A Bologna:
Giordano Mari ed Emma sono appena tornati all'albergo, dopo la
conferenza sui _Precursori della Rivoluzione_. Sono soli, nel loro
salottino particolare. Carolina, la cameriera di Emma, è andata
nell'altra stanza a preparare tutto l'occorrente per l'abbigliamento;
il conferenziere e sua moglie, i nipoti di S. E. il ministro
dell'istruzione pubblica, sono invitati a pranzo dal prefetto.
GIORDANO MARI (_lasciandosi cadere di peso sul canapè, affranto
dall'emozione del grande successo_) Che entusiasmo! Perfino sulle
scale! Nel cortile! Sul portone! Un vero delirio! Che bravi giovani!
L'ho sempre detto! Nei giovani c'è molto da sperare! (_Asciugandosi il
sudore_) Mi hanno quasi commosso. E sì, che dovrei esserci abituato.
EMMA (_un po' incerta: un po' titubante: poi, finalmente,
arrischiandosi_) Ma... è stata ancora la tua conferenza... di Milano.
— Quasi; press'a poco. Nella seconda parte, per altro, ho detto molte
cose nuove. (_Con grande sicurezza_) Te ne sei accorta?
EMMA (_lo guarda, rimane convinta e risponde di sì. Poi, dopo un
momento — Carolina è sempre nell'altra stanza — corre a sedersi sulle
ginocchia del trionfatore, buttandogli le braccia al collo_). Come
parli bene! la tua voce è una musica, un vero incanto! E come sei
bello, tu solo, in alto, in mezzo alla folla muta, estatica! Io ti
adoro! E come mi piaci quando fai dell'ironia; quando ridi parlando.
Ridi. Ti prego, ti prego: ridi.
L'altro ride, ed Emma, finalmente, gli dà quel bacio che le era rimasto
sulle labbra per tutta l'ora della conferenza.
GIORDANO. Se non si cambia vita, figliuola mia, sarà un affar serio.
EMMA (_arrabbiandosi_) Hai promesso di non dirmi più _figliuola mia_.
Non mi piace. Mi è antipaticissimo!
GIORDANO. Vorrei soltanto persuaderti che se, per la conferenza mi
son valso, in parte, del materiale di quella di Milano, ciò dipende
dal fatto che non mi dai il tempo di studiare, di raccogliermi, di
coordinare i fatti, le idee, gli appunti presi. Insomma, per parlare
un'ora al pubblico bisogna avere la mente preparata, ben nutrita di
argomenti e sopra tutto riposata.
Emma lo guarda, e risponde: «Verissimo», ma come un'eco. Si ricorda
del loro primo colloquio in via San Paolo: «... Come parlo per un'ora,
potrei parlare per due, per tre, per un giorno di seguito; le mie non
sono conferenze: io parlo soltanto perchè ho qualche cosa da dire».
Fosse vero? Fosse proprio stata lei, all'Argentera, a fargli perdere
la freschezza della mente, l'agilità del pensiero, a intorpidirlo
nell'ozio? Che rimorso sarebbe questo per lei! Che gran rimorso!
GIORDANO. A che pensi, carina?
EMMA. A Napoli. Per Napoli, preparerai una bella conferenza tutta nuova?
GIORDANO (_subito: pigliando la palla al balzo_) Ma... secondo.
Bisognerebbe indurci a compiere un ben penoso sacrificio.
— Lo farò! Lo farò!
— Tu dovresti ritornare a Milano, dalla mamma, ad aspettarmi.
EMMA (_spaventata_) Ritornare a Milano?.. Sola?
GIORDANO. Diversamente, con te vicino, mi conosco. (_Abbracciandola
teneramente_) Tutti i più bei proponimenti sfumano.
EMMA (_disperata_) Senza te? Senza te? Ma Nino, Nino mio, come potrei
vivere un giorno, soltanto un giorno, senza di te? Ma ti par possibile?
Lo credi possibile? Piuttosto ripeti la conferenza di Milano anche
a Napoli!... Napoli, come studii, come centro letterario, non è più
importante di Bologna.
GIORDANO (_tanto per cominciare a mettere i piedi innanzi_) E poi?
Quando saremo a Roma?
EMMA (_agitata, impressionata, inquieta_) A Roma? A Roma?...
— Alla Palombella. Lo zio mi ha scritto che c'è già un'aspettazione
vivissima.
— Ma per Roma c'è tempo! Sì! Sì! Sì!... Per Roma, preparerai la seconda
parte del tuo ciclo; una conferenza nuova, bella, la più bella di
tutte! Me lo devi promettere. Prometti?
GIORDANO (_sorridendo con molta diplomazia_) Io, per me, te lo
prometto. Ma... Sai bene. Non dipende solo da me.
A Napoli:
A Napoli, prima ancora del conferenziere, ottiene un trionfale successo
sua moglie, la nipote del ministro Albertoni, la ricchissima signora
milanese: — Una Dionisy!
Giordano ed Emma sono arrivati a Napoli di lunedì; ma la conferenza non
sarà tenuta, alla Filarmonica, altro che la domenica dopo. Emma non è
mai stata a Napoli; per questo, gli sposi hanno anticipato di alcuni
giorni il loro arrivo.
L'espansiva cordialità meridionale si è rivolta, spontaneamente, alla
giovine signora, così bella e così elegante; così gentile, amabile,
briosa. Fra il gran codazzo della gente seria, che circonda l'illustre
pensatore per via dello zio Eccellenza — professori, artisti, letterati
di carriera; qualche vecchio tarlo della burocrazia, qualche giovane
postulante, con una raccomandazione da fare, od una parola da far dire,
una croce od una commenda da ricordare, un posto od un avanzamento
da ottenere — e fra la schiera giocondamente disinteressata degli
«elegantissimi», pieni di quattrini, di spirito e di titoli risonanti,
che fanno la corte alla moglie — si è formata attorno ai coniugi
Mari una folla, una vera folla, solo intenta ed instancabile nel
festeggiarli, nel rendere loro ancor più gradita, più splendida e più
simpatica la proverbiale ospitalità napoletana.
Si aspetta con ansietà rumorosamente cortese la conferenza alla
Filarmonica; ma intanto tutti corrono affaccendati vicino ad Emma,
smaniano e perdon la testa per lei, la donna «ideale», la «soavissima»,
la «splendida milanese», la «magnifica lombarda», «la divina»,
l'«incantatrice».
Ed Emma? Emma è felicissima; è un sole raggiante. Essa vede che tutto
ciò lusinga l'amor proprio di Giordano; che tutto ciò lo rende più
allegro e più amoroso, ed è lieta del suo trionfo, è contenta di
piacere perchè così sente, capisce di piacere molto di più anche a suo
marito.
Egli infatti la guarda, sorridendole, con intimo compiacimento, come
scoprendo in lei nuove bellezze, come se si accorgesse adesso, per la
prima volta, che sua moglie è bella assai.
All'Argentera erano soli; a Milano, Emma vi era nata, vi era cresciuta;
che fosse bella non era mai stata una novità per nessuno, nessuno
quasi ci badava, e però aveva finito col non badarci, o quasi, anche
suo marito. E, come prima, donna Fanny avrebbe perduto per lui tutto
il piccante della buona avventura e non sarebbe stata altro che una
faticosa servitù senza le feroci gelosie di Guido Bardi; così adesso,
quando egli rientra la sera all'_Hôtel des Étrangers_, e il tedesco
di guardia chiude la porta in faccia a tutta quella folla desolata
ed invidiosa degli adoratori di sua moglie, egli sente il bisogno di
stringere più forte il braccio di Emma e di dirle con passione: Sei
mia, tutta mia, soltanto mia.
E poi all'Argentera, in quelle ultime settimane, faceva freddo... e a
Napoli continua a far caldo; all'Argentera era inverno e a Napoli una
perpetua primavera; all'Argentera pioveva e a Napoli brilla il sole;
all'Argentera c'era il Monterosa che intirizziva le gambe e a Napoli il
mare e lo scoglio di Frisio che invitavano a cantare «Santa Lucia...».
E poi... Giordano Mari le pensava tutte. Non sarebbe stato bene
prepararsi la scusa di Napoli per il caso che a Roma non fosse stato in
grado per la seconda conferenza del famoso ciclo? Già, era più per Emma
che gli premeva, non per il pubblico. Lo conosceva bene il pubblico
delle conferenze: beve grosso. Basta parlar forte e non fermarsi
mai... Quelli che stanno a sentire non sanno fare altrettanto... e,
maravigliati, battono le mani.
Ma a Napoli, proprio a Napoli, gli succede per la prima volta di
confondersi, di incespicare: ad un dato punto deve fermarsi. Il
periodo gli sfugge ed egli rimane a bocca aperta, colla sua mente,
colla sua memoria smarrite dinanzi al vuoto. È il balbettamento,
l'ingarbugliamento d'un attimo; salta tutto Diderot, si riprende con
Rousseau, e la conferenza finisce con un'imponente ovazione... venti
minuti prima.
Nessuno, meno Emma, se n'è accorto; ma Giordano ne rimane assai
impressionato, tanto più che la sonnolenza, sparita appena a Napoli,
gli ricomincia, improvvisamente, più grave, come un affanno, come una
pena, e il dolorino della nuca, rode, rode, continua a rodere.
GIORDANO (_ad Emma: l'ultima sera che restano a Napoli: invece di
tenersela a braccetto, la lascia andar avanti sullo scalone dell_'Hôtel
des Étrangers_ e le tien dietro, faticosamente, appoggiandosi,
tirandosi su per la ringhiera_) A me quest'aria calda del mare, questo
continuo scirocco dà maledettamente alle gambe. E a te?... No?
EMMA (_voltandosi in alto, sulla scala: tutta illuminata dalla luce
elettrica, bella come la salute, la giovinezza e l'amore_.) No. Io
mi sento benissimo! Mi piace tanto Napoli! (_Sorridendo a suo marito
che si è fermato sulla scala, qualche gradino più giù, per tirare il
fiato_) «Oh dolce Napoli... Oh suol beato!»
GIORDANO (_brontolando_) Ed io non vedo l'ora di essere a Roma.
Il giorno dopo, alle due, alla partenza del diretto per la capitale,
tutta la corte di Emma e di Giordano Mari si trova alla stazione, sotto
la tettoia, per i saluti. Gli adoratori di Emma le hanno riempito
il _coupé_ di fiori; gli ammiratori dell'illustre conferenziere gli
hanno gonfiato le tasche a furia di giornali colle recensioni, le
note, i dispacci che riportano il grande successo dei _Precursori_
alla Filarmonica. Giordano Mari vuol darsi l'aria di non leggere i
fogli politici altro che per avere le notizie d'Africa, ma invece ne
è ghiotto, smanioso. Li scorre tutti colla speranza, coll'ansia di
trovarvi il suo nome; e gli articoli più favorevoli se li fa leggere ad
alta voce da Emma.
_Un giovane «novelliere e pubblicista» che si è già raccomandato per
un posto di professore, anche straordinario, alle scuole tecniche: gli
si avvicina presso il predellino del vagone con aria di mistero:_ Una
parola. Scusate, commendatore.
GIORDANO (_gli sfugge un primo moto di noia, ma poi, dissimulando,
scende dal predellino e lo piglia affettuosamente sotto braccio per
sentire_).
_Quell'altro_ (_sempre più misterioso_) Voi, con Pietro Schiavino ci
avete del rancore?
— Pietro Schiavino? Chi è?
— Il direttore del _Popolo_.
Mentre Emma faceva la sua toeletta la mattina o si abbigliava la sera
per il pranzo, senza dir niente nè a lei nè a nessuno, Giordano Mari
aveva fatto la sua brava visita a tutte le redazioni dei giornali; però
egli domanda assai meravigliato:
— Come, c'è un giornale che si chiama il _Popolo_ a Napoli?
— No; è un giornale di Roma; un giornale radicale.
GIORDANO MARI (_con aria olimpica, stringendo sprezzantemente le
labbra, ma col cuore che gli batte forte_) Io non mi occupo affatto di
giornali; non ho tempo. Bisogna che me li mandino e che qualcuno me li
faccia vedere.
— Pietro Schiavino è assai popolare a Roma, e il _Popolo_, quantunque
ai suoi primi numeri, ha una bella diffusione.
— Che cosa dice di me?
— È un attacco sanguinoso. Si capisce che si sta preparando una guerra
a coltello contro di voi. Forse perchè siete nipote di Sua Eccellenza.
— GIORDANO MARI (_con la voce alterata_) Già; questo zio ministro è un
bel regalo di mia moglie!
— Io vi sono amico dichiarato, e mi vanto un grande ammiratore vostro
anche in mezzo ai vostri nemici.
— Nemici? Io non credo di averne.
_Quell'altro_ (_cupo, e più sottovoce: come fosse per svelare una
congiura_) Moltissimi. Ma voi non dovete temere. Non ci dovete manco
pensare. Siete tanto forte, voi! Tanto grande! — E accettate un mio
consiglio. Vi accorgerete presto che io vi voglio bene veramente: più
assai di tutti costoro! (_accennando alla folla che circonda Emma_)
Più assai! (_Dandogli il_ Popolo _col titolo piegato, nascosto_) Non lo
dovete leggere questo giornale, lo dovete stracciare! E, sopra tutto,
state bene attento che qualcuno di questi falsi amici vostri non lo
faccia leggere a donna Emma.
... Il treno, finalmente, si muove, parte: tutti salutano alzando
i cappelli, sventolando i fazzoletti, e gridando: «Arrivederci!
Arrivederci!» — L'espansione di quest'ultimo addio è straordinaria.
EMMA (_dopo essere rimasta un pezzo col capo fuori del finestrino,
rientra ancora tutta rossa, tutta commossa e comincia a levarsi il
cappellino_).
GIORDANO (_si è già accomodato, rincantucciato nell'angolo opposto, col
pensiero fisso, inquieto, nel numero del Popolo che ha in saccoccia e
che brucia di leggere; ma non si arrischia per timore di Emma_).
EMMA (_con entusiasmo pei suoi napoletani_) Quanto sono buoni! E come
ti vogliono bene!
— Anche a te, mi pare.
— Torneremo a Napoli? Mi ricondurrai a Napoli, non è vero?
— Torneremo; ma, intanto, se alzi il vetro del finestrino, mi fai
piacere. In questo maledetto paese, non si sa mai se fa caldo, se fa
freddo, quando è estate, quando è inverno: fa un po' di tutto tutti i
giorni.
EMMA (_correndo a sedersi sulle sue ginocchia_) Non essere cattivo
colla mia Napoli! L'amo tanto! (_Cantando sottovoce e baciandolo sui
capelli_) «Napoli! Napoli!... Oh dolce Napoli!»
— Dovresti fare una cosa.
— Che cosa, Nino?
— Dovresti prenderti un angolo tutto per te sola; così si sarebbe in
due a stare più comodi.
Emma si alza e si allontana mortificata, senza dire una parola.
GIORDANO (_premendosi la nuca_) Ho il mio solito mal di capo. La
conferenza di ieri mi ha stancato assai. Scusami.
Silenzio. Giordano Mari, mettendosi la berrettina da viaggio, lancia
un'occhiata a sua moglie: Emma, seduta immobile, al suo posto, guarda
ostinatamente dal finestrino. Giordano pensa che quello è forse il
momento opportuno per leggere il _Popolo_. Forte:
— Emma! (_chiamandola_) Emma! Vuoi leggere qualche giornale?
EMMA (_alzandosi e correndo accanto a suo marito con una gran voglia di
far la pace_) Parlano della tua conferenza?
— Sì, prendi; il _Mattino_, il _Corriere di Napoli_, il _Don Marzio_,
il _Fortunio_.
— Leggo io?... Ad alta voce.
— No, ti prego! Ne ho abbastanza di conferenze, di giornali, di
articoli. Dicono sempre le stesse cose! Non ne posso più! Lasciami
un momento tranquillo, te ne prego! (_Premendosi la nuca_) Sai bene,
quando ho il mio dolore nevralgico, se posso chiudere gli occhi un
momentino, anche senza dormire, mi passa subito.
EMMA (_alzandosi lentamente, svogliatamente_) Allora, se mi prometti
proprio che passerà... me ne vado coi miei giornali. Addio.
— Addio.
— Salutami... almeno. (_Gli stende la mano_).
GIORDANO (_baciandogliela per far più presto_). Ciao.
EMMA (_cantando_ «Oh dolce Napoli!» _va al suo posto. È inquieta: ci
sono le mosche e il sole che le dànno noia; poi si alza di nuovo perchè
la tendina del finestrino non vuol calare; si arrabbia, soffia, sbuffa,
pesta i piedi. Finalmente torna a sedersi, apre un giornale e cerca
l'articolo_). Nel _Don Marzio_ non c'è niente?
— Sì, in terza pagina!
EMMA (_che ha un prepotente bisogno di muoversi e di parlare_) In terza
pagina! (_Volta e rivolta tutto il giornale_) Dov'è la terza pagina?
— Prima della quarta.
EMMA. Ecco! ecco! _Conferenze e Conferenzieri._ (_Comincia a leggere ad
alta voce_) «Giordano Mari, il più efficace, il più colorito e certo
il più impressionante dei nostri oratori, il prosatore illustre, il
filosofo critico della storia e della... »
GIORDANO (_interrompendola per farla tacere_) Sst!.. Emma... Emma... Ti
prego.
Emma continua a leggere, ma a bassa voce: Giordano, piano piano, si
leva il _Popolo_ di tasca, lo apre e trova subito l'articolo. È un
assassinio, addirittura. È un attacco fierissimo, sanguinoso; una
demolizione spietata, completa. Giordano Mari è fatto a pezzi, a brani,
senza pietà, senza misericordia, come conferenziere, come scrittore,
come storico, come critico, come erudito, come uomo. E nemmeno gli vien
risparmiato il ridicolo: è chiamato «il _Gigione_ dell'eloquenza»,
il «rigattiere della filosofia e della critica». Sono citati autori
da lui «saccheggiati» per la sua conferenza, le intiere pagine del
Michelet, del Fouillée, del Taine, sopra tutto del Taine — oh quel
Taine... Giordano Mari finisce coll'odiarlo. — E l'articolo, poi, così
conclude: «Altro che _assimilazione_! altro che _plagio_! Un ladro!
Un vero ladro! Un ladro sfacciato fino all'incoscienza e imprudente
fino alla stupidaggine!... E questo enorme _kakatoa_ predicatore,
questo fanfarone della sincerità, è tutto falso. Falso come scrittore
e falso come artista; falso come filosofo e falso come critico; in una
cosa sola è tutto vero, è tutto lui: nell'essere il mantenuto di sua
moglie».
Giordano Mari diventa pallido, verde. Prima lo piglia uno sgomento
strano; gli sembra che tutto il mondo debba aver letto quell'articolo,
che tutti debbano saperlo a memoria, e quasi quasi non vorrebbe mai
arrivare alla stazione di Roma per paura d'esservi fischiato. Poi
quest'impressione si dilegua, a mano a mano gli subentra la stizza,
la collera contro quello scriba spropositato, contro quel volgare
diffamatore.
EMMA (_intanto ha letto tutti i suoi giornali: si volta e lo guarda_)
Ho finito.
Giordano, per il rumore del treno, e sempre assorto nella lettura
del _Popolo_, non sente, non risponde. Emma allora gli si avvicina,
allungandosi sui cuscini del sedile e cerca di leggere il titolo del
giornale:
— _Il Pop... il Poppolo!_
L'altro si scuote, dà un balzo e piega subito il giornale.
EMMA. Lasciami vedere anche il _Popolo_. Che cosa dice della conferenza?
GIORDANO. Niente. Ancora non ne parla. È il numero d'ieri.
EMMA (_ostinandosi più per chiasso che per altro_) Lasciami vedere.
GIORDANO. È un numero vecchio, ti ripeto.
EMMA (_tentando di strappargli il giornale di mano_) Voglio vedere.
GIORDANO. No: è un capriccio!
EMMA. Voglio! Voglio! Voglio! (_Afferra il_ Popolo, _l'altro lo tira
con forza, il giornale si rompe_) Oh, scusa!
GIORDANO (_gridando forte_) _Voglio_ è una parola che non mi
accomoda!... Ricordalo bene!
EMMA (_spaventata_) Scusa! Ti domando scusa!
GIORDANO (_strappa il pezzo del giornale che Emma, attonita,
smarrita, tiene ancora fra le mani, lo straccia col resto e lo
butta dal finestrino_) E questo ti serva di lezione! (_A mano a mano
arrabbiandosi sempre di più e sfogando con Emma la sua ira, la sua
collera contro Pietro Schiavino_) E dovresti aver capito una buona
volta che ormai sono stufo, stufo, stufo!
EMMA (_gli occhi pieni di lacrime, le mani giunte, tremando,
balbettando_) Scusa... scusa, ti domando scusa.
GIORDANO. Sono stufo di smorfie, di leziosaggini; di trovarmi tra i
piedi una bambola, una _bébé_! Hai passato i vent'anni, sei una donna,
viva Dio!... Finiscila di essere ridicola!
EMMA (_scoppiando in lacrime_) Scusa... scusa... ti domando scusa!
Il treno arriva a Teano: si ferma un momento, poi riparte subito.
Giordano Mari intanto si è calmato: guarda Emma, che continua a
piangere: è pentito, è dolente, le stende la mano:
— Facciamo la pace?...
EMMA (_balbettando più forte, perchè si sforza per trattenere le
lacrime_) Scusami... tanto... tanto.
GIORDANO. Ma no, cara; anzi, sono io che ho avuto torto. Ho avuto uno
dei miei impeti nervosi. Ti prego, se mi vuoi bene, non piangere più.
Vieni invece a darmi un bacio.
Emma corre, ma quando si sente stretta fra le braccia di suo marito ha
un altro scoppio di lacrime.
GIORDANO (_accarezzandola, baciandole i capelli_) Perdonami; sono io
che ti domando perdono. La colpa di tutto è che tu... sei tanto più
giovane di me. Io, per altro, sotto questo punto, non ho rimorsi.
Te l'ho detto... a suo tempo. Non sto bene: mi sento nervoso; la
conferenza di ieri mi ha stancato molto; per questo sono facilmente
irritabile, irascibile. Ma poi mi passa subito, e finisce sempre che
chi ne soffre di più sono io. Asciugati le lacrime, adesso; ridi; così;
brava! Se lo zio, si sa mai, ci fosse venuto incontro e ti trovasse
cogli occhi rossi, chissà che cosa mai potrebbe credere. Mi vuoi bene?
— Sì.
— Ancora come prima?
— Sì.
— Non hai bisogno di niente? (_Indicandole una piccola valigietta nella
reticella_) Vuoi una menta? Un cioccolatino?
— No.
— Un grano di zucchero, immollato in un dito di cognac?
— No, grazie.
Un altro momento di silenzio, poi un grosso sospiro di Giordano che
finisce in uno sbadiglio.
— A Roma, avrò molto da fare. Aspetterò magari anche un paio di
settimane; ma darò la seconda conferenza del mio ciclo. Il difficile
sta nel ricominciare. Ho lavorato tanto, e avrei bisogno, adesso, lo
sento... (_Un altro mezzo sbadiglio_) di riposarmi un paio di mesi;
anche tutto l'inverno. Non sai quanto mi è costato l'_Ambrogio_?...
E il lavoro logora... esaurisce. (_Emma gli ha posato la testina sul
petto: Giordano resta troppo incomodo per dormire_) Non si arriva a
Roma che alle otto. Non ti senti voglia di riposare una mezz'oretta?
EMMA. Riposo qui.
GIORDANO. Ma qui, cara, non sei comoda. Aspetta... (_Tirandola su;
sorridendo_) Aspetta e lasciami fare. Vedrai come starai bene. Farai
una dormitina deliziosa. Così. Poi, a Roma, non sarai stanca. Andremo
fuori a pranzare, a passeggiare. (_Mentre parla, ha quasi portato
Emma in un angolo del vagone. L'ha distesa sul sedile: le ha messo un
piccolo cuscino sotto la testa: poi torna al suo posto, si accomoda,
distende le gambe e subito si addormenta: dopo un momento gli cade
la testa sul petto e comincia a russare colla bocca storta, la faccia
stanca, livida_).
Emma, coi grandi occhi spalancati, lo guarda senza muoversi; le par
d'essere sola sola in quel vagone che corre traballando, attraversando
paesi a lei sconosciuti, così melanconici e foschi, in quell'ora del
tramonto.