Il riposo restituì le forze alla fanciulla. Svegliandosi vide con
sorpresa Annetta addormentata su d'una sedia vicina e tentò di
rammentarsi le circostanze della sera uscitele talmente dalla memoria,
che non gliene restava traccia: fissava tuttavia gli occhi sopra la
cameriera, quando questa si destò.
«Ah, cara padroncina mi riconoscete?» sclamò essa.
--Se ti riconosco! Sicuramente; tu sei Annetta; ma come ti trovi qui?
--Oh! voi siete stata malissimo, in verità, ed io credeva...
--È singolare,» disse Emilia, procurando rammentarsi il passato; «ma
parmi essere stata funestata da un sogno orribile! Dio buono!»
soggiunse raccapricciando; «certo non poteva essere che un sogno.» E
fissava sguardi spaventati su Annetta, la quale, volendo
tranquillarla, le rispose: «Non era un sogno, no, ma ora tutto è
finito.
--Essa fu dunque uccisa?» disse Emilia tremante. Annetta mise un
grido; essa ignorava la circostanza che ricordavasi la fanciulla, ed
attribuiva la frase al delirio. Quand'ebbe chiaramente spiegato ciò
che aveva voluto dirle, Emilia si rammentò il tentativo per rapirla, e
domandò se l'autore del progetto era stato scoperto. L'altra le
rispose di no, sebbene fosse facile indovinarlo, e disse che doveva a
lei la sua liberazione. «È così, signora Emilia,» continuò Annetta;
«io era decisa ad essere più accorta di Bernardino, il quale non aveva
voluto confidarmi il suo segreto; ma io mi era piccata di scuoprirlo.
Invigilava sulla terrazza; ed appena egli ebbe aperta la porta, uscii
per cercar di seguirvi, persuasissima che non si progettava nulla di
buono con tanto mistero. Assicuratami che non aveva chiusa la porta
internamente, l'aprii, e vi tenni dietro da lontano, aiutata dal
chiaror della fiaccola, fin sotto la vôlta della cappella. Io ebbi
paura di andare avanti, avendo sentito raccontare cose strane di quel
luogo, ma temeva parimenti ritornarmene sola; e mentre Bernardino
attizzava la torcia, vinsi ogni timore, vi seguii fino al cortile, e
quando saliste la scala, scivolai pian piano sotto il portone, ove
intesi un calpestìo di cavalli al di fuori, e vari uomini che
bestemmiavano contro Bernardino, perchè tardava a condurvi; ma colà
fui quasi sorpresa: il custode scese, ed io ebbi appena il tempo di
schivarlo. Aveva sentito abbastanza per sapere di che si trattava, nè
dubitai più che c'entrasse il conte Morano in quel progetto, benchè
fosse partito. Corsi indietro al buio, obliando tutte le paure; eppure
non farei un'altra volta lo stesso tragitto per tutto l'oro del mondo.
Fortunatamente il signor Cavignì ed il padrone erano ancora alzati; in
un batter d'occhio radunammo gente, e abbiam fatti fuggire i
briganti.»
L'ancella aveva cessato di parlare, e Emilia parea ascoltare ancora.
Finalmente, rompendo il silenzio, disse: «Credo sia meglio andarlo a
trovare io stessa. Dov'è?»
Annetta domandò di chi parlasse.
«Del signor Montoni; ho bisogno di vederlo.» Annetta, rammentandosi
allora l'ordine ricevuto la sera, si alzò immantinente, dicendo che
incaricavasi d'andarlo a cercare.
I sospetti della buona ragazza sul conte erano fondatissimi; e
Montoni, non dubitandone anch'esso, cominciò a presumere che il veleno
mescolato col vino vi fosse stato messo per ordine di Morano.
Le proteste di pentimento da questi fatte ad Emilia allorchè fu
ferito, erano sincere quando le fece, ma erasi ingannato anche lui.
Aveva creduto disapprovare i suoi progetti, e si affliggeva soltanto
del funesto loro risultato; quando però fu guarito, le sue speranze si
rianimarono, e si trovò disposto ad intraprendere nuovi tentativi. Il
portinaio del castello, lo stesso ond'erasi già servito, accettò
volentieri un secondo regalo, e quand'ebbero concertato il ratto di
Emilia, il conte partì pubblicamente dall'abituro ov'era stato a
curarsi, e si ritirò colla sua gente a qualche miglio di distanza. Le
ciarle sconsiderate di Annetta avendo somministrato a Bernardino un
mezzo quasi sicuro per ingannare Emilia, il conte nella notte
convenuta mandò tutti i suoi servi alla porta del castello, restando
esso all'abituro per aspettarvi la fanciulla, cui si proponeva di
condurre a Venezia. Abbiamo già veduto in qual modo andò a vuoto il
suo progetto; ma le violente e diverse passioni dalle quali fu agitata
l'anima gelosa di lui, son difficili ad esprimere.
Annetta fece l'ambasciata a Montoni e gli domandò un colloquio per la
nipote: egli rispose che fra un'ora sarebbe stato nel salotto
di cedro. Emilia non sapeva qual esito dovesse aspettarsi
dall'abboccamento, e fremeva d'orrore alla sola idea della sua
presenza; voleva parlargli del funesto destino della zia, e
supplicarlo d'una grazia che ardiva appena sperare, di ritornare cioè
in patria, giacchè la zia non esisteva più.
Mentre, combattuta da mille timori, rifletteva sulla prossima
conferenza, e sulle probabili conseguenze che potea derivargliene,
Montoni le fece dire non poterla vedere se non il giorno dopo: Emilia
non seppe che cosa pensare di tal ritardo. Annetta le disse, che
Verrezzi e la sua truppa tornavano per certo alla guerra: il cortile
esser pieno di cavalli, ed avere saputo che il resto della banda era
aspettato per prendere tutti insieme un'altra direzione. Quando fu
notte, Emilia si rammentò la musica misteriosa già udita; vi attaccava
tuttavia una specie d'interesse, sperando provarne qualche sollievo.
L'influenza della superstizione diventava ogni giorno più attiva sulla
di lei fantasia infiacchita; congedò Annetta, e risolse di restar sola
per aspettare la musica. Andò diverse volte alla finestra invano; le
parve avere intesa una voce, e dopo un profondo silenzio, si credè
nuovamente delusa nella sua aspettativa.
Così passò il tempo fino a mezzanotte, ed allora tutti i rumori
lontani che si facevano sentire nell'abitato, cessarono quasi nello
stesso momento, e il sonno parve regnar dappertutto. Tornò alla
finestra, e fu scossa da suoni straordinari: non era un'armonia, ma il
basso lamento d'una persona desolata. Atterrita, stette ad ascoltare:
i flebili lamenti eran cessati: si chinò fuori della finestra per
iscoprire qualche lume: una perfetta oscurità avvolgeva le camere
sottoposte, ma credè vedere a poca distanza, sul bastione, moversi
qualche oggetto. Il debole chiarore delle stelle non le permetteva di
distinguer bene: s'immaginò fosse una sentinella, e celò il lume per
osservare meglio senza essere veduta.
Il medesimo oggetto ricomparve quasi sotto la finestra: essa distinse
una figura umana; ma il silenzio con cui si avanzava le fe' credere
non fosse una sentinella; la figura si accostò: Emilia voleva
ritirarsi, ma la curiosità la spingeva a restare, ed in
quell'incertezza l'incognito si pose in faccia a lei e restò immobile.
Il profondo silenzio, la misteriosa ombra la colpirono talmente, che
stava per ritrarsi, allorchè vide la figura muoversi lungo il
parapetto e sparire. Emilia pensò qualche tempo a questa strana
circostanza, non dubitando di aver veduto un'apparizione
soprannaturale. Allorchè fu più tranquilla, si ricordò ciò che le
avean detto delle temerarie imprese di Montoni, e le venne in idea
d'aver visto uno di quegl'infelici spogliati dai banditi, divenuto
loro prigioniero, e ch'egli fosse l'autore della musica misteriosa.
Riflettendo però che un prigioniero non poteva passeggiare così senza
guardia, respinse tale idea.
Credè in seguito che Morano avesse trovato il mezzo d'introdursi nel
castello, ma se le presentarono tosto le difficoltà ed i pericoli di
siffatta impresa, tanto più che se gli fosse riuscito di giunger fin
lì, non sarebbesi contentato di stare muto a mezzanotte sotto la
finestra, giacchè conosceva perfettamente la scala segreta, e non
avrebbe per certo fatto quei lamenti da lei intesi. Giunse perfino a
supporre, fosse qualcuno che volesse impadronirsi del castello; ma i
suoi dolorosi sospiri distruggevano anche questa congettura. Allora
risolse di vegliare la notte successiva per cercar di dilucidare il
mistero, decisa ad interrogare la figura se si fosse di nuovo
mostrata.