LIBRO DECIMOTTAVO

Morto Federico, prese immantenente il governo di questi Regni

_Manfredi_ suo figliuolo, lasciato dal padre per l'assenza di Corrado,

ch'era in Alemagna, Balio e Governadore de' medesimi con assoluto

potere ed autorità. Manfredi fu un Principe, in cui s'univano tutte

le doti e virtù paterne, e lo Scrittor _Anonimo_ delle sue gesta, dice

essere stato chiamato Manfredi, perch'egli era la _mano e la mente di

Federico_. Egli nudrito nella Camera imperiale, e careggiato, e tenuto

in pregio dal padre più degli altri figliuoli, crebbe colle medesime

idee; ed avrebbe certamente emulato la gloria e la grandezza paterna,

se la sorte l'avesse fatto nascere suo figliuol primogenito, e di

legittimo matrimonio; ma preferendo l'ordine della successione Corrado

primo nato, al quale fu conforme il paterno testamento, Federico non

potè far altro, che ammetterlo alla successione in mancanza di Corrado,

e d'Errico senza figliuoli, e durante l'assenza del primo, lo creò

Balio in Italia e nel Regno di Sicilia.

Nel raccontar le vicende di questo Principe, e' suoi generosi fatti,

mi valerò dell'_Anonimo_ Scrittor contemporaneo, la di cui Cronaca

si legge ora impressa ne' volumi dell'Ughello[1], e la autorità sua

è riputata grandissima, non pure da Agostino Inveges, dal Tutini,

e da altri più moderni Scrittori, ma anche da Oderico Rainaldo ne'

suoi Ecclesiastici Annali. Narra adunque questo Scrittore, che gli

andamenti, e le virtù di Manfredi furono cotanto conformi a quelle del

padre, che ancorchè la morte de' Principi soglia negli Stati sovente

esser cagione di gravissimi turbamenti, nulladimanco per la prudenza

di Manfredi non fu veduto interrompimento alcuno, come se un medesimo

spirito governasse: non si vide nè alla Corte, nè tra gli Ufficiali

mutazione; ed avendo fatto gridare il nome del Re _Corrado_ nel regno

di Puglia, mandò _Errico_ suo fratel minore a governar in sua vece

la Sicilia e la Calabria[2], perchè i Siciliani e' Calabresi, veduta

la regal persona di Errico, si contenessero nell'ubbidienza, e lo

riputassero come l'istessa persona di Federico.

Ma breve tempo durò questa tranquillità, e ben si prevedevano i turbini

e le tempeste, che da Innocenzo IV romano Pontefice erano per moversi.

Questi persuaso, che per la sentenza della deposizione interposta nel

Concilio di Lione, fosse Federico con tutta la sua posterità decaduto

da' Reami di Sicilia e di Puglia, pretese che come Feudi della Chiesa

romana fossero a quella ricaduti per la contumacia del medesimo; onde

intesa la sua morte, si risolvè partir da Lione, e ripassare in Italia;

ed intanto scrisse a tutte le città principali, ed a' Baroni dell'uno

e l'altro Regno, ch'alzassero le bandiere della Chiesa; e giunto

a Genova sua patria, proccurò movere i Genovesi a danno di questi

Reami. Manfredi avuta di ciò novella non tardò, cavalcando per tutto

il Regno con una buona banda di soldati Saraceni, dissipare queste

Papali insidie, e facendo gridare il nome del _Re Corrado_, racchetò le

turbolenze, e confermò gli animi nell'ubbidienza del proprio Principe;

ma non fu però, che questi moti non dassero fomento ad una occulta

congiura, che poi si scoperse nelle province di Puglia e di Terra di

Lavoro. In Puglia si ribellarono Foggia, Andria e Barletta. In Terra

di Lavoro, Napoli e Capua. Accorse tosto Manfredi in Puglia, e col

suo estremo valore e coraggio ripresse la fellonia di quelle città,

ed usando moderazione e clemenza concedè perdono a que' cittadini,

riducendogli nell'ubbidienza di Corrado[3].

Avendo in cotal guisa renduta la pace e tranquillità a quella

provincia, tosto passò in Terra di Lavoro: ridusse sotto le sue insegne

Aversa, che posta in mezzo tra Capua e Napoli, dava indizio di sospetta

fede: cinse di stretto assedio Capua, devastando insino alle mura

il suo territorio; e Nola ch'era già passata nel partito delle due

ribellanti città, non avendo voluto rendersi, fu espugnata, e presa.

Ma niun'altra città mostrò in tal congiuntura più ostinazione, quanto

Napoli. Dimenticatisi così subito i Napoletani d'aver Federico resa

la lor città celebre per la nuova Accademia ivi stabilita, e per li

magnifici edificj che v'eresse, i quali furono i primi fondamenti

onde poi si rendesse capo e metropoli sopra tutte le altre, con somma

ingratitudine, morto lui, si ribellarono dal suo figliuolo, e resero la

lor città al Pontefice Innocenzio, alzando le bandiere della Chiesa:

il di cui esempio seguì Capua, ed i Conti di casa d'Aquino, che a

quel tempo possedevano quasi tutto quello, ch'è tra il Volturno e 'l

Garigliano.

Manfredi, scoverta la poca fede de' Napoletani, avea mandati prima a

loro più messi, esortandogli a non dover macchiare con tanta indegnità

la loro fama; ma essi mostrando di non poter negare d'ubbidire al

Pontefice, il quale gli minacciava terribili anatemi ed interdetti,

apertamente gli fecero intendere, che amavano meglio di sottoporsi

al dominio della Chiesa, che star interdetti e scomunicati, aderendo

al partito di Corrado, cui senza l'investitura del Papa, non potevan

riconoscere per loro legittimo Re. Per la qual cosa Manfredi, vedendo

indarno essersi da lui adoperati questi mezzi, deliberò di ridurgli

per forza; ed avendo assediata la città dalla parte del Monte Vesuvio,

cominciò a devastare tutto il territorio di quel contorno, depredando

infino alle mura, per obbligare i Napoletani ad uscire dalla città, per

attaccargli in campo aperto, non avendo forze bastanti per assalire la

città cinta di ben forti e ben difese mura. Ma i Napoletani deludendo

l'arte coll'arte, non vollero in conto alcuno partirsi dalla città,

niente curandosi del devastamento, che faceva Manfredi de' loro campi:

il quale ciò vedendo, pensò per altra parte cingerla di assedio,

e collocato il suo esercito nella Solfatara vicino Agnano[4] quivi

cominciò a devastare, e depredare tutto quel territorio, per allettare

i Napoletani ad uscire dalla città, già che vedevano l'esercito nemico

tra que' monti e quelle balze in luogo, donde con difficoltà poteva

scampare, se fosse stato inseguito. Ma i Napoletani, fermi nel loro

proponimento, non vollero abbandonare la città, ed esporsi a battaglia;

ed ancorchè Manfredi gli avesse più volte sfidati alla pugna, non

vollero in conto alcuno uscire; onde avendogli dopo l'invito aspettati

tre giorni, levò l'assedio, ed avendo devastati tutti que' luoghi,

partissi da quivi, e s'incamminò in altre parti di Terra di Lavoro per

mantenere in fede que' Popoli, acciocchè non seguitasser l'esempio di

Napoli, e di Capua,

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 3 / 49 题