ERASTO. Quanti impeti di precipitose voglie in un punto m'assalgono,
né so dove dar di capo!
SINESIO. Erasto, tu qui sei?
ERASTO. Cosí non vi fussi e che fussi morto dieci anni sono!
SINESIO. Che cose ti traggono cosí fuor di cervello?
ERASTO. Inganni, finzioni e tradimenti.
SINESIO. Fermati un poco qui, narrami il tutto: forse non saran tali
come gli estimi.
ERASTO. Non fui mai ne' miei giorni in maggior angoscia: una nuvola di
melancolia m'adombra d'intorno il core.
SINESIO. Narramelo, ti dico.
ERASTO. Lo saprete un'altra volta, ch'or non ho tempo.
SINESIO. Il negarmelo cosí ostinatamente mi accresce la voglia di
saperlo.
ERASTO. Sappiate che doppiamente mi sento oltraggiato da Cintio, e nel
fatto di mia sorella e dell'avermi fatto sposar una donna, che non so
chi sia, sotto nome di Amasia, che col vostro consenso l'avea fatta
dimandare al padre. M'ha fatto giacer seco e l'ho impregnata: al fin
ho discoperto che Amasia sia maschio.
SINESIO. Nel fatto di Lidia l'ingiuria è manifesta, ma non sappiamo
chi l'ha ingiuriata; nel fatto di Amasia di che ti duoli di lui? Se
non hai goduto quel corpo di Amasia, pur l'hai goduto con
l'imaginazione e ne hai preso piacere.
ERASTO. Quella donna, con la quale mi fe' giacere, era d'una bellezza
incomparabile, d'un spirito vivacissimo e di sí meravigliose maniere
che l'anima mia cieca non se le sa imaginare piú grandi e stupende; e
or non posso saper da lui chi sia.
SINESIO. Ti contentaresti che fusse tua sposa colei con la qual tu
giacesti?
ERASTO. Vorrei saper due cose: prima di che condizione ella sia....
SINESIO. Di miglior che tu non sei, e con forse cinquantamila ducati
di dote.
ERASTO. Vorrei ancor sapere se il tôr costei per moglie fosse di
vostro contento.
SINESIO. Io ne sarei contentissimo, né altro mi resta ad esserne
contento a pieno se non che ne resti contento ancor tu.
ERASTO. Ed io son contento, contentissimo.
SINESIO. Ed io farò che sia tua moglie. Nel fatto di Lidia, non è
possibil che Cintio gli abbi usata violenza.
ERASTO. Caro padre, di grazia dimmi chi sia la mia moglie.
SINESIO. Cintio è tua moglie: eccola bella e spedita.
ERASTO. Come Cintio mia moglie? Padre, voi mi burlate.
SINESIO. Sappi che Cintio è donna, e il padre non l'ha saputo insino
adesso. Ella, conversando teco e conoscendo il tuo merito e il suo, e
conoscendosi degna di te e tu di lei, conoscendo Amasia indegna di te
e tu di lei, s'occecò nell'amar tuo; né avendo animo di scoprirloti
perché tu stavi invaghito di Amasia, per non morirsi di passione, si
dispose ingannarti e giacque teco sotto nome di Amasia.
ERASTO. O Dio, che intendo! ecco districato l'intrigo d'una
intricatissima comedia: questa luce ha disgombrato tutte le tenebre
del mio intelletto. Ho tanto legati i sensi che non so se sia vivo o
morto: l'anima mia sta cosí confusa tra tanta meraviglia e allegrezza
che non può mostrar quel mar di gioia dove or nuota. Ecco passo da un
abisso di affanni ad un mar di delizie! O vivo spirto del cuore e
dell'anima mia, chi sará piú di te generosa e amorevole, chi piú
costante in amare, chi piú fedele in servire, chi nella conversazione
piú dolce, chi ne' trattamenti piú soave? O donna degnissima d'ogni
onore, o essempio di eroica virtú, chi sará piú di te paziente,
servente e perseverante? e chi di me piú cieco, piú ingrato e piú
disamorevole? Poiché tante volte sotto altri nomi e altre persone, in
tanti sonetti, in tante elegie, in tante cifere m'hai narrati gli
accidenti degli amori tuoi, ed io tanto ignorante non intendeva e non
penetrava il secreto, or come potevi tu piú dolcemente beffarmi? con
quai piú onorati modi potevi tentar l'animo mio? con qual piú grazioso
effetto potevi scorger la mia disamorevolezza? Ed io con tante villane
e discortesi parole e al fin con fiere pugnalate ho voluto pagarti di
tanto amore! Al fin non riuscendoti meco alcun disegno, volevi morire
e morir per le mie mani. Dio sa che sia ora di te, ché, non ti
riuscendo il morir per le mie mani, dubito che ti sarai uccisa con le
tue; e se non sei morta, sarai poco lontana dalla morte, ché giá ti
scorgeva i segni nel volto spiegati dalla disperazione. Hai voluto
pagar, o invittissima donna, la colpa delle mie sciocchezze con la tua
morte: il che ha dato a questo core un perpetuo tormento, a questi
occhi perpetue lacrime; anzi mi ucciderò con le mie mani, ché
veramente mi conosco indegno di piú vivere, infame mostro, senza anima
e senza core!
SINESIO. Ma perché trattieni te stesso e me consumando questo tempo in
dolerci? corri e senza lasciar punto di sollecitudine va' ricercandola
per una strada, ed io per un'altra; forse l'incontraremo. Io vado
ringraziando sempre la divina bontá ché mi dia per nuora una donna di
sí mirabil condizione!
ERASTO. Vado. Ma eccola che viene. O dolcissima vita dell'anima mia,
mira come sta in estasi rapita da se stessa, e se ben mesta e
afflitta, pur spira di un generoso ardire!