Un'altra lettera di Fabio Capuano:
«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno
anche paura dell'inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si
ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come
fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho
l'ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di
meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso
l'età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l'autunno era
dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è
accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite.
Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «_La svernata in
Abbruzzo_». Lo si dimenticò su quella parete, ov'è appeso da molti anni.
L'ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è
peccato non averne ricavato nulla.
Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera vedevo
sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria
chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse
ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al
daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una
quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero.
Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano!
Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d'un tratto
scomparse. Gli Dei tramontano. Anche Whisky, l'ultimo terrier del tuo
canile, è morto. S'è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza.
De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima
iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino
di fianco alla serra, s'è presa un malanno e va intisichendo a vista
d'occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben
indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di
medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda
l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente
vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta
con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all'anima.
Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera
delizia.
Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io
ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le
galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l'araucaria che
intisichisce....
Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda
guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo
«poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il
nome di Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo
grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso.
Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più
occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e
che Edoarda si forzava d'inghiottire per farti piacere.
Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette,
ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo
il tè all'aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi
od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo
fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta,
fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il
curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete
che hanno mandato giù dalla montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni,
ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a
convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a
convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero...
Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia.
Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante cose diverse, tristi
e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto.
Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su
lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano,
quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di
Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi
riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e
lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:
-- Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?
Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise.
-- Certo, -- mi rispose. -- Ma non siete modesto!
Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:
-- Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri,
vicino alla mia testa quasi bianca.
-- Oh, bianca... -- ella esclamò, -- voi esagerate!
Ti faccio notare che ha detto: -- Esagerate!...
-- Ebbene, Edoarda, -- continuai, -- pensate che un giorno questa mia
canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli
pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!...
Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!
Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:
-- Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose?
A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella chinò la testa sul
ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un'altra.
-- Ed ora? -- ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel
silenzio greve di parole inespresse.
-- Ora, -- feci, -- non vi amo più affatto, affatto!
-- Bravo! E me lo dite così? -- Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe
la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui
lieto d'essermi tolto un peso dal cuore.
Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più
tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi
come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne:
per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto.
Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei,
tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha
sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana.
Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami
ancora, non so, -- non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più
naturale, senza esagerarne l'importanza, con una certa esitazione in
principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la
condusse dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti
perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri
possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti».
Un giorno le domandai: -- Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la
vostra vita?
-- Chissà? -- mi rispose. -- Non ho altro desiderio che di essere
tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa vincere la mia
indifferenza.
-- Sapete pure che molti vi corteggiano? -- soggiunsi. Allora si fece
buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia,
comprenderne il perchè.
Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per
continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda:
-- Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di
vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz'amore, ma per fiducia,
per un desiderio di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? --
E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere
assai più.
-- Non solo non la crederei colpevole, -- risposi, -- ma questo, in
molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia
ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna
un compenso a tutte le sventure: la maternità. -- Edoarda mi diede la
mano e mi rispose: -- Grazie, -- semplicemente. La sua trasfigurazione
si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna
diversa da quella che tu hai conosciuta.
Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so
ch'è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte.
Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo
ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento;
però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche.
Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a
mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo,
senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il
quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante
l'inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi
per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una
cantante russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati
benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per
lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera --
dice -- in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand
Hôtel. Vedi un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre
scatole. Una donna -- penserai -- che adopera le perle anche in cipria,
deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie.
Canterà quest'anno all'Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie
diffuse. Addio.
_Capuano_»
Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario
un esame di coscienza stretto e logico, sì bene ch'io m'accinsi a farlo.
Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani
di Elia d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione
decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario
per procacciarmi il pane.
In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la
pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le
ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un
banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che
mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi
anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini
che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da
galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. -- Ne sarei stato
capace?
Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara. Ma questi atti
pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le
abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla
pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno
ambita e la meno lusinghiera.
Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita
veduta fino all'ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona,
confuso con tutti, io, che fui solo.
Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro
avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei
sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia
legittima che dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere la
mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche
morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di
non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità.
Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di
Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza
momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile.
Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l'immagine di
Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per
non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si
perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le
vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più presso alla
mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima che invidiai talvolta,
perch'ella non conosceva l'umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida
insieme come una notte piena di stelle.
Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità, v'era
un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida
e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente.
«Fra poco -- pensavo -- Elena affronterà la scena; sarà nota,
corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e,
forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei
nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si
elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle
persone che han definito e risolto il problema della lor vita.
Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi
attende nell'incertezza del domani.
Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale aveva un
nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all'anima
come la memoria d'una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato
d'oblio, confuso nella lontananza: -- Edoarda.
Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può
talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò
che fu nostro. Ed Elena? -- fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo
dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva
di rimorso?
No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine,
poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed
allora, -- mi domandai, -- perchè non ho fatto questo fin dal principio,
quando la frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità?
Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura
stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano
di ribellioni veementi?
Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi
ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o
d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado,
m'incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando
la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di
rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea ch'ella potesse aver
pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell'orgoglio, e
talvolta, nella visione che di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva
di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva
sedotto con la sua fragilità.
Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò la Francia, dopo
avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma
nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo.
-- Ti auguro -- mi disse nel salutarmi, -- che al ritorno tu mi dia
notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai
bisogno di qualcosa, scrivimi.
Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era peggiore di molti
altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors'anche una bontà
nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a
vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.
Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana
coincidenza quel giorno era pure il compleanno d'Edoarda. Me ne ricordai
due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi
la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e
di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua
tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un
desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi
il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. -- «Perchè
non mandarle un fiore? -- mi dissi; -- un fiore muto, che appassirebbe
lungo la via?»
Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe
bellissime rose primaverili, mentre l'inverno frizzava per l'aria con
presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile,
romanzesca, e tornai via.
Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori
uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro, il viola ed il color
malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la
distanza non le fa sfiorire...
Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una
cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando
si trattò di dare l'indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso
-- poi detti quello di casa mia... per Elena.
Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!
Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno,
anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento poteva segnare una
data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava
di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla
multanime, da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille desiderii
degli sconosciuti, come in una carezza impura.
Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l'accoglienza del
pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per
le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi
la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua
bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani
si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr'ella
saliva, mentr'ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo,
quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!
Mi ricordo la prima sera.
Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure l'attrice Grévier,
la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e
donne, comici ed amiche d'arte, che insieme tutti parlavano,
preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una
loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato
nel suo camerino, che ardeva d'una luce insolente, stavo là contro il
muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati;
il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose
che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè.
Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno
rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori,
andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai
solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla
specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di
scintille. V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i
pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all'attrice.
Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito che avrebbe indossato
nel second'atto.
Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche
d'essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con
un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di
biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando
la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in
disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo
movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala.
Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo
battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e
per tutta la lunghezza dell'atto restai a guardarla, quasi dimenticando
che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo,
unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo con gli
occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle
mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta,
ridendo, si bagnava di lacrime.
Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi
estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici
di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva
di tutto, con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi
guardava come per sorprendere i miei pensieri.
Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso
la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere
pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di
pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel
primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così mia, così
dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come
una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in
silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore.
E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore
insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano
desiderata la sua bocca.