VIII

Un'altra lettera di Fabio Capuano:

«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno

anche paura dell'inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si

ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come

fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho

l'ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di

meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso

l'età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l'autunno era

dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è

accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite.

Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «_La svernata in

Abbruzzo_». Lo si dimenticò su quella parete, ov'è appeso da molti anni.

L'ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è

peccato non averne ricavato nulla.

Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera vedevo

sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria

chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse

ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al

daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una

quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero.

Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano!

Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d'un tratto

scomparse. Gli Dei tramontano. Anche Whisky, l'ultimo terrier del tuo

canile, è morto. S'è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza.

De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima

iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino

di fianco alla serra, s'è presa un malanno e va intisichendo a vista

d'occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben

indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di

medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda

l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente

vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta

con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all'anima.

Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera

delizia.

Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io

ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le

galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l'araucaria che

intisichisce....

Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda

guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo

«poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il

nome di Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo

grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso.

Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più

occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e

che Edoarda si forzava d'inghiottire per farti piacere.

Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette,

ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo

il tè all'aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi

od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo

fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta,

fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il

curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete

che hanno mandato giù dalla montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni,

ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a

convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a

convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero...

Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia.

Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante cose diverse, tristi

e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto.

Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su

lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano,

quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di

Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi

riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e

lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:

-- Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?

Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise.

-- Certo, -- mi rispose. -- Ma non siete modesto!

Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:

-- Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri,

vicino alla mia testa quasi bianca.

-- Oh, bianca... -- ella esclamò, -- voi esagerate!

Ti faccio notare che ha detto: -- Esagerate!...

-- Ebbene, Edoarda, -- continuai, -- pensate che un giorno questa mia

canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli

pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!...

Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!

Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:

-- Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose?

A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella chinò la testa sul

ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un'altra.

-- Ed ora? -- ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel

silenzio greve di parole inespresse.

-- Ora, -- feci, -- non vi amo più affatto, affatto!

-- Bravo! E me lo dite così? -- Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe

la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui

lieto d'essermi tolto un peso dal cuore.

Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più

tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi

come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne:

per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto.

Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei,

tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha

sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana.

Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami

ancora, non so, -- non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più

naturale, senza esagerarne l'importanza, con una certa esitazione in

principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la

condusse dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti

perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri

possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti».

Un giorno le domandai: -- Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la

vostra vita?

-- Chissà? -- mi rispose. -- Non ho altro desiderio che di essere

tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa vincere la mia

indifferenza.

-- Sapete pure che molti vi corteggiano? -- soggiunsi. Allora si fece

buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia,

comprenderne il perchè.

Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per

continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda:

-- Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di

vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz'amore, ma per fiducia,

per un desiderio di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? --

E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere

assai più.

-- Non solo non la crederei colpevole, -- risposi, -- ma questo, in

molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia

ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna

un compenso a tutte le sventure: la maternità. -- Edoarda mi diede la

mano e mi rispose: -- Grazie, -- semplicemente. La sua trasfigurazione

si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna

diversa da quella che tu hai conosciuta.

Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so

ch'è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte.

Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo

ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento;

però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche.

Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a

mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo,

senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il

quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante

l'inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi

per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una

cantante russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati

benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per

lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera --

dice -- in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand

Hôtel. Vedi un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre

scatole. Una donna -- penserai -- che adopera le perle anche in cipria,

deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie.

Canterà quest'anno all'Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie

diffuse. Addio.

_Capuano_»

Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario

un esame di coscienza stretto e logico, sì bene ch'io m'accinsi a farlo.

Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani

di Elia d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione

decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario

per procacciarmi il pane.

In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la

pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le

ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un

banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che

mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi

anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini

che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da

galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. -- Ne sarei stato

capace?

Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara. Ma questi atti

pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le

abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla

pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno

ambita e la meno lusinghiera.

Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita

veduta fino all'ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona,

confuso con tutti, io, che fui solo.

Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro

avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei

sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia

legittima che dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere la

mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche

morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di

non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità.

Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di

Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza

momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile.

Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l'immagine di

Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per

non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si

perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le

vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più presso alla

mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima che invidiai talvolta,

perch'ella non conosceva l'umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida

insieme come una notte piena di stelle.

Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità, v'era

un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida

e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente.

«Fra poco -- pensavo -- Elena affronterà la scena; sarà nota,

corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e,

forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei

nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si

elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle

persone che han definito e risolto il problema della lor vita.

Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi

attende nell'incertezza del domani.

Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale aveva un

nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all'anima

come la memoria d'una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato

d'oblio, confuso nella lontananza: -- Edoarda.

Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può

talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò

che fu nostro. Ed Elena? -- fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo

dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva

di rimorso?

No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine,

poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed

allora, -- mi domandai, -- perchè non ho fatto questo fin dal principio,

quando la frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità?

Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura

stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano

di ribellioni veementi?

Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi

ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o

d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado,

m'incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando

la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di

rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea ch'ella potesse aver

pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell'orgoglio, e

talvolta, nella visione che di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva

di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva

sedotto con la sua fragilità.

Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò la Francia, dopo

avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma

nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo.

-- Ti auguro -- mi disse nel salutarmi, -- che al ritorno tu mi dia

notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai

bisogno di qualcosa, scrivimi.

Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era peggiore di molti

altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors'anche una bontà

nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a

vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.

Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana

coincidenza quel giorno era pure il compleanno d'Edoarda. Me ne ricordai

due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi

la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e

di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua

tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un

desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi

il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. -- «Perchè

non mandarle un fiore? -- mi dissi; -- un fiore muto, che appassirebbe

lungo la via?»

Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe

bellissime rose primaverili, mentre l'inverno frizzava per l'aria con

presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile,

romanzesca, e tornai via.

Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori

uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro, il viola ed il color

malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la

distanza non le fa sfiorire...

Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una

cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando

si trattò di dare l'indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso

-- poi detti quello di casa mia... per Elena.

Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!

Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno,

anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento poteva segnare una

data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava

di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla

multanime, da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille desiderii

degli sconosciuti, come in una carezza impura.

Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l'accoglienza del

pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per

le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi

la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua

bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani

si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr'ella

saliva, mentr'ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo,

quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!

Mi ricordo la prima sera.

Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure l'attrice Grévier,

la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e

donne, comici ed amiche d'arte, che insieme tutti parlavano,

preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una

loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato

nel suo camerino, che ardeva d'una luce insolente, stavo là contro il

muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati;

il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose

che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè.

Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno

rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori,

andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai

solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla

specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di

scintille. V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i

pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all'attrice.

Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito che avrebbe indossato

nel second'atto.

Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche

d'essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con

un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di

biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando

la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in

disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo

movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala.

Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo

battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e

per tutta la lunghezza dell'atto restai a guardarla, quasi dimenticando

che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo,

unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo con gli

occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle

mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta,

ridendo, si bagnava di lacrime.

Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi

estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici

di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva

di tutto, con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi

guardava come per sorprendere i miei pensieri.

Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso

la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere

pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di

pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel

primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così mia, così

dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come

una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in

silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore.

E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore

insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano

desiderata la sua bocca.

L'amore che torna: romanzo · 第 26 / 39 题