Un re sepolto vivo.
Non esiste forse in tutto il mondo un popolo che abbia tanto poca
paura della morte quanto il Figiano. Abbiamo già detto che per gli
abitanti dell’arcipelago di Figii la morte non rappresenta che un puro
cambiamento di vita, perchè nei loro animi è radicata fortemente la
convinzione che una pronta risurrezione li attenda, appena lasciata
questa terra; ma a quale punto arrivano!
Quando un uomo crede di esser vissuto abbastanza nella sua isola, non
trova cosa più naturale che di farsi strangolare da qualche fido amico,
il quale si presta colla miglior buona grazia che immaginare si possa,
a quel lugubre ufficio.
Un uomo si sente ammalato? Si fa strangolare, non sembrandogli giusto
di presentarsi al Grande Spirito affatto agonizzante o stremato di
forze. Muore un bambino? La madre lo segue facendosi strangolare dal
marito, perchè ritiene che il piccino possa avere ancora bisogno delle
sue cure nell’altro mondo. Due amici carissimi non vogliono separarsi?
Quando uno muore, l’altro si affretta a seguirlo facendosi uccidere!...
Due amanti si adorano ma non possono sposarsi per differenza di casta?
Pregano il padre od il suocero o chiunque altro di toglier loro la vita
per unirsi nell’altro mondo, e quei bravi selvaggi non si fanno pregare
due volte.
Che più? Quando un padre è vecchio e pieno di acciacchi, i figli lo
avvertono rispettosamente che ha vissuto anche troppo, che è giunta
l’ora di lasciare questa terra di miserie, e sempre rispettosamente lo
strangolano o lo fanno strangolare.[1]
Quando il re è vecchio ed ammalato, la popolazione umilmente lo
avverte che è tempo di lasciare il trono al figlio primogenito, e si
prepara a fargli grandi funerali ed a festeggiare contemporaneamente
il successore. Il povero despota di ieri, bene o male bisogna che
si adatti al volere dei suoi fedelissimi sudditi e si lascia portare
alla sepoltura, ma con questa differenza, che mentre gli altri vengono
sotterrati morti, egli invece è sepolto, sì; ma sepolto ancor vivo!...
Questo seppellimento di un uomo vivo, che potrebbe tuttavia campare
un buon numero d’anni, si compie con cerimonie speciali, come si
converrebbe a persona potente. La sposa principale che non può, con suo
profondo rammarico, seguire il re nel grande viaggio, poichè gli usi
della corte glielo vietano, dipinge il petto e le braccia del povero
despota adoperando un color nero che si ottiene da una specie di noce
chiamata _aluazzi_; poi gli annoda attorno alle gambe ed alle reni
delle striscie di stoffa bianca detta masi, che si ricava dalle fibre
filate di una specie di gelso, comunissimo in tutte le isole del Grande
Oceano.
Ciò fatto si trasporta con grande pompa il morto-vivo alla sepoltura;
ma prima di calarlo nella fossa, vi si gettano dentro, già strangolati,
due o tre dei più famosi guerrieri onde gli servano di scorta e
facciano capire al Grande Spirito che ha da fare con un potente
personaggio, e vi si gettano altresì parecchie donne, che sono
destinate a servirlo nell’altra vita!
Questi costumi, che non possono essere stati immaginati che dalle menti
degli antropofagi, sembreranno strani, anzi addirittura inverosimili,
tanto sono orribili, e si potrebbe credere che fossero stati inventati
dalla fantasia degli scrittori o dei marinai, se i navigatori che
visitarono più volte quell’arcipelago non li avessero constatati coi
loro occhi. I missionari che in questi ultimi anni sbarcarono in quelle
isole, tentarono ogni sforzo per mettere un freno a simili atrocità e
in parte vi riuscirono; ma non è molto tempo che il reverendo Thomas
William dovette assistere al seppellimento del re Somo-Somo, uno dei
più valorosi selvaggi che regnava a Nasima e che fu trasportato al
sepolcro ancor vivo, quantunque fosse gravemente ammalato, insieme
con parecchie donne che erano state prima strangolate per tenergli
compagnia nell’altra vita! Ed il missionario, atterrito e impotente,
poichè tutti i suoi sforzi erano riusciti vani, affinchè quell’orribile
funerale non si facesse, fu costretto a udire i colpi di tosse del
vecchio re, mentre la terra lo aveva già ricoperto!
La sinistra notizia portata dal selvaggio che montava la canoa, come
è facile immaginare, produsse una impressione dolorosa in tutto
l’equipaggio, poichè nessuno ignorava i feroci costumi di quegli
spietati mangiatori di carne umana.
I disgraziati naufraghi della nave inglese, che l’equipaggio sperava di
trovare ancora liberi e di salvarli senza dover ricorrere alle armi,
stavano per venire sacrificati per servire di scorta al moribondo re
nel grande viaggio dà cui più non si torna, e d’altra parte la _Nuova
Georgia_ stava per venire assalita senza avere la speranza di prendere
il largo, dacchè l’uragano l’aveva spinta attraverso alle scogliere.
Per alcuni istanti a bordo della nave regnò un profondo silenzio,
tanta era stata l’impressione ricevuta da quelle brutte notizie; poi il
capitano Hill che era un uomo di grande energia e risoluto, lo ruppe:
— Non scoraggiamoci, — disse. — Siamo pochi, è vero, ma tutti valorosi
e non nuovi ai pericoli; abbiamo armi, polvere e palle in abbondanza,
e non dobbiamo temere quei brutti antropofagi. Orsù, Bill, cosa mi
consigli di fare? —
Il naufrago che guardava l’isola cogli occhi fiammeggianti, i pugni
chiusi, il viso sconvolto da una collera furiosa, si volse come
una fiera. Non era più l’istesso uomo di poche ore prima, freddo e
tranquillo; era pallido e nel suo viso si leggeva un non so che di
furore e di sinistro, da mettere paura.
— Cosa vi consiglio di fare? — diss’egli con voce rauca. — Lo so io
forse?
— Tu conosci l’isola e gli isolani meglio di me, e puoi darmi
dei preziosi consigli. Credi tu che si possano salvare i tuoi
compagni? —
Un lampo di gioia attraversò gli occhi di Bill.
— Volete salvarli? — chiese, cambiando tono.
— Se è possibile, sono pronto a tentarlo.
— Possiamo farlo; ma dovremo ricorrere alla forza, signore, e dare
battaglia ai selvaggi.
— Hai un piano tu?
— Forse, — rispose Bill, dopo alcuni istanti di meditazione.
— Mettilo fuori.
— La _Nuova Georgia_ per ora non correrà pericolo alcuno; di questo
sono certo. Finchè non sarà finita la cerimonia del seppellimento,
nessun selvaggio verrà ad inquietarci, perchè nessuno lascerà le feste
che seguiranno l’inaugurazione del nuovo regno. Abbiamo quindi del
tempo per agire senza temere un improvviso assalto....
— Proseguite, — disse miss Anna.
— Ecco il mio piano: questa sera, dopo calato il sole, lasceremo la
nave sotto la guardia di sei uomini risoluti e andremo a sbarcare
in una piccola rada a me nota. Per un sentiero che non è conosciuto
dai selvaggi, attraverseremo la foresta ed andremo ad appostarci in
prossimità del grande villaggio abitato dal morente re. Quando la
cerimonia funebre comincierà, piomberemo addosso all’orda, rapiremo
i miei compagni e fuggiremo verso la rada. Se più tardi, rimessisi
dalla sorpresa che certamente farà loro la nostra improvvisa comparsa,
verranno ad assalirci sulla nave, preparerò io un’insidia che li terrà
per sempre lontani.
— Sta bene; noi tenteremo il colpo.
— E non vi seguirò io? — chiese Anna.
— È impossibile, figlia mia, — rispose il capitano. — So che tu sei
coraggiosa e abile nel maneggio delle armi da fuoco, ma non potresti
seguirci sotto i boschi, forse con i selvaggi alle spalle. Ti darò una
buona guardia però, e Asthor non lascerà avvicinare il nemico, sta’
certa.
— Farò quello che tu vorrai, padre mio. —
Il mare frattanto si era calmato e la costa era deserta. Il capitano
fece calare in acqua le due imbarcazioni maggiori, che armò con due
spingarde caricate a mitraglia; vi unì un gran numero di fucili scelti
fra i migliori, una buona provvista di polvere e di palle e alcune
provvigioni, ignorando ancora quanto durerebbe la spedizione.
Ciò fatto, il bravo capitano attese la notte per agire.
Alle dieci di sera diede il comando d’imbarcarsi. Abbracciò Anna che
era vivamente commossa per quella separazione la quale poteva riuscire
fatale all’uno e all’altro, raccomandò al vecchio Asthor e ai sei
marinai di fare buona guardia, poi scese nella imbarcazione.
I tredici marinai destinati a prendere parte all’ardito colpo di mano,
avevano già preso posto nelle scialuppe portando con loro altre armi e
non attendevano che un segnale per dar mano ai remi.
— Veglia, Asthor, — disse il capitano, prima di prendere il largo. — Ti
affido mia figlia che è il tesoro più caro che abbia sulla terra.
— Mi farò uccidere se sarà necessario, ma la ritroverete viva, signore,
— rispose il lupo di mare.
Il capitano fece un ultimo saluto ad Anna che stava ritta sulla murata,
poi comandò di prendere il largo.
Le due scialuppe, facendo meno rumore che era possibile e protette
dalle tenebre, si allontanarono girando attorno alle scogliere e misero
la prua verso il sud.
Il naufrago che si era messo al timone della maggiore, segnava la via
additando ai remiganti i bassifondi e le scogliere, onde non dessero
in secco. Di quando in quando però li faceva arrestare e con quei suoi
occhi, che anche di notte luccicavano come quelli dei gatti, scrutava
con cura minuziosa le sponde dell’isola per assicurarsi che nessuno gli
spiava.
Dopo una buona mezz’ora Bill spinse la sua scialuppa verso la costa e
superato un banco, sopra cui rompevasi il mare con una certa violenza,
la fece entrare in una piccola baia assai ristretta, circondata da
una fitta foresta di banani (_ficus indica_), alberi di proporzioni
colossali, con tronchi formati di grossi fusti intrecciati, che riuniti
misurano quasi trenta metri di circonferenza e una massa enorme di
fogliame capace di proteggere, colla sua ombra, quattrocento persone e
più.
— Fermi, — mormorò il naufrago.
I remiganti si arrestarono a dieci o dodici metri dalla riva, e non
sapendo di che cosa trattavasi, raccolsero i fucili armandoli.
— Cosa succede? — chiese il capitano Hill che giungeva colla seconda
scialuppa.
— Ascoltate! —
Tutti fecero silenzio, e stettero in ascolto, rattenendo perfino il
respiro. In lontananza si udivano echeggiare i selvaggi clamori a cui
si univano talvolta dei suoni strani che parevano prodotti con delle
conche marine. Il capitano Hill impallidì e provò una stretta al cuore.
— Che assaltino il mio legno? — chiese.
— No, — disse Bill. — Queste grida non vengono dalla parte del mare ma
dalla parte del grande villaggio. O Vavanuho è morto o qualche grave
avvenimento è accaduto.
— Chi è questo Vavanuho?
— È il re che devono seppellire.
— Sbarchiamo. —
Le due scialuppe si accostarono alla spiaggia e si arrenarono su
di un banco di sabbia. I quindici uomini armatisi dei fucili, delle
pistole e dello sciabole d’abbordaggio, sbarcarono ai piedi dei grandi
fichi banani, le cui radici venivano a lambire l’acqua della piccola
baia. Bill fece gettare sulle scialuppe una grande quantità di rami
e di foglie onde non venissero scoperte, poi messosi alla testa del
drappello, s’inoltrò sotto la fitta ombra proiettata dai giganteschi
alberi.
Avevano percorso appena sei o sette passi, quando Bill si arrestò
bruscamente afferrando il fucile.
— Cosa avete veduto? — chiese il capitano Hill.
— Un’ombra ha attraversato il sentiero.
— To’! — esclamò in quell’istante una voce. — Bill qui! Sogno o i
cannibali mi hanno accoppato? —