DULONE. Signora Cintia, non piú signor Cintio, sia lodato Iddio ch'è
scoverta ogni cosa; e poiché la fortuna e tutto il mondo vi riverisce,
giusto è che vi riverisca ancor io e che vi cerchi perdono delle
offese, e del mio mal animo che v'ho sempre avuto, e di aver sempre
dissuaso al padrone ché non v'amasse; ma poiché il mio padrone, che è
di maggior giudicio ch'io non sono, ci s'era ingannato, non è gran
cosa che mi fusse ingannato ancor io. V'ho offesa non volendo, anzi
voi stessa m'avete dato cagione che vi offendesse. In tanta allegrezza
è di ragion che mi perdoniate.
CINTIA. Dulone mio, io non sol ti perdono, ma ti ho caro piú di prima
per duo cagioni: l'una perché sei fidele al tuo padrone, l'altra
perché la fortuna s'ha voluto servir di te per istrumento della mia
felicitá. Tu hai proposto e Dio ha disposto: la sorte ha combattuto
per me contro il padre, la madre e nemici; e quelli che han cercato di
farmi danno, quelli mi han fatto piú utile. Erasto mio, mi sento un
caldo che mi scorre per tutta la persona, e certi movimenti per il
corpo, non so se da soverchia allegrezza o dal passato dolore.
ERASTO. Apri la porta, Dulone. Entrate in vostra casa, vita mia.