ARREOTIMO padre di Cintia, BALIA.
ARREOTIMO. Ed è vero quanto mi dici?
BALIA. Io v'ho narrato appuntino tutto il fatto, onde nelle mani
vostre sta la morte e la vita di mia figliuola.
ARREOTIMO. O misero Arreotimo, e qual prima piangerai di tante
disgrazie? che di maschio ch'io pensava Cintio, or sia femina; o di
femina che ora la trovo, sia disonesta; o che nel fin perduta
l'onestá, abbia insieme a perder la vita? o debbo forse pianger me
stesso che sia vissuto insino a tanto ch'abbia dovuto veder tante
disgrazie? Che tu sia femina o maschio me ne doglio e rallegro; ma mi
doglio che pensandomi aver un maschio mi ritrovo aver una femina, e mi
rallegro ch'essendo femina sia di tanta virtú e valore. Dogliomi non
abbia avuto piú riguardo all'onor tuo; mi rallegro che, inscusabile in
sé rendendosi la tua incontinenza, il pregiudicio, che hai fatto a me
e a te stessa, sia stato per uomo di tanta qualitá, la cui riputazione
e bellezza sarebbono state bastevoli a far arder altra persona di una
fanciulla inesperta. Ché se le femine cinte di mura e sotto le guardie
di madri, padri e fratelli pur fanno delle scappate, come tu, andando
libera e trattando con gentiluomini giornalmente, non avevi da
pericolare? Dogliomi ch'io non sapendo che fusse femina l'ho fatto
conversar con lui e interdettole ogni altra conversazione, talché io
medesimo son stato il ministro e il fabro della mia ruina. Ma a che
effetto Ersilia mia moglie ingannarmi?
BALIA. La poveretta sperava che, vivendo piú lungo tempo, l'amore, la
riverenza e l'ubidienza, con le quali ella pensava amarvi, ubidirvi e
riverirvi, avessero intercesso appo voi il perdono dell'inganno
usatovi, e in ricompensa di tanta affezione vi foste contentato
d'esser stato ingannato. Ma la morte le ruppe ogni disegno, onde
lasciò a me imposto e alla figliuola con profondi gemiti, che avessimo
fatto il dovuto officio per lei quando l'inganno scoverto si fusse;
ché non desio di danari, non di riputazione, ma dell'onore e
dell'anima l'avevano a ciò indotta.
ARREOTIMO. Dogliomi di tanta diffidenza che avea meco, ché i suoi
buoni portamenti fûr tali che sarebbono stati bastanti per maggior
cosa, non che di farmi curar nulla di ciò: or non conosceva ella che
io non amava cosa in terra piú di lei?
BALIA. Chi piú ama piú serve.
ARREOTIMO. Ma tu a cui era commessa la cura della sua persona, e
sapevi ch'era donna e senza la cura della madre, e conoscevi la sua
inchinazione, perché non la rimovevi da cotali pensieri overo
avisarmene me ancora, ma l'aiutavi a scavezzare il collo? ché non fece
mai donna errore che la madre o la balia non ne fussero la mezana.
BALIA. Che poteva far una povera vecchia? l'ammoniva, l'amminacciava
che voleva far consapevole voi del tutto, e con questi spaventi la
trattenni cosí dui anni; all'ultimo, spinta da una precipitosa
desperazione d'amore, ributtava tutte le mie ragioni e col pugnal nudo
in mano minacciava o d'uccidersi in mia presenza o fugirsene da Napoli
in luogo ove mai piú di lei si sapesse novella. Io, che la vedeva cosí
risoluta e infuriata, che volea fare? feci il possibile ché, avendo a
capitar male, fusse il manco possibil male.
ARREOTIMO. Io m'ho inteso schiantare il core pensando al pericolo dove
s'è trovata: ché vedendosi Erasto cosí burlato da lei né sapendo la
cosa come fusse passata, tirato da sdegno l'avesse dato qualche
ferita, e fusse stata al mondo essempio di costante ben sí, ma
d'infelicissimo amore.
BALIA. Ma perché perdete ora il tempo in parole, che potreste piú
utilmente spenderlo per la vita di vostra figliuola? ché dubito che
non siate prevenuto da lei, che, per scampar presto dalle miserie che
gli sovrastano, vuol con la morte por fine alla sua favola.
ARREOTIMO. Che ti parrebbe di fare?
BALIA. Trovar Sinesio, vostro carissimo amico, e componere seco di
modo il fatto che si racchetino fra loro.
ARREOTIMO. Cosí vo' fare. Tu vattene a casa; e se Cintia vi cápita,
dille per quanto ha cara la grazia mia, che non si parta fin ch'io non
ritorno. Io veggio Sinesio molto minaccioso e iracondo; se ne viene
alla volta mia.
BALIA. Io vado.