ERASTO, CINTIA, DULONE.

ERASTO. (Ed è pur stato possibile ch'un uomo abbia potuto coprir sotto

una simulata amicizia cosí orribile tradimento?).

CINTIA. (Oimè, giá conosco alle narici aperte e inspiranti infocato

fumo, dall'aria della fronte turbatissima e dal minaccievol volto la

tempesta in punto contro di me!).

ERASTO. (Ma veggio Cintio tutto mutato nel volto: giá gli sará

raccontato l'affronto). Cintio, vo' cercando di te per tutta la cittá.

CINTIA. Eccomi al vostro comando.

ERASTO. Abbreviamo le ciancie. Dimmi di grazia, Cintio, che ingiuria o

dispiacere tu ricevesti da me mai, ch'io meritassi d'esser cosí

amareggiato nell'anima per tuo conto? e sotto una finta amicizia

nascondessi un verace tradimento? Ma non è buon nemico chi non sa

fingere un buon amico.

CINTIA. Non so che vogliate dirvi.

ERASTO. Che mi abbi girato e aggirato come un putto, con darmi ad

intendere che Amasia mi amasse e sposarla all'oscuro; e dopo

ingravidata la ritrovo maschio e che non mi conosce. Tu gentiluomo di

onore no, ma d'infamia; tu di fede no, ma di tradimento!

CINTIA. Io sono gentiluomo e di onore e di fede, e ve lo farò

conoscere, e son qui nelle man vostre, e se non vi fossi verrei a

porvemi per giustificarmi con voi.

ERASTO. E hai tu tanta lingua e tanta fronte? e non ammutisci e non

arrossisci? In cambio di Amasia mi conduci a giacer meco una puttana

vecchia.

CINTIA. Nol dite che sia una puttana, ché ve lo manterrò con questa

spada mentre arò spirito a reggerla. Non m'avete voi confessato che la

prima notte che giaceste seco, godeste le primizie della sua

virginitá? come è or dunque una puttana vecchia?

ERASTO. Ho detto «puttana vecchia», non perché non sia vero quello che

ti confessai; ma chiunque ella si sia, è una vile e poveraccia, poiché

sotto altrui nome s'è venuta a giacer con uno che non sa chi si sia.

CINTIA. Ed io vi dico che è nobile e ricca quanto voi, e conosce

meglio voi che voi stesso. Ma che gran sceleratezza o peccato ha

commesso costei contro di voi che le portate tanto odio e vi sentite

cosí oltraggiato da lei? Una che ha brusciato in tanto foco per voi,

amatovi con tanta fede e datovi quei segni d'amore che da onesta

donzella si potessero dare; anzi ella per compiacervi ha trasportato i

termini di ogni donnesca onestá! E se pur ha peccato contro di voi, in

una sola cosa ha peccato: che v'ave amato troppo svisceratamente, e

accecata dal troppo insopportabile amore è venuta ne' termini che voi

sapete.

ERASTO. Chi è dunque questa femina?

CINTIA. Non bisogna saperla: perché mentre non la conoscete l'amate,

conoscendola l'odiate; sotto la falsa sembianza la raccogliete e

abbracciate, sotto la vera la scacciate e aborrite; non sapendo chi

sia l'onorate, e avendola dinanzi agli occhi l'ingiuriate e

oltraggiate e mostrate di non conoscerla.

ERASTO. Chi è cotesta brutta disgraziata?

CINTIA. Disgraziata e infelice sí bene, ma non brutta se dicevate il

vero quando stavate abbracciato con lei: che avanzava di leggiadria

tutte le umane creature.

ERASTO. Chi ha inteso questo da me?

CINTIA. Chi v'era presente: io.

ERASTO. Eravamo duo soli.

CINTIA. Fra quelli ci era ancor io.

ERASTO. Dimmi, dov'è cotesta donna?

CINTIA. Dove volete voi che sia? piú presso che voi non vi pensate:

quanto voi sète lontano da me.

ERASTO. Che ne sai tu?

CINTIA. Niun lo sa meglio di me.

ERASTO. Non è peggior sordo che quello che non vuole intendere.

Parlami un poco piú chiaro, rispondimi a proposito: chi è quella che

m'hai fatta sposare?

CINTIA. Dimandatelo a voi stesso che l'avete avuta in braccio tante

volte: niuno sa meglio di voi che la conoscete come me.

ERASTO. Non la potei mai veder bene perché eravamo all'oscuro o con un

lumicino: cosí accordato fra voi per ingannarmi, come m'avete giá

ingannato. Ma io vorrei che, imparando il mio linguaggio, mi dicessi

chiaro chi fu quella.

CINTIA. Perché sète ingrato sopra tutti gl'ingrati e cieco sopra tutti

i ciechi, anzi indegno che mai piú donna v'ami, ancorch'ella non vel

dica chi sia, tutto il mondo parla per lei: ve lo dicono gli occhi

suoi, il volto, la sua bocca e l'anima e il sangue dell'anima sua, la

qual, trafitta dalle vostre ingiuriose parole piú assai che da un

acutissimo coltello, vi manda il sangue fuori. Non vedete le lacrime

sue? che son altro le lacrime che il sangue dell'anima? E se pur sète

tanto cieco e sordo che non volete udirla né vederla, ve lo dirá

all'ultimo la sua morte che sará tra poco; anzi uccisa dalle vostre

mani, morta l'abbracciarete e la basciarete. Ma voi che sète di cosí

bel giudicio, di cosí raro intelletto e discortese cosí altamente,

come non ve ne accorgete?

ERASTO. Io non sento da te se non parole mascherate. Ma lasciamo

questa ingiuria e tocchiamone un'altra maggiore. Dimmi, come sei

infellonito cosí contro di me che, praticando in casa mia cosí alla

libera, mentre ch'io giaceva con quella... che non so come nominarla,

in casa tua, tu venivi in mia casa a far violenza a mia sorella?

CINTIA. Ti giuro su la mia fede che non solamente non ho ciò fatto, ma

né meno mi passò per il pensiero giamai!

ERASTO. Che fede fede? che fede hai o avesti tu mai? La tua fede ti

serve per ingannare chi ha fede nella tua fede.

CINTIA. «Chi non ha fede non crede». Ti giuro da quel che sono!

ERASTO. Da un disleale, da un traditore.

CINTIA. Credete a me!

ERASTO. Crederò io a quella lingua mendace che m'ha fatto mille

spergiuri?

CINTIA. Io non feci in voi mai cosa onde meritasse riceverne cosí

ingiuriose parole; ma qualunque ciò dice contro di me, ne mente mille

volte per la gola!

ERASTO. Ecco qui il testimonio. Vien qui, Dulone: non hai tu visto

costui la notte passata in casa mia ragionar con Lidia ed entrare in

casa mia?

DULONE. È vero e l'ho visto!

CINTIA. Tu hai visto me entrar in casa sua la notte passata?

DULONE. Io io, sí sí, con questi occhi!

CINTIA. Se tu non fossi suo servo a cui porto rispetto, ti darei tanti

calci su lo stomaco che ti farei vomitar il sangue e l'anima, o la

veritá. Ma s'era di notte, come mi conoscevi?

DULONE. Ti conobbi alla statura, alla voce, alle vesti, al mover della

persona, al volto senza barba.

ERASTO. Anzi quello che costui dice, Lidia lo conferma e mi cerca

vendetta dalla violenza che l'hai tu usata.

CINTIA. Io non l'ho fatto violenza, ma riveritala sempre come mia

sorella.

ERASTO. Dulone, di' a Lidia che cali giú: vo' veder se, nello

affronto, in quel tuo volto vitriato resterá qualche segno di

vergogna.

CINTIA. Non trovarete mai altro che la notte passata, che voi giaceste

con quella che voi tanto ingiuriate, io non mi partii da voi, e se fui

sempre con voi, non poteva essere altrove.

ERASTO. Non darò piú fede alle parole tue.

La Cintia · 第 63 / 83 题