un tratto lasciò cadere rattristito le

braccia, e s'assise meditabondo di nuovo.

Trasparente, leggiero come il velo d'un aereo spirto una nuvoletta che

s'andava argentando, annunziò il sorgere della luna, che, senza

ecclissare alcuno degli astri, in mezzo ad una sfera di pallida luce

spuntò col falcato disco sul nero ciglione degli opposti monti. Gabriele

mirò quel candido lume del cielo con occhio di tenerezza, quasi fosse

sorto ad arrecargli conforto e speranza, ed a lenire l'ardore che

l'infiammava colla soavità del suo mite splendore; ma poco stette che

anche quella luce gli parlò al cuore di Rina, e "No, esclamò con

affanno, no, io non vedrolla forse mai più:, e se pur la vedessi, come

mai farla mia? Il vorrebbe Gian Giacomo, l'assentirebbero gli altri

parenti miei? Ebbene, se, essi si oppongono a tale mia brama, che mi

veggano ben tosto morire. O Rina, o morte. Ecco il voto ch'io pronuncio

invocando i santi del cielo, di cui voi, o lucenti pianeti, adornate la

soglia. Sì, lo ripeto: o Rina o morte: e questo mio voto fia sacro come

se il pronunciassi innanzi al più miracoloso degli altari".

Come avviene egli mai che l'amore, il quale dir si può l'eccesso della

vita, faccia volgere sì agevolmente lo spirito all'idea del morire? Come

mai l'anima, anzichè venire atterrita dall'idea del passaggio dal più

profondo sentire all'assoluta quiete della tomba, la sospira e la brama?

Noi non osiamo investigarne la causa, ma qualunque essa sia, fatto è che

Gabriele fu condotto rapidamente dalla propria fantasia ad abbracciare

come rimedio estremo all'amor suo, se stato fosse sventurato, la morte,

e proferendone il voto, sentissi ringagliardire, e fatto maggior di se

stesso, aumentarsi in petto la speme.

Dopo avere così lungamente vaneggiato in amorosi delirii ora piegando a

placidi consigli, ora ad estremi rimedii avvisando, guardò la luna che

salita a mezzo il cielo annunziava essere già inoltrata la notte, e

pensò di là discendere per ritrarsi in sua stanza a riposo, onde,

alzatosi, entrò nella porta quadrata della torre per calare da essa al

basso; Nel momento però che stava per porre il piede sul primo gradino,

udì al fondo della scala lieve rumore di pedate ascendenti, e travide un

lucore debolissimo come di lanterna Coperta da mano o da altro

impedimento. Egli non potendo scorgere chi fosse che su venisse perchè

nel rimanente quell'interno della torre era oscurissimo, non vedendovisi

che alle sommità un barlume di luna che penetrava da ristrette fenditure

del muro, retrocesse di nuovo sul baluardo onde evitare uno scontro con

chi saliva fra quelle tenebre, che dar potesse luogo a sospetto o ad

allarme, poichè suppose si fossero soldati che salissero a far la scôlta

sul bastione medesimo. Retrocesso che si fu per ischivare eziandio di

mostrarsi improvvisamente al loro uscire dalla torre, si ritrasse a

qualche distanza di là, e oltrepassando il rialzo che copriva la

casamatta, ed ove era stato pria seduto, si pose ad una diecina di passi

lontano appoggiandosi ai merli che guarnivano il muro in vista d'uomo

che stesse quivi oziando a rinfrescarsi all'aria notturna.

Le pedate s'andavano facendo più distinte e indicavano al rumore

d'essere di più persone, l'una delle quali apparve al fine sul limitare

della quadrata apertura: era quegli che recava la lanterna. Porse in

avanti il capo pria di mettersi fuori del tutto, e portando la lanterna

all'altezza del volto spiò d'intorno con sospetto; ma non s'accorgendo

di Gabriele, uscì francamente dalla torre. Appena ebbe posto piede sul

baluardo, e venne rischiarato per intero dal chiaro della luna che quivi

batteva, Gabriele mirandolo attentamente s'avvide con istupore al suo

vestimento che non era un soldato, nè altro uomo del Castello a lui

noto: a tal vista immediatamente appiattossi traendosi tutto entro

l'ombra fitta del rialzo merlato onde attendere e scoprire a che e con

chi fosse quivi venuto quello straniero. Questo chiuse la lanterna di

maniera che non mandava affatto più lume, la posò al suolo e si rivolse

poscia alla porticella della torre accennando colla mano agli altri che

s'avanzassero: ne comparve uno ben tosto ed uscì traendo per mano un

altro che era pur tenuto da un terzo.

Guardinghi e cauti si fecero avanti anche questi appressandosi al primo;

e quale non fu la sorpresa di Gabriele riconoscendo nella persona che

stava di mezzo agli ultimi venuti, il Cancelliere Maestro Lucio

Tanaglia: volea levarsi, farsi palese, e chiedere ad esso lui, come e

perchè fosse salito a quell'ora insolita sulla muraglia, e di qual parte

venissero quegli uomini che seco erano; ma quatto ristette senza

moversi, udendo in tal punto lo stesso Tanaglia pronunciare tremando a

mezza voce queste parole: _Benedetta gente, perchè trattare così con un

galantuomo... con un vostro Milanese... con uno che cercava di farvi del

bene...--Taci_, dissero ad una voce, ma pianissimo, quei tre--_Ma

signore Iddio_, riprese Maestro Lucio un po' più forte, _voi volete

veramente...--Zitto, o mori_: ripeterono gli altri più piano alzando tre

pugnali. Maestro Lucio si contorse e tacque. Quello ch'era salito

innanzi agli altri, s'accostò al rialzo della casamatta, vi si mise

carpone d'appresso, e andò tastando e percuotendo leggermente il terreno

tutto d'intorno col pomo dello stile sinchè sentì rimbombarsi di sotto

un suono di cavità. _È questa l'entrata della scala secreta?_ chiese

allora con bassi accenti rivolto a Maestro Lucio; ma desso parve non

intenderlo e continuò a tacere: i due che gli stavano a fianco,

squassandolo per le braccia, gli dissero all'orecchio: _Rispondi.--Io

non so niente_, esclamò con voce alta Tanaglia:--_Piano: rispondi, o

mori_; e gli appuntarono i pugnali alla gola: _Oh povero di me, cosa

volete ch'io sappia? ahi... ahi... è quella... è quella...--Silenzio e

queto_: disse l'uno serrandolo più strettamente pel braccio ed

abbassando il pugnale, e l'altro l'abbandonò e si mise a terra presso il

primo. Sgrettolando il suolo e puntando insieme col ferro degli stili ed

una squarcina che s'avevano, sospendendo il lavoro quando udivano il

legno scricchiolare troppo forte, giunsero a scassinare una tavola, e

levandola, vedendovi sotto un vano tondo e nero come di pozzo: _Ci

siamo_, dissero tra loro; e l'uno, alzatosi, riprese la lanterna, e

scoprendone il lume, si mise in ginocchio presso quel buco, e ve la

internò spingendovi la testa: _Ih ih_, disse al compagno, _che scala

lunga? non vi si vede il fondo: ma tanto fa: tu scenderai pel primo,

dietro a te Tanaglia, poi ci verrò io, che ci terrò la punta alla pelle

per farlo parlare: esso ci deve additare i passaggi e la porta: se

questa è aperta, entra, e, ricordati, colpo alla testa perchè potrebbe

essersi coricato col giacco di maglia; se è chiusa, il Cancelliere

gliela farà aprire, e allora l'assaliremo in due: Gorano starà intanto

qui sopra a guardia per tenere libera l'uscita di questa scala: presto

all'opera che il tempo c'incalza._ Appena ebbe desso ciò detto, si

rialzò, fece accostare il compagno che teneva afferrato Maestro Lucio,

il quale continuava a fare strani motti col capo, e mentre l'altro si

calava a mezza persona giù pe' gradini della scala della casamatta,

ridestò il lucignolo della lanterna, il cui chiarore languiva e stava

appunto per consegnarla al primo già disceso, quando Gabriele, che dal

luogo ove stava nascosto, aveva perfettamente veduto ed udito ogni cosa,

non dubitando che l'intrapresa di quei tre fosse diretta all'assassinio

del fratello Gian Giacomo, acciecato dallo sdegno, nè potendosi più

oltre frenare, non badando a periglio, tratta rapidamente la spada,

scagliossi come folgore addosso a loro gridando a tutta gola:

"Traditori, siete morti".

Il primo ch'esso investì fu quello che ratteneva il Cancelliere, e il

trapassò sì giusto col ferro, che cadde morto di piombo. Balzò tosto

contro il secondo, che, esterrefatto a quell'assalto improvviso,

indietreggiò d'un passo, lasciandosi cadere ai piedi la lanterna che si

spense: Gabriele nello stesso istante aveva mirato un colpo a quegli che

era calato giù colla metà del corpo nel pertugio, ma gli andò fallito a

causa dell'abbagliamento che gli produsse alla vista la lanterna nel

cadere, nè ebbe campo di misurargli il secondo, perchè l'altro ch'era in

piedi al di fuori, gli si gettò alla persona furibondo col pugnale nella

sinistra e la squarcina nella destra: Gabriele difendevasi da costui

valorosamente, anzi l'andava incalzando, ma l'altro, che s'era tratto

fuori dalla casamatta, gli si precipitò di fianco, per il che a lui

rimase tempo appena ruotando la spada con una velocità ed una forza

incredibile di riparare gli opposti colpi che gli venivano tirati da

fianco, e dovette rinculando appoggiarsi di schiena al muro della torre,

ove all'incerto lume della luna ribatteva i disperati assalti di que'

furiosi che vedevano non esservi per loro altro scampo che

nell'ucciderlo.

Nel frattempo Maestro Lucio, che appena s'era sentito sciolto il

braccio, senza pur guardare da che lato venisse il soccorso, s'era dato

a gambe pel baluardo, andava gridando a tutto potere: "Ai nemici... Al

tradimento... Agli assassini"; le voci clamorose di lui, quella di

Gabriele, il suono dei ferri che si percotevano, destarono le guardie

del Forte, che abituate da qualche mese in quella elevata parte del

castello ad una inalterata notturna quiete, non vigilavano col dovuto

rigore ai loro posti, nè ponevano le ordinanze ad esatta fazione: in un

momento si sparse l'allarme, i tamburi sonarono a stormo, e gli uomini

d'armi ed i Capitani accorsero in folla nel cortile. Primo fra questi fu

il Pellicione che, discinto e coi capegli scarmigliati, balzato dal

letto, discese impugnando la sua lunga spada, ed a capo d'un drappello

di guardie munite di fiaccole e d'archibugi salì rapidamente per la

scala della torre al baluardo. Vi ascesero ben tosto da diverse parti

anche Alvarez Carazon, Sarbelloni e il Bologna con molti altri soldati

provveduti di lumi e d'armi. In pochi istanti si videro sbucciare dalla

torre le guardie, e venire gli altri uomini accorrendo colle fiaccole,

distendendosi in lunga fila per le mura. L'uno dei due che stava

combattendo con Gabriele, allorchè udì accorrere uomini, gettò il ferro

e corse per scagliarsi dall'alto della muraglia, ma balzato in quel

mentre fuori dalla torre il Pellicione, il raggiunse gridando "Per la

spada di san Michele, prendi questa" e con un colpo d'impugnatura nelle

tempia il fece precipitare al suolo tramortito e grondante di sangue;

l'altro, più fiero e vigoroso, benchè circondato da gran numero di

uomini d'armi, si difese disperatamente, sino a che vedendosi

accerchiato e stretto da ogni parte, ed accorgendosi di non potere più a

lungo resistere, si mirò al cuore una pugnalata; ma preso in alto il suo

braccio, venne distolto il colpo, e cento mani che gli caddero addosso

lo strascinarono a terra, da dove in vano tentò si dibattendo di

sollevarsi.

Intanto da tutti gli spaldi s'era accuratamente guardato se vi fossero

nemici sotto le mura o nei luoghi e pei monti vicini, s'era osservato se

vi stessero scale od insidie presso il Castello, ma non s'era veduto

ombra d'uomo: tutto era tranquillo, nè udivasi quasi un movere di

foglia. Fatte per ciò ricollocare le guardie ai primi posti, i Capitani

s'affrettarono parte intorno al Cancelliere, e parte presso Gabriele

onde udire come mai fosse nato quell'avvenimento. Ma Maestro Tanaglia,

pallido, tremante e contraffatto, piegando il capo alternativamente ed

allargando le braccia, non sapeva altro dire con affannosa voce se non

che "Le capitano a me... sono pure un uomo sfortunato!... tre Milanesi

costringermi a forza ad essere complice in un fatto simile!... a

rischio... oh! ma, mi credano, io sono innocente... povero Tanaglia!

povero Tanaglia!" Gabriele all'incontro, non agitato ed alterato se non

quanto l'ira e la foga del sostenuto combattimento necessariamente il

volevano, appoggiato alla propria spada, narrò succintamente tutto

l'occorso, dicendo però d'ignorare affatto, come era il vero, chi si

fossero quei tre, come penetrati nel Castello, e in qual modo colà

venuti. I Capitani rimasero maravigliati e confusi a quella narrazione

al pari di lui. Il Pellicione comandò ad alcuni soldati che prendessero

sulle spalle quell'ucciso e quello che giaceva tramortito, e giù se li

portassero dal baluardo recandoli nella sala della _Quistione_, che era

dove si giudicavano dal Castellano tutti i rei di gravi delitti, ed

ordinò che quivi pure si conducesse quel terzo preso vivo e sano. Così

fu fatto. In un momento venne sgombrato il baluardo, spente le fiaccole,

mandato ordine alle Rocche ed al Porto, ove quel rumore nato nel Forte

aveva eccitato un generale movimento, che tutti si rimanessero ai loro

posti in quiete, ed ogni cosa venne racquetata come era da prima.

Gian Giacomo, al battere de' tamburi sorto dalle coltri, s'era armato

prontamente, e saputo da' suoi sergenti essere causa di quella chiamata

all'armi alcune grida uditesi alle mura, accorreva quivi anch'esso

unitamente ad Agosto suo fratello, a Volfango, al Borserio, al Mandello

venuti tostamente intorno a lui; ma giunto appena a metà del cortile,

s'incontrò nel Pellicione, in Gabriele e ne' soldati che discendevano

recando due uomini a spalla, e tenendone strettamente afferrato un altro

di feroce cipiglio, e coi panni lacerati e sanguinosi. Subito che ebbe

udito in brevi parole l'accaduto, fu preso tosto da forte sospetto che

quello fosse stato l'esito d'una trama de' suoi nemici, e divenne cupido

oltre modo di scoprire in ogni parte l'arcano per trarne alta vendetta.

S'avviò quindi alla sala della _Quistione_ ove entrarono i principali

Capitani, Gabriele e Maestro Lucio, essendone rimandati i soldati con

ordine di tenere secreto quel fatto e vigilare attentamente alle scolte.

Pria che s'incominciasse il giudizio, vennero quivi sej robusti sgherri,

sbracciati e pronti ad eseguire ad ogni cenno quegli atti atroci che

costituivano parte integrante della penale giustizia di que' tempi, non

solo ne' castelli de' feudatarii e de' piccioli Signori, o piuttosto

tiranni di terre e paesi, ma eziandio nelle città più vaste dei reami e

degli imperii.

La sala della _Quistione_ era un'ampia stanza quadrangolare, la cui

vôlta era sostenuta da grossi e ruvidi pilastri; non avea finestre; solo

vi si vedevano due porte, l'una che da uno stretto corritoio metteva

quivi entro, l'altra, chiusa da grandi spranghe di ferro, che dava

ingresso ad un carcere sotterraneo. Gli arnesi ch'ivi si trovavano erano

una gran lampada che pendeva da un anello fitto nella volta, un tavolo,

una sedia a bracciuoli, altri sedili grossolanamente tagliati, un gran

braciere di ferro per accendervi carboni, catene, corde, randelli e

cavalietti, stromenti tutti che s'usavano per tormentare.

Stesi a terra l'uno accanto all'altro il ferito e l'ucciso, e messo

l'altro in salda annodatura, venne accesa la lampada e collocato sul

tavoliere l'occorrente per iscrivere, al che fare s'accinse il Mandello,

siccome l'uno dei più istrutti; quindi il Castellano, assisosi in mezzo

a' suoi, si fece condurre innanzi quello incatenato, e misuratolo dello

sguardo dalla fronte ai piedi, senza che desso mutasse punto di suo

audace e feroce portamento, gli domandò con voce severa: "Chi sei?" ed

ei rispose: _Sono Marco Spinaferro_.--Di qual luogo?--Milano.--Quando

venisti in questo Castello?--_Ci sono entrato ieri col seguito di quei

signori_ (ed accennò Volfango e Agosto Medici)--Con chi eri tu?--_Con

Ambrosio Bina e Antoniotto Gorano._--Sono quei due colà giacenti?--_Essi

stessi._--Per qual causa sei qui venuto?--_Per ucciderti_", esclamò con

tuono più fermo e con un lampo di rabbia e di minaccia in volto: tutti

fremettero di sdegno, ma il Castellano freddamente proseguì: "Chi t'ha

mandato?--_Nessuno._--Mentisci; tu non mi conoscevi; palesa chi fu

quello che t'ha dato tal ordine?--_Nessuno._--Morirai nei tormenti se

non rispondi il vero: da chi fosti spedito?--_Da nessuno, ripeto_".

Gian Giacomo accennò agli sgherri, e questi attaccarono tosto Spinaferro

alla corda: pria che s'incominciasse la tortura, il Castellano gli

ripetè più volte la richiesta, da chi avesse avuto il comando di

togliergli la vita, ma non ne ottenne alcuna risposta, nè gli squassi e

lo slocamento di tutte le ossa valsero a trargli alito mai dalla bocca

che sordi lamenti. Fu calato dalla corda: e benchè avesse pel tormento

perduto il vigore di reggersi, non gli fu dato che breve riposo, perchè

Gian Giacomo volle in sua presenza assumere tosto ad esame anche il

Cancelliere e Gabriele, onde tentare almeno di venire in chiaro del

fatto.

Eccolo in breve come risultò dalle deposizioni di Maestro Tanaglia, che

ebbe tanta parte a suo mal costo in quell'avvenimento, e che lo stesso

Spinaferro confessò per vero. Entrati che si furono i tre congiurati nel

Castello frammisti ai seguaci de' due ambasciatori di Gian Giacomo,

penetrarono con essi inosservati nel Forte, e vi si tennero celati sino

al principiare della sera. Quando si fu oscurato il giorno, si fecero da

un soldato guidare alle camere di Messer Lucio, che il Bina conosceva di

persona per essergli stato scolare, e sapeva trovarsi in quel Castello

nella qualità di Cancelliere: là pervenuti gli si appalesarono per tre

nobili Milanesi fuggiti dalla patria per la persecuzione degli

Spagnuoli, ed astretti per trovare salvezza a rifuggirsi a Musso, e

circondandolo caldamente lo scongiurarono a volerli quella notte stessa

condurre alla presenza di Gian Giacomo, onde intercedere da lui di

essere ammessi a militare sotto la sua bandiera in qualità di capitani

di ventura. Maestro Tanaglia, al quale riusciva incomoda e disgustosa

quella visita, ed a cui quella pressa sembrò strana e artificiosa,

rifiutossi d'accedere alla loro richiesta, e ciò fece principalmente

perchè temeva gravi rimproveri dal Castellano se avesse osato condurgli

innanzi di notte que' tre stranieri che s'avevano certe faccie sinistre,

che più le andava esaminando, più gli apparivano di cattivo augurio.

Infatti appena ebbe espressa la sua negativa, i tre Milanesi lo

guardarono con tali occhi cagneschi facendo certi atti di secreto

accordo, che desso dovette affrettarsi per calmarli ad addurre come

causa di suo rifiuto che il Castellano soleva in certe ore della notte

recarsi sul baluardo. Allora quei tre gli chiesero che li guidasse ad un

sito ove potessero scontrarsi in lui, ma inosservati, perchè non

volevano che altri s'accorgesse di loro. Tanaglia, affannato di vedersi

incalzato in tal modo, rispose che anche ciò era impossibile perchè il

Medici usciva dalle sue stanze per una secreta porta che s'aveva

comunicazione sotterranea coi baluardi, e che di là rientrava poscia

nelle sue stanze istesse, e guardi il cielo se alcuno avesse ardito

mostrare di conoscerlo quando percorreva da solo notturnamente il Forte

o le Rocche. L'uno di que' tre, e precisamente Spinaferro, fece un cenno

della mano agli altri due, e tutti insieme sfoderarono i pugnali e

furono addosso a Maestro Tanaglia, e puntandoglieli al petto lo

obbligarono a dire ove fosse l'entrata della scala sotterranea che

metteva capo alle stanze del Castellano: il Cancelliere che s'aveva

inteso un giorno narrare che quel rialzo che esisteva sul baluardo

presso la torre copriva una secreta strada, ignorando però che dessa

quella fosse realmente che scendeva all'indicato luogo, spaventato e

tremebondo, palesò quanto sapeva: i congiurati l'afferrarono tosto

strettamente e il forzarono, minacciandolo di morte, a seguirli

indicando la via che conduceva al baluardo. Tanaglia già più morto che

vivo tentò ogni mezzo di persuasione per farli desistere da

quell'impresa, ma strascinato a forza e sempre colle punte alla persona

dovette discendere, passare lungo il porticato del cortile, ove sperò

invano d'incontrare soldati, e gli fu forza salire dalla torre al

baluardo, ove quanto sia avvenuto è già noto ai nostri lettori.

Nel tempo che Gian Giacomo ed i suoi Capitani udivano con sorpresa ed

isdegno la narrazione delle particolarità d'un sì ardito ed iniquo

attentato d'assassinio, cui il truce viso, l'audacia e la costanza di

Spinaferro nel tacerne tra i più crudeli dolori la vera cagione motrice,

davano aspetto d'un fatto straordinario d'alto ed importante interesse,

gli sgherri che stavano d'intorno ad Ambrogio Bina, che il colpo dato

dal Pellicione aveva lasciato per lungo tempo privo de' sensi,

annunziarono che andava riprendendone l'uso e che proferiva chiare

parole. Sperarono tutti che costui, siccome affievolito del corpo, il

sarebbe stato anche dello spirito, nè avrebbe avuta la forza e

l'ostinazione del silenzio di Spinaferro, ma svelerebbe l'origine, la

causa e gli ordinatori di quel misfatto che ad ognuno stava sì a cuore

il conoscere. Non potendosi però Bina sollevare da terra, s'alzò il

Castellano e gli altri seco, e gli si portarono d'intorno.

Interrogato del nome suo e dei fatti già esposti, rispose conformemente

al compagno; ma quando si venne al chiedergli di palesare da chi

s'avessero avuto il comando di recarsi colà per torre la vita al Medici,

tremò, si confuse e tacque, Gian Giacomo, preso da estrema rabbia,

ordinò gli si strappassero le carni con ferri roventi se puntigliavasi

più oltre a tacere quel secreto: ad un tratto ardenti carboni

rosseggiarono nel braciere, entro cui vennero collocati bidenti uncinati

di ferro: si denudarono al Bina il petto e le spalle, e due sgherri gli

si accostarono scuotendo colla destra i grafii arroventati. Alla vista

di quei tremendi arnesi di martirio che stavano per lacerarlo, non potè

il Bina resistere, e invocò si sospendesse il tormento che direbbe il

tutto. A queste sue parole s'udì uno scroscio di catene e il grido di,

_taci, traditore_, che Spinaferro emise scuotendosi furiosamente, e

tentando di gettarglisi addosso, ma gli sgherri lo strinsero più

saldamente fasciandogli con un lino la bocca. Un freddo sudore, un

impallidimento mortale coprirono il volto di Bina, che tre volte tentò

parlare e tre volte si tacque, sin che ferito da una graffiata rovente,

"Ohimè! gridò, dirò tutto, dirò tutto benchè i miei figli debbano pagare

colla vita queste mie parole: io gli avrei fatti ricchi se il colpo non

andava fallito: essi stanno nelle mani di quello che ci comanda... non

il signor Duca, quell'altro di... Oh Beata Vergine della Scala,

soccorretemi! il demonio mi strangola perchè do la morte ai miei

figliuoli... e ho giurato di non parlare... soccorso... soccorso... mi

ha preso il collo... mi stringe... mi strozza..." A tal punto un

gonfiamento assai visibile della gola gli tolse la voce; esso portò

quivi le mani in atto di tentare d'allargarsi un capestro o strettoio

che il serrasse, stramazzò quindi convulso battendo il capo con forza

sul pavimento; venne rialzato e trattenuto, ma gli si rovesciarono le

orbite degli occhi, gli spumeggiò di bava e sangue la bocca; e

soffocando spirò.

Alla vista di sì atroce scena restarono compresi d'orrore anche gli

animi più duri di quegli uomini fieri: un terrore secreto si sparse ne'

loro cuori, perchè le parole e la causa ignota della morte di Bina li

persuase che fosse dessa veracemente l'opera d'una mano invisibile che

punisse in lui un enorme peccato con cui avesse provocata l'ira divina.

I Capitani, ammutoliti e aggruppati in diversi atteggiamenti d'intorno

al Castellano, contemplavano con occhio atterrito quel deforme cadavere.

Gabriele, fattosi da un canto, ritraendo lo sguardo da quello spaventoso

e ributtante spettacolo, gemeva come se avesse l'anima oppressa da un

sogno fatale. Il Cancelliere stava per svenire, teneva gli occhi

immobili ed era freddo come un morto: ei non sapeva in qual mondo si

fosse, ora gli ritornava alla mente il pericolo corso d'essere ucciso da

quei tre, e li voleva puniti, ora facea riflessione ai loro tormenti, e

gli parevano eccessivi; pensava quanto esso stesso avea arrischiato

d'essere preso in sospetto di traditore, e quindi trattato a quel modo,

e s'immaginava i casi futuri e paventava di modo che il suo spirito era

un caos di terrori, di paure e di funeste aspettative.

Pel primo Gian Giacomo riprese la consueta sua fredda apparenza:

qualunque fosse la brama che s'avesse di mettere a luce quell'arcano,

pensò essere prudente consiglio di più non insistere per iscoprirlo:

pronunciò all'orecchio d'uno degli sgherri alcuni secreti comandi, indi

fece aprire la porta di quella sala della _Quistione_ e ne uscì assieme

a tutti i suoi.

Sebbene spuntasse appena il giorno, mandò a risvegliare l'abbate di

Frustemburgo parroco del Castello, e fece sonare le campane della Chiesa

nella Rocca di Sant'Eufemia per far celebrare immediatamente la Messa,

il che venne eseguito con gran concorso di Capitani e soldati, i quali

tutti si recarono poscia ad assistere a più solenne celebrazione nel

tempio maggiore di Musso. Furono distribuite elemosine ai conventi

d'intorno: per cui si sparse una vaga voce d'uno strano avvenimento

accaduto nei Castello, ma non se ne conobbero mai bene nè gli autori, nè

la causa, nè il fine. I tre congiurati assassini vennero sepolti

nascostamente nel sotterraneo, e tutti gli animi si rivolsero ai fatti

più importanti che si preparavano, la cui aspettativa era quivi di

massimo e generale interesse.

Falco della rupe; O, La guerra di Musso · 第 11 / 23 题