LA LETTERA DI DONNA FANNY.

La mattina dopo. Non sono ancora le otto. Nel numero 31 le finestre

sono ancora chiuse: è tutto buio. Un gran profumo di _peau d'Espagne_.

Emma, a un tratto, si sveglia: guarda verso l'uscio del numero 30,

sospira, si volta dall'altra parte e si riaddormenta.

Un'ora dopo entra Carolina, la cameriera, portando il caffè e due

lettere per Emma. Carolina, come di consueto, pone il vassoio sul

tavolino che è accanto al letto della padrona, poi va ad aprire la

finestra.

EMMA (_destandosi una seconda volta: rizzandosi d'un balzo a sedere sul

letto e fregandosi gli occhi colle dita_) È una bella giornata?

— Sì, signora! C'è un bellissimo sole! Come quello di Napoli.

Emma rivolge istintivamente una seconda occhiata verso il numero 30,

canterella a mezza voce, tra un piccolo sbadiglio ed un sospiro:

Oh, dolce Napoli!... Oh, suol beato!

— Ci sono lettere?

CAROLINA. Sissignora; due.

EMMA (_senza prenderle in mano: guardando la soprascritta, mentre beve

a sorsi il caffè_) Una della mamma e l'altra... (_con un sorrisetto_)

Ah! Ah! Quella cara Fanny.!... E il mio babbo? Niente! (_Alla Carolina:

ficcandosi di nuovo, in fretta, sotto le coperte_) Brr! Chiudi, chiudi!

Fa freddo!

CAROLINA (_ridendo_) Siamo in novembre! (_Chiude i vetri della

finestra: prepara, accomoda la toeletta, riceve gli ordini per

l'abbigliamento di quella mattina e se ne va piano, in punta di piedi,

com'è venuta_).

EMMA (_continuando a guardare le lettere che sono sempre sul tavolino,

senza risolversi a prenderle e leggerle_) Oh, dolce Napoli!... Oh, suol

beato!... (_sente un movimento al numero 30_) Ti sei svegliato?

GIORDANO (_dall'altra camera: colla voce grossa, rauca_) No, dormo.

EMMA. È tardi. Sono le nove!... Io ho già preso il caffè.

GIORDANO. Ed io, invece, ho ancora sonno. Stetti alzato tardissimo. Ho

scritto molto.

EMMA. Non ti ho mai sentito.

GIORDANO. Per due ragioni: la prima, perchè hai dormito sempre: la

seconda, perchè a scrivere non si fa rumore.

EMMA. Hai finito?

GIORDANO (_arrabbiato_) Finiscila tu col tuo «Finito? Hai finito?» Non

sai dir altro!

Un momento di silenzio; poi Emma, di nuovo:

— Sei in collera?

— No.

— Vieni qui.

— No.

— Allora vengo io.

— Non si può. Devo alzarmi in fretta e rimettermi al lavoro. Pensa che

oggi è giovedì.

EMMA (_arrabbiandosi e rivoltandosi nel letto_) Auf! Sono stufa! Stufa

di questa Roma! Ieri sera, Richelieu a tutto pasto, e stamattina.... è

giovedì!

GIORDANO (_prorompendo: sinceramente, senza collera_) Emma, Emma,

giudizio! Mi raccomando! Ti prego, se mi vuoi bene. Ti supplico!

Non ricominciare. Mi sono accorto, pur troppo, anche a Napoli, che

non ho più la mia memoria di una volta. Lasciami studiare, lasciami

tranquillo, o mi farai fare una figura ridicola.

EMMA (_sempre ben sotto le coperte, conta i giorni lentamente,

appoggiando le dita al nasetto_) Ancora giovedì, venerdì, sabato,

domenica... e poi più conferenze!

Si sente un gran sospiro anche nel numero 30.

Emma tace: sta tranquilla tranquilla; sempre guardando le due lettere

sul tavolino, che per pigrizia non si risolve a leggere. È lì lì, quasi

per riaddormentarsi.

Giordano, non udendo più alcun rumore dal numero 31, comincia ad

impensierirsi. Vorrebbe appunto, perchè non possa ripetersi il caso

di Napoli, ripassare, studiare la conferenza: fissarsi bene in testa

i tagli e le varianti... E poi dirla, ripeterla parecchie volte di

seguito, per abituare e rinforzare anche la voce. Però la moglie

vicina gli dà noia. Emma è ancora ingenua: non conosce le malizie del

mestiere; non sa che la «maravigliosa potenza e facilità di parola»

non è altro che uno sforzo paziente di memoria. E poi si accorgerebbe

troppo presto che sono sempre i medesimi _precursori_ che viaggiano!...

E come un lampo gli torna in mente lo scherzetto dell'editore:

«Sempre bella — ma sempre quella — la bandiera dei tre color!» Bisogna

liberarsi di Emma; bisogna mandarla a spasso per un paio d'orette!

(_forte_) Emma!

Silenzio: nessuno risponde.

— Che cosa fai? (_Più forte_) Emma! Che fai?

EMMA (_imitando la voce di prima di Giordano_) Dormo.

— È tardi. Alzati.

— Sono appena... le nove e mezzo.

— Appunto; è ora di alzarsi.

— Perchè? Tu lavori: io dormo.

— Devi alzarti anche... per salute! Devi abituarti.

EMMA (_interrompendolo_) No, no! Ti prego! Non ricominciare

coll'abituarmi!

GIORDANO (_con vivacità_) Insomma, alzati! Lo voglio! Sei giovane, sei

sana! È una vergogna, star a letto tutto il giorno!

EMMA (_finge, per ischerzo, di piangere_) Cattivo! Sto tanto bene

qui!... Che cosa faccio poi, quando pure mi sono alzata?... Io sola?...

Senza te... che devi lavorare?

— Andrai un po' fuori. Andrai a far le tue spese, le tue commissioni.

— Le ho fatte tutte ieri.

— Va... Va a prendere il tuo anello dal Marchesini, che sarà pronto.

— Mai! Mai! — Lo dichiaro: sola, sul Corso, di mattina, mai!

— Prendi con te la cameriera.

EMMA (_ridendo forte_) Ah! Ah! Ah! Come a Milano! Colla Rosina!

(_imitando la cantilena del dindirindera_) Colla Rosina che faceva

la spia — la spia perchè scrivevo di nascosto ad un brutto coso — un

brutto coso invisibile che non vuol lasciarmi dormire.

GIORDANO (_dopo un momento_) Per esempio: perchè non andresti un po'...

a messa?

EMMA (_ridendo di nuovo_) Alla messa? Tu mi mandi alla messa? Oh!

Oh!... come sarà contento don Fulvio Crespi!

GIORDANO. Perchè no? io sono sopra tutto sincero. Io posso pensare come

voglio, ma mi piace che mia moglie abbia una fede: qualunque sia, ma

una la deve avere.

EMMA (_seriamente: con un altro tono di voce_) Qualunque sia, no.

Bisogna avere la nostra: la sola buona, la sola vera: la santa. Sì;

adesso mi alzo, e andrò a fare un po' di bene. Ma, prima, senti: sii

molto gentile e molto carino per un momento, solo, solo. Vieni qui per

leggermi due lettere che mi ha portato la Carolina. Una è della mamma

e l'altra... l'altra bisogna indovinare. È di una persona che hai molto

amato, che anche presentemente... forse... chi sa?... Non giurerei!

GIORDANO. Il leggere le lettere degli altri non mi diverte e non mi

piace. Te l'ho già detto. È una indelicatezza verso chi le scrive.

Finisco di vestirmi; poi verrò a sentire le notizie più importanti

della mamma e di donna Fanny.

EMMA. Ah! Ah! Vedi come subito hai indovinato?... (_mentre si tira

un po' su a sedere e apre la lettera della mamma_) Sul colpo: donna

Fanny! La cara Fanny! Mi fa un dispetto che tu dica quel nome odioso,

colla stessa bocca e colla stessa voce, come dici Emma. E mi fa sempre

l'amica!... Ed io la devo sopportare per le convenienze! Come sono

ipocrite le convenienze!... (_facendo colle labbra un moto di sprezzo

e di nausea_) Peuh!...

Nei primi giorni del matrimonio, Giordano ha confidato alla moglie

che la Simonetti, a Milano, è stata amante anche sua, per qualche

settimana. E non è stato così leggero e loquace per vanità; Giordano

Mari non è d'altro vano che di sè stesso; ma solo per prudenza; per

un'abile diplomazia. In tal modo spiegava ad Emma quanto solo in parte

era vero: cioè, che tutte le cattiverie, le insinuazioni, le falsità,

le calunnie, messe in giro sul suo conto, sul suo passato, sulla sua

vita, a Padova, sui suoi debiti, sulla sua famiglia, erano quelle

solite guerre di donna, lo sfogo del dispetto, della collera, della

gelosia di donna Fanny, la quale si credeva ingannata e si vedeva

abbandonare per un'altra. Ma s'intende ch'egli non aveva detto tutto

a sua moglie: non le aveva raccontato come era stata ottenuta la

tregua da quella sua nemica acerrima: anzi, più ancora di una tregua:

l'alleanza!

Egli aveva minacciato donna Fanny di spedire direttamente certe sue

lettere divise in parti eguali, l'una all'Onorevole e l'altra a Guido

Bardi.

EMMA (_che intanto ha cominciato a leggere la lettera della signora

Letizia_) La mamma ti saluta.

— Grazie. Sta bene?

— Dice di no, ma pare di sì! Mi scrive che il dottore, «date le

condizioni eccezionali della sua povera salute, è però abbastanza...

_contentino_...».

GIORDANO (_sorridendo_) Allora andiamo benone.

EMMA. Il babbo sta preparandoci un bellissimo regalo per il nostro

salotto dell'Argentera. Il suo busto in bronzo. Poveretto, si secca due

ore al giorno a posare per noi, nello studio dello scultore Quadrelli.

— Gli devi scriver subito e ringraziarlo.

— Ancora non lo dobbiamo sapere. È un'improvvisata!

— Sarà bene che tu gli scriva lo stesso. Gli devi dire anche della

Regina, che assisterà alla mia conferenza. A tuo padre farà molto

piacere. Devi rispondere pure alla mamma... Quando torni dalla messa,

puoi fermarti a scrivere nella sala di lettura: c'è tutto l'occorrente;

ci son tutti i comodi.

EMMA (_con uno scoppio di risa_) Ah! Ah! Ah! Questa è bellissima!...

È una notizia della tua Fanny! Nino Sebastiani ha scritto un dramma

in collaborazione colla contessina d'Arborio, e il prefetto di Milano

lo ha proibito perchè troppo immorale!... (_Con un grido_) Carlo

Borghetti! Carlo è ammalato! Molto ammalato! (_Con la voce piena di

lacrime_) Oh, povero Carlo!... Carlo! Carlo! Povero Carlo!

GIORDANO. Il Borghetti? Ammalato? Che cosa ha? (_È corso col suo

pensiero alla sua opera: ma si è subito calmato; oramai il volume sui

tempi d'Ambrogio è pressochè tutto stampato. Anzi, dato il caso di

una disgrazia capitata al povero Borghetti, sarebbe appena in tempo di

sopprimere la dedica, pensandoci bene, forse troppo espansiva. Chiama

il Borghetti persino suo collaboratore! — Entra in camera di Emma,

ancora in manica di camicia, mettendosi i bottoni d'oro ai polsini_)

Che cos'ha? Non è in viaggio, in Germania? in Austria?

— A Villach! In Carinzia! È ammalato di pleurite! (_Emma è seduta sul

letto, in lacrime, tremante, palpitante. I capelli si sono sciolti,

slacciati; le cadono, a ondate, sulle spalle, sul collo, sul seno,

sulla faccia: la coprono tutta_) Leggi! Leggi! È in pericolo! (_Gli

dà la lettera di donna Fanny_) Oh, povero Carlo! Di'? Di'? Ma morirà?

Morirà? È subito partito il dottore. Questa è una consolazione! Un po'

di tranquillità! Avrà almeno il nostro buon dottore! Ma la mamma? Come

mai la mamma non mi ha scritto nulla?

GIORDANO. Tua madre è in campagna, e donna Fanny scrive da Milano.

(_Confrontando il timbro postale e la data delle due lettere_) Questa

di tua madre è stata spedita domenica o lunedì mattina; e la lettera di

donna Fanny è di ieri. Appena è arrivato a Milano il dispaccio per il

dottore (_con un ghignetto ironico_) donna Fanny lo avrà saputo subito

e si è data una gran premura di scriverti!

Così dicendo egli guarda, fissa sua moglie, che continua a piangere,

a singhiozzare, col volto tutto nascosto dai bei capelli, e pensando

che donna Fanny si è affrettata a mandare quella notizia ad Emma, per

cattiveria, per vendicarsi, per la gioia di dare una ferita al cuore

della sua giovane rivale, prova un senso di dispetto, un miscuglio di

gelosia strana, cupida, bramosa e astiosa, un impeto di passione e di

padronanza brutale per quella donna che gli appartiene, che è sua,

e che piange, che smania, che si dispera per un altro!... Per quel

Borghetti, per quel cugino, che l'ha tanto amata, tanto desiderata; che

l'ama e la desidera tanto da ammalarsi forse per questo e forse... da

lasciarci la vita.

EMMA. E a te? Dì'?... Dì? Ma dì? Anche per te, non è un gran colpo? un

gran dolore?

GIORDANO. Certamente, ma... copriti. Prenderai freddo.

EMMA. Mi alzo, mi alzo! Voglio correre io stessa a telegrafare alla

mamma, a Fanny, al dottore..

GIORDANO. Basta al dottore.

Emma. Anche alla Fanny, per sapere l'indirizzo del dottore,

dell'albergo, a Villach.

GIORDANO (_vivamente_) Basta telegrafare al dottore, ho detto, a

Milano, a casa sua, coll'ordine di far seguire.

EMMA. Sì! Sì! Ma anche alla mamma, anche alla Fanny per sapere...

GIORDANO (_arrabbiandosi: pestando un piede con forza_) Ho detto di no!

Basta al dottore! Finiamola colle esagerazioni, viva Dio! Si fa presto

a far ridere la gente!

— Che importa della gente quando si tratta di Carlo?

— Importa, invece, perchè si tratta anche di te e di me! Ti ho dato il

mio nome.

— Ma non parlarmi del nome, della gente, sempre delle convenienze,

nient'altro che le ipocrite, stupide convenienze, anche quando Carlo

sta per morire!

— Si direbbe quasi che questo signor Borghetti...

EMMA. (_sdegnata_) Questo signor Borghetti? Lo chiami adesso il signor

Borghetti? Ma ciò è indegno di te! — Questo signor Borghetti? Ma io non

ti riconosco più!

GIORDANO (_pallido, minaccioso_) Silenzio! Finiscila! Finiscila di

piangere, di gridare... di frignare! Siamo in un albergo! Tutti possono

sentire!

EMMA (_quasi impaurita, fissandolo con gli occhi smarriti, stringendosi

la gola colle mani per soffocare i singhiozzi: balbettando_) Ma tu...

non sai... non sai tutto, povero Carlo! Non conosci tutto il suo

cuore, la sua anima, non sai quanta bontà, quanta generosità, quanta

abnegazione... E forse adesso, in questo momento muore, sta per morire

lontano, solo... (_con un grido disperato, buttandosi riversa sui

guanciali e scoppiando in un pianto dirotto_). E sono stata io! Per me!

Sarò stata io!

GIORDANO (_si avvicina, si siede sul letto accanto ad Emma distesa,

bocconi: Emma continua a sussultare per l'urto dei singhiozzi: egli

la fissa a lungo, le solleva tutti i capelli per scoprirle un po' la

faccia: fa per rialzarla_) Voltati! Guardami! _Sono stata io_, hai

detto? Cioè! — Su! Voltati! Guardami! E spiegati! — Che lui fosse

innamorato, lo avevo capito, indovinato, e si sapeva da tutti. Ma tu...

Ma che te lo avesse detto, confessato, questo no. E vorrei sapere, ho

diritto di sapere fino a che punto siete arrivati.

EMMA (_si volta, si alza d'un balzo, allontanandolo colle due braccia_)

Va via.

GIORDANO (_con violenza_) Dunque? Rispondi! Si risponde!

EMMA. Io?... (_Lo fissa a sua volta: tutta la massa dei capelli le

ricade sulla faccia: essa scuote la testa per cacciarli indietro,

poi li prende, li solleva colle due mani e li annoda fermandoli sulla

nuca_).

GIORDANO. Rispondi?

EMMA (_prorompendo_) Io? Io no; tu, tu, sei tu che devi spiegare le tue

parole... cattive!

GIORDANO (_con un leggero sogghigno_) So io: zii e cugini... Siete così

facili a prendervi certe confidenze, in casa vostra!

EMMA (_indignata: con profonda amarezza_) Oh! Oh! Hai detto? Che cosa

hai detto? Dio, Dio, fino a che punto! Fino a questo punto! Giordano...

Nino, il mio Nino! Io che ti credevo così buono! Che hai? Che hai? Non

è più nemmeno la tua faccia! Non è più la tua faccia! (_prorompendo_)

Sì! Carlo! Il povero Carlo, ha confessato di amarmi! Me l'ha detto!

Quella sera stessa! Dopo di te! Poi non mi ha più detto una parola.

Più, più; mai più! Veniva di rado in casa nostra; quasi mai. Era sempre

via da Milano. Solo quando ha saputo che io avevo tanti dispiaceri, che

io soffrivo, è tornato. E quando mi sono ammalata, mi ha domandato se —

essendo ormai un fratello, nient'altro che un fratello — avrebbe potuto

fare qualche cosa per me. Ed io, capisci, io stessa, nell'egoismo

cieco, spietato del mio amore, della mia esaltazione, io che non vedevo

che te, che non sospiravo altro che te, pur di poterti scrivere e di

poter sapere qualche cosa, di poter avere una notizia, una parola tua,

ho avuto l'ardire, la sfacciataggine di consegnargli le mie lettere per

te! L'ho visto diventar bianco, allibire, tremare... pure — ero pazza!

— al suo amore, al suo cuore, alla sua gelosia, alla sua dignità, al

suo strazio non ci ho nemmeno pensato. Te, sempre te, soltanto te, sino

alla testardaggine, sino alla cattiveria! Ecco, questo è il punto a

cui siamo arrivati! (_coprendosi la faccia con un senso di orrore_) E

tu!... Oh! Oh!... Non ti voglio più bene; non ti amo più. Va via!

GIORDANO. Basta, adesso... calmati. (_Continua a fissarla con gli

occhi lucenti: ha un leggero tremito nelle mani, nelle labbra: le

guance accese_) Capirai, anch'io vedendoti così in disperazione per tuo

cugino...

EMMA (_con un nuovo scoppio di collera_) E te l'ho scritto, anche,

nelle mie lettere. Le avrai ancora le mie lettere, spero? Leggile.

In una te lo devo aver detto, o fatto capire, che il povero Carlo mi

amava. E quando io, quella prima sera, dopo essere stata con te sul

terrazzo, gli ho risposto che «ormai era troppo tardi», che io ne amavo

un altro — te — mi ha risposto colla disperazione negli occhi e colle

lacrime in gola, che c'era stato, fra voi due, qualche parola, qualche

malinteso, e che voleva venire a cercarti, per domandarti scusa. E in

quella stessa sera, in quello stesso momento, sotto i miei occhi, ti

ha domandato scusa. Ecco a che punto, fino a che punto siamo arrivati,

io e Carlo. Adesso lo sai. Cioè lui no, forse. Lui è andato molto più

innanzi di me. Fino al punto, povero Carlo, di ammalarsi, di morirne!

GIORDANO. Calmati, adesso basta! (_Baciandole i capelli, le mani,

cercando di abbracciarla: sollevandola_) Perdonami. (_Colla voce sempre

più alterata_) Facciamo la pace.

— Va via. No.

— Se ho avuto un impeto di gelosia ingiusta, irragionevole, è stato

perchè ti amo tanto.... sei tanto bella.... bellissima...

— Va via! Va via! No.

GIORDANO (_irritato: con un riso sinistro_). È per Carlo? Mi mandi via

per Carlo?

EMMA. Sì, sì, per Carlo! Per Carlo! Ma come sei tu?... Che uomo

sei? Che cuore, che anima, che amore è il tuo? (_d'un tratto,

all'improvviso, allunga il braccio: suona due volte il campanello

accanto il capezzale: Giordano si allontana, dispettoso, con un'alzata

di spalle_) Dirai alla cameriera dell'albergo che mi mandi subito la

Carolina. Tu hai da fare oggi. Lavora pure; non pensare a me. Mi vesto

in fretta; vado a telegrafare alla mamma e al dottore, poi vado in

chiesa.

L'idolo · 第 64 / 90 题