Ora poteva darsi che di una razza salda e di bella tempra ne sortisse
negli anni, per la dottrina che non ha volo nè grandezza, una specie
di tediosa chiericìa infrollita in ogni esaltazione di egoismo, povera
di anima e di cuore; poteva darsi che i lupi doventassero agnelli
per troppo amore a sè stessi e che la viltà insinuasse il suo piccolo
pallido volto di femmina meschina fra le genti della grande pianura.
I vecchi morivano, essi che avevano saputo ciò che era servire e
soggiacere perennemente a una volontà estrania; se ne andavano col loro
sogno remoto, superato ormai, dimenticato; e fra i campi ed i fiumi,
nel paese dei rivi e dei maceri, la nuova giovinezza, ebbra di una
volgarità senza nome, dimentica di ogni freno di urbanità, senza Dio e
senza amore, bestemmiava il passato e le forme del passato aggirandosi,
cieca, nella propria miseria angustissima e pensando di conquistar
l’avvenire.
Ciò era nel prossimo tempo trascorso; nulla si vedeva intorno che
accennasse ad arginare la mala piena. E l’antica forza di una stirpe,
moriva.
Così nella vecchia casa sul fiume, presso le roveri e le acacie, con la
sua aia stretta dagli olmi giganteschi, spersa fra il grande mare delle
canape.
Era una casa remota, oltre le strade battute, che non aveva se non una
viottola erbosa per giungervi. Il fiume, verde e silenzioso, passava
fra le sue sabbie grigie, nel fondo, velato dai canneti e dai salici.
Non lontano era il mare. E quando Borea scendeva dai monti dell’Istria
e tempestando sommoveva le acque del mare, ecco che dalla casa antica,
fra i querceti, si udiva un muggito senza fine e a quel mugghio
cominciavan le prime fiammate sotto il camino dall’enorme cappa.
Le opre nei campi eran quasi ultimate. Già l’aratro sementino era
riposto sotto la capanna fra l’erpice e il giogo e le corbe per la
semina; e i buoi, distesi nelle lor poste, ruminavan sonnecchiando
nella calda stalla.
Forse sopravvanzava qualche campicello da arare, ma con pace, a tempo
guadagnato, quando fosse agevole il giorno col suo piccolo sole.
Era una casa vecchia, di gente antica che si perpetuava in quel
luogo da secoli e ogni generazione vi aveva lasciato alcunchè del
suo tempo: l’arredamento di una stanza, una pendola, un calesse su
le cigne, un’arca nuziale tutta scolpita e dipinta; e nulla di quel
che v’era esulava mai perchè ciascuna cosa aveva il nome di un avo,
di un bisavolo ed era considerata famigliare come la memoria dello
scomparso. Solo gli arnesi rurali non avevano età, chè, per essi, era
la tradizione, l’uso più che millenne e rappresentavan la stirpe e
non la famiglia. La chiamavano la Casa degli Antoni. Anche nel nome
patronimico era come una santità antica.
Era cominciata dal poco, poi si era ingrandita tanto da racchiudere una
vasta corte su la quale si aprivano i magazzini, le stalle, il pollaio,
i fienili e, in fondo, le stanze per i braccianti, quando venivano
a opera per mietere, e per le ragazze che maciullavan la canapa,
nell’autunno.
La casa si era ingrandita col podere e con la fortuna degli Antoni. Era
la famiglia; la sua vita e la sua storia.
Quando il primo degli Antoni si era stabilito laggiù, fra la foce del
Po di Primaro e quella del Lamone, era quasi tutta palude all’intorno
e poco si seminava per raccogliere quasi punto; poi la tenace opera
diuturna degli uomini aveva cambiato aspetto ai luoghi e la fortuna
degli Antoni si era aumentata lentamente e continuamente passando
di padre in figlio, intatta. La casa aveva seguito la vicenda della
fortuna. Con l’accrescersi del benessere si era ampliata, ma negli
anni, rispondendo ai bisogni che erano pochi e tardi e ai quali non si
badava se non quando non era possibile fare altrimenti.
Così da piccina che era, con tre sole stanze e una stalla e il tetto
ricoperto di stipa, si era alzata e allargata fino a comprendere fra
le sue ali una vasta corte. E il tempo le aveva dato le sue macchie e
il suo color d’ombra fra il grigio e l’argento vecchio e aveva quasi
cancellata, sul muro a solatìo, una meridiana della quale non era
visibile che l’asta arrugginita, una gran falce dipinta e il numero del
meriggio.
Le generazioni si eran succedute nel nido ramingo come le età nella
storia degli uomini, uguali, fatali, lasciando il ricordo della loro
vita in una più intima storia famigliare fatta di bontà e di silenzio.
Ora, reggeva la casata, secondo la consuetudine patriarcale, l’avo
ottantenne: Giuseppe degli Antoni e gli eran sottoposti i suoi tre
figli e i nipoti e le donne. Nessuna cosa si effettuava senza il
consiglio del vecchio e il voler suo: nè l’amore dei giovani, nè la
coltura delle terre; egli tutto disponeva nei giorni e nel tempo,
secondo il bene della famiglia. Lo chiamavano il Vecchio e, in presenza
sua, le donne non cianciavano vanamente e gli uomini non trascendevano
a litigi. Egli parlava poco e a tempo e non abbandonava l’anima sua
alla curiosità dei minori. Viveva un poco appartato, quasi sempre
taciturno.
I suoi molti anni non gli erano gravi più che non lo siano alla rovere.
Era della tempra delle creature centenni che più si rinsaldano quanto
più il tempo trascorre. Non sapeva malanno, come non conosceva la
faccia del vizio. La sua vita era condotta secondo i principii degli
uomini semplici, di tutti coloro che hanno il sole a compagno e con
esso si levano e lo seguon nel sonno. Come tornavano i suoi pastori
fanciulli dalle lande e riponevano le greggi nel chiuso, inseguendole
con urla e sibili; come la stella del crepuscolo declinava sul mar
delle canape, verso le montagne azzurre, adunate le sue genti alla
mensa, spartiva il pane sul palmo della mano, essendo diritto innanzi
alla tavola e gli altri seduti; e, compiuta la cena, saliva alla sua
stanza disadorna, a riposare. Con l’alba era in piedi, innanzi a tutti
e, come l’udivan nella corte aprir la porta delle stalle, si levavano i
garzoni, i braccianti e le donne della famiglia.
Egli era la diana: bastava che il passo di lui risuonasse su le pietre
della corte perchè ogni sonno fosse interrotto e le piccole finestre
stridessero sui loro cardini e si levassero le voci degli uomini e
quelle dei fanciulli.
Il vecchio non amava novità, amava che tutto andasse per la sua via
antichissima così come le cose che per non tramutare si eternano.
E in ciò che era opera ed apparenza era ubbidito, ma il cuore dei
giovani non lo seguiva. Così il suo poco parlare proveniva anche
dal sentirsi troppo solo, dal non veder gli occhi dei nipoti levati
negli occhi suoi, quand’egli diceva dei doveri che la vita impone,
dal non sentire l’acconsentimento concorde il quale, senza parole,
è manifesto. E vedeva, nel suo chiuso, che, quand’egli avesse ceduto
alla morte, la Casa degli Antoni si sarebbe disfatta. Svaniva l’antico
sentimento famigliare che teneva unite le genti dello stesso sangue in
un solo nido, per una sola fortuna; ognuno pensava più a sè che alla
casata; aveva in mente la ventura sua nel mondo e nulla più che fosse
l’antica devozione ad una comune fede. Prevaleva un egoismo meschino
che nulla vedeva più in là del proprio tornaconto. E le leggi del
sangue, le sante leggi che facevano delle genti di un solo ceppo come
una costellazione, ecco, non eran più intese, anzi erano combattute e
dovevan morire.
Questo sentiva e vedeva Giuseppe degli Antoni, il vecchio senza
miserie, l’ultimo Nume nel tempio corso dall’irriverenza e dalla
discordia.
Ma a lui nessuno si opponeva in contrasto. Se comandava era ubbidito.
De’ suoi tre figli, due si erano ammogliati ed erano schiavi delle loro
donne, nè avrebbero saputo mai risolversi ad una qualsiasi cosa senza
l’acconsentimento delle donne loro. Il terzo era prete, quindi perduto.
E il vecchio sentiva che l’anima sua non aveva intorno un nido in cui
rifugiarsi e, nella santità della sua vecchiaia, guatava l’immensa
solitudine che accompagna la morte degli ultimi.
I nipoti disertavan la casa e i campi, muti alla dolcezza
dell’antichissimo nido fra le canape stellate.
Protervi, bestemmiatori, paghi di ogni volgarità pur che la loro
rozzezza bruta sopravalesse in un simulacro di impero, preferivan le
comitive dei loro simili al raccoglimento severo della casa veneranda
e si sperdevano fra bagordi e tumulti, pronti a urlare e a fuggire,
ad essere spavaldi contro i deboli e vili contro i forti, a non avere
virtù nessuna che non fosse quella della loro prepotenza. E l’ignoranza
loro conosceva la parola — diritto — e la elevava oltre ogni termine ed
ogni giudizio ed ogni giustizia.
Ribelli come il bove che tragioga e si scaglia innanzi contro il
dirupo, non potevano nè avrebbero voluto sottostare ad alcuna legge
che avesse menomato, ai loro occhi, l’assoluta libertà alla quale
tendevano; e credevano di ubbidire al Vecchio, solo per la sua
vecchiezza e per la morte sua non lontana, non volendosi confessare
l’invincibile umiltà che li teneva proni di fronte a quella gagliardia.
Così si iniziava il disfacimento. Il vecchio sentiva dietro di sè non
già la sua morte ma la morte di un mondo e il silenzio eterno là dove
avevano pianto e cantato tutte le genti dell’antica famiglia.
Ora non c’era che un’anima, fra tante, una creatura sola che lo
intendesse ed era una sua piccola parente: Rinotta. Era questa, una
ragazza bella e forte, che rideva volontieri e più cantava fra la corte
e le redole e nella sua stanza angusta, presso i magazzini.
Rinotta aveva quindici anni, ma tanto le aveva profittato il tempo
della sua vita che era già donna.
Fresca come il pomo novello, grande e ben fatta, tranquilla ed operosa,
era l’unica serenità della casa. E non v’era altri che sapesse la gioia
ch’ella sapeva, nè la sua pace. Nessuno più di lei era lontano da ogni
noia e dal tedio che inasprisce la vita e nessuno sorgeva ad ogni alba
con maggior letizia.
Questo piaceva al Vecchio e glie l’aveva fatta prediligere.
S’incontravano nella corte, ogni giorno, che appena era schiarito il
cielo e gli altri eran tutti nel sonno, dimentichi, oltre le imposte
chiuse.
Dormivan vicini. Appena il Vecchio si rimoveva per la stanza che già
udiva, nella pace soave dell’alba, il passo frettoloso di Rinotta
e l’udiva scendere e salire con l’acqua tersa, poi gli giungeva lo
sciacquio del suo lavarsi e, a volte, cantava come l’usignuolo presso
il nido, che appena s’ode e mormora sul romper della luce. E questo era
ad ogni giorno, anche quando il pigro inverno faceva l’alba più tarda e
tutta la campagna era un gelo.
Poi com’egli discendeva, ecco un passo vivace dietro il suo passo tardo
od una voce fresca incontro alla sua voce grave.
S’incontravano nella corte:
— Buongiorno, nonno.
— Buongiorno, Rinotta.
E talvolta s’accompagnavano nel giro mattutino attraverso alle stalle e
ai pollai; tale altra Rinotta correva a risvegliare le genti assopite
o, nei giorni della calura, traeva dal catro i maiali e li menava
giù per il fiume che si ristorassero fra l’acqua e la melma, là dove
potevan trovare pastura e frescura. Ella sedeva su la riva essendo
presso l’acqua co’ suoi piedi scalzi e batteva il suo vinciglio su le
esili canneggiole fischiettando, chè i maiali non avessero a sbandarsi;
o, tutta abbandonata, seguiva la lieve linea solare, così dolce come
l’amor che si sogna, levarsi, vincere e baciare e dissolvere l’azzurra
opacità dell’alba; e le pareva di esser mille: di essere il fiume, il
cielo, il verde delle piante e le salde radici e il fiore che nasce e
l’immensa gioia del mondo.
Non c’era nessuno intorno ma ella sentiva il suo cuore per tutto e
il suo cuore parlava. Il fiume era come uno specchio antico, col suo
verde opaco, e pareva prendesse le cose dentro l’anima sua tanto le
rispecchiava a chiarore e mormorava col ramo sporgente, s’increspava
in un sorriso presso la canneggiola che sorgeva dal suo fondo, dal suo
dolce fondo tepido dove era dolce andare coi piedi nudi.
Talvolta il Vecchio scendeva fino a lei e, dopo aver riposti i maiali
e riempito il truogolo, se ne andavano attraverso ai campi insieme, per
le redole, lungo le porche e le prode e parlavano poco ma stavano bene
l’uno accanto all’altra.
— Quest’anno il grano promette bene!
— Guardate le belle spiche, nonno!
E si perdevano nel sole, ella con la sua pezzuola rossa gettata sui
capelli neri, il Vecchio sotto il suo grande cappello a cencio dalle
larghe tese.
— Le viti non hanno alleghito. Ha piovuto troppo!
— Il moscadello sì! Guardate quanti grappoli!
E andavano innanzi, muti, accarezzando con gli occhi le messi, da campo
a campo, da filare a filare.
Altre volte si fermavano a un’ombra a sorvegliare i braccianti; poi
ella ritornava nell’alto sole, alle sue faccende. Il Vecchio la vedeva
allontanarsi diritta e forte e saltare i fossi e aprirsi un varco fra
le siepi.
Si amavano senza dirselo chè uno era il loro mondo, nè il desiderio di
giungere alle vie maestre e di allontanarsi per le vie maestre dalla
solinga dimora li tormentava; anzi se andavano alla città, talvolta,
nei giorni di mercato o nelle feste solenni, vi si trovavano a disagio
affrettando l’ora del ritorno.
Ed erano i soli della casata i quali sentissero che non c’era su la
terra altra cosa desiderabile all’infuori della loro fattoria; ma l’uno
era presso il punto di abbandonare il sole e l’altra era una fanciulla
che non avrebbe potuto imporre la propria volontà, se pur non avesse
ascoltato qualcuno della casa che l’amava, e non ne avesse riso.
Qualcuno le stava da presso inutilmente e ella, in sè, tutto
dimenticava che non fosse la vita di lei.