XI

Becchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti parlano, avresti

certamente un senso di paura nel compiere il tuo lugubre mestiere.

In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi,

comincerò con farti un lungo discorso e rettorico, del quale potrebbe

anche darsi che tu non intendessi una sillaba.

Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i morti hanno di essere

una volta sinceri, quando più non li vigila nessuna prudenza umana,

quando più non li stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino

che li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi un ultimo

funzionario della società umana, che viene per buttarli nella fossa come

in un sacro immondezzaio; un funzionario alieno da metafisiche, immemore

d'essere a sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di buon

senso, che valuta l'uomo e la sua spoglia con ammirevole semplicità.

Tu hai, becchino, l'abitudine della morte; non la temi non la veneri,

non la compiangi; con te si può dunque parlare.

Io non ti conosco di persona, ma t'immagino qual sei, anzi mi sembra

d'averti una volta incontrato, per istrada, o chissà dove, passando.

Poichè, di fatti, ogni vita finisce in polvere ed ogni uomo ha nel mondo

il suo becchino che l'aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può

darsi che in lui ci s'imbatta viso a viso: ognuno prosegue per i fatti

suoi... ci s'incontrerà più tardi...

Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero, avviene che il

suo proprio lo rasenti gomito a gomito, e passando gli getti un

mozzicone di sigaro fra i piedi. È singolare, ma non è forse neanche

triste. La vita, la morte: due diversi enigmi d'un fenomeno più grande,

che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono, due potenze

nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso la materia, senza una

meta palese.

Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina: te la racconto,

becchino.

Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo robusto e ruvido,

qualcosa tra il facchino in livrea ed il sacerdote in abito civile. Sai

di tabacco e d'incenso, di chiesa e d'osteria. L'uniforme tetra non

riesce a toglierti quel non so che di gioviale che ti trapela dalla

fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di ridere: è

naturale.

Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi conto nella vita, è

quella di non aver saputo comprendere come mai, fra i tanti mestieri che

vi son da fare al mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del

becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una vocazione

macabra, che mi dà tuttavia da riflettere.

Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri quadrati ed hai

un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il

carabiniere, il portiere d'un palazzo, che so io? il custode d'una

fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece,

nient'affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe

funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del

beccamorto.

Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il

cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso incute ai pavidi mortali,

ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di

coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da

fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui,

sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa,

in compenso non è lunga, e, mentre tutte l'altre industrie possono

allentarsi o far difetto all'operaio, quella delle sepolture non varia,

e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.

Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti

riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è una persona ospitale, ti darà

certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di

que' morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il

merito in compenso di abbandonare un'ottima cantina. E terrai a mente la

casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.

Orbene, senza che tu neppure te n'accorga, io ti farò dalla morte le mie

confessioni estreme.

«Brav'uomo, -- ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, -- brav'uomo,

fa piano! e bada che non cápita spesso ad un volgare becchino par tuo di

mettere sotto la terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un

inutile; ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane si

spensero come incendi effimeri di festuche in un campo, brillarono e

caddero come il razzo vanaglorioso d'un fuoco artificiale.

Poichè dietro me strisciava il senso della universale inutilità, l'odio

per le cose piccole, senza il fervore per le grandi, e mi sono cullato

nelle braccia della fortuna come sopra una insommergibile nave.

La vita, quand'essa mi piacque, me la ghermii come un'amante barbara;

quando n'ebbi tutto spremuto il natural piacere, ancora me ne saziai

come d'una invereconda cortigiana. Sono stato con allegrezza uno

sciupatore indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni

ch'ella mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d'alcuna sua

podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica inutile.

Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.» Questa è la parola

ch'io vidi splendere su la totale conoscenza della vita, come un

disperato limite, che invano tentai di varcare.

Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza della propria

elevazione che alimenta il fervore dei mistici e dei tiranni; sebbene il

mio spirito fosse pieno d'esilio come un oceano lo è di lontananza, e di

vento e d'ombra una fredda solitudine.

Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian sorridere.

Provengon da un'oscura fede nella mia potenza, da un ingenito senso

della mia diversità, la quale mi collocava, per una specie d'inerte

potere, al di sopra della turba, e di là, senz'alcuna grandezza,

guardavo tuttavia nel mondo come da un'altura. Poichè non la mia vita

vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico interiore.

Fa piano a depormi nel féretro, o scortese becchino!... Questo mio corpo

che malamente scuoti, fu amato in verità e cosparso di carezze dalle

calde labbra e dalle bianche mani di molte donne soavissime. Or queste

si affaccian su l'orlo della cassa ove mi poni, e guardano.

Ahimè! ricoprimi bene la faccia, ch'elle non mi vedano così bianco! Due

più curve stanno, e, quasi più attente, cercano d'interrogare il

silenzio, d'indovinare la morte. Una di gramaglie veste, ma l'altra è

vestita di sole, perchè i suoi capelli conservano quel colore

indefinibile dell'oro antico e del bronzo, che fascia il suo volto fermo

in un velo di scintillante oscurità.

Entrambe da me non seppero qual d'esse il mio sterile cuore abbia

veramente amata. Ma ora, prima che il coperchio di piombo mi sia la più

diuturna coltre, ora domandano con paura -- (e non le odi tu forse?) --

domandano: «Quale?»

Becchino disattento, becchino privo di urbanità, poichè non posso io

rispondere con le mie suggellate labbra, e tu per me rispondi:

«Amò di voi la più lontana, quella che si chiamò «Perduta», quella che

si adornò per lui d'un nome ancora più torbido, «Sconosciuta?...»

Su la tua bocca odorosa di forte vino e di aspro tabacco, le belle frasi

ch'io ti suggerisco parranno quasi una celia inconsapevole; ma tu non

mutarne sillaba e fedelmente ripeti:

«Amò di voi quella che parve al suo amore più vietata, sebbene

quest'uomo che io seppellisco porti con sè nella fossa un cuore povero

come la morte.»

Ma se colei non t'ascolti che veste le gramaglie della vedova, e

l'altra, nei chiari occhi, paia della mia morte pensosa, su questa

cùrvati e dille, o buon seppellitore, ma furtivamente, all'orecchio

dille, che soltanto lontani, oltre la rinunzia, dopo l'irreparabile, al

di là dall'amore si ama; soltanto nella memoria, nella impossibilità si

ama... A lei dillo, becchino, a lei sola... e che l'altra, la mia

vedova, non oda. Perchè fino all'ultimo giorno ella mi conobbe ormai per

un marito fedele, nè io vorrei farla soffrire in cambio del bene che mi

diede.

La sua dolce anima vegliava intorno alla mia tepida indolenza come la

lampada funeraria veglierà fra poco sul marmo della mia sepoltura; nel

mondo ella non ebbe altra gioia, se non quella di riscaldare con il suo

àlito il mio stanco disutile cuore...»

Ma perchè indugiarmi a discorrere con te, o becchino che mi sei ancor

distante, quando la vita è tuttora bella, ed in queste giornate di sole

Roma splende, quasi fosse un mosaico di gioielli, e sembra tuttavia la

città miracolosa dove il destino d'un uomo, la sua giovinezza, i suoi

liberi sogni possono ad ogni giorno rifiorire?

Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi stupiva con le sue

liberalità; ho ancora banchetti sontuosi da offrire all'ingordigia dei

parassiti, lucenti sale da schiudere agli ozi delle mie clientele; ho

ancora eleganze da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da

cavalcare, magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali delle

profumate ville romane, mentre lontano, al vento, si disperderà in un

leggero nembo di polvere il confuso rumor d'applausi e l'ira delle

attonite platee...

La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi maggiori le avevan

tramandata per secoli di splendore; sul pennone di Torre Guelfa sventola

il vessillo antico signoreggiando l'aria verso il monte e verso il mare.

Il feudo è risorto; le terre, libere d'ogni gravezza, ricomperate o

rivendicate, biondeggiano di folte messi e maturano vigne al sole;

ancora, quando passo, calco la terra mia. E perchè non perisca il mio

nome -- la cosa più bella che portai, -- da due anni aspetto con

impazienza l'erede.

La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto recato, anche --

bisogna credere -- la felicità. Solo, di quando in quando, nelle ore di

solitudine, viene a sedermi sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e

mi butta le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina

bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di laggiù...

Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini la pariglia

saura con i morelli di tre balzane, ed esco guidando la quadriglia, che

scalpita per l'acciottolato.

Su l'arco del palazzo Laurenzano splende l'arma dei Guelfo di

Materdomini; ed il suo motto dice:

«_Placet, si vis, Domine._»

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L'amore che torna: romanzo · 第 37 / 39 题