Bill si svela.
La _Nuova Georgia_, sfuggita al naufragio ed all’ultimo assalto degli
antropofagi continuava a fuggire verso il sud-ovest, in modo da passare
dinanzi alle ultime isole dell’arcipelago delle Nuove Ebridi e di
evitare poi le pericolose coste della Nuova Caledonia che in quel tempo
godevano una triste celebrità, non essendo ancora state occupate dalla
Francia.
Il capitano la manteneva carica di vele, aggiungendo perfino
i coltellacci e gli scopamari, ansioso di raggiungere le coste
australiane. Cominciava a impensierirsi, quel bravo marinaio, non pel
tempo che aveva perduto, non per la sua nave che nell’arrenamento non
aveva sofferta alcuna avaría, non per le tigri che erano solidamente
rinchiuse nelle loro gabbie di ferro, ma pei naufraghi che aveva
salvati dopo tante fatiche e con tanto coraggio.
Dal momento che quegli uomini avevano riveduto libero il vascello,
si erano cambiati, e pareva pesasse loro assai la riconoscenza che
dovevano all’equipaggio americano. Non erano più umili e servizievoli
come durante il pericolo; non erano più riconoscenti, come non erano
più obbedienti.
Oziavano da mattina a sera senza prendere parte alla faticosa manovra
del veliero, rispondevano con alterigia al pilota Asthor, giocavano
alle carte o ai dadi in fondo alla stiva, diventavano insolenti ed
esigenti ogni momento più.
I cibi di bordo più non bastavano per le loro bocche e pretendevano
un trattamento pari a quello del capitano, accampando, con un’audacia
e con una gran faccia tosta, la loro qualità di naufraghi e facevano
schiamazzo per avere, all’ora dei pasti, doppia razione di vino o di
_gin_ o di _wisky_.
Anche Bill si era mutato tutto d’un tratto; anzi sembrava che
segretamente aizzasse i suoi compagni. Trattava il capitano da pari
a pari, e dinanzi a miss Anna non si mostrava più rispettoso come una
volta.
L’equipaggio sentiva per istinto che quei naufraghi non erano leali
marinai, anzi che erano schiume di fannulloni, pronti anche, se le
circostanze li avessero favoriti, a ribellarsi apertamente contro le
autorità di bordo.
Il capitano e Asthor non li perdevano d’occhio, e sempre più convinti
di aver da fare con dei forzati evasi dall’isola di Norfolk, si
tenevano in guardia, pronti a reprimere con la più grande energia il
minimo tentativo di ribellione.
Quell’attiva sorveglianza, non doveva tardare a condurre ad una
scoperta di una gravità incalcolabile.
Una sera, mentre il capitano ed Anna riposavano nelle loro cabine
di poppa e Asthor vegliava in coperta, un gabbiere s’accorse che i
naufraghi avevano silenziosamente abbandonate le loro brande. Sorpreso
per questo fatto, si affrettò a dare avviso al pilota.
— Ah furfanti! — esclamò il vecchio marinaio corrugando la fronte. — O
io sono una gran bestia, o qui sotto gatta ci cova. —
Senza avvertire nessuno per non allarmare inutilmente l’equipaggio,
si munì d’una lanterna, si nascose in tasca una pistola e scese nella
stiva, certo di trovare colà i naufraghi.
Infatti li vide seduti tutti in giro, presso le gabbie delle tigri,
occupati a confabulare, ma a voce così bassa da non poter essere uditi.
Bill era nel mezzo e aveva in quel momento la parola.
Il pilota nel sorprenderli impallidì. Cosa potevano dirsi per cercare
quel posto isolato, lontani dagli occhi e dagli orecchi dell’equipaggio
americano? Nulla di buono senza dubbio.
Il vecchio marinaio stette in forse se dovesse svegliare il capitano o
chiamare in aiuto l’equipaggio; ma per tema di provocare un’agitazione
ingiustificata discese solo nel frapponte e si avanzò risolutamente
verso i naufraghi.
Appena scorsero la luce della lanterna, s’alzarono come un solo uomo
facendo dei gesti di dispetto, forse vergognosi, ma più probabilmente
irritati per essere stati sorpresi.
— Cosa fate qui, radunati all’oscuro come tanti congiurati? — chiese
il pilota con voce acre. — Forse gli orecchi dei vostri camerati devono
ignorare ciò che voi dite?
— Oh per mille boccaporti! — esclamò Bill con ironia. — E che?
siamo noi prigionieri a bordo del vostro legno? Non siamo padroni di
scambiare due chiacchiere, signor pilota della _Nuova Georgia_?
— Bella pretesa! — esclamò l’allampanato Mac Bjorn. — Un’altra volta
faremo portare qui tutte le lanterne e le torce che troveremo a bordo.
— Ehi! uccello di malaugurio, — disse il pilota piantandosi
minacciosamente dinanzi all’uomo allampanato. — Bada che Asthor è
capace di farti rientrare in gola tali parole. A te nulla devo,
e se non cammini dritto con le tue gambe ossute, ti rompo il
groppone. —
I naufraghi si misero a ridere; ma il pilota non rideva no, schiantava
di rabbia e si sentiva invaso da una pazza voglia di far prendere tutti
quegli uomini e di rinchiuderli in una cabina coi ferri alle mani ed ai
piedi.
— Orsù, — riprese. — Cosa facevate qui?
— Lo vedete, — rispose Bill. — Discorrevamo sul modo di lasciare più
presto che si può il vostro legno.
— E perchè? — chiese il vecchio piantandogli addosso uno sguardo acuto
come uno spillo.
— Perchè non vogliamo sbarcare nè all’isola di Norfolk nè in Australia.
— Ah!... avete forse dei conti da saldare con quelle autorità?... —
Bill impallidì e fece un gesto minaccioso, mentre i suoi compagni
lanciavano sul pilota torvi sguardi, nei quali si leggeva una cupa
minaccia.
— Basta, — disse Bill con voce rauca. — Ne abbiamo abbastanza dei
vostri sospetti, signor pilota della _Nuova Georgia_! Quanto prima, noi
vi faremo sapere chi noi siamo.
— È una minaccia?
— Credetela come vi piace, a me non importa.
— Domani riferirò ogni cosa al capitano Hill.
— Fatelo pure.
— Ve lo prometto, Bill. Ora lasciate questo luogo e tornate nelle
vostre brande, o faccio accorrere i marinai e vi caccio in una cabina
ben chiusa. —
I naufraghi s’allontanarono senza rispondere e si ritirarono nella
camera comune, affettando la massima calma.
Asthor li seguì collo sguardo; poi crollando il capo mormorò:
— Mi auguro d’ingannarmi, ma quegli uomini ci porteranno
sventura. —
Visitò accuratamente le gabbie delle tigri, diffidando ormai di tutto;
si assicurò che i naufraghi si fossero ritirati nelle brande, poi
risalì in coperta molto pensieroso ed inquieto.
Prima dell’alba Bill era già sul ponte. Egli passò dinanzi ad Asthor
a fronte alta, lanciando su di lui uno sguardo canzonatorio, mentre
i suoi compagni si sdraiavano oziosi sul castello di prua, guardando
tranquillamente le manovre dei marinai americani. Gli passò accanto
tre volte, quasi cercasse un pretesto per essere interrogato sulla
misteriosa adunanza della notte; poi andò a sedersi sulla murata di
babordo osservando con profonda attenzione il mare che gli si stendeva
dinanzi agli occhi, liscio come uno specchio.
Quando il capitano Hill apparve sul ponte, il naufrago era ancora
immerso nella sua osservazione, sicchè non potè vedere Asthor
avvicinarsi al comandante.
— Quali nuove? — gli chiese questi, vedendosi avvicinare con un certo
mistero dal vecchio marinaio.
— Brutte, signore, — rispose Asthor.
Il capitano aggrottò la fronte.
— Cosa intenderesti di dire? — domandò.
— Intendo di dire che a bordo della _Nuova Georgia_ si trama, — rispose
il pilota.
— E cosa?
— Lo ignoro, capitano; ma senza dubbio si ordisce qualche congiura ai
nostri danni.
— E da chi? dal mio equipaggio forse?
— No, ringraziando Iddio! il vostro equipaggio è fedele, ma non i
naufraghi.
— Che?... I naufraghi oserebbero?...
— Sì signore; gli ho sorpresi la scorsa notte in misterioso
conciliabolo in fondo alla stiva, dinanzi alle gabbie delle tigri.
— Vuoi spaventarmi, vecchio Asthor? — chiese il capitano con voce
alterata.
— Sarebbe cosa inutile; vi dico quello che ho veduto e nulla di più.
— E quegli uomini che io salvai mettendo in grave pericolo la mia nave
e la vita di noi tutti, oserebbero congiurare contro di me? Morte
e dannazione!... Silenzio con Anna, mio vecchio amico, onde non si
spaventi. Ah!... è così?... Dov’è Bill?
— Eccolo là, seduto sulla murata di babordo.
— Sta bene: sarà il primo che la pagherà per tutti. —
Si assicurò di aver alla cintola le pistole, sapendo già d’aver da fare
con un furfante risoluto a tutto; si avvicinò alla murata e battendo
sulle spalle del naufrago, esclamò:
— A noi, messer Bill!... —
Il naufrago si volse con tutta tranquillità, ma nel vedersi dinanzi il
capitano col volto corrucciato, impallidì leggermente e i suoi occhi si
piantarono subito sopra Asthor.
Nondimeno si rasserenò tosto e scendendo dalla murata, gli chiese,
incrociando le braccia sul petto:
— Cosa desiderate, capitano?
— Una spiegazione prima.
— Parlate, signore.
— Innanzi a tutto, di dove vieni? —
Bill fece un gesto di sorpresa.
— Ma.... da una nave naufragata, lo sapete bene.
— Tu mentisci!... —
Bill trasalì e ne’ suoi occhi guizzò un lampo sanguigno.
— Io!... — esclamò, stringendo le pugna. Ma poi frenandosi e
ridiventando tranquillo, aggiunse: — Ditemelo voi allora, giacchè lo
sapete meglio di me.
— Mi basta così per averti giudicato. Dimmi ora: per quale motivo la
scorsa notte hai radunato nella stiva i tuoi compagni?
— Se parlate così è altra cosa, rispose l’assassino del povero Collin.
Volete proprio saperlo?... Ci siamo radunati per prendere delle
deliberazioni intorno alla vostra rotta.
— Alla rotta della mia nave! — esclamò il capitano al colmo dello
stupore.
— Sissignore, poichè la vostra rotta non accomoda nè a me, nè ai miei
compagni.
— Cosa intendi di dire?
— Che non vogliamo che la vostra nave approdi nè all’isola di Norfolk,
nè alle coste Australiane, — rispose con voce risoluta il naufrago.
— Ah!... E voi credete?...
— Che obbedirete, — rispose Bill con tono minaccioso e guardandolo
fisso fisso.
Il capitano Hill, a un simile tratto d’audacia, rimase per alcuni
istanti senza parole. Era confuso e stupito: del resto vi era di che
stupirsi quando si pensi che l’equipaggio americano era due volte più
numeroso dei naufraghi, fedele al suo capo e pronto a prestargli man
forte anche colle armi in pugno.
— Sei ubbriaco forse? — gli domandò.
— No, signore, — rispose il naufrago imperturbabilmente. — Non ho
assaggiato un sorso di _gin_, nè di _wisky_, nè di _brandy_.
— Ma sai che posso farti frustare a sangue col gatto a nove code?
— Non l’oserete!
— E chi me lo impedirà? I tuoi compagni forse? — chiese il capitano coi
denti stretti.
— No, ma voi non l’oserete, se vi preme di condurre la nave in porto e
salvare vostra figlia. —
Era troppo! La pazienza del capitano era stata messa a dura prova.
— Miserabile! — esclamò, alzando il pugno chiuso sul naufrago che non
fece un solo passo per evitarlo.
La larga mano del gigante piombò con sordo rumore addosso al naufrago e
lo curvò con forza irresistibile, facendolo stramazzare sul ponte.
Vedendo cadere il loro compagno, i naufraghi che erano sdraiati
sul castello di prua, aspettando con calma affettata la fine di
quel colloquio tempestoso, si erano alzati di scatto colle fronti
aggrottate; ma Asthor con un fischio radunò l’equipaggio onde si
tenesse pronto a respingere qualunque mossa offensiva.
— Uccidetemi pure se vi accomoda, o meglio assassinatemi, — disse Bill
con fredda ironia, senza fare un gesto per rialzarsi.
— No, furfante, — rispose il capitano furibondo. — Non sono di quegli
uomini che assassinano, ma ti metterò nell’impossibilità di far male a
me, a mia figlia e al mio equipaggio.
— E poi? — chiese sempre ironicamente il naufrago.
— E poi ti farò dare venti colpi col gatto a nove code, onde tu impari
a rispettare i tuoi salvatori prima, i tuoi superiori dopo.
— Provatevi!...
— Mi sfidi!...
— Vi sfido!...
— A me, marinai!... —
Sette od otto uomini, a quel comando, si precipitarono sull’audace
furfante, riducendolo all’impotenza.
In quel medesimo momento apparve sul ponte miss Anna.
— Padre mio!... — esclamò correndo incontro al capitano che teneva in
pugno una pistola, pronto a scaricarla contro i camerati di Bill. —
Gran Dio!... cosa succede?...
— Ritirati, Anna, — rispose Hill. — Sono cose che non ti riguardano.
— Ma perchè quell’uomo sul ponte?
— È un miserabile che sta per venere punito.
— Che!... Bill punito!... Lui che ci ha salvati dagli antropofagi?
— E che ora minaccia la mia nave e la tua vita, Anna.
— È impossibile, padre mio!
— L’equipaggio è testimone.
— Ma cosa vuoi fare a quel disgraziato?
— Lo faccio frustare come un cane.
— Oh! no, gli perdonerai!
— Mai, Anna. Ritirati, lo voglio!... —
La giovanetta comprese che ogni preghiera sarebbe stata vana e si
ritirò lentamente, mentre il naufrago rialzato il capo la mirava con
due occhi che mandavano strani lampi.
Quando scomparve, il capitano volgendosi verso i marinai che tenevano
stretto Bill, disse:
— Ed ora, frustate questo miserabile.
— Eccomi, signore, — rispose Asthor facendo fischiare il gatto a nove
code. — Il braccio è solido e robusto e picchierò sodo tutti i venti
colpi! —