LIBRO DECIMONONO

Mentre Manfredi era in Palermo, giunse quivi novella, che il Re

_Corradino_ fosse morto in Alemagna; ma in questo passo d'istoria gli

Scrittori, secondo le fazioni contrarie, non convengono. I Guelfi,

come Giovanni Villani Fiorentino, e gli altri Italiani di quel partito

narrano, che Manfredi per eseguire il suo scellerato pensiero, che

lungo tempo sotto contrario manto nascondeva d'usurpar il Regno al

Re suo nipote, avendo tentato invano di farlo avvelenare, avesse

ordinato alcuni falsi messi, che gli portassero nuova di Germania,

prima dell'infermità, e poi della morte di Corradino, e che questo

rumore sparso in Palermo, ed in tutte le città del Regno, fosse stato

tutto per sua astuzia ed inganno; e che perciò, per maggiormente farlo

credere, con dissimulazione grandissima di dolore inviò a' Baroni e

Sindici delle terre dell'uno e l'altro Regno cotal avviso, pubblicando

per vera la morte di Corradino, e che avendo in Palermo fatto celebrare

con pompa reale, e con dimostrazione di grandissimo lutto i funerali

per la finta morte di quel Principe, avesse egli in presenza di tutti

i Conti, Baroni e Prelati ivi concorsi, fatta una gravissima orazione,

colla quale connumerando i beneficj de' Principi Normanni, e degli

Imperadori Svevi suoi progenitori verso l'uno e l'altro Regno, e

l'opere fatte da lui a tempo di Corradino, e nell'infanzia di Corradino

suo figliuolo, pregò tutti, che poichè la fortuna in sì poco spazio,

mostrandosi nemica al sangue loro, avea mandato sotterra sì grande

Imperadore, com'era stato Federico suo padre, con tanta numerosa

progenie, non volessero fraudar lui di quella successione, che la

volontà di Dio, e quella di suo padre dichiarata nel di lui testamento,

l'avea destinata, avendolo lasciato vivo per sua misericordia, dopo

la morte di tanti altri Regali. Ed aggiungendo poi la poca speranza, o

il poco timore, che s'avea da tenere de' Pontefici romani, per essere

il di lor governo breve e mutabile, nel quale la morte d'uno guasta

quanto è fatto in molti anni di vita, e lascia al successore necessità

di cominciare ogni cosa da capo: vogliono, che queste cose dette da lui

con somma grazia e con mirabil arte, fossero state di tanta efficacia

e vigore, che fu immantenente da tutti salutato per loro Re e Signore.

Dall'altra parte l'Anonimo, ancorchè Scrittor contemporaneo, ma

tutto Ghibellino, e coloro che lo seguirono, narrano, che niente

Manfredi usasse di simil inganni ed astuzie; ma che sparsosi nel Regno

cotal rumore della morte di Corradino, quasi tutti i Conti, e gli

altri Magnati del Regno, i Prelati ancora delle Chiese s'avviarono

immantenente in Sicilia a trovar Manfredi, siccome fecero tutte le

altre città dell'uno e l'altro Regno, con mandar i loro Sindici,

e messi in Palermo: dove insieme uniti, di concorde volere tutti

lo richiesero, che avendo egli sinora con tanta prudenza governato

il Regno per parte sua, e di Corradino suo nipote, essendo questi

mancato, dovesse egli come vero erede di quello, prenderne il governo,

e coronarsi Re di Sicilia; che alle grida e a' desiderii di tutti,

essendo concorso i Conti, i Baroni e tutti i Prelati del Regno

l'avessero gridato Re, e colle solite cerimonie l'incoronassero nel

Duomo di Palermo agli 11 del mese di agosto di quest'anno 1258[65].

Che che ne sia, se Manfredi colle sue arti s'avesse ciò proccurato,

come è più verisimile a chiunque riguarda l'ambizione ch'ebbe di

dominare, o fosse caso o volontà de' sudditi, fu egli con solenne

cerimonia, secondo il costume de' maggiori concorrendovi tutti i Conti,

Baroni, e gli altri Magnati del Regno, con molti Prelati, gridato e

coronato Re, assistendo a questa sua incoronazione infiniti Vescovi e

Prelati; e Rinaldo Vescovo d'Agrigento, che celebrò la messa, l'unse

del sacro olio, assistendovi l'Arcivescovo di Sorrento, e l'Abate

Cassinense, e poscia dagli Arcivescovi di Salerno, di Taranto e di

Monreale gli fu posta, nel Trono assiso, la corona Reale. Alcuni

sognarono, che Manfredi si fosse fatto anche incoronare Re di Puglia

in Bari colla corona di ferro, siccome dissero di Errico e di Costanza;

ma ancorchè il Beatillo nella vita di S. Niccolò di Bari, con autorità

d'alquanti moderni Scrittori s'ingegni provarlo, è ciò tutta favola,

non essendovi niuno Scrittore antico o contemporaneo, che lo rapporti.

Tosto che il Re Manfredi fu assunto al solio del Regno, per obbligarsi

maggiormente i popoli, ed acquistarsi nome di benefico, e di liberale,

nella festa della sua coronazione, a tutti i Sindici delle città e

terre, che ivi si trovarono, fece splendidissimi doni, diede uffici

e molti promosse a gradi ed onori di cavalleria. Indi di Palermo

ritornò tosto in Puglia con alcuni Saraceni, per tener in freno i

Tedeschi; ma scorgendo esser tutte le province pacate, e liete del

nuovo suo dominio, e che erano in placidissima pace, celebrò un general

Parlamento a Barletta, ove onorò molti dell'ordine di cavalleria,

e molt'altri investì di vari Contadi, dando loro per lo stendardo

l'investitura. Dopo questo intimò un'altra general Corte in Foggia,

ove avendo convocati i Baroni, e' gentiluomini, ornò molti altri del

cingolo della milizia, e profusamente concedè ad altri onori, ufficj

e preminenze; e con magnifici giuochi, feste ed illuminazioni tenne i

popoli tutti allegri e festanti, e pieni di gioja.

Il Pontefice Alessandro di mal animo vedendo i progressi di Manfredi,

ed il poco conto che s'avea di lui, pensando che per reprimere le

costui forze non erano sufficienti quelle della Chiesa, avea già sin

dal passat'anno 1257 ripreso il trattato con Errico Re di Inghilterra,

invitando _Edmondo_ suo figliuolo alla conquista del Regno: ed in

effetto, come si disse, avea mandati suoi Legati in Inghilterra a

portargli l'investitura, per la quale investiva del Regno il Re Errico

in nome d'_Edmondo_ suo figliuolo, che allora era di minor età. E

già Errico in nome di suo figliuolo diede il giuramento di fedeltà al

Legato; e si erano stabiliti i patti ed il censo, che dovea pagarsi

alla Sede Appostolica, ed avea promesso di presto venire con potente

armata in Regno per discacciarne Manfredi. Ma o che questo Principe,

meglio pensando, non volesse intrigarsi in questa nuova guerra, o che

il censo stabilito ne' patti dell'investitura fosse veramente grave

ed esorbitante, differiva l'espedizione, e sollecitato da Alessandro,

rispondeva, che bisognava moderar il censo, ch'era esorbitante, prima

d'ogni altra cosa[66]. Il Papa impaziente designò tosto di mandare

in Inghilterra Arlotto Sottodiacono della Sede Appostolica, ed il

suo Cappellano per trattar di questa moderazione; ma non fu ciò di

mestieri, perchè nell'istesso tempo dal Re Errico furono spediti

suoi Ambasciadori al Papa l'Arcivescovo di Tarantasia, i Vescovi di

Bottun, e Roffense, e Maestro Nicolò di Francia suo Cappellano Regio

per trattare di quest'istesso affare; ma essendosi costoro affaticati

in vano, per li nuovi torbidi insorti in Inghilterra, finalmente nel

seguente anno 1259 svanì ogni trattato; nè da poi si pensò più in

Inghilterra, ma in Francia furono rivolti i pensieri d'Alessandro non

meno, che del suo successore Urbano.

Mentre per queste cagioni si differiva tal espedizione, Manfredi

intanto avea già discacciate le genti del Papa da Puglia, da Terra

di Lavoro e da Sicilia: avea presi e puniti i ribelli, ed erasi già,

come si è detto, fatto incoronare Re in Palermo. Per la qual cosa

Papa Alessandro adirato più che mai, non volendo trascurare via di

vendicarsi, e vedendo che le armi temporali niente giovavano, fu tutto

rivolto alle spirituali, onde alle scomuniche, ed interdetti fece

ricorso.

Prefigge in prima certo termine al Re Manfredi, perchè comparisse

avanti di lui e dassegli soddisfazione, ed ammenda di tutto ciò,

che contro la Sede Appostolica avea attentato, altramente l'avrebbe

deposto, scomunicato e privato di tutti gli onori; ma non comparendo

Manfredi, poco curante di queste minaccie, egli lo scomunica, lo

dichiara ribelle, inimico della romana Chiesa, e sacrilego occupatore

e predone delle sue ragioni, e che avea stretta confederazione co'

Saraceni, de quali s'era fatto Capo. Lo priva del Principato di

Taranto e di tutti i feudi, ragioni, onori e preminenze. Lo dichiara

reo di esecrandi delitti, di aver preso, ed in oscuro carcere posto

Fra Ruffino suo Cappellano, e suo Legato in Sicilia e Calabria;

d'aver stese le sacrileghe mani sopra i beni delle Chiese del Regno

di Sicilia; d'aver preso, e con dure catene tenuto in istrette

prigioni l'Arcivescovo di Brindisi, con ispogliarlo di tutte le

sue robe; e d'avere con esecrando ed orribile attentato aspirato al

soglio regale di Sicilia, con aver occupato quel Regno devoluto alla

Sede Appostolica, e sacrilegamente fattosene incoronare Re, senza

sua permissione e consenso. Dichiarava perciò col voto, e consiglio

de' suoi Cardinali Manfredi scomunicato, nulla ed irrìta la sua

incoronazione, e tutti gli atti di unzione, ed ogni altro attinente a

quella.

Interdisse tutte le città, luoghi e castelli, che ricevessero Manfredi,

e lo avessero per Re. Proibì a tutti gli Arcivescovi, Vescovi,

Abati e qualunque altra persona ecclesiastica di celebrare i divini

uffici presente Manfredi, e che non ricevessero da lui beneficii

ecclesiastici, e niuna amministrazione di Chiesa o monasteri; e che

coloro, che si trovassero avergli ricevuti, fra due mesi dovessero

onninamente resignargli.

Oltre ciò, asserendo egli, che mentr'era in Napoli rigorosamente avea

ordinato a tutti i Prelati, ed a qualsivoglia persona ecclesiastica,

che non s'accostassero a Manfredi, nè gli mandassero ambasciadori,

nè ricevessero messi da lui inviati, nè gli prestassero ajuto, o

consiglio; che ciò non ostante, contro questo suo divieto, quasi

tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Abati ed altri Prelati del Regno di

Sicilia s'erano portati a Palermo, ed erano intervenuti alla di lui

incoronazione: perciò avea fatti citar generalmente tutti coloro, che

v'erano intervenuti, e nominatamente alcuni, che dovessero comparire

personalmente fra certo termine avanti di lui; ma perchè niuno era

comparso, niente curando della intimazione fattagli; perciò scomunicava

Rinaldo Vescovo d'Agrigento, e lo deponeva dalla vescovil dignità,

per aver colle sacrileghe sue mani unto in Re quel Principe, ed

avea nel giorno dell'incoronazione solennemente celebrata la messa.

Scomunicava ancora l'Arcivescovo di Sorrento, e lo deponeva della sua

Chiesa come anche l'Abate Cassinense, privandolo del governo di quel

monasterio per aver assistito a detta unzione e coronazione; comandando

a' Capitoli delle Chiese d'Agrigento e di Sorrento, al Convento del

monasterio di Cassino, ed a tutti i vassalli delle Chiese e monasterio

suddetti che non li ubbidissero nè li riconoscessero per tali; nè

più gli contribuissero l'entrate e loro ragioni. Agli Arcivescovi di

Salerno, di Taranto e di Monreale, ch'erano parimente intervenuti alla

coronazione, li quali all'indegno capo di Manfredi avean posta la real

corona, e l'aveano posto nel regal Trono di Palermo, citò con termine

perentorio e prefisso, che dovessero personalmente presentarsi avanti

di lui nella prossima festività dell'ottava de' SS. Pietro e Paolo.

La carta di queste terribili censure che Alessandro scagliò contro

Manfredi e suoi partigiani, ove con formole orrende si lanciano tanti

fulmini ed interdetti, vien rapportata dal Tutino e si legge nel suo

trattato de' Contestabili del Regno[67].

Ma di questi fulmini non si facea alcun conto, erano riputati vani

e senza ragionevol cagione scagliati; onde non si mossero punto

nè Manfredi nè le città del Regno nè i Prelati, nè que' Popoli ad

obbedirgli; anzi Manfredi godendo il frutto delle tante sue vigilie e

sudori, sovente divertivasi in giuochi e nelle caccie rigorosamente

comandando che si proseguissero per tutte le Chiese del Regno, come

prima i divini uffici, nel che non incontrò veruna repugnanza ne'

Prelati, ed in tutte l'altre persone ecclesiastiche. E resosi da per

tutto potente e glorioso, già stendeva le sue forze fuori dei confini

del Regno, e nell'altre parti d'Italia avea reso celebre e famoso il

suo nome, tanto che per lui la fazione Ghibellina cominciò a sollevarsi

sopra la Guelfa; ed in Lombardia ed in Fiorenza avea fatti mirabili

progressi.

E perchè vedeva, che l'opulenza dell'uno e l'altro Regno, ancorchè

fosse grande, non avrebbe bastato a mantenere grandi eserciti come

bisognava, che e' tenesse per l'inimicizia de' Pontefici romani, prese

partito di mandare parte dell'esercito in Toscana e parte in Lombardia

in sussidio de' Ghibellini; onde venia insieme ad evitar la spesa,

ed a divertire il pensiero del Papa dal molestarlo, al quale era più

necessario attendere alla conservazione de' Guelfi, del patrimonio di

S. Pietro, di Romagna e della Marca[68]. Ed egli rimase nel Regno,

dove trattanto viveva quel tempo con molta felicità e splendidezza:

dimorando nelle città marittime di Puglia e più d'ogni altra in

Barletta.

Or mentr'egli dimorava in questa città giunsero quivi gli Ambasciadori

della Regina _Elisabetta_, secondo l'Anonimo, ovvero di _Margherita_

(secondo per una carta che rapporta, crede il Summonte) madre del Re

_Corradino_ e del Duca di Baviera, i quali esposero a Manfredi la loro

ambasciata dicendogli, che Corradino era vivo, e che si doveano punire

quelli che falsamente aveano pubblicata la sua morte; onde in nome

della Regina e del Duca lo pregavano che volesse lasciare il Regno, che

legittimamente era di Corradino. Manfredi ricevè gli Ambasciadori con

grand'onore e stima; e come molto accorto e prudente avendo prevista

l'ambasciata, prontamente loro rispose: ch'era già notorio e palese a

tutti, che il Regno era perduto per Corradino, e che egli con tanti

sudori e vigilie per viva forza avealo ricuperato dalle mani di due

Pontefici: ch'essendo Corradino di poca età tornerebbe facilmente a

perderlo; ed i Pontefici romani fieri inimici della casa Sveva con

facilità glielo ritoglierebbero; oltre che le genti del Regno non

avrebbero comportato, dovendosi egli valere de' Tedeschi, dei quali

aveano orrore, che dominasse più in quello la nazion tedesca; che non

bisognava ora che i popoli erano assuefatti al suo dominio, ed alle

sue maniere placide ed all'Italiana, con dar loro nuovo Principe,

mettersi in pericolo di nuove rivoluzioni; e perchè si scorgesse,

che non per ambizion di regnare, ma per maggior utile del piccolo

Re, egli non lasciava il Regno, prometteva di conservarlo per lui e

governarlo per lui, e mentr'egli vivea, e da poi lasciarlo a Corradino:

che perciò avrebbe la Reina fatto assai prudentemente di mandarlo a

lui ad allevare, acciocchè apprendesse i costumi italiani perch'egli

l'avrebbe tenuto, non come nipote, ma come proprio suo figliuolo[69].

Gli Ambasciadori ricevuta tal risposta, chiesta licenza, si partirono

riccamente presentati; e mandò al Duca di Baviera dieci corsieri

bellissimi, ed al picciolo Corradino molte gioie.

Rimandati con queste risposte i Legati del Duca e della Regina,

riputando questa infelice Principessa esser molto dura e difficil

impresa poter colle sue forze ritoglier ora dalle mani di Manfredi il

Regno, le fu forza dissimular il tutto, riserbando a tempo migliore

di poter vedere il piccolo Re suo figliuolo restituito al Trono di

Sicilia.

Intanto Manfredi stabilito ora più che mai nel Regno, avendo abbassate

le forze del Pontefice, e dei Guelfi in Italia, s'era reso formidabile

a tutta Italia, avea esteso oltre quella la sua fama e grido per

tutte le altre Nazioni d'Europa per lo suo coraggio, munificenza

e splendidezza, e per tutte le altre virtù, che adornavano la sua

persona, veramente regie. Si vide perciò favorito e stimato da quasi

tutti i Principi di Europa, co' quali egli trattava con estraordinaria

magnificenza e splendore; ed accadde in questi tempi, ch'essendo

venuto a Bari Baldovino Imperador di Costantinopoli, trovandosi egli

in Barletta, andò subito cortesemente a riceverlo, e lo trattenne

in splendidissime feste e diversi giuochi d'armi; e non perdonando

a spese, fece far superbi apparati e giostre continue, ove furono

invitati i Signori più riguardevoli così dell'uno, come dell'altro

reame.

Per la celebrità della fama, che aveasi con sì generosi modi

acquistata, fu mosso il Re Giacomo d'Aragona a volersi imparentar con

lui, sposando il suo primogenito Pietro d'Aragona alla sua figliuola

_Costanza_, ch'egli avea generata di Beatrice figliuola di Amadeo

Conte di Savoja sua prima moglie, presa in tempo, che ancor vivea

l'Imperadore suo padre[70]; ed il Marchese di Monferrato si sposò

un'altra sua figliuola.

Dispiacquero al Pontefice Alessandro queste parentele, e per impedire

quella col Re d'Aragona ingiunse a Raimondo di Pennaforte Frate

Domenicano, e celebre per la sua Compilazione _delle Decretali_,

che s'adoperasse con ardore, ed efficacia appresso quel Re, di cui

egli era Confessore, per frastornarla; ma tutti gl'impegni del Papa,

e le insinuazioni di Fra Raimondo a nulla valsero; laonde vedutosi

Alessandro fuor di speranza, non ebbe ardire per quel tempo, che

sopravvisse, di mai più molestarlo; per la qual cosa Manfredi insino

alla morte d'Alessandro, regnò con molta quiete e felicità, riordinando

le cose del Regno; e nato per opre magnifiche, volle anco presso di noi

lasciar di se perenne ed immortal memoria, con fondare alla falda del

Gargano ne' lidi del mare Lina magnifica città, che estinse affatto

l'antica Siponto, e che dal suo insino ad ora ritiene il nome di

_Manfredonia_, ancorchè Carlo d'Angiò occupato il Regno, ed i romani

Pontefici per l'implacabil odio al nome di Manfredi, avessero fatto

ogni studio, perchè non _Manfredonia_, ma _Nuovo Siponto_ s'appellasse.

Il Pontefice Alessandro non potendo sostener di vantaggio i continui

dispiaceri, che per le prosperità di Manfredi, e de' Ghibellini

riceveva nell'animo, vinto finalmente da grave cordoglio, mentr'era

colla sua Corte a Viterbo, gravemente infermossi, ed indi a poco

uscì di vita in quest'anno 1260 secondo l'Anonimo, perchè il Sigonio,

Inveges ed altri comunemente riportano la sua morte nell'anno seguente

1261.

I Cardinali nell'elezione del successore furono in grandissimi

contrasti; e finalmente non potendo infra di loro convenire, dopo

tre mesi elessero persona fuori del lor Collegio. Questi fu Giacomo

Patriarca di Gerusalemme, che si trovava allora in Viterbo per

promovere col Papa alcuni interessi della sua Chiesa. Egli era di

nazione franzese, uomo di grande spirito, zelantissimo di promovere

le pretensioni della romana Corte, ed in conseguenza fiero inimico

di Manfredi, e de' suoi Ghibellini. Urbano IV nomossi; nome assai

luttuoso, e memorando all'infelice Casa di Svevia.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 10 / 49 题