MITIETO vecchio, CINTIA sotto abito di maschio.
MITIETO. Talché, per dirvelo liberamente, Cintio mio caro, né maggior
bellezza accompagnata da onestá, né maggior chiarezza di sangue
congionta con umiltá trovarete, né maggior amor senza gelosia si vede
in donna giamai di quello che porta ella a voi. E se in tutte le cose
è qualche termine o modo, solo in amar voi ella non serva né termine
né modo. Ella è non men d'opre che di nome chiara; si chiama Lidia,
che è la pietra del paragone dove tutte le virtú si scuoprono e
s'affinano: talché come cosa illustre e singulare, o sia in casa o sia
in piazza o nelle chiese, tira a sé gli occhi e tien le lingue sospese
e i pensieri di ciascheduno; e par che la natura e la fortuna
l'abbiano dotata di tante grazie solo per farla vostra compagna. Onde
di tanto favore voi dovreste a Dio un perpetuo rendimento di grazie; e
voi sempre piú duro e ostinato in rifiutarla perseverate.
CINTIA. Mitieto, io non ho visto né il piú duro né il piú ostinato
uomo di te, che, avendomi ostinatamente tutt'oggi intronato il capo,
ancora perseveri a molestarmi.
MITIETO. La cagione n'è Arreotimo vostro padre, il qual mi sforza a
far questo ufficio con voi e pensa che il difetto venga da me, come io
non sapessi persuaderlovi acconciamente, perché è rissoluto che voi
abbiate ad ammogliarvi.
CINTIA. Se ben a mio padre io sia stato in tutto ubidiente e abbia
fermo proposito d'esser cosí sempre per l'avvenire, pur nel fatto
della moglie voglio ubidire a me stesso, perché io son quello che ho
da vivere e morir con lei.
MITIETO. Egli non vi obliga piú ad una che ad un'altra, ma vuol che la
finiate tosto, perché molti anni vi vien dietro con diverse spose, e
voi attaccandole or un difetto or un altro le rifiutate tutte, come se
nel mondo non si trovassero donne di voi degne.
CINTIA. Come ti sforzi di persuadere a me, perché non ti sforzi di
persuadere a mio padre che faccia altro pensiero?
MITIETO. Voi sapete ch'ogni padre desia vedere i nepoti, e massime chi
è padre di un solo.
CINTIA. Non vedrá mai mio padre, dandomi moglie, da me generar
figliuoli.
MITIETO. Che sète forse ammalato? Voi sapete che son stato vostro
balio, e l'affezion grande, che v'ho portata da picciol bambino, s'ha
occupato il luogo della natural creazione, che mi posso dir vostro
padre: se vi nascondete da me, a chi dunque nel mondo vi palesarete?
CINTIA. Mitieto, quando arai intesi i miei guai, a te dispiacerá di
avergli intesi e a me d'avergli raccontati: però per tôrre all'uno e
all'altro questo travaglio sará meglio ch'io taccia e soffrisca.
MITIETO. Manifestate il vostro male, ché l'infirmitá conosciuta si può
rimediare, ma la taciuta va sempre di male in peggio.
CINTIA. Dimmi, posso fidarmi io di te?
MITIETO. Questa domanda è un'occolta maniera di notarmi d'infedeltá,
poiché dubitate se debbo tacer cosa che son tenuto per debito a
tacere.
CINTIA. Oimè, che tremo e mi vergogno palesare il mio secreto! Sappi,
Mitieto mio caro, ch'io son femina.
MITIETO. Femina? ed è possibil questo?
CINTIA. Cosí non fusse mai stato!
MITIETO. O Dio, che intendo!
CINTIA. Nulla ancora delle gran cose che sei per intendere.
MITIETO. Ma come son stato io cosí cieco che, avendovi tenuto in
braccio tante volte e vestito e spogliato tante volte, non mai me ne
sia avveduto?
CINTIA. Come volevi tu accorgertene, se la diligenza di Ersilia mia
madre fu tale che né l'istesso mio padre ne fece accorgere?
MITIETO. Deh! manifestatemi di grazia la cagion del tutto.
CINTIA. Stammi tu dunque ad ascoltare.
MITIETO. Ma raccontatelo di grazia come se aveste a raccontarlo in una
scena.
CINTIA. Sappi che quanto Ersilia, la mia madre, fu bella e nobile
tanto fu poco agiata de' beni della fortuna; abbitava qui presso ad
Arreotimo mio padre, il quale invaghitosi di lei corruppe la madre, le
serve e tutti di casa con danari, e si godé di lei. Ella che ben sapea
l'arte di rendersi altrui soggetto, mostrandosegli grata in ogni cosa
e soggiogandolo con la sua bellezza, lo ridusse in poco tempo a tale
che oltra di lei non vedeva, né sentiva altro diletto che di udirla
ragionare e di averla sempre in braccio. Onde ella divenne il tutto;
ed egli le promise liberamente che se di lei avesse avuto un maschio,
che sommamente desiderava, la sposarebbe e la farebbe erede del tutto;
ma partorendogli una femina, le donarebbe quattromila ducati, e del
resto lascerebbe erede Sinesio, questo vicino suo grandissimo amico.
Or mia madre, che altro non bramava che uscir di peccato e restituirsi
nell'onore, si voltò a Dio con i piú efficaci prieghi, con le piú
ardenti lacrime che mai uscissero da cor di donna, aggiongendo voti a
voti e pregandolo che le concedesse un maschio. Ecco s'ingravida e
partorisce me, nel cui picciol soggetto si vede raccolto un grande
apparato di formidabili accidenti....
MITIETO. Come dunque nascose il parto ad Arreotimo?
CINTIA.... Ella avea determinato vincer l'impresa ad ogni modo, e come
prudente ch'era, s'avea preparato una comare che le trovasse un
maschio, per mostrarlo quel giorno ad Arreotimo. Venne il tempo del
parto, e le successe ogni cosa come desiderava; sicché Arreotimo vide
in scambio di me un maschio, ed io fui mandato a battezzare, e di
Cintia che si dovea, Cintio mi si pose nome. Fu tal poi la sua
accortezza che non lo fe' accorger mai ch'io fussi femina, fidandosi
solo d'una mia balia. Arreotimo la sposò secondo la promessa e
l'instituí erede nella sua morte; essendo anch'io bambina, passò di
questa vita, restando io sola miserabil reliquia di tanti affanni. Or
sia detto assai della mia madre, del mio nascimento, e torniamo a'
casi miei....
MITIETO. Gran meraviglie son quelle che mi raccontate.
CINTIA. Maggiori ne udirai.--... Venuta ch'io fui all'etá convenevole,
Arreotimo mi mandò alla scuola con Erasto, figlio di Sinesio, acciò,
per essere amendue d'una istessa etá, l'emolazione avesse me spronato
agli studi. Apparai lettere, e le mani nate alla conocchia e all'aco
rivolsi a maneggiar cavalli e armi e tutte quelle arti che rendono
illustre un cavaliero, non lasciandomi superar da Erasto, anzi
lasciandomelo dietro di gran lunga. Lodava molto mio padre
quest'amicizia, veggendolo ornato di tante lettere e di tante buone
creanze, anzi non voleva ch'io trattassi con altro che con Erasto;
onde nacque tra noi una amicizia strettissima, trattandosi fra noi di
risoluzioni onorate, di desidèri di belle imprese e d'esser compagni a
gran fatti....
MITIETO. E in un petto di donna potea capir animo sí valoroso?
CINTIA. Ascolta, di grazia.
MITIETO. Che ascolti io? e chi sarebbe quello che cosí bella storia
non ascoltasse un giorno intiero? Non ascoltai mai cosa in mia vita
che piú mi dilettasse.
CINTIA.... A me cominciarono a piacere i suoi modi come quelli che di
tanta grazia erano pieni ch'io gli stimava l'istessa grazia, e mi
s'imprimevano sí fattamente nel core che mi pareva che ivi fussero
visibilmente scolpiti. E cominciai ad amarlo senza che sapessi che
cosa fusse amore: e semplice e inesperta a guisa di farfalla correva
al dolce lume de' suoi begli occhi e ivi rimaneva preda della sua
bellezza, sentendomi brusciar la mente e l'anima come arido legno e
provando una passione non mai piú sentita. Allora opposi gli occhi
della mente a quelli del corpo, ma restaron subito occecati; e la mia
continenza fu vinta dalla passione, né fu mai possibile che si
scancellasse quell'amorosa imagine che nel cuor s'era scolpita. Al
fin, vedendo che con longa e ostinata resistenza non facea nulla, mi
lasciai tutta brusciar di quel foco ardentissimo....
MITIETO. Voi m'avete cosí bene espresse le parti d'Erasto ch'essendo
io assente le contemplo, e non vedendole le ho innanzi agli occhi.
CINTIA. Ahi, pessima mutazion della mia vita!
MITIETO. Talché da una cosí virtuosa emulazione vi lasciaste cadere in
cosí ardente passione?
CINTIA.... In questo foco arsi e morii gran tempo desiando sempre
occasione di medicare i miei mali; ed ecco Amor la mi presenta.
Conversando Erasto in casa mia, s'accese assai fieramente d'Amasia,
questa mia vicina; communica meco il suo amore e mi chiede consiglio e
aiuto. Io fingo con una mia balia d'adoprarmi in suo servigio; e dopo
alquanti giorni gli fo intendere da parte di Amasia che, quando
volesse sposarla, gli darebbe in preda se stessa e l'amor suo. Erasto
accetta l'invito contentissimo: cosí cominciossi a trattar del modo.
In somma, se gli fe' intendere da parte di Amasia che, volendola
Pedofilo suo padre maritar in Bologna lor patria, non arebbe mai
consentito a simili nozze. Però bisognava godersi insieme di notte
senza che anima se ne accorgesse per imaginazione: e voleva per patto
espresso che non passasse mai per casa sua, non le mandasse ambasciate
per altri che per me o per la mia balia; e che si facesse una buca nel
muro, che divideva la casa sua dalla mia, per poter passar nel mio
appartamento; e che mentre ella stesse con lui, io non mi fussi
partito dalla buca per alcun periglio che n'avesse potuto succedere; e
che in camera si fusse contentata averla con un lumicino: il che fu
tutto accettato da Erasto liberamente come quello che ne spasimava di
passione....
MITIETO. Vieni presto alla conclusione, ch'io fatico mirabilmente col
cervello per saper dove siate per riuscire.
CINTIA.... La conclusione è venuta alle due ore di notte, che fu l'ora
ordinata fra noi. Fingendo io d'andare alla buca a far la guardia, mi
vesto de' panni d'Amasia e me ne vengo al mio studio terreno: la balia
l'introduce; egli mi sposa, mi spoglia, e ci ponemo in letto, dove
stemmo tutta notte abbracciati insieme tanto stretti che parevamo una
cosa medesima....
MITIETO. O Dio, come non morivi dalla vergogna?
CINTIA. Mi vergognava tanto che ancor la memoria se ne vergogna, anzi
mi vergogno ora in palesarti quello che tutte le donne devrebbono
nascondere.--... Passò la notte piú tosto che avremmo voluto, anzi
volò fra quei dolci contenti, e l'aurora ci svelse l'un dal braccio
dell'altro con egual cordoglio ma con disegual animo. Percioché egli,
pensando aver goduto Amasia, con quella falsa opinion di dolcezza non
capía nella pelle; io, se ben pensavo il mio piacere era stato
infinito, tanto mi era caro quanto discaro: m'era caro perché godeva
tutto quel bene che arei potuto godere qui in terra, m'era discaro
perché mi mancava il meglio, ch'era l'animo, non essendo altro che un
furto il mio e una rapina dell'altrui dolcezze, che non poco mi
toglieva dell'intiero diletto. Anzi nel mezo del piacere era tanta la
paura che non mi scoprisse chi fussi, che mi amareggiava la dolcezza
presente. La mattina tantosto che fu l'alba, viene a me e mi racconta
gli diletti innumerabili che avea gustato con la falsa Amasia. Godeva
io che avesse trovato in me cosa che gli fusse piaciuta: dispiacevami
non fusse quello in me che con l'imaginativa si pensava che fusse in
Amasia. Or avendo piaciuto il gioco all'uno e all'altra, molte volte
ci siamo trovati insieme e abbiamo l'un l'altro medicato gli ardori
delle nostre fiamme; ma a me il ventre n'è divenuto gonfio ed è
cresciuto tuttavia al colmo, e dubito esser poco lontana dal
partorire. Le cose, ristrette in breve somma, sono passate di questa
maniera. Ecco or la chiave di tutti i miei secreti; or dammi qualche
consiglio.
MITIETO. Il consiglio me lo dovevate domandar prima.
CINTIA. Se te l'avessi dimandato prima, quel che ho fatto m'avresti
sconsigliato, anzi trapostovi per interrompermi il mio piacere.
MITIETO. E qual fu il vostro primo pensiero?
CINTIA. Tutti i miei pensieri fûr volti a questo segno: ch'Erasto,
conosciuto al fin l'inganno e adescato della dolcezza, si fusse
contentato d'esser stato ingannato e si fusse mosso a compassione di
me--e tu sai che la compassione è mezana alla benevolenza,--e che
conosciuto lo scambievole nostro merito e l'amor mio da sposa e
pudica, fusse restato mio marito. Ma or temo tutto il contrario: che
vedendo beffate le sue speranze si volgerá ad odiarmi quanto m'amava;
né giudicherá il mio inganno onorato; ma che quello che ho usato con
lui, l'abbia usato con gli altri e che ad altri io abbia fatto copia
di me; e non credendo ch'io sia pregna di lui, non mi attenderá la
promessa. Eccomi infamata, odiata, scacciata e aborrita! O amarissime
dolcezze, quanto care mi costate! del mio piacere ho in un tempo e il
piacere e il castigo, e mi trovo al fin caduta in un mar di doloroso
pentimento. Che debbo dunque accusar il cielo e le stelle perverse?
MITIETO. Che cielo? che stelle?
CINTIA. Se da lor giri vengono le mie sventure.
MITIETO. Le vostre sventure vengono da voi stessa e dalle vostre
cattive operazioni, perché voi stessa v'avete fabricati i vostri
mali.--Orsú a' rimedi. Io cercherò di turbar il matrimonio fra voi e
Lidia, e fratanto imagineremo alcuna cosa migliore; e vo a dar effetto
a quanto ho promesso.
CINTIA. Ed io a trovar Erasto, ché veggendolo sento qualche
alleggiamento degli miei infortuni.--Ma ecco la balia di Lidia: verrá
a far meco delle solite canzoni. L'uno mi caccia, l'altra mi chiama.
Vedrò se potrò sfuggirla.