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GIAMBATTISTA DELLA PORTA
LE COMMEDIE
A CURA
DI
VINCENZO SPAMPANATO
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
1911
LA CARBONARIA
PERSONE CHE RAPPRESENTANO LA FAVOLA
PIRINO innamorato
FORCA suo servo
MANGONE ruffiano
FILACE suo servo
Dottore
FILIGENIO vecchio
PANFAGO parasito
ALESSANDRO giovane
MELITEA innamorata
*** muto
Capitano de' birri
Raguseo
ISOCO suo amico.
La favola si rappresenta in Napoli.
ATTO I.
SCENA I.
PIRINO innamorato, FORCA suo servo.
PIRINO. Avea inteso dir mille volte che i seguaci d'amore erano il
riso, il diletto, il gioco e tutte insieme le compite dolcezze. Misero
me, che provo tutto il contrario; ché le malenconie, i noiosi
pensieri, le fatiche, i disagi, i sospetti e le gelosie sono i suoi
perpetui compagni: e veramente, chi le pruova conosce che queste sono
vere e l'altre imagini di dolori.
FORCA. Buon dí, padrone.
PIRINO. O Dio, che amara compagnia m'han tenuto questi tutta la notte!
ho desiato il giorno per ragionar con Forca, il mio servo, d'un mio
sospetto, né posso ritrovarlo; oh, sei tu qui? t'ho chiamato tutta
questa mattina.
FORCA. Anzi v'ho risposto prima che voi mi chiamaste. Ma or con chi
ragionate?
PIRINO. Con meco.
FORCA. Chi è questo meco? guardatevi che non sia qualche mal uomo.
PIRINO. Dico: «meco», con me medesimo.
FORCA. Dunque voi e meco son due persone?
PIRINO. Non t'ho detto tante volte che l'anima mia non è dove ella
abita, ma dove ama? avendo io l'animo fisso nell'amato oggetto, resto
col corpo abbandonato senza anima; or ch'era ritornata al suo luogo,
ragionava con lei.
FORCA. Conosco che siate innamorato e malamente, perché sempre avete
in bocca l'amato oggetto, andate parlando solo e raccontando i vostri
difetti a chi non ve li dimanda. Ma, di grazia, voi di che ragionavate
con voi?
PIRINO. Apunto di te che pur un tempo eri mio scorporato, non lasciavi
mai far cosa per compiacermi; non ho seguitato piacer in mia vita, di
cui tu non sia stato il mezano. In somma, io era tutto il tuo bene, or
non so come son divenuto tuo figliastro: o fingi o t'infingi non
accorgerti de' miei affanni, e sai che solo sei segretario de' miei
pensieri: non t'amo da servo ma da fratello, e ti dono sempre.
FORCA. È vero che mi donate sempre, ma una intrata di cinquanta
bastonate il giorno: ché servendovi o disservendovi, senza mirar dove
date, alla luce, all'oscuro, con ogni cosa che vi trovate in mano, mi
fate piovere adosso una tempesta di bastonate traditore, che non è ora
che non abbia da stridere sotto le vostre mani.
PIRINO. Tu ben t'accorgi, tristarello, quanto t'ami e quanto vaglio
senza te.
FORCA. Non mi mirate negli occhi, che non vi paia che ci manchi un
pugno; non il mustaccio, che non vi stia bene uno sgrugnone; non nello
stomaco, che non vi disegniate un calcio; non le spalle, che non
desiate misurarle con un legno. In somma, non avete pelo sovra la
persona, che non mi volesse scacciare le mosche da dosso con un
querciuolo. E piacesse a Dio che vi contentaste de dieci o venti; ma
quando cominciate, non lasciate mai, se prima non fate prova qual sia
piú duro o la schena o il bastone: talché le mie carni son diventate
come carni d'asino.
PIRINO. E se pur ogni mille anni ti dessi qualche colpicciuolo, lo fo
da scherzo: non sai, Forca mio caro, che chi ti vuol bene, ti fa
piangere? Accadono ben spesso fra gli innamorati delle questioni e
delle bòtte, e pur non lasciano d'amarsi: son segni d'amore.
FORCA. Se i segni d'amor che devo aspettar da voi saranno di darme
bòtte e di farmi piangere, da or vi disgrazio di quanto amore sète per
portarmi giamai. I vostri scherzi a me non piacciono: gli asini soli,
quando scherzano, si dán morsi che si stracciano la pelle, e calci che
si rompono l'ossa.
PIRINO. È cosí gran cosa soffrir due bòtte per un amico?
FORCA. Cancaro! non è parte in me che non mi doglia, e mi fate portar
le carni sempre di piú colori de' panni d'arazzi. Se l'innamorata vi
fa alcun favore, le consolazioni son le vostre; se mala ciera, con una
finta occasione--ché son l'armi de' padroni contro i poveri
servi--sfogate la rabbia contra di me, che non ci ho né colpa né
peccato: talché ho da patir la penitenza per me e per voi.
PIRINO. Te ne cerco perdono, dammi il castigo e non se ne parli piú.
FORCA. Ve lo darei per certo volontieri; ma dubito che or togliendolo
da scherzo, quando poi vi saltasse la mosca non me lo rendessi da
senno e con l'usura ancora.
PIRINO. Ti giuro su la mia fé di non toccarti piú mai.
FORCA. Avete giurato cosí mille volte; ma montandovi quel maladetto
ghiribizzo, tornate come prima e peggio. Un giorno ne farò le mie
vendette. Ma perché usate meco sí piacevoli parole? devete aver
bisogno di me. Tutta la notte v'ho inteso suspirare, non so se da
amore o da umore. Ditemi, che avete?
PIRINO. All'infermo dá piú noia l'aver a raccontare a ciascun la sua
infirmitá, che l'istessa febre. Se lo sai meglio di me, perché farmelo
dire? Sappi, fratellino mio caro, che non vive uomo piú scontento di
me sovra la terra; e se non lo credi, mirami in faccia, vera
ambasciatrice dell'angoscie dell'anima. Non passava mai ora che la mia
carissima Melitea non mi avesse mostrato segni di corrispondenza di
amore e datami commoditá di ragionarle o di vederla almeno, conoscendo
bene che viveva in lei e per lei. Or son otto giorni, anzi otto mesi,
anzi otto lunghissimi anni che non compar né per usci né per fenestre:
io dalla mia parte non l'ho dato occasione di sdegnarse meco, onde
dubito che altro fuoco la scaldi. Ella è di bellezza tale che né per
l'addietro s'è mai veduta né per l'innanzi fia per vedersi: però
sollecitata e presentata da molti. È la donna piena di varie voglie,
non si sazia mai, facile a piegarsi; e la loro costanza è l'essere
mobili e incostanti.
FORCA. O poveri innamorati, che ferneticano senza febre! E perché non
v'imaginate che abbia rotto lo scudellino del belletto, o che abbia i
suoi mesi e che i cerchi degli occhi li stieno lividi, o che abbia il
ranno troppo forte che l'abbia scorticato la fronte, e però non si
lasci vedere?
PIRINO. In somma, ella ará mutato voglia.
FORCA. Mutatela ancor voi.
PIRINO. Subito dái consiglio, perché non ti duole come duole a me. Io
non posso.
FORCA. Forzatevi.
PIRINO. Ogni cosa può essere, ma che muti pensiero non mai. Ami
qualunque li piace, facciami quante offese ella puote, non sará mai
che quei disgusti e quelle offese non mi sien piú dolci di quante
dolcezze potessi aver in questa vita.
FORCA. O padrone, è caduta una lettera dalla sua fenestra: eccola,
mirate se viene a voi.
PIRINO. Conosco la sua mano. La sottoscritta dice: «La vostra viva e
morta Melitea». O anima mia, so che non vuoi che viva vita cosí
disperata senza darmi novella di te. Ma che cosa mai potrai tu
avisarmi che non mi sia di affanno e di cordoglio? o mia dolce morte,
o mia amara vita!
FORCA. Leggetela liberamente.
PIRINO. «Caro mio bene, poiché non posso dirvelo a bocca, ve lo scrivo
in questa carta con speranza che vi venghi in mano. Mi dispiace darvi
cosí amara novella, ma soffritela con pacienza. Mangone mi ha venduta
al dottore per cinquecento ducati; e comandandomi che mi fusse
adobbata per andar a lui, un dolor cosí forte mi spinse il core, che
cadei tramortita. Egli a cui sono noti i nostri amori, per stizza m'ha
chiusa in una camera e serrati gli usci e fenestre con chiavistelli: e
son tre giorni che non mi dá cibo, e vuol o che vada al dottore o
muoia cosí di fame. Sapete bene come è dispettoso e vuol vincer ogni
cosa, e io son risoluta e ostinata. Onde pria che la fame m'uccida,
m'ucciderá il dolore in pensar solo che non abbia ad esser vostra.
Talché fra poco darò il corpo vile alla terra, e a voi resterá lo
spirito immacolato e bello per la fede...». Non posso intender piú,
sono intenerito di sorte che mi dissolvo tutto in lacrime.
FORCA. Le donne sono di natura tanto dolci che, per duro stia un uomo,
l'inteneriscono e lo risolvono in lacrime.
PIRINO. «... Quando sarò portata in chiesa morta, il che fia presto,
venite a vedermi; e quando son partite le genti, baciatemi e non
abbiate a schivo e in orrore quel corpo ch'è stato albergo d'un'anima
vostra divota. Ponetemi le mani al petto, ché troverete certe
coselline d'oro, parte donatemi da voi e parte mie, segnali infelici
per trovar il mio misero padre: vi priego a ripigliarvele e tenerle
appresso di voi, accioché vi rinfreschino la memoria de' nostri amori.
Vi chiedo combiato per questa, ché moro senza vedervi: se vi avessi
fatto qualche dispetto, perdonatemi, ché non lo feci mai per propria
volontá, ma per pietá che avea della vostra vita e per moderar le
vostre passioni, quando scorgeva ch'erano in voi nel maggior colmo; e
pregate Iddio per me, ché, avendo tanto patito nella vita, mi dia pace
in Cielo doppo la morte». O occhi miei, voi sète di pietra, poiché
parole cosí miserabili non ponno cavar da voi vivi fonti di lacrime.
Ahi, che moro per non poter morire! O morte, tu vinci tutte le cose e
non puoi vincer me! Senza ragione ti chiamano amara, poiché per te si
finisce ogni amaritudine. Io sto in vita assai piú amara della morte.
Ahi, ruffian rustico, incolto, nemico delle cose belle, hai fatto un
gran furto al mondo, celando le sue bellezze. E come resterá il mondo
senza lei? Dunque morrá di fame chi potrá dar pastura a mille occhi
affamati della sua vista? Sta dunque prigione la vindice della mia
libertá e che può carcerar mill'anime con la sua bellezza? tu serrata
in tenebre, di cui gli occhi luceno piú d'ogni sole? e dove tu non
sei, ivi son oscurissime tenebre? Morrá Melitea, e io resterò vivo? Tu
per non essere d'altri hai voluto piú tosto esser della morte; e io
che son cagion della tua morte voglio restar in vita? io restar in
vita, per la cui vita tu sei morta? orsú, convien morire, e morrò. Ma
dove sono? Forca, dove sei? cosí ti dogli delle miserie mie?
FORCA. Taci, la casa di Mangone apre la gola e lo vomita fuori.
PIRINO. Un cibo di cosí cattiva digestione non può digerirlo.
FORCA. Nascondiamoci e ascoltiamo, ché da' suoi maneggi ne caveremo
principio di qualche garbuglio: ogni suo trattamento ne potrebbe
giovare.
SCENA II.
MANGONE ruffiano, FILACE servo, PIRINO, FORCA.
MANGONE. Filace, olá, non odi? cala qua giú presto.
FILACE. Eccomi.
MANGONE. Ho inteso che da Ragugia sia venuta una nave carica di
schiavi: vo' andare infino al molo per veder se vi sia cosa da vendere
o barattare. Tu resta alla guardia de' schiavi; ché levandogli gli
occhi da sovra, chi nasconde, chi rubba, chi s'empie il ventre e chi
machina di fuggire.
FILACE. Andate sicuro, ché non mi smenticherò del mio ufficio.
MANGONE. Se venisse quel di Calabria per la Gobba, digli che non ne
chiedo meno di dugento ducati.
FILACE. Voi dovreste pagar chi ve la togliesse di casa: ella è brutta
di volto e bruttissima della persona, col mento fitto nel petto, con
le reni inarcate, con le groppe uscite fuori, che par che d'ora in ora
aspetti la soma.
MANGONE. Non mi mancherá il mio prezzo: conosco l'umore. Quando il
martello di amor lavora, batte e cava piú scudi d'ogni martello.
FILACE. Che dirò a quel genovese della Macrina?
MANGONE. Daglila per quel prezzo che vuole: mangia per diece e sta piú
magra d'una gatta che mangia lucertole. Ogniun che la vede cosí
asciutta stima che in casa mia non si mangi se non biscotto e vi si
digiunino tutte le vigilie. Mi ha fatto spendere piú che non vale, per
darle tartarughe boglite, suppe la mattina e vuova fresche la sera,
quando va a dormire, per ingrassarla; e se la poni nuda incontro al
lume, traspare come una lanterna, che se le ponno annoverar l'ossa
dentro. Son risoluto farle un buco sotto le reni fra cuoio e pelle e
farla gonfiar con un mantice, come si fa a' buoi vecchi per fargli
parer grassi, quando si portano a vendere.
FILACE. Che faremo di Demonica?
MANGONE. Perché è tanto leggiera che con quattro carezzine si lascia
volgere come l'uom vòle, lasciamola per quei di bassa mano, per dir
che abbiamo una bottega generale ove son mercanzie d'ogni sorte. Io
non arei pensato mai che il dottore, essendo vecchio, avesse pagato
cinquecento ducati per Melitea: conobbi che l'amava non come quei
ch'hanno cervello, ma come quei che ne son privi.
FILACE. I legni vecchi ardono piú volentieri e senza fumo.
PIRINO. (Ascolta, Forca).
FORCA. (Ascolto).
MANGONE. Sia benedetto Iddio, ché son uscito da quel fastidio: mi
facea spender un tesoro per comprar muschio, zibetto e profumi. Tutta
è ricci e belletti e abbigliamenti e attillature, e tutta cerimonie,
però cosí amata da quel napolitano che non è altro che fumo, schiuma,
neglia e vento: vivono di nebbia e si pascono di fumo, e chi se
impaccia con loro si trova con le mani piene d'aria.
FILACE. Se venisse Forca o Pirino, che dirogli?
PIRINO. (Forca, ascolta bene).
FORCA. (Il vostro dir: «ascolta», non mi fa ascoltar bene: tacete voi
e ascoltate).
MANGONE. Guardatevi da loro come dalle serpi! Quando entrano nella
strada, non gli levar gli occhi da dosso: se caminano e tu camina, se
si fermano e tu ti ferma. Volgi gli occhi dove si volgono, e mira dove
mirano: se s'accostano alla casa, sgombra, fuggi, chiudi le porte,
serra le fenestre, puntella dietro, tura i buchi, sbalestra gli occhi
per ogni cantone, poni tutti gli occhi della casa in agguato: ché di
niuno ho tanta paura quanto di loro. Conosco che ne sta innamorato e
non ha danari; e non potendola avere con legittimi modi, ordisce
furbarie, tenta ogni via, ardisce ogni impresa, non teme rischio o
periglio, sta esso in travagli e dá travaglio agli altri: però sta' in
cervello, ché per ogni scappata te la rapisce. Ha quel suo Forca che,
se ben spende l'autoritá sua per quel che vale, prosume saper piú di
tutti i tristi del mondo.
FORCA. (Fa' quanto sai, ché ti ingannerò).
MANGONE. In somma, guárdati, perché ho molti inimici.
FORCA. (Perché sei solo amico di te stesso).
FILACE. Morendo smorberá il mondo.
MANGONE. Però vive, ché l'inferno l'abborrisce. Ma faccia quanto può,
differirla può ben, ma non fuggir la forca che gli sta apparecchiata.
FORCA. (Ed a te il fuoco).
MANGONE. O come campeggiarebbe bene una forca in mezo due forche!
FORCA. (E tu appresso me, che sei un ladro).
MANGONE. Se venisse alcuna vecchia con qualche scusa, mandala subito
via: ché fa piú una ruffiana in una ora, ch'un innamorato in cento
anni.
FILACE. Riposatevi nella mia diligenza.
MANGONE. Io vo al molo, al raguseo: entra e sèrrati dietro.
FILACE. Entro e mi serro dietro.
FORCA. (Andiamcene ancor noi).
SCENA III.
DOTTORE, MANGONE.
DOTTORE. M'hai tolto la fatica di venire a casa tua. Io non so perché
non m'abbi mandata Melitea, se non lo fai ché cosí straziandomi, me la
facci ricever piú caramente.
MANGONE. Certo non per mancamento di voluntá o di diligenza; se non
che, ordinandole che si ponesse in ordine per venir a trovarvi,
sovrapresa da un strano accidente, cascò morta; e se non che m'accorsi
che sotto le vesti cosí pian piano le palpitava il cuore, io la
mandavo a sepelire.
DOTTORE. L'altro giorno la viddi bellissima.
MANGONE. Se la vedeste adesso, non la riconoscereste, cosí son gli
occhi scoloriti e le labra smorte e sparito il fior delle guancie. Io
son furbo e conosco al naso le sue infirmitá. Ella sta martellata di
Pirino; e quando intese ch'era stata compra da voi, trafitta dalla
disperazione, le venne quello accidente. La sua infirmitá è piú finta
che vera: vorrebbe esser venduta a suo gusto, ma s'inganna, ché io uso
ostinazione con gli ostinati, e con ostinata perfidia vincerò la sua
perfidia. Son tre giorni che non le do da mangiare; e se non si
risolve di far a mio modo, io perderò i cinquecento ducati, voi
l'innamorata ed ella la vita.
DOTTORE. Dio me ne guardi; vorrei piú tosto perder quante robbe ho al
mondo! Ma Pirino che t'offerisce?
MANGONE. Pirino è un giovane attillato, pulito, che non ha che fare se
non l'amor con le fenestre, non ha altro in bocca che «occhi», «vita»,
«speranza», «spirito» e «anima»; e pensa con le sue levate di
barretta, inchini e parole profumate tormela di mano; ma erra, ch'io
vo' danari, danari.
DOTTORE. Perché Melitea ama piú tosto costui che me?
MANGONE. Non altro ch'una maladetta usanza delle donne, che quando
sono pregate, ancorché se ne morissero di voglia, se ne stanno in
contegno e ci vogliono straziare. Ma le bastonate alfin le fanno far
quello per forza, che di sua volontá non vogliono fare.
DOTTORE. Essendo in mio potere, non volendomi per amante, mi ará per
padrone. Ma toltone che sia un poco di tempo, del resto non sono io
meglio di lui in tutti i conti?
MANGONE. Dite il vero.
DOTTORE. Che ha un giovane piú di me? In quel fatto proprio, in cambio
di far carezze alle povere donne, tutte le dimenano e le strappazzano
senza rispetto; noi vecchi abbiam un natural piú rispettoso, sempre le
comparemo innanzi col capo chino e le trattiamo con piú creanza. A'
giovani quel fatto è fin de' loro amori, e spento in lor quel
disordinato appetito, è spento l'amor loro; a noi per contrario, non
potendo saziarcene, l'amore è sempre nuovo. Ma io vo' scoprirti il mio
pensiero, Mangone mio. So ben che in questa etá non devrei cader in
simil colpa, ma con fortezza e costanza resistere alle passioni, e
devria far un guadagno della mia vergogna, tacere e soffrire: ché se è
cattivo il fare, è peggio il palesarlo; ma lo fo non per fin di
diletto, ma per desiderio di successione. Quando morí, mia moglie
Brianna mi lasciò una fanciulla chiamata Alcesia; e volse la mia
disgrazia che, fuggendosene la balia per certi rispetti, se la menò
seco molti anni sono in Ragugia: mandai e non potei trarne nulla di
costrutto, restai sola e infelice reliquia del mio legnaggio, del che
son vissuto e vivo da disperato; e trovandomi da quarantamila ducati
di facoltá, non avendo a chi lasciarla, mi par assai duro... .
MANGONE. Lasciatela a me, ché ve ne arò assai obligo.
DOTTORE. ... Tanto piú che ho una dozzina di parenti larghi che mi
fanno il córso adosso degli anni che vivo, e pregano Iddio che muoia
presto, per aversegli a godere. La tua Melitea mi sta molto a cuore: a
lei sono drizzati tutti i miei pensieri, e sento tirarmi da una viva
forza ad amarla. Poi è tenerina, poco fa levata dalla balia, come un
capretto di latte; assai, per me che son vecchio, con lei mi pareria
ringiovenire; e se piacesse a Dio che ne avesse un figlio, me la
torrei per moglie e coprirei il fallo con nome di matrimonio; e
sarebbe la sua, la mia e la tua ventura insiememente: ch'io sarei
sodisfatto, ella ricca e tu padron della mia casa, ché nello avanzo
della mia vita sarebbe fra noi commune la stanza, le facoltá e le mie
cose piú care. Però non vorrei che fussi cosí austero con lei; vorrei
che il suo carcere fusse tanto che bastasse a farmi amare, non a
tormentarla. E come potresti tu batter quel corpo, che non battessi il
mio cuore? però vo' che le porti alcun presentuccio da mia parte, ché
i doni sono di valore inestimabile a farsi amare dalle donne.
MANGONE. Ella è vivanda riserbata per la tua bocca.
DOTTORE. Mangone, sai che vorrei dire?
MANGONE. T'intendo: che Pirino non mi faccia qualche burla. Ti
rispondo che le burle sono bene ad inventarle e ordinarle, ma a far
che riescano, eh ci vuol altro che parole!
DOTTORE. Intendo che ha un servo molto astuto e sottile...
MANGONE. Come quello uccello che porta il grano al molino.
DOTTORE. ... «e che non ha tanti peli in testa, quante lingue che
gridano:» forche e capestri; però prego Iddio, ché tosto gli succeda.
MANGONE. Non bisogna pregarne Iddio, ché a questo fine ce lo
condurranno le sue buone opre: ha mal vissuto e mal morirá; e il
padron non è meglio di lui, servo degno di tal padrone.
DOTTORE. Mi vo' partire; il presto ti raccommando.
MANGONE. Ed io vo' al molo a trovare il raguseo.
SCENA IV.
PIRINO, FORCA.
PIRINO. Comporterai, o Forca, che tu e io siamo scherniti e vilipesi
da un furfante ruffianello? Diménati, risvégliati, dimostra che sei
vivo e non dormi: ove è l'ingegno, ove sono le tue grandezze, ove i
tuoi gran fatti che fur tutti prigionieri delle tue astuzie?
FORCA. Molte girandole mi vanno per la testa: mi stillo il cervello e
ordisco gran matasse, ma non mi sono ancor rissoluto ad alcun partito.
PIRINO. Aiutami.
FORCA. Mi uccidete.
PIRINO. Il breve termine che Mangone ha dato a Melitea di gir al
dottore, è il termine della mia vita: intanto io sto nel mezzo delle
fiamme ardenti. Rispondemi.
FORCA. Io sono cosí internato ne' pensieri, che sono fuora di me: il
desidero piú di voi per vendicarmi di quel manigoldo. Penso e ripenso,
e tuttavia non mi riesce nel cervello. Ma quel non aver danari mi fa
venir il sudor della morte.
PIRINO. Se avessimo danari, non sarebbono necessari gli inganni.
FORCA. Io non dico cinquecento scudi, ma alcuni dinari maneschi per
spendere e intricare. Ditemi, sète voi deliberato di averla?
PIRINO. Sí.
FORCA. Per ogni via?
PIRINO. Sí.
FORCA. E non lasciar l'impresa?
PIRINO. Lascieranno piú tosto i cieli di muoversi, il sol di
splendere, mancherá l'aria, si risolverá il mondo, che possa lasciar
Melitea. L'amor nostro è invecchiato, non può scordarsi: ella è cosí
tenacemente scolpita nel mio core, che tanto sarebbe levarmela dal
core quanto svellerne l'istesso core.
FORCA. Orsú, poiché il vostro cuore è fondato piú tosto in maturo
consiglio che in leggiera volontá, che come fusse indebolita si
risolverebbe in nulla, mano a' fatti, animo da imperadore:
risoluzione, animo e danari fanno tutte l'imprese e sono il nervo e
l'anima de' negozi.
PIRINO. Se mai verrò al frutto dell'amor mio, beato te.
FORCA. Almeno ne guadagnasse le scorze di quel frutto che sarebbe una
veste.
PIRINO. Altro che veste arai. Una buona somma di danari.
FORCA. Pur che non si risolva in qualche buona somma di bastonate. Ma
ditemi, come state in credito con li banchi?
PIRINO. Benissimo: tutti credono che non ho un quatrino.
FORCA. Bisogna dunque farvi una poliza falsa.
PIRINO. Troppo pericolo: ci va la vita.
FORCA. Non si può aver il mèle senza le mosche, né si ponno far le
grandi imprese senza pericoli; e quando si vuol far un gran fatto, non
bisogna nominar pericoli, perché l'animo si raffredda e si fa pauroso.
Bisogna por mano a cambi, interessi, scrocchi, usure e rubberie.
PIRINO. Chi me li dará, se non è sensal ne' banchi che non m'abbia in
lista; e quando mi sentono nominare: «O che ditta, o che mercadante da
tor ad occhi chiusi!». Poi, non sai che è fatta una pragmatica, che
non si dia robba in credito a figli di famiglia?
FORCA. Dunque questa pragmatica vieta ancora a me, che non t'abbi
credito di quella somma di danari che m'hai promessa. Cerchiamola in
presto da alcun amico.
PIRINO. Cercali tu da parte mia.
FORCA. Se non han credito a voi, come l'aranno a me?
PIRINO. Come cerchi danari in presto ad un amico, subito ti risponde
che non gli ha e ti diventa inimico.
FORCA. Pigliamoli ad usura.
PIRINO. Non mi piace.
FORCA. A chi vuol dormir con l'innamorata, bisogna trovar la pecunia,
padrone.
PIRINO. Non è giorno che non discorra col cervello per tutti i banchi
del mondo. O che cosa infelice è il non aver danari!
FORCA. Massime a voi, povero di danari e ricco d'appetito.
PIRINO. Non so che fare.
FORCA. Anzi bisogna disfare.
PIRINO. Chi vogliamo disfare?
FORCA. Tuo padre. Avemo il ben in casa e lo vogliamo cercare altrove.
PIRINO. Lo caricheremo di troppo peso di dolore.
FORCA. Lo scaricheremo di peso di argento.
PIRINO. Non sará possibil mai, perché sta tanto sospetto di noi, che,
nol facendo stima che lo facciamo; poi se lo saprá, che fia di noi?
FORCA. Ti fo la sicurtá con le mie spalle.
PIRINO. Tu sai che in casa non mancano legne, e quando ce ne fusse
carestia, abbiamo la villa vicina.
FORCA. Ho buone spalle per la villa e per la casa: tra le bastonate e
le mie spalle ci è una antica amicizia, un invecchiato parentado: ci
ho fatto il callo, non mi son cose nuove, mi son fatte naturali.
PIRINO. Come faremo che non se ne accorga?
FORCA. Aprimogli il scrittorio con il grimaldello; poi, quando gli
aremo gli li restituiremo.
PIRINO. Buon'arte m'insegni.
FORCA. Non è usanza di servi forse?
PIRINO. E quando lo saprá, che faremo?
FORCA. Che so io? qualche mala cosa.
PIRINO. E questo è l'amor e la riverenza paterna?
FORCA. E voi coricatevi la notte con questa riverenza, abbrac-*
*ciatevela e baciatela, e lasciate star Melitea. Questo modo è
precipitoso, questo non è buono; qua ci va la conscienza, qui la
riverenza: voi quello che potete, non volete, e quello che non potete,
volete. Ne avete poca voglia. A dio.
PIRINO. Oh, come sei colerico! stammi allegro, che ad un ammalato è
gran refrigerio aver un medico allegro.
FORCA. Voi sète un ammalato troppo pusillanimo e disobediente; non
volete sorbir le medicine.
PIRINO. Queste tue medicine son troppo violenti per lo pericolo della
vita, troppo nauseabonde per l'infamia e troppo amare per l'anima: e
se ben la polvere del delitto mi accieca l'occhio della ragione, pur
non son tanto cieco che non conoschi l'errore.
FORCA. Perdo il tempo, mi vo' partire.
PIRINO. Aspetta, férmati un poco. Ahi, traditora fortuna, a che mi
conduci? Eccomi in una grandissima lite tra il padre e l'amore: il
padre mi cerca la riverenza, amor non ascolta ragioni, è giudice e
parte, mi spaventa con le saette e col fuoco e con la morte. Padre
mio, vorrei ubbidirvi, amor non lascia dispor di me: o anima mia,
bilanciata da tanti mali e agitata da tante onde di tempeste, come
determinerai questa lite? Padre mio caro, abbi pazienza per questa
volta: amor che vince ogni cosa, vince ancor me: perda il tutto e
acquisti Melitea. Forca, ti do in mano il freno d'ogni mia volontá.
FORCA. Bisogna far un inganno a vostro padre.
PIRINO. Se non basta a mio padre, fallo a mia madre, fallo a me
ancora.
FORCA. Conosco che sète un di quei che bisogna fargli ben per forza:
bisogna aver animo per me e per voi. Vi vo' far conoscere che vaglio
tanto oro quanto peso: son rissoluto d'ingannarlo.
PIRINO. Come? dove? dimmi.
FORCA. Non so il come né il dove: levo di qua, pono di lá; sconcia di
qua, poni di lá, andrò tanto girando col cervello, che qualche cosa
sará. Ma ecco tuo padre, conosco negli occhi il fuoco della còlera:
scostati da me, che non ci veggia insieme.
PIRINO. Starò a veder quel che fará costui: alcuna solenne astuzia gli
uscirá di mano.
SCENA V.
FILIGENIO vecchio. FORCA. PIRINO.
FILIGENIO. Fu giudicata sempre la buona educazione il fonte e
l'origine degli abiti virtuosi e il fondamento delle umane felicitá, e
tanto necessaria al buon vivere quanto l'anima al vivere. Perché,
introducendosi a poco a poco ne' teneri intelletti il zelo della santa
religione, con quella si viene a dar l'imperio alla ragione, freno
agli affetti e termine alla volontá.
FORCA. (Oh, gran pedagogo sarebbe stato il mio padrone!).
FILIGENIO. Cosí, al contrario, la cattiva educazione è la fucina dove
si fabricano gli strumenti della ruina della misera gioventú; perché,
mancando per l'immatura etá la virtú moderatrice dei temerari desidèri
della strabocchevol concupiscenza, corre sfrenata ad ogni precipitoso
consiglio, e le buone qualitá della natura vengono atterrate e
tiranneggiate da' vizi e difetti del tempo. Ecco l'essempio in Pirino
mio figliuolo: ché bisognando per alcuni miei affari partirmi di
Napoli, le mie occupazioni fur cagione del suo ozio, restando in
tutela di un servo ribaldissimo, furfante della cappellina, capo de
tutti i furbi del mondo.
FORCA. (Giá è entrato nelle mie lodi, racconta il catalogo delle mie
virtú).
FILIGENIO. Ma a che mi affatico a dir tanto? basta che è servo. Cosí
tutte quelle virtú e buone qualitá che gli erano state largamente
dotate dalla natura, da cosí cattiva educazione sono state spente e
atterrate. Onde poco stima Dio, manco il padre, sprezza ogni buon
ricordo; e fattosi idol quel suo servo, corre precipitoso dietro a
quello che gli vien additato da costui. Onde appena sono in piazza,
che le genti mi sono adosso, dicendomi che Pirino sta innamorato di
una puttana; e che quelle ricchezze che con tanto risparmio e lunghe
fatiche sono state raunate in casa mia, vanno in essilio in casa di un
ruffiano e si consumano in un viver lussurioso; e che allettato dagli
artefici di costei, cerca rubbarmi cinquecento ducati per riscattarla.
FORCA. (Fa' e di' quanto sai, ché con i tuoi dinari la riscattaremo).
FILIGENIO. E se non fusse che veggio persone di maggior etá e
condizione, anzi di quei che governano al mondo, inviluppati in simili
materie, mi dispererei; ma con l'essempio di persone cosí degne
allevio gli affanni miei. Ma eccolo: Forca, Forca; mi son accorto di
te ben, sí!
FORCA. Vengo, padrone.
FILIGENIO. Come serpe all'incanto. Giá sleghi lo sacco delle bugie per
vomitarmele adosso. Fa' che a quanto ti dimando mi risponda subito,
accioché non abbi tempo a pensare e colorir menzogne.
FORCA. Se stimate che quanto dico sia bugia, a voi soverchio il
dimandare, a me il rispondere.
FILIGENIO. Ben, che si fa?
FORCA. Si sta in piedi, con la beretta in mano, aspettando se mi
comandate alcuna cosa.
FILIGENIO. Dove è Pirino?
FORCA. Stando qua, non posso saper dove sia.
FILIGENIO. Dove l'hai condotto?
FORCA. Egli conduce me dietro a lui, perché li son servo.
FILIGENIO. Dove l'hai lasciato?
FORCA. Egli ha lasciato me.
FILIGENIO. Parli cosí poco, come avessi a pagar la gabella delle
parole. Furfante, furfante, ben sai che ci conosciamo insieme: se non
mi dici il vero, farò che muti nome, e da Forca che sei diventerai un
appiccato.
FORCA. Se dicessi la bugia, voi lo conosceresti in aprir la bocca.
FILIGENIO. Quanto tempo è che mio figlio non ha visto la...?
FORCA. La che?
FILIGENIO. Quella.
FORCA. Chi quella?
FILIGENIO. Quella vostra...
FORCA. Chi quella vostra?
FILIGENIO. Quella cosa vostra che voi sapete.
FORCA. Ah, ah, ah: sí, sí.
FILIGENIO. Vedi pur che la conscienza accusatrice dell'animo tuo ti fa
accertar il vero, ancorché non vogli?
FORCA. La vede ogni ora, ogni momento.
FILIGENIO. Come ne sta innamorato?
FORCA. Innamoratissimo.
PIRINO. (Questo forfante par che discuopra i miei secreti).
FILIGENIO. E segue tuttavia la prattica?
FORCA. La segue con tutto il suo studio.
FILIGENIO. Quando pensa lasciarla?
FORCA. Quando lasciará la vita.
FILIGENIO. Come lo sai?
FORCA. Ce l'ho inteso dir mille volte.
FILIGENIO. Tanto è ostinato?
FORCA. Ostinatissimo.
FILIGENIO. Perché tu non lo togli da questo proposito?
FORCA. Se non ubbidisce a voi, perché vuol ubbidir me?
FILIGENIO. Quando va a casa sua, che fa?
FORCA. Gionto in casa sua, si butta sul letto supino, se la toglie in
braccio e se la squinterna sul ventre e se l'accomoda innanzi: volta
di qua, volta di lá, non la fa star mai ferma per tre o quattro ore,
finché stracco non va tutto in acqua.
PIRINO. (Oh, che ti cadano i denti e quella lingua traditora!).
FILIGENIO. E ti par questa buon'opra?
FORCA. Buonissima, eccellentissima.
FILIGENIO. E tu sei quello che lo guidi e aiuti?
FORCA. Io, quando lo vedo tiepido e disamorato, l'aguzzo l'appetito.
FILIGENIO. Talché tu sei il maestro.
FORCA. Maestro io? signor no, è il maestro del Studio.
FILIGENIO. Che Studio? che signor no? Di che parli tu?
FORCA. E voi di che parlate?
FILIGENIO. Io parlo della sua puttana.
FORCA. Ah, io non pensava che voi parlaste di cose triste, ma della
sua Legge; e tutto il giorno si trastulla con la sua libraria, la
strapazza e se la tiene aperta innanzi.
PIRINO. (O buon Forca, come l'hai ben salvata!).
FILIGENIO. Cosí mi burli, eh?
FORCA. Io non burlo altrimente; rispondo alle vostre dimande.
FILIGENIO. O Dio, che avessi un bastone! ché avendo tu la pelle delle
spalle piú indurita di quella degli asini, se ti do con le mani,
offenderò piú me che te. O che unguento di cancheri! Traditorissimo,
se non ti disponi a dirmi la veritá, proverai lo sdegno di un padron
irato e schernito da te. Ti darò tante bòtte che amboduo restaremo
stracchi, io di dar, tu di ricevere.
FORCA. Dico il vero, a voi sta il creder quel che volete.
FILIGENIO. Non mi hai risposto a quello che ti dimandava. Vuoi tu
negarmi che Pirino non stia innamorato di una puttana, chiamata
Melitea, che l'ha in poter un ruffiano che ne chiede cinquecento
ducati?
FORCA. Signor no, signor sí, eh, padrone.
FILIGENIO. Che «signor sí», «signor no» cerchi in nasconder la veritá?
ed è tanta la sua forza che a tuo dispetto ti muove la lingua a dirla.
FORCA. Eh, padron mio.
PIRINO. (Sta' saldo, Forca, ché il padron non ti scalza).
FILIGENIO. Che padrone? mi fai del balordo; che balbezzare è il tuo?
FORCA. Io non so nulla; ma... .
FILIGENIO. Che ma?
FORCA. Direi alcuna cosa, se stessi sicuro che egli non l'avessi a
sapere.
FILIGENIO. T'impegno la fede mia che non sará per saperlo giamai.
FORCA. Dubito che voi lo scoprirete un giorno, ed egli mi salterá
adosso con un bastone; e non sapete che tremo in sentirlo nominare?
FILIGENIO. Non dubitar, dico, ché quando io non bastassi a difenderti,
sarei uomo da farti franco e mandarti via.
PIRINO. (Questa bestia mi fa entrare in suspetto).
FORCA. So che lo risaprá, e le spalle ne patiranno la penitenza. Ma
alfin voi sète il padrone, vo' piú per voi che per lui.
FILIGENIO. Cosí mi par di ragione.
FORCA. Quanto avete detto, tutto è vero: che sta innamorato di una
cortegiana, detta Melitea, che sta in poter di un ruffiano che l'ha
venduta ad un dottore per cinquecento ducati; e però ne arrabbia di
dolore.
FILIGENIO. Dove pensa avergli?
FORCA. Rubbargli a voi come meglio potrá.
PIRINO. (Ecco che fa l'affratellarsi con i servidori: pensava aver un
servo fidele e ho una spia secreta di mio padre).
FILIGENIO. Come volete rubbarmi, se sto in cervello e mi guardo piú di
voi che di tutti i ladri del mondo?
FORCA. È deliberato scassar lo scrittorio, se non lo può aprir col
grimaldello.
PIRINO. (Merito questo e peggio. Or non sapevo io che i maggiori
inimici che abbiamo sono i servidori?).
FILIGENIO. Ma come mi accorgeva del fatto, come andava il fatto per
voi?
FORCA. V'attossicavamo.
PIRINO. (O Dio, che ascolto? non posso contenermi, mi risolvo lasciar
il rispetto da parte, passargli questa spada per i fianchi, e accadane
quel che si voglia).
FILIGENIO. Al suo padre questo? ahi, figli iniqui! or non dovea cosí
scelerato pensiero indurgli terrore?
FORCA. Ma tutto ciò è nulla: ci è di peggio assai.
FILIGENIO. Che ci può esser peggio?
FORCA. Quel dottore è un cervello bizaro, straordinario, ha molti
bravi che lo seguono, per un pelo se la torrebbe col diavolo; ne sta
geloso e ha deliberato farlo ammazzare e li tiene le spie sovra.
PIRINO. (Non gli basta quanto ha detto: ci vuol aggionger del suo
ancora).
FILIGENIO. Se ben per i continui inganni che m'ave usato costui, non
gli devo prestar fede, pur la vita di un figlio importa molto. Forca,
tu che conosci costoro e sai questi maneggi, ricorro a te, mi pongo
nelle tue mani; vorrei che rimediassi, ché non si procedesse piú
oltre.
FORCA. Non è cosa da ragionarsene in piazza: potrebbe egli
sovragiongere e stimarebbe che il tutto fusse uscito da me, e non si
potrebbe piú rimediare: vi mostrerò modo di salvarlo.
SCENA VI.
PIRINO solo.
PIRINO. Ah, Forca traditore, che tradimento m'hai tu fatto? farmi
suspetto e reo appo mio padre! Ti arai voluto vendicare di quelle
bastonate de quali poco anzi ti dolevi di me. Come arò animo di
comparir piú mai dove il mio padre sia? manderò me stesso in essiglio.
Perderò in uno istesso tempo il padre, la patria e l'innamorata, che è
peggio assai che perder la propria vita. O come accetterei volentieri
alcuna sorte di morte per liberarmi da vita cosí nemica. Uh, uh! Possa
esser fatto in mille pezzi, se la scappi: vo' morire, ma prima che
muoia farò vendetta della cagion della mia morte. Mi tratterrò da qui
intorno finché venghi, per passargli la spada mille volte per i
fianchi.
ATTO II.
SCENA I.
PANFAGO parasito, PIRINO.
PANFAGO. Par che questa mattina nell'uscir di casa abbia cantato la
civetta, cosí ogni cosa mi va a traverso. Vo al dottore per desinar
con lui, e mi dice che sta colerico, perché la sua innamorata ama
altri e sta inferma. Vo in casa di un altro, e trovo la casa piena di
pianto, ché vi si facea il mortorio. Fui forzato andare ad un certo
che avea abbandonato, perché non avea piú succo--perché noi siamo
come i pidocchi: quando non avemo piú sangue da succhiare,
l'abbandoniamo;--e disse che mangiava altrove. Alla taverna non mi
posso accostare, ché devo all'oste, e mi dice che ave cavato
l'essecutorio, talché sto fra duo capitali inimici, la fame e l'oste:
all'una non posso rimediare, all'altro non ho che dare. Pur, di
lontano, ho fatto l'amor con una porchetta grassa che si rostiva; si
burlava di me, perché mi mirava con certi occhi stralunati e con la
lingua pendente fuori tra' denti: ci ho lasciati gli occhi sopra, e
mi ha cavato il cuor di martello, la traditora. Vommene ora a trovar
Pirino; e se la speranza mi fallisce, arrabbiarò di fame.
PIRINO. Misero me, qual si trova pena maggiore, che paragonandola alla
mia non sia una gioia! non è misero stato che non abbia qualche
speranza; sola la mia è priva d'ogni futura allegrezza.
PANFAGO. (Ecco a tempo chi desiava). Buon augurio, Pirino caro, amato
e riverito da tutte le belle donne del mondo.
PIRINO. Non merito esser burlato da te.
PANFAGO. Ben sai che son piú tosto avaro delle tue lodi, che prodigo
in adularti. Che si fa?
PIRINO. Se sta combattendo con la rabbia e con l'ira; e ne ho tanta
nel petto, che bastarebbe a riempirne tutte le fère del mondo.
PANFAGO. Che colpa ci ho io? Volete voi con la vostra rabbia uccidere
voi e me in un colpo? Se col mostrarti rabbioso e iracondo pensi che
io non abbia a desinar teco, l'erri in grosso. Son gionto al porto:
scacciami quanto vuoi, che la tempesta della fame mi vi riconduce.
PIRINO. Troppo pungente e pien di spine è il mio cibo per ora.
PANFAGO. Verrò a mangiar con voi con denti calzati di buoni stivali.
PIRINO. Mi pasco di veleno di vipre e di serpenti.
PANFAGO. Verrò con la pietra di san Paolo, o mi farò incantare da un
ciurmatore. Mi negarai almeno due bicchieretti di quel tuo vino garbo?
PIRINO. E che non è garbo quel che bevo, Iddio tel dica per me: la mia
bevanda è di amarissime lacrime.
PANFAGO. Di lacrima dolcissima di Somma? Vorrei che sempre si
piangesse in casa tua, e non ne mancassero mai le bótte piene di
quella lacrima: ché quel color di sangue mi fa rallegrar tutto il
sangue; fresco e brillante, mi fa brillare il core; ponendolo in
bocca, quel suavissimo odore mi conforta il naso e il cervello e il
gusto. E quando lo sento calar nel petto, porta seco un mar di piacere
e un foco tacito che tutto mi riscalda. Non posso saper io la cagion
della tua rabbia? sbuffi, e mordi l'ugne: hai meco alcuna cosa?
PIRINO. (Non posso levarmi da dosso questa mosca canina). Se tu
sapessi da quanta angoscia e tribulazione è afflitta l'anima mia,
n'avessi compassione; però di giá vattene, ch'io me la torrei con le
mosche. Ma ecco quel traditore!
SCENA II.
FORCA, PIRINO, PANFAGO.
FORCA. Fermate, padrone: che volete fare?
PIRINO. Romperti la testa.
FORCA. Romper la testa a chi se la rompe ogni ora per pensar trappole
per vostro serviggio? fermatevi, vi dico.
PIRINO. Non mi fermarò, se prima non ti arò cavato il core.
FORCA. Volete cavar il cuore a chi ha cavato i danari dal cuor di
vostro padre? Cancaro, io l'ho scappata bene, aiutami tu, Panfago!
PANFAGO. Or ora torno.
PIRINO. Assassin cane, ti voglio aprire il petto!
FORCA. Questo è il premio di chi ave aperto la cassa e la borsa di
vostro padre, e or ve le porto?
PIRINO. Che borsa? che ci è ivi dentro?
FORCA. Cento scudi che son il cuor di vostro padre.
PIRINO. Come ce l'hai cavati dalle mani?
FORCA. Basta l'avemo, a che bisogna saper il modo?
PIRINO. Che ave a far cavargli i dinari dalle mani e scoprirgli i miei
secreti? non potevi dargli ad intendere alcuna altra cosa?
FORCA. No, che fusse verisimile e credibile come quella, perché giá
mezza la credeva, e v'era l'amor suo; e che sia vero, la riuscita ave
approvato il mio consiglio.
PIRINO. Che gli hai dato ad intendere?
FORCA. Che per salvar voi dal pericolo del dottore bisognava pagargli
cento scudi che li mancavano per lo riscatto di Melitea; e la menava
seco fuor di Napoli e, come era lontana dagli occhi vostri, ve
s'allontanava dal core. Se l'ha bevuta, datomi i danari e restituito
voi nella sua grazia.
PIRINO. Se è cosí, ho il torto.
FORCA. Mille torti, non ch'uno.
PIRINO. Perdonami.
FORCA. Canchero! pormi a pericolo d'una perpetua galea e prepararmi un
seminario continuo di buone bastonate: per sodisfare a' vostri
capricci, cado in pericolo maggiore di essere ammazzato dalla vostra
furia.
PIRINO. Perdonami, per amor di Dio.
FORCA. Meglio sará per me che non m'impacci con i vostri amori. Poco
anzi mi promettesti con giuramenti non volermi piú maltrattare, e or
mi volevi uccidere: questo è altro che bastonate: sempre sète
l'istesso e ogni giorno siamo al medesimo. Sará meglio per me tornare
i danari al padrone.
PIRINO. Perché farmi stentare a saperlo? non me lo potevi dir subito?
Perdonami, fratello, fratellino mio dolce.
FORCA. No, no: non mi ci correte piú: tornerò i danari a vostro padre,
dirò che ho voluto scherzar seco.
PIRINO. Forca mio, m'ingenocchiarò a' tuoi piedi.
FORCA. No, no: non ci è ordine piú.
PIRINO. Forca, non afforcar ancor me; conosco l'errore: s'un cuor
pentito merita la perdonanza, dammela. Si placa Iddio, pentendosi
l'uomo; non vuoi tu placarti?
FORCA. Non è cosa che piú mitighi l'animo d'un offeso, che l'umiltá
del nemico; però non solo vo' perdonarvi, ma procurar la sodisfazion
di chi mi ha offeso. Vo' esser di animo piú generoso verso voi, che
voi non sète con me.
PIRINO. Orsú, poiché avemo i danari, che faremo?
FORCA. Dove è Panfago? ché abbiamo bisogno di lui.
PIRINO. È scampato via. Ma non bisogna trattar con lui, perché è un
ciarlone; ed è peccato a non esser trombetta.
FORCA. È a nostro proposito, perché è astutissimo.
PIRINO. Non sa far altro che spirar i fatti nostri e riferirgli al
dottore.
FORCA. Serve ancora a spirare i fatti del dottore e riferirgli a noi.
PIRINO. Ha detto molti nostri secreti a lui.
FORCA. Ha detto molti de' suoi secreti a noi.
PIRINO. È piú tristo con noi che con lui.
FORCA. Ce ne guarderemo. Ma io con quattro palmi di
salciccia--compráti il giovedí mattina prima ch'esca il sole, e
pagandole al bottegaro quanto ne chiede, e arrostite a fuoco di legne
di lauro senza parlare e con certe polveri di sopra,--ne fo un
capestro, ce lo pongo in gola, e non potrá piú parlare.
PIRINO. Questo secreto l'ho provato molte volte e non mi è riuscito.
FORCA. Perché non sai tutte le cerimonie che vi si convengono; overo
farò esperienza di una certa onzione.
PIRINO. Che onzione?
FORCA. Medolle di ossa di bue cotte in certi pasticci, grasso di
caponi in suppa, e la domenica mattina a digiuno li ongerò la gola.
PIRINO. Questi grassi lo faranno vomitar piú tosto quanto saprá di
noi.
FORCA. Anzi è contro il vomito, e l'ho esperimentata con voi piú
volte.
PIRINO. Fa' come vuoi, non ti vo' contrariare in questo; dimmi, che
hai disegnato di fare?
FORCA. Ascolta: io so far una polvere di carboni che, meschiata con
olio e ongendone la faccia, la fará nera come un schiavo, d'un nero
assai naturale.
PIRINO. A che servono i carboni?
FORCA. In simili carboni sta tutto l'inganno e la furberia: questi
trarranno i danari di man di vostro padre, inganneranno Mangone e vi
faranno posseder Melitea. Questa polvere la buona memoria di mio padre
usava spesso ne' suoi ladroneggi, con questa scappò mille volte da
prigionia, dalla galea e dalla forca--ché era la piú reverenda persona
del mondo;--io che camino per le paterne vestigia, imitator della sua
virtú, me ne sono servito in molti casi importantissimi.
PIRINO. Che abbiamo a far con la polvere?
FORCA. Con quella polvere ti ungerò le mani e la faccia, che parerai
un schiavo naturalissimo.
PIRINO. Poi?
FORCA. Poi pregaremo Alessandro vostro amicissimo, che preghi vostro
padre, che compri da Mangone un schiavo di buon garbo, giovane di
diciassette overo di diciotto anni, dell'etá tua e di Melitea che sète
poco differenti di etá e di persona; e che gli ne dia quanto ne vuole
per un suo disegno molto importante, e gli dia i cento scudi per
caparra.
PIRINO. Appresso?
FORCA. Appresso vestiremo Panfago, che non è conosciuto da Mangone, da
raguseo--perché avemo inteso da lui, questa mattina, che voleva andar
al molo a comprar schiavi,--ché dica esser fattor del raguseo e gli
venda voi per schiavo, per quello prezzo ch'egli vuole, perché vi meni
a casa. Esso, perché spera guadagnarvi con Filigenio vostro padre, da
cui n'è stato pregato, vi comprará sicuramente. Come sarete dentro,
arete agio da trattar con Melitea: e portando con voi un cartoccino
della medesima polvere, tingerete la faccia e le mani a Melitea e la
vestirete delle vostre vesti; e voi lavandovi mezanamente le mani e la
faccia, vi vestirete delle sue e vi chiuderete in camera.
PIRINO. Che n'averrá per questo?
FORCA. Verrá vostro padre per lo schiavo. Mangone, pensandosi vendere
lo schiavo che ha comprato, gli venderá Melitea; e cosí vostro padre
se la menará a casa. Ecco fin ora Melitea in casa vostra.
PIRINO. Giá comincio ad intendere. O bello inganno! e il meglio che
abbia, è che ha del verisimile e del naturale; e chi non ci restarebbe
ingannato? Ma come caverai me di casa sua?
FORCA. Se avete pazienza di ascoltare, lo saprete. Vo' che quando il
parasito vende lo schiavo a Mangone, gli prometta mandar un presente
di cose della nave per far amicizia seco e tener ragione insieme,
accioché, sempre che verrá in Napoli, gli riempia la casa di schiavi e
poi partire il guadagno. Trovaremo quattro fachini giovanetti del
vostro tempo, li vestiremo da bratti da navi, mezo nudi e mezo
impeciati, neri, con un cesto in spalla, carichi di provature e di
bariletti di vino o malvagía e cose simili; e quando verran dentro, e
voi starete su l'aviso e spogliarete uno di quelli e vi vestirete de'
suoi panni e vestirete colui de' panni di Melitea e scamparete fuora
con gli altri, e il parasito e i bratti vi aiuteranno a questo. Ecco
amboduo sbalzati fuora della casa del ruffiano e condotti in casa
vostra: cosí il giorno l'arete nera in casa, e la notte bianca in
letto, lavandole la faccia.
PIRINO. Ogni cosa va bene, eccetto che come Mangone troverá quello in
casa vestito de' panni di Melitea, lo porrá in mano della giustizia, e
la corda li fará confessare il furto usato da noi.
FORCA. A questo ci penseremo poi; e quello che non riesce per una via,
il faremo riuscir per un'altra. Ma eccola senza lambiccarmi molto il
cervello. Una bugia tra l'altre. Alessandro vostro amico ha quel servo
sbarbato che conduce le legna dalla villa a casa, che è sordo, muto e
un pezzo di pazzo, né molto dissimile dalle vostre persone, si lascia
spogliare, vestire e tingere a nostro modo; e se Mangone li domandará,
non saprá che rispondergli; e perché è molto gagliardo, se sará
stuzzicato, dará mazzate da cieco.
PIRINO. L'inganno è pensato con tanta arte e ingegno, che come avanza
tutti gli altri che sono stati per addietro fatti, cosí per l'innanzi
non potrá ritrovarsene un altro simile.
FORCA. Avertite che, quando la trappola è ben inventata e consertata,
se vi s'usa diligenza in esseguirsi, ha buona riuscita; ma esseguita
malamente, non può aver se non pessimo fine.
PIRINO. Ella è tanto bene imaginata che, a dispetto di tutte le
negligenze e intoppi della fortuna, ará ottimo fine; ma ancorché fusse
per succederne qualche pericolo, animo grande, e succedane quel che si
vuole: vada la robba, la vita e l'onore, per non dir l'anima, pur
ch'abbia Melitea. Né meno sará l'allegrezza dell'acquisto di lei, che
della beffa fatta a Mangone.
FORCA. Or poiché cosí rissoluto l'abbiamo, pensiamo a' mezi.
PIRINO. Poiché hai mostrato tanto ingegno in questa fizione, di'
ancora i mezi de' quali abbiamo a servirci.
FORCA. Dove troveremo noi Panfago?
SCENA III.
PANFAGO, FORCA, PIRINO.
PANFAGO. Come stai, Forca mio?
FORCA. Per appicarti.
PANFAGO. Perché tanto male?
FORCA. Perché non m'aiutavi.
PANFAGO. Son ito per aiutarti.
FORCA. Con quel veloce córso?
PANFAGO. Con quel córso per darti soccorso.
FORCA. Nel bisogno fuggi; dopo il pericolo vieni ad aiutarmi.
PANFAGO. Correa per tor armi e aiuto.
FORCA. Non potevi senz'armi menar le mani?
PANFAGO. Non so menar le mani se non sovra i piatti.
FORCA. Giurerei che hai bisogno di fregarti i polsi e le tempie di
teriaca per i vermi per la paura.
PANFAGO. N'arei bisogno, ma non per la paura.
FORCA. E di che cosa?