SCENA VI.

BALIA di Cintia, CINTIA.

BALIA. Fermati, figlia mia, non correr con tanto impeto, frena questo

pensiero con qualche ragionevol discorso, non ti lasciar cosí vincer

dal dolore e dalla disperazione, perché di tante hai eletta la piú

perigliosa, precipitosa e disperata rissoluzione.

CINTIA. Balia mia, vorrei maledir mille volte l'ora che nacqui: deh!

perché non mi soffocasti nella cuna? Qual pensi ch'or sia l'anima mia,

se pur ho anima in questi affanni? Il mio male è senza conforto; però

non è piú tempo di speranze o di trattenimenti. Egli non sol non mi

ama, ma da lui son odiata, sdegnata e aborrita. A me è impossibile il

viver senza di lui; però prima che sia d'altro uomo, voglio essere

della morte. Che cagion ho di vivere? La vita m'è per ogni rispetto

molesta: restando in vita, mi sarebbe il vivere piú acerbo d'ogni

acerbissima morte; sarei una che morisse mille volte il giorno senza

poter morire; solo nella morte può esser la mia pace e la mia requie.

Onde essendo risoluta morire, tardando mi uccido prima che mora: ogni

momento che tardo m'è una morte; il pensar a morire è il maggior

travaglio che sia nel morire.

BALIA. Figlia, tu sei cosí ebra dell'ira e infrenesita dal furore che

capiterai male. Non correr con tanto impeto, frena i tuoi spiriti cosí

feroci e furiosi, spera un poco meglio. Il tempo suol apportar piú

maturo consiglio: forse la fortuna ci apporterá qualche rimedio, ci

fará qualche favore.

CINTIA. Che rimedio può trovarsi ove non è rimedio alcuno? il caso è

irremediabile! Se la fortuna ci ha mostrato qualche favore, ha fatto

l'ultimo suo sforzo come quando all'infermo viene il miglioramento

della morte. Giá s'è scoverto che Amasia sia uomo; e in un'ora, in un

punto si son scoverti tanti inganni, son perdute tante fatiche e tanti

consigli che abbiam fatto tanti mesi e anni. Non ci è piú speranza,

non ci è piú pericolo, non ci è piú che temere, ogni cosa è piena di

garbuglio: ecco il fiele che ave amareggiato tutte le passate

dolcezze--se posso dir in tanto tempo aver gustato alcuna vera

dolcezza!

BALIA. Che hai dunque determinato di fare?

CINTIA. So ch'egli arde di rabbia contro me e m'odia insino a morte:

incontrandomi con lui, porrá subito le mani all'armi, le porrò

anch'io. Io cercherò di pungerlo e inasprirlo con le piú ingiuriose

parole che saprò imaginarmi. Al primo colpo gli mostrarò

disavedutamente il fianco accioché mi passi il core: vo' che quella

mano che da principio mi involò il core, quella istessa lo ferisca e

uccida. Quando poi mi conoscerá morta, conoscerá parimente il mio

amore e la mia fede; e so che la sua spada passará allor in un punto

duo cuori. Cosí morendo per le sue mani, mi saranno le piaghe care e

fortunate; morrò felice e con quella morte mi involerò dalla morte.

Però ti prego non invidiarmi cosí dolce e felice morire!

BALIA. Non sará meglio, o figlia, che gli scuopra ch'io sola son stata

cagione del tutto e ch'io l'ho ingiuriato e tradito; accioché,

sfogando la rabbia contro la mia vita stanca giá di viver e poco

lontana dalla morte, serbi la tua piú degna vita a piú felice fortuna?

Qual sarebbe la mia vita, tu mancandomi? rimarrei orfana, vedova, sola

e sfortunata, ché tu in vece di tutti sei mia madre, mio marito, mia

compagna e mia figlia. E poi ben convien ch'io ne patisca la pena,

perché io son stata cagion di consigliarti e aiutarti in questo amore.

CINTIA. Madre mia, se tu facessi questo, mi condurresti ad uccidermi

con le mie mani per disperata e mi faresti perder la vita e l'anima

insieme: però ti prego che non cerchi ingannarmi con farmi restar in

vita, ché privandomi di ciò mi privaresti di una giocondissima morte e

col volermi esser pietosa m'usaresti opra di crudeltade.

BALIA. Figlia, non sarebbe piú bene che lo scoprissi a tuo padre? ché

mi confiderei di far tanto con lui ch'egli scoprisse il fatto a

Sinesio suo padre, e fra loro trovassero qualche assetto a questi

intrighi. Chi è sforzato morire fa prima ogni sforzo di non morire:

ché all'ultimo non saremo al peggio di quel che noi siamo.

CINTIA. Sará peggio, perché mio padre, sentendosi oltraggiato da mia

madre per l'inganno usatogli, e poi oltraggiato da me nel fatto

dell'onore, si sentirá due volte ingiuriato; né stimerá ch'io spinta

da amor di marito abbia concesso il mio corpo ad Erasto, ma ben da

lascivo o disonesto appetito; onde, fatta rea e suspetta appo mio

padre di un vano appetito, non si terrá per pago se mi strangolerá con

le sue mani. Onde saresti cagione d'una mia doppia morte; donque per

quanto amor mi porti, lascia ch'io sodisfaccia al mio desio e con una

volontaria prevenga la necessaria mia morte. E dopo morta, scuopri per

ordine ad Erasto il tutto, e digli che occecata da troppo ardentissimo

amore ho fatto quanto ho fatto. A mio padre dirai che non s'affligga,

ché non ha perduto un maschio, ch'egli tanto desiderava, ma una femina

sfortunata e infelicissima.

BALIA. O indarno nata bella, o indarno tante virtú imparate, e cosí

morir tu devi? ahi stelle crudeli, e che è quel che ascolto? Figlia,

ti prego per quello latte che asciugasti dalle mie poppe, per quei

dolci travagli che ho sofferti in allevarti e nudrirti--giacché tu non

conosci tua madre, ch'io son stata la tua balia e la tua madre,--che

tu non corri con tanta furia. Vo' partirmi, ché non ti incontri con

lui dinanzi gli occhi miei. Ahi, che solo pensandoci mi si schianta il

core! Figlia, ti benedico il sangue che ti ho dato; il resto pongo

nelle man d'Iddio.

CINTIA. Va' e accompagna i prieghi tuoi con i miei a Dio, ché raccolga

la misera anima mia. E tu che raccogliesti le membra al mio natale, tu

ricevi ultimamente il mio corpo moriente; e se essendo bambina le tue

braccia mi fûr culla, mi sieno feretro nella mia morte!

La Cintia · 第 59 / 83 题