BALIA di Cintia, CINTIA.
BALIA. Fermati, figlia mia, non correr con tanto impeto, frena questo
pensiero con qualche ragionevol discorso, non ti lasciar cosí vincer
dal dolore e dalla disperazione, perché di tante hai eletta la piú
perigliosa, precipitosa e disperata rissoluzione.
CINTIA. Balia mia, vorrei maledir mille volte l'ora che nacqui: deh!
perché non mi soffocasti nella cuna? Qual pensi ch'or sia l'anima mia,
se pur ho anima in questi affanni? Il mio male è senza conforto; però
non è piú tempo di speranze o di trattenimenti. Egli non sol non mi
ama, ma da lui son odiata, sdegnata e aborrita. A me è impossibile il
viver senza di lui; però prima che sia d'altro uomo, voglio essere
della morte. Che cagion ho di vivere? La vita m'è per ogni rispetto
molesta: restando in vita, mi sarebbe il vivere piú acerbo d'ogni
acerbissima morte; sarei una che morisse mille volte il giorno senza
poter morire; solo nella morte può esser la mia pace e la mia requie.
Onde essendo risoluta morire, tardando mi uccido prima che mora: ogni
momento che tardo m'è una morte; il pensar a morire è il maggior
travaglio che sia nel morire.
BALIA. Figlia, tu sei cosí ebra dell'ira e infrenesita dal furore che
capiterai male. Non correr con tanto impeto, frena i tuoi spiriti cosí
feroci e furiosi, spera un poco meglio. Il tempo suol apportar piú
maturo consiglio: forse la fortuna ci apporterá qualche rimedio, ci
fará qualche favore.
CINTIA. Che rimedio può trovarsi ove non è rimedio alcuno? il caso è
irremediabile! Se la fortuna ci ha mostrato qualche favore, ha fatto
l'ultimo suo sforzo come quando all'infermo viene il miglioramento
della morte. Giá s'è scoverto che Amasia sia uomo; e in un'ora, in un
punto si son scoverti tanti inganni, son perdute tante fatiche e tanti
consigli che abbiam fatto tanti mesi e anni. Non ci è piú speranza,
non ci è piú pericolo, non ci è piú che temere, ogni cosa è piena di
garbuglio: ecco il fiele che ave amareggiato tutte le passate
dolcezze--se posso dir in tanto tempo aver gustato alcuna vera
dolcezza!
BALIA. Che hai dunque determinato di fare?
CINTIA. So ch'egli arde di rabbia contro me e m'odia insino a morte:
incontrandomi con lui, porrá subito le mani all'armi, le porrò
anch'io. Io cercherò di pungerlo e inasprirlo con le piú ingiuriose
parole che saprò imaginarmi. Al primo colpo gli mostrarò
disavedutamente il fianco accioché mi passi il core: vo' che quella
mano che da principio mi involò il core, quella istessa lo ferisca e
uccida. Quando poi mi conoscerá morta, conoscerá parimente il mio
amore e la mia fede; e so che la sua spada passará allor in un punto
duo cuori. Cosí morendo per le sue mani, mi saranno le piaghe care e
fortunate; morrò felice e con quella morte mi involerò dalla morte.
Però ti prego non invidiarmi cosí dolce e felice morire!
BALIA. Non sará meglio, o figlia, che gli scuopra ch'io sola son stata
cagione del tutto e ch'io l'ho ingiuriato e tradito; accioché,
sfogando la rabbia contro la mia vita stanca giá di viver e poco
lontana dalla morte, serbi la tua piú degna vita a piú felice fortuna?
Qual sarebbe la mia vita, tu mancandomi? rimarrei orfana, vedova, sola
e sfortunata, ché tu in vece di tutti sei mia madre, mio marito, mia
compagna e mia figlia. E poi ben convien ch'io ne patisca la pena,
perché io son stata cagion di consigliarti e aiutarti in questo amore.
CINTIA. Madre mia, se tu facessi questo, mi condurresti ad uccidermi
con le mie mani per disperata e mi faresti perder la vita e l'anima
insieme: però ti prego che non cerchi ingannarmi con farmi restar in
vita, ché privandomi di ciò mi privaresti di una giocondissima morte e
col volermi esser pietosa m'usaresti opra di crudeltade.
BALIA. Figlia, non sarebbe piú bene che lo scoprissi a tuo padre? ché
mi confiderei di far tanto con lui ch'egli scoprisse il fatto a
Sinesio suo padre, e fra loro trovassero qualche assetto a questi
intrighi. Chi è sforzato morire fa prima ogni sforzo di non morire:
ché all'ultimo non saremo al peggio di quel che noi siamo.
CINTIA. Sará peggio, perché mio padre, sentendosi oltraggiato da mia
madre per l'inganno usatogli, e poi oltraggiato da me nel fatto
dell'onore, si sentirá due volte ingiuriato; né stimerá ch'io spinta
da amor di marito abbia concesso il mio corpo ad Erasto, ma ben da
lascivo o disonesto appetito; onde, fatta rea e suspetta appo mio
padre di un vano appetito, non si terrá per pago se mi strangolerá con
le sue mani. Onde saresti cagione d'una mia doppia morte; donque per
quanto amor mi porti, lascia ch'io sodisfaccia al mio desio e con una
volontaria prevenga la necessaria mia morte. E dopo morta, scuopri per
ordine ad Erasto il tutto, e digli che occecata da troppo ardentissimo
amore ho fatto quanto ho fatto. A mio padre dirai che non s'affligga,
ché non ha perduto un maschio, ch'egli tanto desiderava, ma una femina
sfortunata e infelicissima.
BALIA. O indarno nata bella, o indarno tante virtú imparate, e cosí
morir tu devi? ahi stelle crudeli, e che è quel che ascolto? Figlia,
ti prego per quello latte che asciugasti dalle mie poppe, per quei
dolci travagli che ho sofferti in allevarti e nudrirti--giacché tu non
conosci tua madre, ch'io son stata la tua balia e la tua madre,--che
tu non corri con tanta furia. Vo' partirmi, ché non ti incontri con
lui dinanzi gli occhi miei. Ahi, che solo pensandoci mi si schianta il
core! Figlia, ti benedico il sangue che ti ho dato; il resto pongo
nelle man d'Iddio.
CINTIA. Va' e accompagna i prieghi tuoi con i miei a Dio, ché raccolga
la misera anima mia. E tu che raccogliesti le membra al mio natale, tu
ricevi ultimamente il mio corpo moriente; e se essendo bambina le tue
braccia mi fûr culla, mi sieno feretro nella mia morte!