LIDIA. (Misera me, che non trovo riposo, né per molte volte che mi sia
fatta su la fenestra posso veder Cintio aver altri da parte sua che
venghi a trattar con mio padre su le mie nozze; e pur si mostrava meco
tutto di fuoco in desiarle! Ma eccolo. Mi par assai d'animo
travagliato. Dio m'aiti! forse non ará potuto accapar con mio padre le
nozze).
CINTIA. (Ogni rumor che sento, ogni persona che veggio mi par Erasto
che mi chiami e mi sfidi ad uccidermi con lui).
LIDIA. Cintio, Cintio mio!
CINTIA. Eccomi, eccomi pronto, che volete da me?
LIDIA. (Giesú, questi pon mano alla spada!). Signor Cintio, volgetevi
qua a me.
CINTIA. Deh, voi sète! (Questa sovraggionta mancava al mio affanno!).
LIDIA. Cuor mio, come state cosí travagliato?
CINTIA. Che avete voi ad impacciarvi de' fatti miei, o sia travagliato
o felice?
LIDIA. Non sapete voi che i vostri travagli son miei? come sia
possibile che voi passando un minimo travaglio, a me non sieno vive
punture nell'alma?
CINTIA. Di grazia, badate a' casi vostri.
LIDIA. Dunque, cosí tosto vi son uscita dal core?
CINTIA. Dal cor voi non ne sète uscita, perché non ci entraste giamai.
LIDIA. Oimè, che subiti mutamenti son questi? questo è dunque l'amor
che cosí caldamente dimostravate portarmi?
CINTIA. Che mutamenti? che amor? io non so che vi dite.
LIDIA. Non merita tali risposte quello che ho fatto per voi.
CINTIA. Che cosa faceste voi per me mai?
LIDIA. Eh, Cintio, non mi straziate piú di quello che sin qui fatto
m'avete! Non so che volete da me: m'avete tolto la vita, l'onore e
l'anima.
CINTIA. Veramente che voi dovete sognarvi, dovete dormir ancora.
LIDIA. Piacesse a Dio che dormisse, piacesse a Dio che mai mi
svegliasse o fusse morta mille anni sono per non udir quel che sento!
E giá parevami che il cor mio presagesse questa disgrazia,
ch'impossibil mi pareva che essendo cosí subito rivoltato ad amarmi,
che s'avesse a scemar in me un punto. Il vostro è stato odio e non
amore; ché avendo perduto con voi l'anima e il core, ben poco mi parea
se non mi aveste fatto perder l'onore ancora.
CINTIA. Io non so quello che vi diciate, e io ho altri garbugli per la
testa che badar alle vostre ciancie.
LIDIA. O dolor che avanzi tutti gli altri, o anima, o spirito mio,
perché non fuggi da questo corpo tribulato? Non vi muove dunque la
data fede?
CINTIA. Che fede, che fede vi diedi io mai?
LIDIA. Mi desti quella fede solo per ingannarmi sotto quella fede! Or
che piú tradimento può ascoltarsi che tradir una povera feminella
sotto la fede, o che piú agevol cosa d'usar fraude ad una donna, ad
una che potevi sempre ingannar che volevi? che sapevi ben quanto
t'amava e che voleva tutto quello che tu volevi, e che Amor m'avea
bendati gli occhi che non sapea quel che facesse? Ah quanto rara si
trova la fede negli uomini!
CINTIA. So che se non mi parto di qua, che non saresti per finir tutto
oggi.
LIDIA. Un traditor perfido e disleale non potea rispondermi altro che
questo: ora m'accorgo chi tu sei! Tu gentiluomo? tu perfido, barbaro e
inumano! Ma o che io morrò o farò che ti sia tratta quella lingua di
bocca, accioché non inganni alcun'altra povera donnicciuola: ti farò
cavar quel cuore malvaggio e traditore!
CINTIA. Giá s'è partita. Non mancava altro agli affanni miei! La
fortuna non comincia per una sola: a tempo che non so se debba viver
un'ora, arò pensiero dell'altrui vita. Misera, che farò, qual sará il
pensier mio? Non credo che viva anima cosí tribulata nell'inferno come
la mia: resto al mondo per un infelice essempio d'ogni miseria. Oh
quanto felici coloro che morti sono! che sará della mia vita?