I Franzesi al tempo della declinazione dell'Imperio romano abitarono
quel paese volto al Settentrione che tra la Baviera e la Sassonia, si
distende lungo le rive del Reno, e che sino al presente _Franconia_
dal nome di questa Nazione vien nominato. Indebolito l'Imperio, e
cessato lo spavento della potenza romana, invitati dall'esempio degli
altri Popoli vicini, deliberarono colla forza dell'armi procacciarsi
più comodo vivere, e più larga e fertile abitazione; ed avendo eletto
in loro Re _Faramondo_, uno de' figliuoli di _Marcomiro_, sotto la di
lui condotta, passato il Reno, si volsero alla conquista delle Gallie
intorno l'anno 419 lasciando il dominio della Franconia al vecchio
Principe Marcomiro. _Clodione_ figliuolo di Faramondo distese le
conquiste, e cominciò a signoreggiar quella parte delle Gallie, che
più propinqua alle rive del Reno, _Belgica_ vien nomata. Successe a
costui _Meroveo_, non si sa di certo, se fratello, o se figliuolo di
lui, ma prossimo al sicuro e congiunto di sangue, il quale con valorosi
progressi, dilatandosi nelle parti della Gallia _Celtica_ propagò
l'imperio de' suoi Franzesi sino alla città di Parigi, e giudicando
aver acquistato tanto, che bastasse a mantenere i suoi Popoli, ed
a formare un giusto, e moderato governo fermò il corso delle sue
conquiste, e rivoltato l'animo a' pensieri di pace, abbracciò ambedue
le Nazioni sotto al medesimo nome, e con leggi moderate e con pacifico
governo, fondò e stabilì nel possesso delle Gallie il Regno de'
Franzesi.
Continuò con ordinata successione la discendenza Reale in questa prima
stirpe de' _Merovingi_, insino all'ultimo Re _Chilperico_. Pipino la
trasferì poi nella famiglia de' _Carolini_; ma essendo questa seconda
stirpe mancata, _Ugo Capeto_ diede principio alla terza, detta perciò
de' _Capeti_: di cui nacquero i Filippi ed i Luigi per cui la Francia
fu gran tempo governata; ed essendosi continuata per molti secoli la
successione in questa stirpe, pervenne a questi tempi alla possessione
del Regno il Re _Lodovico IX_ di questo nome, quegli il quale per
l'innocenza della vita e per l'integrità de' costumi, meritò dopo la
morte d'essere ascritto tra' Santi. Fratello di questo Re fu Carlo
Conte di Provenza e d'_Angiò_, il quale per le cagioni nel precedente
libro esposte, essendo stato invitato alla conquista del Regno, con
prosperi avvenimenti ridusse l'impresa a compiuto fine, e stabilì in
Puglia ed in Sicilia il Regno degli Angioini.
Nel narrare i successi ed i cambiamenti del governo civile accaduti
nel Regno loro, serbarò, contro il costume degli altri Scrittori,
maggior brevità di quel che sinora abbiam fatto. La dovizia istessa
e copia grande delle loro memorie lasciateci, e 'l veder la maggior
parte d'esse notate in molti volumi di nostri Autori, e d'essersene
tessute più istorie, mi fa sperare, che rese ormai note e divulgate,
di non mi si dovere imputare a difetto l'averle in parte taciute. De'
fatti degli _Angioini_, e degli altri seguenti Re, molto da' nostri
si trova scritto: de' predecessori nostri Principi molto poco, e
tutto intrigato. Ciò nacque da più cagioni: principalmente per non
avere i Principi normanni e gli svevi fermata la loro Sede regia in
Napoli, o in altra città di queste nostre province, e d'esserci perciò
mancati delle loro memorie pubblici Archivii. Le tante guerre poi, e
revoluzioni accadute; gl'incendi, e' saccheggiamenti di quelle città,
che avrebbero potuto conservargli, come di Capua, Benevento, Salerno
e Melfi; e finalmente la barbarie e l'ignoranza de' Scrittori mal
disposti a tesserne istoria, ne cancellarono quasi ogni memoria. Molto
perciò dobbiamo a' monasterj della Regola di S. Benedetto, e sopra
tutto a quello di Monte Cassino, in cui serbansi le memorie più vetuste
anche de' Goti, essendo il più antico Archivio che abbiamo nel Regno;
ed a' due altri della Trinità della Cava, e di Monte Vergine, dove sta
raccolto quanto mai de' Normanni è a noi rimaso. Molto ancora dobbiamo
a' loro Monaci; poichè qualche antica Cronaca, e qualche mal composta
Istoria ad essi la dobbiamo. De' Re della illustre Casa di Svevia, per
aver avuti costoro nemici i Pontefici romani, gli Scrittori italiani,
che per lo più furono Guelfi, ne scrissero con molto strapazzo, con
gran pregiudizio della verità; e se qualche straniero, o qualche
Cronaca novellamente trovata, non vi rimediava, si sarebbe nella
medesima ignoranza e pregiudicj.
Non così avvenne ne' tempi di questi Re della Casa d'Angiò; poichè
avendo Carlo principiato adornar Napoli con magnifici tempj ed edifici,
e dopo la separazione del Reame di Sicilia, avendola renduta regia
sede, e capo e metropoli del Regno: quindi avvenne, che tennesi maggior
conto de' regali diplomi, e delle altre lor memorie, e si diede miglior
forma in Napoli a' regi Archivii. Carlo fu il primo, che ordinò in
Napoli l'_Archivio della Zecca_, che prima era in potere de' Maestri
Razionali, ed in miglior forma lo ridusse; ond'ebbe lunga durata, e
ancor dura, ed è il più antico, che oggi abbiamo in questa città. Si
conservano in quello 436 registri, cominciando dal Re Carlo I dall'anno
1267 che fu il secondo anno del suo Regno, insino alla Regina Giovanna
II ove molte scritture, anche nella lor lingua franzese, sono dettate.
Di Carlo I si trovano cinquantacinque registri, e più di Carlo II
suo figliuolo, ch'ebbe più anni di Regno, insino al numero di 153.
Di Roberto, 117. Di Carlo suo figliuolo, Vicario che fu del Regno,
62. Della Regina Giovanna I, 32. Di Carlo III della seconda razza
d'Angiò non più che tre. Di Ladislao, diece, e della Regina Giovanna
II sua sorella, quattro[252]. Per questo oggi giorno vediamo, che
le scritture, che si conservano in quello Archivio non hanno maggior
antichità, se non di quella de' tempi di Carlo I d'Angiò. Solamente
quasi per miracolo vi è rimaso un registro dell'Imperador Federico
II d'un solo anno, cioè del 1239. Ed è da credersi, che a ciò vi
cooperasse Carlo per estinguere affatto la memoria de' Re svevi, a'
quali egli era succeduto, non già per ragion ereditaria, ma per ragion
di guerra, e di papali inviti[253]. Quindi avvenne, che i nostri
Scrittori furono più copiosi ed abbondanti in registrar la memoria
degli Angioini, che degli altri Re predecessori.
S'aggiunse ancora, che costoro regnarono in tempi, ne' quali la
barbarie non era cotanta, e cominciavano pian piano in Italia, e
presso di noi a risorgere le buone lettere, e ad aversi buon gusto
dell'istoria. Aveva Fiorenza _Giovanni_, e _Matteo Villani_, che
coetanei de' due Carli e di Roberto, non mancarono di mandar alla
memoria de' posteri le loro gesta.
Successero poi uomini più illustri, come il _Petrarca_, e _Giovan
Boccaccio_, i quali nelle loro opere de' Re angioini ci lasciaron non
poche memorie, come da coloro ben careggiati, e tenuti in sommo pregio:
e tra' nostri non mancarono ancora chi i fatti di questi Re notasse,
come _Matteo di Giovenazzo_, che scrisse dalla morte di Federico II sin
a' tempi di Carlo II ne' quali visse: l'_Autore de' giornali_ chiamati
_del Duca di Montelione_, ne' quali furono annotate dì per dì le cose
fatte dal tempo della Regina Giovanna I fin alla morte di Re Alfonso I
e _Pietro degli Umili_ di Gaeta, che scrisse a pieno delle cose del Re
Ladislao, il qual visse a quel tempo, e fu Ufficiale della Tesoreria di
quel Re. Dalle memorie de' quali e da altri gravi Autori, confortato da
quei due grandi uomini Giacomo Sannazaro e Francesco Poderico, compilò
poi _Angelo di Costanzo_ quella sua grave e giudiziosa Istoria del
Regno di Napoli, che siccome oscurò tutto ciò, che insin allora erasi
scritto, così ancora per la sua gravità, prudenza civile ed eleganza,
si lasciò indietro tutte le altre che furono compilate dopo lui dalla
turba d'infiniti altri Scrittori. Per questa cagione l'Istoria di
questo insigne Scrittore sarà da noi più di qualunque altra seguitata,
nè ci terremo a vergogna se alle volte colle sue medesime parole, come
che assai gravi e proprie, saranno narrati i loro avvenimenti.
Carlo adunque, dopo essersi con que' mezzi di sopra narrati stabilito
ne' due Reami di Puglia e di Sicilia, dopo aversi reso benevoli molti
Baroni del suo partito con profuse donazioni, e dopo, per maggiore
sua sicurezza fatti fermare nel Regno molti Signori franzesi, a cui
diede molti feudi, onde nuove famiglie in esso ci vennero, erasi reso
formidabile per tutta Italia e riputato uno de' maggiori Re d'Europa;
e stendendo le sue forze oltre i confini di questi Reami, aveasi ancora
reso tributario il Regno di Tunisi, e come uomo ambiziosissimo ed avido
di Signoria, aspirava all'Imperio di Costantinopoli, e tutto il suo
studio era di cacciar da quella Sede _Paleologo_, che allora imperava
in Oriente. E forse gli sarebbe riuscito, se in _Gregorio_ successore
di Clemente avesse trovato quelle medesime inclinazioni ed affetti, che
in costui furono.
Era stata la Sede Appostolica, per le discordie dei Cardinali, vacante
poco men di tre anni dopo la morte di Clemente; nè vi bisognò meno, che
la presenza del Re Filippo di Francia, e d'Errico, e d'Odoardo l'uno
nipote e l'altro figlio del Re d'Inghilterra, per ridurre i Cardinali a
rifar il successore; poichè questi Principi, che ritornavano d'Affrica,
passati per Sicilia e Napoli, ritornando a' loro Stati, andarono a
Viterbo per sollecitare i Cardinali per l'elezione, i quali finalmente
mossi dalla presenza di que' Signori, non convenendo in niun di loro,
finalmente nel dì 1 di settembre di quest'anno 1271 elessero persona
fuor del Collegio, che fu Teobaldo di Piacenza della famiglia de'
Visconti Arcidiacono di Liegi, che a quel tempo si trovava in Asia
Legato appostolico nell'esercito cristiano contro Infedeli; che fattosi
nel seguente anno coronare a Viterbo, fu chiamato _Gregorio X_, il
quale ammaestrato da' precedenti disordini, fu il primo che fece la
legge di chiudere dopo la morte del Papa i Cardinali in _Conclave_, e
di tenervigli finchè avessero eletto il successore.
Fatta l'elezione del nuovo Pontefice, Re Filippo se n'andò in Francia,
e Re Carlo ritornò in Napoli: questi considerando, che _Filippo_
suo figliuolo secondogenito era morto, un altro chiamato _Roberto_
terzogenito era pur morto sin nel 1265 e che _Carlo_ suo primogenito
(investito da lui del Principato di Salerno colla corona o cerchio
d'oro, del Contado di Lesina con lo stendardo, e dell'Onore di Monte
S. Angelo coll'anello[254]) non avea ancor figliuoli maschi, egli
nel nuovo anno 1272 tolse la seconda moglie, figliuola (secondo il
Costanzo) di Balduino di Fiandra, ultimo Imperador di Costantinopoli,
per via della quale sperava acquistar parte dell'Imperio di Oriente:
ancorchè il Sigonio dica, che fu figliuola non già di Balduino, ma
del Duca di Borgogna. Furono perciò in Napoli fatte gran feste e
giostre, ed armati da lui molti gentiluomini con cingolo militare e
fatti Cavalieri. Fu anche quest'anno assai lieto al Re, perchè nella
fine del medesimo al Principe di Salerno successore del Regno, che non
avea altro che figliuole femmine, nacque un figliuolo chiamato _Carlo
Martello_, che fu poi Re d'Ungheria, del che si fece festa non solo in
Napoli, ma in tutte l'altre città del Regno.
Ma poi che Carlo ebbe novella, che tornava da Soria il nuovo eletto
Pontefice, e veniva a dismontare in Puglia, cavalcò, ed andò subito in
Manfredonia ad aspettarlo e lo ricevè con molta stima ed onore, e volle
accompagnarlo per Capitanata e per Abbruzzo fin a Campagna di Roma,
lusingandosi con queste carezze tirar Gregorio a dar mano all'impresa,
ch'ei meditava di Costantinopoli; ma il novello Pontefice, che stato
lungamente in Soria, teneva grande affezione a quella guerra, coronato
che fu, nel primo Concistoro fece nota a tutto il Collegio l'intenzion
sua, che era d'impiegare tutte le forze del Ponteficato all'impresa
di Soria contra Infedeli; la qual cosa, subito che fu scritta al Re
Carlo, s'accorse quanto avea perduto con la morte dell'altro Papa suo
predecessore.
Era a quel tempo venuto di Grecia Filippo figliuolo dell'ultimo
Balduino, genero e cognato di Re Carlo, per sollecitarlo che venisse
all'impresa di Costantinopoli, e 'l Re gli consigliò che andasse al
Papa: e mandò con lui per Ambasciador suo il Vescovo d'Avignone, i
quali trattando insieme col Papa, che volesse contribuire al soccorso,
come si conveniva, per far unire la Chiesa greca colla latina, lo
ritrovarono molto alieno da tal pensiero; perchè il _Paleologo_,
che avea occupato l'Imperio, in quel medesimo tempo avea mandati
Ambasciadori al Papa, offerendogli di ridurre la Chiesa greca
all'ubbidienza della romana; onde Gregorio, che stimava più il bene
universale de' Cristiani che il particolare dell'Imperador Balduino,
e che voleva più tosto l'amicizia di colui, che possedeva l'Imperio e
poteva sovvenire all'esercito cristiano nel riacquisto di Terra Santa,
che divertirsi dall'aiuto dei Cristiani per rimettere nello Stato
Balduino; si mosse da Orvieto, escludendolo da questa speranza, e se
ne andò in Francia a celebrare il Concilio in Lione, per invitare il
Re di Francia e d'Inghilterra, e gli altri Principi oltramontani alla
medesima impresa. Il _Paleologo_, ch'avea inteso, che Balduino era
andato in persona al Papa, per gelosia ch'ebbe, che non fosse di più
efficacia la presenza di lui, che l'intelligenza degli Ambasciadori
suoi, si mosse da Costantinopoli e condusse seco il Patriarca e gli
altri Prelati del suo dominio a dare ubbidienza al Papa, dal quale fu
accolto con grandissimo onore, ed ottenne quanto volle, e se ne tornò
subito in Grecia, confermato Imperadore dalla Sede Appostolica[255].
Si adoperò ancora Gregorio, che _Ridolfo Conte d'Ausburg_ fosse eletto
Imperador d'Occidente, essendo vacato l'Imperio molti anni, affine
d'unire questi Principi al riacquisto di Terra Santa.
Tutte queste cose molto dispiacquero al Re Carlo; e avendo Gregorio
nel 1274 aperto già il Concilio in Lione, ed invitato Fra Bonaventura,
soprannomato il _Dottor Serafico_, che era stato creato Cardinale, e
Fra Tommaso d'Aquino, il _Dottor Angelico_, perchè dovendosi trattare
dell'unione della Chiesa greca e latina, potessero questi due insigni
Teologi confutar gli errori de' Greci; Carlo temendo che Tommaso, il
qual partiva di Napoli, dove in quest'università leggeva teologia, ed
al quale erano note le sue crudeltà, nel Concilio non maggiormente
esacerbasse l'animo del Pontefice, passando egli per Fossanova,
luogo non molto lontano da Terracina, lo fece avvelenare, onde ivi
nel monastero de' Monaci Cisterciensi trapassò nel dì 7 marzo dello
stesso anno, in età di 50 anni. Ciò che Dante[256] noverò tra le altre
fierezze e crudeltà di questo Principe, dicendo:
_Carlo venne in Italia, e per ammenda_
_Vittima fè di Corradino; e poi_
_Ripinse al Ciel Tommaso per ammenda._
Scorgendo per tanto Re Carlo l'animo del Pontefice non esser niente
disposto a secondare i suoi desiderj, differì i suoi disegni; e mentre
Gregorio visse, non si travagliò molto per le cose d'Italia, nè fuori
di quella: ma _fermato_ in Napoli, attese a magnificarla, ed a dar
nuovo sistema alle cose di questo Regno, cominciando da lui queste
nostre province a riconoscer Napoli per loro capo e metropoli.