CINTIA, ERASTO.

CINTIA. Io ho gran dubio che, quando disavedutamente mi sfibiai il

giubbone, Erasto se sia accorto ch'io fussi femina, e però ritirò la

spada e non m'uccise; ma se la sua spada mi perdonò la vita, non me la

perdonerá il veleno. Ahi! che il mio amore per sí strani successi non

scema punto, ma va piú sempre crescendo.

ERASTO. (Va ragionando fra se sola, fa diverse mutazioni, s'adira,

s'attrista e si vergogna: segni d'affanno che la sua misera anima deve

patire! Eccolo che mi sta aspettando, e se dalla vista si ponno

scorgere gli effetti dell'animo, arde nel suo petto la rabbia e lo

sdegno contro di me).

CINTIA. Erasto, son qui per mantenervi quello che v'ho promesso.

ERASTO. Che cerchi tu da me?

CINTIA. Quel che sei solito darmi: crudeltá, morti, uccisioni. Io son

colui che t'ho turbato, ingannato e tradito.

ERASTO. Come sei diventato cosí severo accusator di te stesso?

CINTIA. Su su, alle mani, non piú tardare, fammi morire, ché non

potrai cosí mortalmente ferir questo corpo che non abbi piú

acerbamente feritomi nell'anima.

ERASTO. Tu vieni a disfidarmi molto disarmato e con molto poca arte di

scrima.

CINTIA. La prontezza dell'animo vincerá la poca arte dello schermire,

e al corpo disarmato la disperazione ministrará l'armi, troverá nuovi

usi, fará che l'unghie e i denti mi serviranno in vece di pugnali e di

coltelli; e per mostrarti che ho voglia di morire, solo, nudo e senza

armi m'ucciderò teco come tu vuoi.

ERASTO. Sei giá disposto di ucciderti meco?

CINTIA. Dispostissimo.

ERASTO. Orsú, poiché sei cosí disposto di ucciderti meco, per esser

noi stati tanto tempo prima amici insieme, abbracciamoci e baciamoci,

e dopo ripigliamo l'armi e feriamoci.

CINTIA. Mi contento d'ogni tuo contento.

ERASTO. Lasciate l'armi; ecco lascio le mie.

CINTIA. Io ho lasciate le mie.

ERASTO. O vita assai piú cara della mia vita, come vuoi ch'io dia

morte a te da cui ho ricevuto tante volte cosí graziosissima vita? O

mia sposa dolcissima, il dar morte a te che sempre fosti suavissima

esca di miei pensieri, senza la cui vita né viver vorrei né esser

stato nel mondo; o mia vera Amasia, e non piú imagine della finta

Amasia--sei l'una e l'altra, e la vera e l'ombra della falsa,--uccider

te da cui solo riconosco la mia vita? Oh quanto sarei cieco e ingrato

sopra tutti gli uomini del mondo, sí come m'hai sempre rimproverato,

se conosciuto l'error mio, come giá il conosco, non ricorressi alle

tue ginocchia dove m'inchino, non ricercando da te vita, no, ma

perdono! Hai vicina la spada: piglia quella vendetta di me che par che

meriti tanta offesa. Io ti giuro per la tua vita, a me piú cara

dell'istessa mia vita, che se non conoscessi nell'interno della mia

conscienza non averti offeso per nequizia o malignitade, ch'io

medesimo me la darei per le mie mani; ma perché non ho alcun rimorso

nella mia mente, fa' che ne speri perdono dalla tua benevolenza. Ecco

io abbraccio le ginocchia; né mi levarò da queste mai, se non mi dái

alcun saggio che, avendo a far penitenza tutto l'avanzo della mia

vita, in ricompensa io ne abbi a sperare il perdono.

CINTIA. Erasto, alzatevi e non mi offendete con questo atto: perché

inchinarvi dinanzi a una che vi fu sempre serva?

ERASTO. Non mi levarò mai se non mi date prima la penitenza.

CINTIA. Alzatevi, vi dico, e se dite che voi sète servo, ubidite alla

vostra padrona: il castigo e la penitenza sará che se non conoscendomi

non mi avete amata, or che mi conoscete debbiate amarmi come io amo

voi.

ERASTO. Che io non debba amarvi? e comandarmi voi il contrario, come

potrei ubbidirvi? Vita mia, d'una cosa di voi mi doglio, che avete

avuto in me cosí poca confidenza: ché, conoscendo esser cosí

ardentemente da voi amato, perché non doveva io amarvi? perché con

cosí onorati inganni e cosí fideli tradimenti ricoprirvi? perché non

venir meco alla libera? Voi sète stata cagione a voi stessa della

vostra afflizione: ed io sarei stato il piú disconoscente uomo e

ingrato, come voi dite, se non avessi con amore corrisposto a un tanto

amore.

CINTIA. Conosceva io che il mio ardire era troppo di desiderarvi; e

troppo ostinata nell'amarvi, dubitava che la candidezza della mia

fede, la qual non volli né col pensiero macchiare di un picciol neo di

suspizione, non fusse mai per esservi cara abbastanza; però ricorsi

agl'inganni.

ERASTO. Orsú, andiamo a casa, non tardiamo a dar cotal contentezza a

mio padre, che con somma allegrezza vi sta aspettando.

CINTIA. E come? vostro padre sa alcuna cosa di questo fatto?

ERASTO. La balia ha discoperti al vostro e al mio padre gli amori

nostri, e di commun consentimento giá sète stata confirmata mia sposa.

Ma voi come non parlate?

CINTIA. Non so s'io mi sia anco viva: ancor mi par esser preda della

disperazione della morte o della volontá di morire; e avendovi, meno

credo di avervi.

ERASTO. O giorno pieno di tante gioie e di tante meraviglie, o cielo a

me cortese di tanti doni, o fortuna che con tanti rivolgimenti ti sei

traposta tra le nostre avventure! Benedetto sia Iddio, che m'è pur

lecito di veder alla libera quel volto tanto desiderato, quel petto,

quel seno e quelle mani che sotto tante imagini, viluppi e ombre

m'eran nascoste! Veggio pur quegli occhi vivaci. E ben veramente mi

chiamavi cieco, ché non conosceva quel celeste lume de' tuoi begli

occhi che, a malgrado delle mie tenebre, nella piú oscura notte

scintillavano come stelle e fulgoravano come mille soli: e quali

altri, salvo che gli occhi tuoi, potevan cosí alte meraviglie? or gli

riconosco e raffiguro. Ti tocco e stringo, e non lo credo ch'a pena.

La Cintia · 第 75 / 83 题