I.

Era cominciato appena il dicembre, e già si sentiva per le vie deserte

di Villapluvia il rumore faticoso (una specie di rantolo secco,

stridente) delle molte pale di ferro che spazzavan la neve.

Que’ cenciosi spazzaturai, giovani, vecchi e ragazzi, sembravano

altrettanti becchini che seppellissero le ultime spoglie del tardo

autunno in faccia all’inverno già apparso, con la sua orrida canutezza,

in quell’alpestre campagna. Gli alberi erano divenuti scheletri, e

l’abete nero, tra la fosca fuliggine delle foglie riarse e la nudità

dei rami stecchiti e spinosi, pareva un superstite in mezzo ai morti:

del sole non si vedeva che una traccia dispersa e morente tra le

pallide nubi.

Ma quel giorno il sole balenò, al tramonto, una luce sinistra su tutto

quell’immenso paese bianco: sotto il lividore terso del cielo, le

montagne divennero d’un colore vermiglio simile a quello del cocomero

tagliato quando è più acceso; poi tutto svenne, tutto si scolorì, come

se il mondo morisse.

Allora il dottor Fabio Stellini, medico provinciale di Villapluvia,

seduto là nel suo studio, alzò il capo dalla _Cronaca_ di Giovanni

Villani, e lo voltò alla finestra rischiarata dalla neve che prolungava

il dì fuggitivo.

Fra la noia di quel tempo, e la stanchezza di quei capitoli del

cronista, il quale registra i fatti come le note d’un calendario, o

d’un interminabile taccuino, il dottore non sapeva che fare. Pareva

intanto guardare gli spettri delle tenebre che crescevano in quella

tacita stanza ingombra di libri, e ascoltare il crepitìo leggiero

dei tizzi che si spengevano nel camino... Tutto si spengeva intorno

a quell’uomo, e anche la sua immagine si faceva sempre più fioca

nell’ombra.

Un cane accucciato presso il camino (si chiamava Speranza perchè sempre

buono, agile, allegro) incominciò a spazzolarsi un orecchio, facendo

squillare la sonagliera; sorse, fiutò la fessura dell’uscio, poi

s’accostò al padrone, e lo interrogò con gli occhi vispi, scodinzolando.

«Non esci oggi a respirare un po’ d’aria fresca?» pareva dirgli «che

importa se nevica? incontrerai meno gente, farai meno scappellate:

dunque non ti risolvi?... usciamo via, e ci divertiremo moltissimo.»

Il dottore chiuse il Villani, s’infilò il _paletot_, girò tutta la

casa per trovare un ombrello. Speranza gli saltava intorno festoso;

poi abbaiando si precipitò per le scale, schizzò in istrada, e andò a

grufolarsi sulla neve, la cui vista lo rallegrava come un fanciullo.

Speranza non sentiva la tristezza di quel crepuscolo cinereo, nè di

quelle case straniere in mezzo all’interminabile neve, nè di quella

funerea campana, lunga, rombante, che annunziava la scomparsa d’un

altro cittadino di Villapluvia; e che pareva dire ai paesi muti, al

fiume nero, alle valli bianche: è morto! è morto! è morto!

I fanaletti della luce elettrica, sospesi come scarabei d’oro per

l’aria bigia, mettevano quasi una nota allegra e irrisoria per la

deserta malinconia delle strade, dove le mosche bianche cadevano lievi

lievi come frammenti d’ostia, come particole d’ombre, o tacito diluvio

di spiritelli; quasi la natura, con tutto quel moto aereo e silenzioso,

compisse qualche suo funebre mistero nel vacuo mondo.

Non vacuo perchè c’erano ancora dei vivi, come attestavano, nella vasta

piazza, le colonne di fumo sorgenti dai tetti bianchi.

Era l’ora in cui nelle patriarcali cucine di Villapluvia bolle il

paiuolo della polenda sopra la fiamma allegra, e che quei buoni

cittadini, amanti della caccia e del vino, si mettono a tavola nelle

loro salette basse ed affumicate.

Fuor di casa, con quel tempaccio, non c’eran che i vagabondi senza

famiglia. Sotto i bassi, tortuosi e lunghi portici della piazza,

s’udivano solo dei radi passi e più rade voci. Non un’Autorità, non

un commendatore, non un cavaliere, non un avvocato, non una guardia

di sicurezza, ma solo cinque o sei peripatetici, tra cui il consueto

epilettico miserabile, venuto anche quella sera a passare un’oretta

amena sotto le logge.

Egli pareva un uomo assai contento della sua condizione. Bene o male

aveva trovato da ricuoprirsi, e la pennetta rosea che gli adornava il

lurido cappello dimostrava il suo buon umore. Ma la cosa di cui pareva

più soddisfatto era il suo bastone. Un bizzarro bastone in verità!

Sotto una farragine di medaglie, croci, conchiglie, campanelluzzi e

altri ornamenti, egli vi nascondeva un ossetto (non so come l’avesse

potuto avere) di san Venanzio; il santo che ci salva dalle cadute. Il

pover’uomo, molto forte e barbuto, con quel brutto male, ne faceva

ogni giorno delle cadute, e non perdeva mai la fede nel santo suo

protettore, e nelle cicche che veniva a cercare tutte le sere sotto

le logge. A passo stanco, immutabile, cadenzato, a cui aggiungeva

solennità quel bastone-reliquia ch’egli portava come un vescovo il

pastorale, i suoi occhi, errando a destra e a sinistra, non finivano

mai di cercar la cicca. Ma costumandosi a Villapluvia, per lo più,

di fumare a pipa, quella della cicca poteva dirsi piuttosto un’idea

archetipa, eterna, e quindi un’idea inafferrabile, ma sempre un’idea di

cui egli si pasceva lo spirito, trovando in quella dolce soddisfazione

un mezzo di distrarsi a Villapluvia e passare il tempo.

Il dottore, stanco d’incontrare per la ventesima volta, andando su e

giù per le logge, quel platonico ciccaiolo, s’avviò verso la piazza del

duomo.

Colà tutto pareva dormire il sonno dei secoli in mezzo al silenzio e

alla neve che copriva la chiesa, copriva il campanile smisurato nel

buio, copriva il palazzo dei rettori co’ suoi stemmi marmorei, la

torre dell’orologio; copriva la barba e il _paletot_ del dottore...

Come dico, non si sentiva un respiro; ma a un tratto Speranza ruppe

quel gran silenzio, mettendosi a abbaiare dietro a uno sconosciuto

che attraversava la piazza nevosa, giù gobboni come Atlante che regge

il mondo. Egli si reggeva a due mani, sulla groppa, una lunga cassa

da morto, sicchè pareva, in quell’albore deserto, una cariatide nera,

semovente e springante all’indietro dei calci paurosi al cane abbaione.

— Chètati! — gli gridò il dottore inseguendolo con l’ombrello — anche

la stampa del luogo si lamentò che tu troppo abbai alla gente; e se

ora ti sente il prefetto Tummistufetti, mio superiore, ne fa anche di

questa una questione d’ordine pubblico!...

Quell’uomo nero scomparve, e Speranza tacque, e seguì il dottore,

fermandosi ogni tanto a annusar la neve ammontata lungo le case, e che

pareva mandare, nei canti più oscuri, come una luce fosforescente.

Egli continuò la sua passeggiata per quelle viuzze, e i fanali che

raggiavano smorti su quel pallore fisso e nevoso, gli attristavano gli

occhi, le gocciolanti grondaie gli rendevano un suono sordo come di

gorgo leteo; e l’umido tanfo delle cantine, o la peste di qualche fogna

presso i portoni chiusi, suscitavano nel suo petto d’igienista il più

santo sdegno.

Intanto dai caffeucci nebbiosi, e dalle frequenti osterie, indicate

dall’occhio rosso infiammato della lanterna, usciva un confuso

frastuono di voci, di risa, di mani tonfanti su i tavolini; e il

dottore consolavasi che ci fosse ancora dell’allegria a Villapluvia con

quel tempo nero, e con quel silenzio della neve lungo le strade deserte.

Il peccato del dottore · 第 5 / 53 题