Allorchè Montoni fu informato della morte di sua moglie, considerando
ch'era spirata senza fargli la cessione tanto necessaria al compimento
dei suoi desiderii, nulla valse ad arrestare l'espressione del suo
risentimento. Emilia evitò con cura la di lui presenza, e pel corso di
trentasei ore non abbandonò mai il cadavere della zia. Profondamente
angosciata dal triste di lei destino, ne obliava tutti i difetti, le
ingiustizie e la durezza, sol rammentandosene i patimenti.
Montoni non disturbò le di lei preghiere: egli scansava la camera
dov'era il cadavere della moglie, e perfino quella parte del castello,
come se avesse temuto il contagio della morte. Pareva non avesse dato
alcun ordine relativo ai funerali; cosicchè Emilia temette che fosse
un insulto alla memoria di sua zia; ma uscì dall'incertezza, quando,
la sera del secondo giorno, Annetta venne ad informarla che la
defunta verrebbe sepolta la notte stessa. Figurandosi che Montoni non
vi avrebbe assistito, era lacerata dall'idea che il cadavere della
povera zia andrebbe alla sepoltura senza che un parente od un amico le
rendesse gli ultimi doveri: decise perciò di andarvi in persona; senza
questo motivo, avrebbe tremato di accompagnare il corteo, composto di
gente che avevano tutto il contegno e la figura di assassini, sotto
l'orrida vôlta della cappella, ed a mezzanotte, all'ora cioè del
silenzio e del mistero, scelta da Montoni per abbandonare all'oblìo le
ceneri di una sposa, della quale la sua barbara condotta aveva per lo
meno accelerato la fine.
Secondata da Annetta, ella dispose la salma per la sepoltura. A
mezzanotte, comparvero gli uomini che dovevano trasportarla alla
tomba. Emilia potè contenere a stento l'agitazione vedendo quelle
orride figure: due di essi, senza proferir parola, presero il cadavere
sulle spalle, ed il terzo precedendoli con una fiaccola, discesero
tutti uniti nel sotterraneo della cappella. Dovevano traversare i due
cortili della parte orientale del castello, ch'era quasi tutta
rovinata. Il silenzio e l'oscurità de' luoghi poco poterono sullo
spirito di Emilia, occupata d'idee assai più lugubri. Giunti al
limitare del sotterraneo, essa sostò, sovrappresa da una commozione
inesprimibile di dolore e di spavento, e si volse per appoggiarsi ad
Annetta, muta e tremante al par di lei. Dopo qualche pausa, inoltrò, e
scorse, fra le arcate, gli uomini che deponevano la bara sull'orlo
d'una fossa. Ivi trovavansi un altro servo di Montoni ed un sacerdote
di cui non s'avvide se non quando cominciò le preci. Allora alzò gli
occhi, e scorse la faccia venerabile d'un religioso, che con voce
bassa e solenne recitò l'uffizio dei morti. Nell'istante in cui il
cadavere venne calato nel sepolcro, il quadro era tale, che il più
abile pennello non avrebbe sdegnato dipingere. I lineamenti feroci,
le fogge bizzarre di quegli scherani, inclinati colle faci sulla
fossa, l'aspetto venerabile del frate, avvolto in lunghe vesti di lana
bianca, il cui cappuccio, calato indietro, faceva risaltare un viso
pallido, adombrato di pochi capelli bianchi, onde la luce delle torce
lasciava vedere l'afflizione addolcita dalla pietà; l'attitudine
interessante di Emilia appoggiata ad Annetta colla faccia semicoperta
d'un velo nero, la dolcezza e beltà della fisonomia, e il suo intenso
dolore, che non le permetteva di piangere, mentre affidava alla terra
l'ultima parente che avesse; i riflessi tremolanti di luce sotto le
vôlte, l'ineguaglianza del terreno, ov'erano stati recentemente
sepolti altri corpi, la lugubre oscurità del luogo, tante circostanze
riunite, avrebbero trascinato l'immaginazione dello spettatore a
qualche caso forse più orribile del funerale dell'insensata ed
infelice signora Montoni.
Terminata la funzione, il frate guardò Emilia con attenzione e
sorpresa; pareva volesse parlarle, ma la presenza dei masnadieri lo
trattenne. Nell'uscire dalla cappella si permisero indegni motteggi
sulla cerimonia e sullo stato di lui con grand'orrore d'Emilia. Li
sofferse in silenzio, limitandosi a chiedere di essere ricondotto sano
e salvo al suo convento, dal quale era venuto dietro richiesta
espressa del castellano, a ciò indotto dalle istanze della nipote.
Giunti nel secondo cortile, il frate impartì alla fanciulla la sua
benedizione, fissandola con occhio pietoso, poi s'incamminò verso il
portone. Le due donne ritiraronsi alle proprie stanze.
Emilia passò parecchi giorni in assoluta solitudine, nel terrore per
sè e nel rammarico della perdita di sua zia. Si determinò infine a
tentare un nuovo sforzo per ottener da Montoni che la lasciasse andare
in Francia. Non sapeva formare veruna congettura sui motivi che potea
avere d'impedirglielo; era troppo persuasa ch'ei volea tenerla seco,
ed il suo primo rifiuto le lasciava poca speranza. L'orrore
inspiratole dalla di lui presenza, le faceva differire di giorno in
giorno il colloquio. Un messaggio però dello stesso Montoni la tolse
da tale incertezza; egli desiderava vederla all'ora che indicava. Fu
quasi per lusingarsi, che, essendo morta la zia, egli acconsentirebbe
a rinunziar alla sua usurpata autorità; ma rammentandosi poi che i
beni tanto contrastati erano divenuti attualmente suoi, temè che
Montoni volesse usare qualche stratagemma per farseli cedere, e non la
tenesse fin allora prigioniera. Quest'idea, invece di abbatterla,
rianimò tutte le potenze dell'anima sua, e le infuse nuovo coraggio.
Avrebbe rinunziato a tutto per assicurare il riposo della zia, ma
risolse che veruna persecuzione personale avrebbe il potere di farla
recedere da' suoi diritti. Era interessatissima a conservare
l'eredità a riguardo specialmente di Valancourt, col quale lusingavasi
così di passare una vita felice. A questa idea sentì quant'ei le fosse
caro, e si figurava anticipatamente il momento in cui la di lei
generosa amicizia avrebbe potuto dirgli che gli recava in dote tutti
quei beni; si figurava vedere il sorriso che animerebbe i suoi
lineamenti, e gli sguardi affettuosi che esprimerebbero tutta la sua
gioia e riconoscenza. Credette in quel momento di poter affrontare
tutti i mali che l'infernale malizia di Montoni le avrebbe preparato.
Si ricordò allora, per la prima volta dopo la morte della zia, ch'essa
aveva carte relative a questi beni, e risolse di farne ricerca appena
avesse parlato con Montoni.
Con questa idea andò a trovarlo all'ora prescritta: era in compagnia
di Orsino e d'un altro uffiziale, e pareva esaminare con diligenza
molte carte deposte sur un tavolino.
«Vi ho fatta chiamare,» diss'egli alzando la testa, «perchè desidero
siate testimone di un affare che debbo ultimare col mio amico Orsino.
Tutto ciò che si vuol da voi, è che firmiate questa, carta.» La
prese, ne lesse borbottando alcune righe, la depose sul tavolo, e le
diede una penna. Stava per firmare, quando le venne d'improvviso in
mente il disegno di lui; le cadde la penna di mano, e negò di firmare
senza leggere il contenuto: Montoni affettò sorridere, e ripresa la
carta, finse rileggere un'altra volta come aveva già fatto. Emilia,
fremendo del pericolo e dell'eccesso di credulità che l'avea quasi
tradita, ricusò positivamente di firmare. Montoni continuò alcun poco
i motteggi; ma quando, dalla perseveranza di lei, comprese che aveva
indovinato il suo progetto, cambiò linguaggio e le ordinò di seguirlo.
Appena furono soli, le disse che aveva voluto, per lei e per sè
medesimo, prevenire un diverbio inutile in un affare, in cui la sua
volontà formava la giustizia, e sarebbe diventata una legge; che
preferiva persuaderla anzichè costringerla, e che in conseguenza
adempisse al suo dovere.
«Io, come marito della defunta signora Cheron,» soggiunse egli,
«divento l'erede di tutto ciò che ella possedeva; i beni, che non ha
voluto donarmi mentre viveva, non devono ora passare in altre mani.
Vorrei, pel vostro interesse, disingannarvi dell'idea ridicola ch'essa
vi diede alla mia presenza, che i suoi beni cioè sarebbero vostri, se
moriva senza cedermeli. Penso che voi siate troppo ragionevole per
provocare il mio giusto risentimento; non soglio adulare, e voi potete
riguardare i miei elogi come sinceri. Voi possedete un criterio
superiore al vostro sesso; e non avete veruna di quelle debolezze che
distinguono in generale il carattere delle donne, l'avarizia cioè e il
desiderio di dominare.»
Montoni si fermò; Emilia non rispose.
«Giudicando come faccio,» ripigliò egli, «io non posso credere vorrete
mettere in campo una contesa inutile. Non credo neppure che pensiate
acquistare o possedere una proprietà, sulla quale la giustizia non vi
accorda nessun diritto. Scegliete dunque l'alternativa che vi
propongo. Se vi formerete un'esatta opinione del soggetto che
trattiamo, sarete in breve ricondotta in Francia. Se poi foste tanto
sciagurata da persistere nell'errore, in cui v'indusse vostra zia,
resterete mia prigioniera, finchè apriate gli occhi.»
Emilia rispose con calma: «Io non sono così poco istruita delle leggi
relative a tale soggetto, per lasciarmi ingannare da un'asserzione
qualunque; la legge mi accorda il possesso dei beni in questione, e la
mia mano non tradirà i miei diritti.
--Mi sono ingannato, a quanto pare, nell'opinione che m'era concepita
di voi,» disse Montoni severamente; «voi parlate con arditezza e
presunzione su d'un argomento che non intendete. Voglio bene, per una
volta, perdonare l'ostinazione dell'ignoranza; la debolezza del vostro
sesso, dalla quale non sembrate esente, esige anche questa indulgenza.
Ma se persistete, avrete a temer tutto dalla mia giustizia.
--Dalla vostra giustizia, signore,» rispose Emilia, «non ho nulla da
temere, bensì tutto da sperare.»
Montoni guardolla con impazienza, e parve meditare su ciò che doveva
dirle.
«Vedo che siete debole tanto da credere ad una ridicola asserzione. Me
ne spiace per voi; quanto a me, poco me n'importa; la vostra credulità
troverà il suo castigo nelle conseguenze, ed io compiango la debolezza
di spirito che vi espone alle pene che mi costringete di prepararvi.
--Voi troverete, signore,» rispose Emilia con dolcezza e dignità, «la
forza del mio spirito eguale alla giustizia della mia causa; e posso
soffrire con coraggio quando resisto alla tirannia.
--Parlate come una eroina,» disse Montoni con disprezzo; «vedremo se
saprete soffrire egualmente.»
Emilia non rispose, e partì. Rammentandosi che resisteva così per
l'interesse di Valancourt, sorrise compiacendosi di pensare ai
minacciati maltrattamenti. Andò a cercare il posto indicatole dalla
zia, come deposito delle carte relative ai suoi beni, e ve le trovò;
ma non conoscendo un luogo più sicuro per conservarle, ve le ripose
senza esame, temendo di essere sorpresa.
Mentre, ritornata nella solitudine, rifletteva alle parole di Montoni
e ai pericoli nei quali incorreva, opponendosi alla sua volontà, udì
scrosci di risa sul bastione; andò alla finestra, e vide con sorpresa
tre donne, vestite alla Veneziana, che passeggiavano con alcuni
signori. Allorchè passarono sotto la finestra, una delle forestiere
alzò la testa. Emilia riconobbe in lei quella signora Livona, le cui
affabili maniere l'avevano tanto sedotta il giorno dopo il suo arrivo
a Venezia, e che in quel giorno istesso era stata ammessa alla tavola
di Montoni: tale scoperta le cagionò una gioia mista a qualche
incertezza; era per lei un soggetto di soddisfazione il vedere una
persona tanto amabile quanto sembrava la signora Livona, nel luogo
istesso da essa abitato. Nondimeno, il di lei arrivo al castello in
simile circostanza, il suo abbigliamento, che indicava non esservi
stata costretta, glie ne fece sospettare i principii ed il carattere;
ma l'idea spiaceva tanto ad Emilia, già vinta dalle maniere seducenti
della bella Veneziana, che preferì non pensare che alle sue grazie, e
bandì quasi intieramente qualunque altra riflessione.
Quando Annetta entrò, le fece diverse interrogazioni sull'arrivo delle
forastiere, e trovò avere colei più premura di rispondere, ch'essa
d'interrogare.
«Son venute da Venezia,» disse la cameriera, «con due signori, ed io
fui contentissima di vedere qualche altra faccia cristiana in
quest'orrido soggiorno. Ma che pretendono esse venendo qui? Bisogna
esser pazzi davvero per venire in questo luogo, oppure ci sono venute
liberamente, giacchè sono allegre.
--Saranno forse state fatte prigioniere,» soggiunse Emilia.
--Prigioniere! oh! no, signorina: no, nol sono. Mi ricordo bene di
averne veduta una a Venezia; è venuta due o tre volte in casa nostra.
Si diceva perfino, sebbene io non l'abbia mai creduto, che il padrone
l'amasse perdutamente.»
Emilia pregò Annetta d'informarsi dettagliatamente di tutto ciò che
concerneva quelle signore, e, cambiando quindi discorso, parlò della
Francia, facendole travedere la speranza di tornarvi in breve.
La ragazza uscì per raccogliere informazioni, ed Emilia cercò obliare
le sue inquietudini, pascendosi delle fantastiche immaginazioni create
da' poeti.
Verso sera, non volendo esporsi, sulle mura, agli avidi sguardi dei
soci di Montoni, andò a passeggiare nella galleria contigua alla sua
camera. Giugnendo in fondo ad essa udì ripetuti scrosci di risa. Erano
i trasporti dello stravizio, e non gli slanci moderati d'una dolce ed
onesta letizia. Parevan venire dalla porta del quartiere di Montoni.
Un tal baccano in quel momento in cui l'infelice zia era appena
spirata, l'indispettì al sommo, e vi riconobbe la conseguenza della
mala condotta di Montoni. Ascoltando, credette riconoscere alcune voci
donnesche; tale scoperta la confermò nei sospetti concepiti sulla
signora Livona e le sue compagne: era evidente ch'elleno non
trovavansi per forza nel castello. Emilia si vedeva così negli
alpestri recessi degli Appennini, circondata da uomini che riguardava
come briganti, ed in mezzo ad un teatro di vizi, che la faceva
inorridire. L'immagine di Valancourt perdè ogni influenza, ed il
timore le fece cambiare i suoi progetti, riflettendo a tutti gli
orrori che Montoni preparava contro di lei; tremando della vendetta,
alla quale esso avrebbe potuto abbandonarsi senza rimorsi, si decise
quasi a cedergli i beni contrastati, se vi persisteva ancora, e
riscattare così la sicurezza e la libertà; ma, poco di poi, la memoria
dell'amante tornava a lacerarle l'anima e ripiombarla nelle angosce
del dubbio. Continuò a passeggiare finchè l'ombre della sera ebbero
invase le arcate. La fanciulla nonpertanto, non volendo tornar alla
sua camera isolata prima del ritorno d'Annetta, passeggiava tuttora
per la galleria. Passando dinanzi all'appartamento dove avea una volta
osato alzar il velo del quadro, le tornò in mente quell'orrido
spettacolo, e sentendosi raccapricciare, sollecitossi, di andarsene
dalla galleria mentre aveane ancor la forza. D'improvviso sentì rumor
di passi dietro lei. Poteva essere Annetta, ma, voltando gli occhi con
timore, scorse tra l'oscurità una gran figura che la seguiva, e poco
dopo si trovò stretta tra le braccia d'una persona ed udì una voce
bisbigliare all'orecchio. Quando si fu alquanto riavuta dalla
sorpresa, domandò chi mai si facesse lecito di trattenerla così?
«Son io,» rispose la voce; «non temete.»
Emilia osservò la figura che parlava, ma la fioca luce della finestra
gotica non le permise di distinguere chi fosse.
«Chiunque voi siate,» diss'ella con voce tremula, «per amor di Dio,
lasciatemi.
--Vezzosa Emilia,» soggiunse colui, «perchè sequestrarvi così in
questo luogo tetro, mentre giù dabbasso regna tanta allegria?
Seguitemi nel salotto di cedro: voi ne formerete il migliore
ornamento, e non vi spiacerà il cambio.»
Emilia sdegnò rispondere, ma procurò di sciogliersi.
«Promettetemi che verrete, ed io vi lascerò subito; ma accordatemene
prima la ricompensa.
--Chi siete voi?» domandò Emilia con isdegno e spavento, e cercando
fuggire; «chi siete voi che avete la crudeltà d'insultarmi così?
--Perchè chiamarmi crudele?» rispose colui. «Vorrei togliervi da
questa orribile solitudine, e condurvi in una brillante società. Non
mi conoscete?»
Emilia si ricordò allora confusamente ch'era uno dei forestieri che
circondavano Montoni la mattina in cui andò a trovarlo. «Vi ringrazio
della buona intenzione,» replicò essa senza mostrar d'intenderlo, «ma
tutto ciò che desidero per ora è che mi lasciate andare.
--Vezzosa Emilia,» soggiunse egli, «abbandonate questo gusto per la
solitudine. Seguitemi alla conversazione, e venite ad eclissare tutte
le bellezze che la compongono; voi sola meritate l'amor mio.» E volle
baciarle la mano; ma la forza dello sdegno le somministrò quella di
sciogliersi, e fuggendo nella sua camera, ne chiuse l'uscio prima che
vi giungesse colui, e si abbandonò spossata sur una sedia. Sentiva la
di lui voce e i tentativi che faceva per aprire, senza aver la forza
di chieder soccorso. Alfine si avvide che erasi allontanato, ma pensò
alla porta della scala segreta, d'onde avrebbe potuto facilmente
penetrare, e si occupò subito ad assicurarla alla meglio. Le pareva
che Montoni eseguisse già i suoi progetti di vendetta, privandola
della sua protezione, e si pentiva quasi di averlo temerariamente
provocato. Credeva oramai impossibile di ritenere i suoi beni. Per
conservare la vita e forse l'onore, fece il proponimento che, se fosse
sfuggita agli orrori della prossima notte, farebbe la cessione la
mattina seguente, purchè Montoni le permettesse di partire da Udolfo.
Preso questo partito, si tranquillò: rimase così per qualche ora in
assoluta oscurità; Annetta non giungeva, ed essa principiò a temere
per lei; ma non osando arrischiarsi ad uscire, dovè restare
nell'incertezza sul motivo di questa assenza. Si avvicinava spesso
alla scala per ascoltare se saliva qualcuno, e non sentendo verun
rumore, determinata però a vegliare tutta la notte, si gettò vestita
sul tristo giaciglio e lo bagnò delle sue innocenti lacrime. Pensava
alla perdita de' parenti, pensava a Valancourt lontano da lei. Li
chiamava per nome, e la calma profonda, interrotta soltanto dai suoi
lamenti, ne aumentava le tetre meditazioni.
In tale stato, udì d'improvviso gli accordi di una musica lontana;
ascoltò, e riconoscendo tosto l'istrumento già inteso a mezzanotte,
andò ad aprire pian piano la finestra. Il suono pareva venir dalle
stanze sottoposte. Poco dopo l'interessante melodia fu accompagnata da
una voce, ma così espressiva, da non poter supporre che cantasse mali
immaginari. Credette conoscere già quegli accenti si teneri e
straordinari; ma rammentavasene appena come di cosa molto lontana.
Quella musica le penetrò il cuore, nella sua angoscia attuale, come
armonia celeste che consola e incoraggisce. Ma chi potrebbe descrivere
la sua commozione allorchè udì cantare, col gusto e la semplicità del
vero sentimento, un'arietta popolare del paese natio; una di quelle
ariette imparate nell'infanzia, e tanto spesso fattele ripetere dal
padre? A quel canto ben noto, fin allora non mai inteso fuori della
sua cara patria, il cuore le si dilatò alla rimembranza del passato.
Le vaghe e placide solitudini della Guascogna, la tenerezza e la bontà
de' genitori, la semplicità e felicità de' primi anni, tutto
affacciossele all'imaginazione, formando un quadro così grazioso,
brillante e fortemente opposto alle scene, ai caratteri ed ai pericoli
ond'era circondata attualmente, che il suo spirito non ebbe più forza
di riandare il passato e non sentì più che il peso degli affanni.
D'improvviso, la musica cambiò, e la fanciulla, attonita, riconobbe
l'istessa aria già intesa alla sua peschiera. Allora le si presentò
un'idea colla rapidità del lampo, e secolei una catena di speranze la
elettrizzò; poteva appena respirare, e vacillava tra la speranza e il
timore: pronunziò dolcemente il nome di Valancourt. Era possibile che
il giovane fosse vicino a lei, e ricordandosi d'avergli udito dire più
volte che la peschiera, ove aveva sentito quella canzone, e trovato i
versi scritti per lei, era la sua passeggiata favorita anche prima che
si conoscessero, fu persuasa che fosse la di lui voce.
A misura che le sue riflessioni si consolidavano, la gioia, il timore
e la tenerezza lottavano in lei: affacciossi alla finestra per
ascoltar meglio quegli accenti, che valessero a confermare o
distruggere la sua speranza, non avendo Valancourt mai cantato alla di
lei presenza; la voce e l'istrumento tacquero di li a poco, ed essa
ponderò un momento se doveva arrischiarsi a parlare. Non volendo, se
era Valancourt, commettere l'imprudenza di nominarlo, e troppo
interessata al tempo istesso per trascurar l'occasione di chiarirsi,
gridò dalla finestra: «E' una canzone di Guascogna?» Inquieta,
attenta, aspettò una risposta, ma indarno. Ripetè la domanda, ma non
udì altro strepito tranne i fischi del vento traverso i merli delle
mura. Cercò consolarsi persuadendosi che l'incognito si fosse
allontanato prima ch'ella gli parlasse.
Se Valancourt avesse sentita e riconosciuta la sua voce, avrebbe per
certo risposto. Riflettè quindi che forse la prudenza l'aveva
obbligato a tacere. «Se egli è nel castello,» diceva essa,
«dev'esservi come prigioniero; per cui avrà temuto di rispondermi in
tanta vicinanza delle sentinelle.»
Perplessa, inquieta, rimase alla finestra sino all'alba, poi se ne
tornò a letto, ma non potè chiuder occhio; la gioia, la, tenerezza, il
dubbio, il timore occuparono tutte le ore del sonno, ore che non le
parvero tanto lunghe come quella volta. Sperava veder tornare Annetta,
e ricever da lei una certezza qualunque, che ponesse fine ai suoi
tormenti attuali.