CAPITOLO XXII

Montoni fece invano le più esatte ricerche sulla strana circostanza

che lo aveva allarmato, e non avendo potuto scoprir nulla, dovette

credere che qualcuno de' suoi fosse l'autore d'una burla così

intempestiva. Le sue contese colla moglie, a proposito della cessione,

divenendo più frequenti, pensò confinarla nella sua camera,

minacciandola a una maggior severità se persisteva nel rifiuto.

Se la signora Montoni fosse stata più ragionevole, avrebbe compreso il

pericolo d'irritare, con quella lunga resistenza, un uomo come il

marito in cui balia ella trovavasi. Non aveva pure obliato di quale

importanza fosse per lei la conservazione del possesso de' suoi beni,

che l'avrebbero resa indipendente, caso avesse potuto sottrarsi al

dispotismo di Montoni. Ma in quel momento aveva una guida più decisiva

della ragione, lo spirito cioè della vendetta, che le faceva opporre

la negativa alla minaccia, e l'ostinazione alla prepotenza.

Ridotta a non poter uscir dalla camera, sentì finalmente il bisogno ed

il pregio della compagnia già sprezzata della nipote, perchè Emilia,

dopo Annetta, era la sola persona che le fosse permesso di vedere.

La fanciulla s'informava spesso del conte Morano. Annetta ne sapeva

pochissimo, se non che il chirurgo credeva impossibile la di lui

guarigione. Emilia affliggevasi di essere la causa involontaria della

sua morte. Annetta, che osservava la di lei commozione, l'interpretava

a modo suo. Un giorno, essa le entrò in camera tutta affannosa e

piangente. «Per carità, troviamo il modo di uscire da questo luogo

infernale. Sappiate,» diss'ella, «che siamo alla vigilia di qualche

brutta scena in questo maledetto castello. Quei signori tengono tutte

le notti conciliaboli, ove si pretende che discutano affari

importanti: inoltre, cosa significano tutti i preparativi che si fanno

sui bastioni e sulle mura? E poi, quanta gente entra tutti i giorni

nel castello con cavalli! e sembra che vi debbano restare, perchè il

padrone ha ordinato di somministrar loro il bisognevole. Io ho saputo

tutto da Lodovico, che mi ha raccomandato di tacere; ma siccome vi amo

quanto me stessa, non ho potuto fare a meno di dirlo anche a voi. Ah!

qualche giorno ci ammazzeranno tutti per certo.

--Non sai tu altro, Annetta?

--Come! Non basta tutto questo?

--Sì, ma non basta a persuadermi che ci vogliano uccider tutti.»

Emilia si astenne dal manifestare i suoi timori per non aumentare la

paura della cameriera. Lo stato attuale del castello la sorprendeva e

la turbava. Appena Annetta ebbe finito, la lasciò sola, per andare a

nuove scoperte.

La fanciulla quella sera passò alcune ore tristissime in compagnia

della zia. Si disponeva a coricarsi, quando udì un forte colpo alla

porta della camera, prodotto dalla caduta di qualche oggetto. Chiamò

per sapere cosa fosse, e non le fu risposto. Chiamò una seconda volta

senza miglior successo: pensò che qualcuno dei forastieri giunti

recentemente nel castello avesse scoperta la sua camera, e vi si

recasse con cattive intenzioni. Inquieta, stette attenta, tremando

sempre che il rumore si rinnovasse. Si fece invece coraggio; si

avvicinò alla porta del corridoio tutta tremante, ed intese un lieve

sospiro tanto vicino, che la convinse esservi qualcuno dietro l'uscio.

Mentre ascoltava ancora, il medesimo sospiro si fece intendere più

distintamente, ed il suo terrore aumentò. Non sapea cosa risolvere, e

sentiva sempre sospirare. La sua ansietà divenne sì forte che risolse

di aprire la finestra e chiamar gente. Mentre vi si accingeva, le

parve udir i passi di qualcuno nella scala segreta, e vincendo ogni

altro timore corse verso il corridoio. Premurosa di fuggire, aprì la

porta, ed inciampò in un corpo steso al suolo. Mise un grido, e

guardando la persona svenuta, riconobbe Annetta. Grandemente sorpresa,

fece ogni sforzo per soccorrere l'infelice. Allorchè ebbe ripreso

l'uso dei sensi, Emilia l'aiutò ad entrare in camera, e quando potè

parlare la ragazza l'assicurò, con una fermezza che scosse fino

l'incredulità dell'altra, di aver veduto un'ombra nel corridoio.

«Io aveva inteso strane cose sulla camera attigua,» disse Annetta; «ma

siccome è vicina alla vostra, madamigella, non voleva dirvele per non

ispaventarvi. Tutte le volte ch'io ci passava accanto, correva a tutta

possa; e vi accerto inoltre, che spesso mi parve di sentirvi rumore.

Ma stasera, camminando nel corridoio, senza pensare a nulla, ecco

veggo apparire un lume, e guardando indietro scorgo una gran larva.

L'ho veduta, signorina, distintamente, quanto voi in questo momento.

Una gran figura entrava nella camera sempre chiusa, di cui, non tien

la chiave altri che il padrone, e la porta serrossi immediatamente.

--Sarà stato il signor Montoni,» disse Emilia.

--Oh! no, non era lui, avendolo lasciato che altercava colla padrona

nel suo gabinetto.

--Tu mi fai racconti molto strani, Annetta; stamattina mi hai

spaventata colla paura d'un assassinio, ed ora vorresti farmi

credere...

--Non vi dirò più nulla; ma però se non avessi avuta gran paura, non

sarei svenuta, come ho fatto.

--Era forse la camera dal quadro del velo nero?

--No, signora, è quella più vicina alla vostra: come farò a tornare

nella mia stanza? Per tutto l'oro del mondo non vorrei più traversare

il corridoio.»

Emilia, commossa da questo incidente, e dall'idea di dovere esser sola

tutta la notte, le rispose che poteva stare con lei.

«Oh! no, davvero,» disse Annetta, «io non dormirei ora in questa

camera, neppure per mille zecchini.»

Emilia, rammentandosi d'aver udito gente sulla scala insistè perchè

passasse la notte secolei, e l'ottenne con molta pena, e dopo che la

paura di ripassare il corridoio ve l'ebbe persuasa.

Il dì dopo, Emilia, traversando la sala per andare sulle mura, intese

rumore nel cortile e lo scalpito di molti cavalli. Il tumulto eccitò

la sua curiosità. Senza andar più oltre, si affacciò ad una finestra,

e vide nel cortile una truppa di cavalieri; aveano divise bizzarre ed

armamento completo, sebben variato. Portavano essi una giacchetta

corta rigata di nero e scarlatto; si avvolgevano in grandi ferraiuoli,

sotto uno dei quali vide pendere dalla cintola pugnali di varia

grandezza; osservò quindi che quasi tutti ne eran ben provvisti, e

parecchi vi aggiungevano la picca ed il giavellotto; portavano in

testa berretti all'italiana ornati di pennacchi neri; essa non si

rammentava aver mai visti tanti brutti ceffi riuniti. Nel vederli si

credette circondata da banditi, e le si affacciò subito alla mente che

Montoni fosse il capo di questi birbanti, e il castello il loro luogo

di riunione. Questa strana supposizione però fu passeggiera. Mentre

guardava, vide uscire Cavignì, Verrezzi e Bertolini vestiti come gli

altri; avevano soltanto i cappelli ornati di grandi pennacchi rossi e

neri; quando montarono a cavallo, Verrezzi brillava di gioia; Cavignì

pareva allegro, ma il suo contegno era riflessivo, e maneggiava il

cavallo con estrema grazia. La sua figura amabile, e che parea quella

d'un eroe, non era mai apparsa con tanto vantaggio. Emilia,

considerandolo, pensò che somigliava a Valancourt, e per vero dire ne

aveva tutto il fuoco e la dignità; ma essa cercava invano la dolcezza

della fisonomia, e quella schietta espressione dell'anima che lo

caratterizzava.

Comparve quindi Montoni, ma senza divisa. Esaminò scrupolosamente i

cavalieri, conversò a lungo co' capi, e quando li ebbe salutati, la

truppa fece il giro del cortile, e, comandata da Verrezzi, passò sotto

la vôlta ed uscì.

Emilia si ritirò dalla finestra, e nella certezza di esser più

tranquilla, andò sui bastioni: non vide più lavoranti, ed osservò che

le fortificazioni parevano ultimate. Mentre passeggiava assorta nelle

sue riflessioni, udì camminare sotto le mura del castello, e vide

parecchi uomini, il cui esteriore accordavasi colla truppa partita

poco prima.

Presumendo che la zia fosse alzata, andò ad augurarle il buon giorno,

e le raccontò quanto aveva veduto; ma essa non volle, e non potè darle

contezza di nulla. La riserva di Montoni verso sua moglie, a tal

proposito, non era punto straordinaria. Però, agli occhi di Emilia,

aggiunse qualche ombra al mistero, e le fece sospettare un gran

pericolo o grandi orrori nel progetto da lui concepito.

Annetta tornò ansante, secondo il consueto; la sua padrona le domandò

premurosamente cosa vi fosse di nuovo, ed essa le rispose «Ah!

signora, nessuno ci capisce nulla. Carlo sa tutto, ma è riservato

come il suo padrone. Qualcuno dice che il signor Montoni vuole

spaventare il nemico; altri pretendono che voglia prender d'assalto

qualche castello, ma ha tanto posto nel suo, che non ha bisogno certo

d'andar a carpire quelli degli altri. Lodovico pare che ci veda più di

tutti, perchè dice d'indovinare tutti i progetti del padrone.

--E che ti ha detto?

--Mi ha detto che il padrone.... che il signor Montoni è..... è.....

--Che cosa insomma?» disse la signora Montoni impazientandosi.

--Che il padrone si è fatto capo d'assassini, e manda a rubare per

conto suo.

--Sei pazza. Come mai puoi tu credere?...

In quella comparve Montoni; Annetta fuggì tutta tremante. Emilia

voleva ritirarsi, ma sua zia la trattenne, giacchè il marito l'aveva

resa tante volte testimone de' loro diverbi, che non avevane più

veruna soggezione.

«Che cosa significa tutto questo?» gli chiese la moglie; «chi sono

quegli armati partiti testè e perchè faceste fortificare il castello?

voglio saperlo.

--Evvia, ho ben altro da pensare,» rispose Montoni; «fareste meglio ad

obbedirmi. Fatemi la cessione de' vostri beni senza tanti contrasti.

--Giammai! Ma quali sono i vostri progetti? Temete un attacco? sarò

uccisa in un assedio?

--Firmate questa carta, e lo saprete.

--Qual nemico viene?» lo interruppe la donna: «siete voi al servizio

dello Stato? Son io prigioniera fino all'ora della mia morte?

--Potrebbe darsi,» soggiunse Montoni, «se non cedete alla mia domanda;

voi non uscirete dal castello se non mi avrete contentato.»

La signora gettò grida spaventose, ma li cessò poscia pensando che i

discorsi del marito non fossero che artifizi per estorcerle la

donazione. E glielo disse poco dopo, aggiungendo che il di lui scopo

non era certo tanto glorioso quanto quello di servir lo Stato; che

probabilmente erasi fatto capo di banditi, per unirsi ai nemici di

Venezia e devastare il paese.

Montoni la guardò un momento con aria truce; Emilia tremava, e sua

zia, per la prima volta, credè aver detto troppo. «Questa notte

stessa,» diss'egli, «sarete trascinata nella torre d'oriente, là forse

comprenderete il pericolo d'offender un uomo, il cui potere su voi è

illimitato.»

La fanciulla si gettò ai suoi piedi, e lo supplicò, piangendo, di

perdonare alla zia. Questa, intimorita e sdegnata, ora voleva

prorompere in imprecazioni, ora unirsi alle preghiere della nipote.

Montoni, interrompendole con una bestemmia orribile, si staccò

aspramente da Emilia, che lo teneva pel mantello: cadde essa sul

pavimento con tanta violenza, che si fe' male alla fronte, ed egli

uscì senza degnarsi di rialzarla. Ella si scosse al pianto della zia,

corse a soccorrerla, e trovolla tutta convulsa. Le parlò senza

ricevere risposta, ma le convulsioni raddoppiando, fu costretta di

andare a chieder soccorso. Traversando la sala, incontrò Montoni, e lo

scongiurò di tornare a consolar sua moglie. Allontanossi egli colla

massima indifferenza; finalmente, essa trovò il vecchio Carlo che

veniva con Annetta. Entrati nel gabinetto, trasportarono la Montoni

nella camera attigua. La misero sul letto, ed a gran stento poterono

impedire dal farsi male. Annetta tremava e piangeva. Carlo taceva, e

sembrava compiangerla.

Allorchè le convulsioni furono alquanto cessate, Emilia, vedendo che

sua zia aveva bisogno di riposo, disse: «Andate, Carlo, se avremo

bisogno di soccorso vi manderò a cercare; ma intanto, se ve se ne

presenta l'occasione, parlate al signor Montoni a favore della vostra

padrona.

--Oimè!» rispose Carlo; «ne ho vedute troppe! ho poco ascendente sul

cuore del mio padrone. Ma voi, signorina, abbiate cura di voi stessa;

mi pare che non istiate troppo bene.»

E partì scuotendo il capo. Emilia continuò a curare la zia, la quale,

dopo un lungo sospiro, rinvenne; ma aveva gli occhi smarriti, e

riconosceva appena la nipote. La sua prima domanda fu relativa a

Montoni. Emilia la pregò di calmarsi e di star in riposo,

soggiungendo: «Se volete fargli dire qualcosa, me ne incaricherò

io.--No,» rispos'ella languidamente. «Persiste egli ancora a

strapparmi dalla mia camera?»

La fanciulla rispose che non aveva detto più nulla, e fece ogni sforzo

per distrarla; ma la zia non l'ascoltava, e sembrava oppressa dai

pensieri. Emilia, lasciandola sotto la custodia della cameriera, corse

a cercar Montoni, e lo trovò sulle mura in mezzo ad un gruppo d'uomini

di ciera spaventevole. Egli si esprimeva con vivacità. Infine qualche

sua espressione fu ripetuta dalla truppa, e quando si separarono, la

fanciulla udì le seguenti parole: _Stasera comincia la guardia al

tramonto del sole._ «_Al tramonto del sole_,» fu risposto, e si

ritirarono.

Emilia raggiunse Montoni, sebbene ei paresse volerla scansare, ed ebbe

il coraggio di pregare per la zia, e rappresentargliene lo stato ed il

pericolo cui sarebbesi esposta la di lei salute in un appartamento

troppo freddo. «Soffre per colpa sua,» rispos'egli, «e non merita

compassione. Sa benissimo come deve fare per prevenire i mali che la

attendono. Obbedisca, firmi, ed io non ci penserò più.»

A forza di preghiere, ella ottenne che la zia non sarebbe stata

rimossa fino al dì seguente. Montoni le lasciò tutta notte per

riflettere. Emilia corse ad annunziarle la dilazione. Essa non

rispose, ma parea molto pensierosa. Intanto la sua risoluzione sul

punto contestato sembrava cedere in qualche cosa. La nipote le

raccomandò, come una misura indispensabile di sicurezza, di

sottomettersi. «Voi non sapete quel che mi consigliate,» le rispose la

donna. «Rammentatevi che i miei beni vi appartengono dopo la mia

morte, se io persisto nel rifiuto.

--Io lo ignorava, cara zia; ma questa notizia non m'impedirà certo di

consigliarvi un passo dal quale dipende il vostro riposo, e ardisco

dire anche la vostra vita. Nessuna considerazione per un sì debole

interesse, ve ne scongiuro, non vi faccia esitare un momento a

cedergli tutto.

--Siete voi sincera, nipote?

--E potreste dubitarne?»

La signora Montoni parve commossa. «Voi meritate questi beni, cara

nipote, e vorrei poterveli conservare: avete una virtù, di cui non vi

credeva capace. Ma il signor Valancourt?

--Signora,» interruppe Emilia, «cambiamo discorso, di grazia, e non

credete che il mio cuore capace di egoismo.» Il dialogo fini così.

Emilia rimase presso la zia, nè la lasciò che molto tardi.

In quel momento, tutto era tranquillo, e la casa pareva sepolta nel

sonno. Traversando le lunghe e deserte gallerie del castello, Emilia

ebbe paura senza saper perchè; ma quando, entrando nel corridoio, si

rammentò l'avvenimento dell'altra notte, fu assalita da improvviso

terrore, e fremè che un oggetto come quello veduto da Annetta non si

presentasse innanzi a lei, e che la paura ideale o fondata non

producesse il medesimo effetto su i di lei sensi. Non sapeva

precisamente di qual camera avesse parlato la donzella, ma non

ignorava che dovea passarvi dinanzi. Il suo sguardo inquieto procurava

di distinguere nell'oscurità: camminava adagio e con passo incerto.

Giunta ad una porta, udì un piccolo rumore; esitò, ma ben presto il

suo timore divenne tale, che non ebbe più forza di camminare.

D'improvviso, la porta si aprì, una persona, che le sembrò Montoni,

apparve, rientrò prontamente nella camera e la chiuse. Al lume ch'era

in essa, credette aver distinta una persona vicina al fuoco, in

atteggiamento malinconico. Il suo terrore svanì, e fece luogo alla

sorpresa: il mistero di Montoni, la scoperta d'un individuo ch'egli

visitava a mezzanotte in un appartamento interdetto, e di cui si

raccontavano tante cose, eccitò vivamente la di lei curiosità.

Mentre stava perplessa desiderando spiare i movimenti di Montoni, ma

temendo d'irritarlo se ne fosse vista, la porta si aprì di bel nuovo e

si richiuse per la seconda volta. Allora Emilia entrò bel bello nella

camera contigua, e depostovi il lume, si nascose in una vôlta oscura

del corridoio, per vedere se la persona che usciva fosse veramente

Montoni. Dopo alcuni minuti la porta si aprì per la terza volta; la

medesima persona ricomparve: era Montoni; egli guardossi intorno,

chiuse e se ne andò. Poco dopo si sentì chiudere al di dentro. Essa

rientrò nella sua stanza sorpresa al massimo segno. Era già

mezzanotte: essendosi avvicinata alla finestra, intese camminare sul

terrazzo sottoposto, e vide parecchie persone moversi nell'ombra; la

colpì un rumor d'armi, ed una _parola d'ordine_ detta sottovoce:

allora si ricordò degli ordini di Montoni, e comprese che per la prima

volta montavano la guardia nel castello; quando tutto fu quieto, se ne

andò a riposare.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 3 · 第 2 / 20 题