I compagni di Bill.

Un uomo si era alzato dietro al cespuglio, e dopo quella esclamazione

si era avanzato verso il drappello, fermandosi però di tratto in tratto

per stropicciarsi energicamente gli occhi, come se avesse timore di

vederci male.

Ma quale uomo! Era alto, magro come se fosse digiuno da tre settimane,

sparuto, livido. Una barba prolissa, rossiccia, gli pendeva dal mento

e una lunga capigliatura arruffata come una matassa gli cadeva sugli

omeri, i quali lasciavano vedere le ossa, tanto erano secchi.

Pochi brandelli di stoffa, che ricordavano vagamente le forme di

una casacca e d’un paio di calzoni sfondati, coprivano quel corpo

ischeletrito e coperto di contusioni.

— Ma sei proprio tu Bill? — ripetè quel disgraziato.

— Mac Bjorn! — esclamò il naufrago. — In quale stato mai ti trovo!...

— Un po’ magro, non dico di no, ma vivo ancora a dispetto di quella

canaglia di antropofagi che mi volevano morto. Ma.... non sei solo tu,

a quanto pare.

— Ringrazia innanzi tutto questo signore, il capitano Hill comandante

la _Nuova Georgia_, che è qui appositamente venuto per salvar voi

tutti. —

L’uomo magro s’inchinò facendo scricchiolare tutte le ossa del dorso, e

disse:

— Vi ringrazio, signore, a nome di tutti i miei compagni, i quali

saranno ben lieti di vedervi, ve lo assicuro, se li troverete ancora

vivi.

— Perchè se li ritroverò vivi? — chiese il capitano, dopo d’aver

restituito il saluto.

— Se non vi affrettate, bisognerà cercarli nella fossa del re. By-god!

Hanno fretta quei buoni selvaggi!

— Sono prigionieri? — chiese Bill.

— Tutti.

— Ma tu perchè sei libero?

— Eh! eh! — esclamò il naufrago ridendo. — M’avevano legato che parevo

un salame; ma sono così magro, che riuscii a sgusciare fra i cordami e

darmela a gambe.

— E vi hanno inseguito? — chiese il capitano.

— Sì, ma ho le gambe lunghe e il corpo leggiero, e presto potei

guadagnare il bosco.

— Quando sei fuggito? — domandò Bill.

— Poco fa.

— Quelle grida adunque che abbiamo udite?....

— Erano di rabbia. Gli antropofagi s’accorsero della mia fuga quando

ero lontano, e hanno dato l’allarme; ma ora me ne infischio di

quei bricconi. E.... dov’è Sangor che non lo vedo? Tu eri partito

coll’indiano.

— È morto, — rispose Bill facendo un gesto di stizza. — Sono vivi tutti

gli altri?

— Sì, vivi, ma in cattivo stato, magri come bastoni e tanto deboli,

da non poter quasi stare in piedi, perchè sono due giorni che non

mangiano. Pare che i selvaggi vogliano mandarli all’altro mondo cogli

intestini leggieri e una gran dose d’appetito. Cosa vuoi? costumi da

antropofagi!

— Vi sentite in grado di condurci fino al villaggio? — gli chiese il

capitano.

— Lo spero, purchè mi sia dato un biscotto da sgretolare e un sorso di

_gin_ o di _brandy_. —

Un marinaio gli offrì la propria fiaschetta mentre un altro gli

riempiva di biscotti le tasche della sbrindellata giacca e un terzo gli

dava una scatola di pesce in conserva.

Il naufrago prese avidamente la fiaschetta e in tre lunghe sorsate la

vuotò.

— Eccellente, in fede mia, questo _wisky_, — disse facendo scoppiettare

la lingua. — Andiamo ora, o sarà troppo tardi; ma silenzio assoluto ed

aprite per bene gli occhi. —

Impugnò colla destra una sciabola d’abbordaggio datagli da un marinaio

e colla sinistra una pistola offertagli da un altro; e raccolti i lembi

della sua giacca, quel corpo lungo lungo, le cui ossa scricchiolavano

ad ogni passo, si mise in cammino fiancheggiato da Bill, il quale gli

sussurrava, agli orecchi, delle parole che il capitano non riusciva a

comprendere, quantunque si trovasse due passi più indietro.

Chiedeva degli schiarimenti o si trattava di qualche cosa di più grave?

Mac Bjorn, l’uomo-scheletro, non rispondeva, ma si vedeva muovere

spesso il capo, come se approvasse ciò che gli veniva chiesto o detto:

chi però l’avesse osservato meglio e di fronte, anzichè di dietro,

avrebbe veduto quei piccoli occhi affondati nelle magre occhiaie

mandare strani bagliori, e su quelle aride labbra apparire di tratto in

tratto un sarcastico sorriso.

Camminando con precauzione, con gli orecchi sempre tesi e gli occhi

bene aperti, la piccola colonna giungeva dopo un’ora in uno spazio

aperto fra gli alberi. Mac Bjorn con un gesto fece fermare i marinai

che lo seguivano.

Si curvò verso terra per raccogliere meglio i rumori, fiutò a più

riprese l’aria come un cane fiuta la selvaggina, poi volgendosi verso

il capitano che non perdeva di vista alcuno dei suoi gesti:

— Siamo presso il villaggio, — disse. — Superata questa boscaglia, ci

troveremo dietro le ultime capanne.

— Dove si trovano i nostri compagni? — gli chiese Bill.

— In una capanna accanto a quella reale, — rispose Mac Bjorn.

— Guardata da molti guerrieri?

— Sì; da una ventina, e armati di lancie e di pesanti mazze.

— Se irrompessimo questa notte nel villaggio, credete che si potrebbero

liberare? — domandò il capitano.

— Non lo credo, perchè la capanna è forte, i nostri compagni

solidamente legati e prima di giungere presso di loro i cannibali

li accopperanno. È meglio attendere il momento in cui comincerà la

cerimonia funebre, poichè allora la popolazione sarà inerme. Il nostro

improvviso assalto cagionerà un pànico generale, le donne e i ragazzi

faranno una grande confusione, e noi ne approfitteremo per disperdere

quelle canaglie e liberare i prigionieri. Seguitemi! —

Mac Bjorn che conosceva la via meglio di Bill, si mise alla testa

del drappello e s’avviò verso il nord con mille precauzioni, evitando

di fare scricchiolare i rami degli alberi, e fermandosi di tratto in

tratto per ascoltare se la foresta era silenziosa.

Dopo cinquecento passi abbandonava la foresta dei banani e s’addentrava

in un’altra più fitta formata da superbi artocarpi, alberi che danno

frutte grosse, di corteccia rugosa, contenenti una polpa giallastra

e che cucinata serve da pane. Infatti, tali piante vengono appunto

chiamate anche alberi del pane, quantunque la polpa di quelle frutta

somigli più al fondo del carciofo che alla farina.

Mac Bjorn l’attraversò, strisciando fra le liane che correvano fra i

tronchi, formando una rete arruffata, e si arrestò dinanzi a un gruppo

gigantesco di fitti cespugli.

— Guardate laggiù, attraverso ai rami, — disse volgendosi verso il

capitano.

Hill s’alzò, scostò alcuni rami per meglio vedere e scorse, a circa

dugento metri, una doppia fila di capanne le cui forme rammentavano gli

alveari delle api, ma ampie e difese qua e là da palizzate.

Numerosi fuochi ardevano lungo il grande viale che divideva le

abitazioni, e al chiarore di quelle fiamme vide parecchi gruppi di

selvaggi i quali bivaccavano all’aperto tenendo in pugno le loro lancie

con la punta di osso o di ferro, e le loro pesanti mazze chiamate molto

opportunamente rompiteste.

Aguzzando meglio lo sguardo, il capitano scorse un po’ più oltre una

grande capanna, sulla cui cima ondeggiavano degli stracci e dei rami

d’albero, e attorno alla quale si affollavano moltissime persone

movendosi con una certa animazione.

— È la capanna reale, — gli sussurrò agli orecchi Mac Bjorn.

— È morto il re?

— Ieri mattina era ancora vivo e non mi parve tanto ammalato da

far temere prossima la sua fine. Io scommetterei anzi, che se lo

lasciassero in vita, camperebbe ancora un discreto numero d’anni.

— È contento di farsi seppellire?

— Non mi parve sconcertato; anzi, incoraggiava suo figlio che si

strappava i capelli per la disperazione.

— Il suo erede?

— Precisamente.

— E perchè quel caro figlio non impedisce il seppellimento?

— Perchè dice che è meglio essere re che figlio di re, e che suo padre

ha vissuto fin troppo.

— Che razza di furfanti!

— Costumi da antropofagi, signore, — disse Mac Bjorn, senza manifestare

il menomo orrore. — Oh! ecco che comincia ad albeggiare. —

Infatti verso oriente una luce scialba si vedeva apparire, e gli astri

a poco a poco impallidivano. Fra pochi minuti il sole doveva splendere,

poichè in quelle latitudini si può dire che non vi è nè tramonto, nè

alba. Scomparso il sole, la notte cala bruscamente, e viceversa.

Ad un tratto si udirono echeggiare pel villaggio le conche marine e si

videro uscire dalle capanne uomini, donne e ragazzi in gran numero,

indossanti gonnellini affatto nuovi, file di denti di pescicani e di

pezzi di ossi di balena. Attorno alla capanna reale s’alzarono acute

grida, in mezzo alle quali si distinguevano delle urla strazianti.

— Sono le spose del re che piangono, — disse Mac Bjorn. — Quelle brutte

streghe si disperano perchè tutte non possono venire sepolte, mentre i

nostri compagni fremeranno pensando che dovranno accompagnare nel gran

viaggio quell’ubriacone di Vavanuho.

— Speriamo di salvarli, — disse il capitano. — Tenetevi pronti a tutto:

quando darò il comando, scaricate i fucili nel più fitto dell’orda, poi

carichiamola colle sciabole e colle pistole. —

Era ormai giorno fatto; il sole comparso sopra i grandi picchi che

dividevano l’isola, faceva cadere una pioggia d’oro sui boschi e sulle

capanne del villaggio.

La folla cresceva di minuto in minuto; si vedeva accorrere dalle vicine

foreste che nascondevano altri villaggi, dalla parte del mare, dalla

parte dei monti, e si accalcava attorno alla dimora reale dove una

compagnia di sonatori faceva echeggiare furiosamente le conche marine.

D’improvviso si fece un grande silenzio: i guerrieri si ordinarono

rapidamente formando una lunga colonna che si distaccò dalla grande

capanna, dirigendosi verso il bosco occupato dall’equipaggio della

_Nuova Georgia_. Dietro di loro comparve il vecchio re, portato su di

una specie di palanchino sorretto dai più famosi guerrieri della tribù,

adorni di numerose collane e colle membra tatuate.

Il povero despota era vestito in gran gala. Aveva le braccia e le

gambe fasciate da lunghe striscie di quella tela detta _masi_, il

petto dipinto di nero colla tintura di _aluazzi_, il capo coperto da un

fazzoletto rosso sormontato da uno strano diadema formato di conchiglie

e aveva al collo numerose collane di pezzi di fanoni di balena.

Poteva avere sessant’anni, ma l’abuso delle bevande alcooliche e

qualche lunga malattia lo avevano invecchiato assai. Malgrado sapesse

la sorte che lo attendeva, pareva contento e sorrideva amabilmente alla

prima moglie che lo sventolava con un ventaglio di foglie di cocco.

Mac Bjorn e Bill, che aguzzavano gli occhi, distinsero dietro al

vecchio re, ma circondati dalla popolazione, i loro sei compagni,

solidamente legati, stracciati, scheletriti, tutti pesti dalle percosse

che piovevano abbondanti sulle loro spalle ogni volta che si fermavano.

Accanto a loro camminavano dieci ragazze, vestite a festa, anch’esse

legate, destinate a venire uccise per tenere compagnia al loro sovrano

nell’altra vita; ma non avevano il volto sparuto e sconvolto dei

disgraziati naufraghi, anzi parevano felicissime di essere state scelte

a tale ufficio onorifico.

— Eccoli! — esclamò Bill, che era diventato pallidissimo, nello

scorgere i suoi compagni.

— Li vedo, — rispose il capitano, che non potè frenare un gesto di

compassione. — In quale stato sono stati ridotti! Ma pagheranno il

conto, quei feroci mangiatori di carne umana. —

S’alzò e puntò il fucile esclamando:

— Siate pronti! —

Un dramma nell'Oceano Pacifico · 第 17 / 42 题