CAPITOLO XXVII

Il riposo restituì le forze alla fanciulla. Svegliandosi vide con

sorpresa Annetta addormentata su d'una sedia vicina e tentò di

rammentarsi le circostanze della sera uscitele talmente dalla memoria,

che non gliene restava traccia: fissava tuttavia gli occhi sopra la

cameriera, quando questa si destò.

«Ah, cara padroncina mi riconoscete?» sclamò essa.

--Se ti riconosco! Sicuramente; tu sei Annetta; ma come ti trovi qui?

--Oh! voi siete stata malissimo, in verità, ed io credeva...

--È singolare,» disse Emilia, procurando rammentarsi il passato; «ma

parmi essere stata funestata da un sogno orribile! Dio buono!»

soggiunse raccapricciando; «certo non poteva essere che un sogno.» E

fissava sguardi spaventati su Annetta, la quale, volendo

tranquillarla, le rispose: «Non era un sogno, no, ma ora tutto è

finito.

--Essa fu dunque uccisa?» disse Emilia tremante. Annetta mise un

grido; essa ignorava la circostanza che ricordavasi la fanciulla, ed

attribuiva la frase al delirio. Quand'ebbe chiaramente spiegato ciò

che aveva voluto dirle, Emilia si rammentò il tentativo per rapirla, e

domandò se l'autore del progetto era stato scoperto. L'altra le

rispose di no, sebbene fosse facile indovinarlo, e disse che doveva a

lei la sua liberazione. «È così, signora Emilia,» continuò Annetta;

«io era decisa ad essere più accorta di Bernardino, il quale non aveva

voluto confidarmi il suo segreto; ma io mi era piccata di scuoprirlo.

Invigilava sulla terrazza; ed appena egli ebbe aperta la porta, uscii

per cercar di seguirvi, persuasissima che non si progettava nulla di

buono con tanto mistero. Assicuratami che non aveva chiusa la porta

internamente, l'aprii, e vi tenni dietro da lontano, aiutata dal

chiaror della fiaccola, fin sotto la vôlta della cappella. Io ebbi

paura di andare avanti, avendo sentito raccontare cose strane di quel

luogo, ma temeva parimenti ritornarmene sola; e mentre Bernardino

attizzava la torcia, vinsi ogni timore, vi seguii fino al cortile, e

quando saliste la scala, scivolai pian piano sotto il portone, ove

intesi un calpestìo di cavalli al di fuori, e vari uomini che

bestemmiavano contro Bernardino, perchè tardava a condurvi; ma colà

fui quasi sorpresa: il custode scese, ed io ebbi appena il tempo di

schivarlo. Aveva sentito abbastanza per sapere di che si trattava, nè

dubitai più che c'entrasse il conte Morano in quel progetto, benchè

fosse partito. Corsi indietro al buio, obliando tutte le paure; eppure

non farei un'altra volta lo stesso tragitto per tutto l'oro del mondo.

Fortunatamente il signor Cavignì ed il padrone erano ancora alzati; in

un batter d'occhio radunammo gente, e abbiam fatti fuggire i

briganti.»

L'ancella aveva cessato di parlare, e Emilia parea ascoltare ancora.

Finalmente, rompendo il silenzio, disse: «Credo sia meglio andarlo a

trovare io stessa. Dov'è?»

Annetta domandò di chi parlasse.

«Del signor Montoni; ho bisogno di vederlo.» Annetta, rammentandosi

allora l'ordine ricevuto la sera, si alzò immantinente, dicendo che

incaricavasi d'andarlo a cercare.

I sospetti della buona ragazza sul conte erano fondatissimi; e

Montoni, non dubitandone anch'esso, cominciò a presumere che il veleno

mescolato col vino vi fosse stato messo per ordine di Morano.

Le proteste di pentimento da questi fatte ad Emilia allorchè fu

ferito, erano sincere quando le fece, ma erasi ingannato anche lui.

Aveva creduto disapprovare i suoi progetti, e si affliggeva soltanto

del funesto loro risultato; quando però fu guarito, le sue speranze si

rianimarono, e si trovò disposto ad intraprendere nuovi tentativi. Il

portinaio del castello, lo stesso ond'erasi già servito, accettò

volentieri un secondo regalo, e quand'ebbero concertato il ratto di

Emilia, il conte partì pubblicamente dall'abituro ov'era stato a

curarsi, e si ritirò colla sua gente a qualche miglio di distanza. Le

ciarle sconsiderate di Annetta avendo somministrato a Bernardino un

mezzo quasi sicuro per ingannare Emilia, il conte nella notte

convenuta mandò tutti i suoi servi alla porta del castello, restando

esso all'abituro per aspettarvi la fanciulla, cui si proponeva di

condurre a Venezia. Abbiamo già veduto in qual modo andò a vuoto il

suo progetto; ma le violente e diverse passioni dalle quali fu agitata

l'anima gelosa di lui, son difficili ad esprimere.

Annetta fece l'ambasciata a Montoni e gli domandò un colloquio per la

nipote: egli rispose che fra un'ora sarebbe stato nel salotto

di cedro. Emilia non sapeva qual esito dovesse aspettarsi

dall'abboccamento, e fremeva d'orrore alla sola idea della sua

presenza; voleva parlargli del funesto destino della zia, e

supplicarlo d'una grazia che ardiva appena sperare, di ritornare cioè

in patria, giacchè la zia non esisteva più.

Mentre, combattuta da mille timori, rifletteva sulla prossima

conferenza, e sulle probabili conseguenze che potea derivargliene,

Montoni le fece dire non poterla vedere se non il giorno dopo: Emilia

non seppe che cosa pensare di tal ritardo. Annetta le disse, che

Verrezzi e la sua truppa tornavano per certo alla guerra: il cortile

esser pieno di cavalli, ed avere saputo che il resto della banda era

aspettato per prendere tutti insieme un'altra direzione. Quando fu

notte, Emilia si rammentò la musica misteriosa già udita; vi attaccava

tuttavia una specie d'interesse, sperando provarne qualche sollievo.

L'influenza della superstizione diventava ogni giorno più attiva sulla

di lei fantasia infiacchita; congedò Annetta, e risolse di restar sola

per aspettare la musica. Andò diverse volte alla finestra invano; le

parve avere intesa una voce, e dopo un profondo silenzio, si credè

nuovamente delusa nella sua aspettativa.

Così passò il tempo fino a mezzanotte, ed allora tutti i rumori

lontani che si facevano sentire nell'abitato, cessarono quasi nello

stesso momento, e il sonno parve regnar dappertutto. Tornò alla

finestra, e fu scossa da suoni straordinari: non era un'armonia, ma il

basso lamento d'una persona desolata. Atterrita, stette ad ascoltare:

i flebili lamenti eran cessati: si chinò fuori della finestra per

iscoprire qualche lume: una perfetta oscurità avvolgeva le camere

sottoposte, ma credè vedere a poca distanza, sul bastione, moversi

qualche oggetto. Il debole chiarore delle stelle non le permetteva di

distinguer bene: s'immaginò fosse una sentinella, e celò il lume per

osservare meglio senza essere veduta.

Il medesimo oggetto ricomparve quasi sotto la finestra: essa distinse

una figura umana; ma il silenzio con cui si avanzava le fe' credere

non fosse una sentinella; la figura si accostò: Emilia voleva

ritirarsi, ma la curiosità la spingeva a restare, ed in

quell'incertezza l'incognito si pose in faccia a lei e restò immobile.

Il profondo silenzio, la misteriosa ombra la colpirono talmente, che

stava per ritrarsi, allorchè vide la figura muoversi lungo il

parapetto e sparire. Emilia pensò qualche tempo a questa strana

circostanza, non dubitando di aver veduto un'apparizione

soprannaturale. Allorchè fu più tranquilla, si ricordò ciò che le

avean detto delle temerarie imprese di Montoni, e le venne in idea

d'aver visto uno di quegl'infelici spogliati dai banditi, divenuto

loro prigioniero, e ch'egli fosse l'autore della musica misteriosa.

Riflettendo però che un prigioniero non poteva passeggiare così senza

guardia, respinse tale idea.

Credè in seguito che Morano avesse trovato il mezzo d'introdursi nel

castello, ma se le presentarono tosto le difficoltà ed i pericoli di

siffatta impresa, tanto più che se gli fosse riuscito di giunger fin

lì, non sarebbesi contentato di stare muto a mezzanotte sotto la

finestra, giacchè conosceva perfettamente la scala segreta, e non

avrebbe per certo fatto quei lamenti da lei intesi. Giunse perfino a

supporre, fosse qualcuno che volesse impadronirsi del castello; ma i

suoi dolorosi sospiri distruggevano anche questa congettura. Allora

risolse di vegliare la notte successiva per cercar di dilucidare il

mistero, decisa ad interrogare la figura se si fosse di nuovo

mostrata.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 · 第 8 / 20 题