Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il
procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla
stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro,
battendo all'uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:
-- Una lettera per il signore.
-- Bene: méttila nel mio studio.
I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio;
ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta,
con l'indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva
quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola,
come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del
viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura,
lo stile, il senso, la monotona tristezza.
Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto, e l'odiavo
sopra tutto per quella oscurità che, al suo giungere, si diffondeva nel
viso di Elena, l'odiavo per quella tristezza momentanea ch'essa faceva
scendere sul nostro amore.
Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a Torre Guelfa, avevo
intessuta una storia così complessa di menzogne, ch'io stesso non mi
raccapezzavo più. Qualche volta i pretesti erano grossolani ed in ogni
mia lettera non v'era che lo sforzo continuo, man mano più palese, di
preparare all'imminente risoluzione l'animo ed il pensiero di Edoarda.
Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera concertata ed
egli s'era più volte recato a visitar Edoarda, senz'avere a sua volta il
coraggio di affrontare quel temibile discorso.
«Ho meglio riflettuto, -- egli mi rispose, -- e sempre più credo che tu
agisca sotto l'impulso d'una esaltazione momentanea, dopo la quale il
pentimento non tarderebbe a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un
ultimo ragionamento, prima di mantenere la triste promessa che ti ho
data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la cosa dal lato della
tua sola utilità. L'amore finisce in tutte le anime; ciò che non finisce
mai, in uno spirito come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del
piacere, la smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non
riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora, il gesto che
vuoi compiere su l'orlo del precipizio è straordinariamente assurdo.
Siamo pratici, siamo brutali! C è una fanciulla che ti può rendere il
denaro disperso in tanti anni, che ti può d'un colpo ricollocare in quel
patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una cosa: prendi
tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo amore. Hai trovata una
simulazione felice: la nevrastenìa. Non sarai forse creduto, ma in ogni
modo insisti. Poi cerca un altro argomento specioso, per esempio: la
dignità. Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora il modo di
prorogar l'ipoteca su le terre di Monte S. Biagio. Lo stesso Piero
Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando il vento infido, non ne ha
voluto sapere. Io non sono tanto ricco da poterti aiutare in questa
contingenza, quindi, fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e
l'asta delle tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste
premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non ti sarebbe
difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non
possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così
opposti -- o, se vuoi, così rassomiglianti -- vengano proprio a
coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con
molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la
promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.
Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per
qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa
cura farà molto bene alla tua salute.»
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Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo
in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non
intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore
indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l'aiuto promesso, ed anzi
di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano
definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.
La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la
più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva
le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose
decrepite, suscitare improvvise giovinezze.
Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e
molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente
in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle
del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite,
con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini
rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi
castelli; v'erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando
quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico,
letti profondi, e per tutto quell'odor diffuso del buon legno antico,
della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse.
Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di
raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima
della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle
porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i
vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse
argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che le serrature
fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle
invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni
specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le
cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche
macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.
V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio d'uno stipo
con un nastro senza più colore, un calendario di vent'anni addietro, il
quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre --
Santa Cecilia Vergine -- un venerdì.
Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent'anni,
fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo,
dopo quel giorno così remoto la mano calma dell'abitatrice non aveva
potuto sfogliarlo più....
Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca
d'ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che
pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue
pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati
negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di
maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte
queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e
maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.
Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa
dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo
dei raccolti.
Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori selvatici, tra
le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte
di legno rustico varcava un torrentello sotto l'arco d'un padiglione
arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita
foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo
continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua corrente
alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato era il frutteto,
chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s'arrampicava il
caprifoglio selvatico.
E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro canto con
impetuosa emulazione.
I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la
bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai
cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand'ella
usciva nel giardino.
La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non
conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla
terra, di ritrovare una poesia nuova ne' miracoli della primavera, e
spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di
ringraziare, di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere tutte
le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano per noi con una
rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo.
Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una
concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia
dell'ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci
a volte sotto l'eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente
neghittosi ad ogni sforzo morale.
Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un
gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia
parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita
intima cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio spirito
non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.
Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia
giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si
rigenerava.
Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia
della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all'avventura, di
riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe
ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile,
considerando anche l'amore come un episodio del suo viaggio, come un
incontro necessario fatto per via.
Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere
sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della
casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento
pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare
per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano
adagiate su la falda.
L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si
comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle
sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.
-- Tu non sai quanto sono felice qui! -- mi diceva talora, con un atto
fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva
intorno. Ed in quell'atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i
fiori, le canzoni che venivano per l'aria, le musiche delle fontane
pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar
delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i
frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle
feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più
lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco
di trionfo che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche,
raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza del
mare.
In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un'arte
inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore
degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla
gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che
appartenevano a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la
sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell'aria
dov'era passata.
Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura
di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo
esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.
Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del prato sopra un
quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una fronte d'uomo si fendeva in
due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s'innalzavano,
prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole,
dando quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di
contorsione.
Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie
novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel
loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a
ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta
che non sia l'erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea
fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di
soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo,
ch'esso pareva comunicarsi anche all'aria circostante, all'ombra
delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano,
ritogliendo le pupille un po' ebbre da quella magnificenza floreale.
Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza di
filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali di farfalle, che il vento
faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie
di scolorimento, un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una
zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo,
ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si
addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia
muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la
terra, l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica
fragranza di miele.