IL PRINCIPIO DELLA FINE DELLA LUNA DI MIELE.

Il commendatore professor Giordano Mari (anche professore, perchè già

prima del matrimonio aveva ottenuta la libera docenza all'Università

di Bologna per un corso sulle _Origini dei Comuni_ italiani), il

commendatore professor Giordano Mari ha immaginato e proposto uno

straordinario viaggio di nozze a Parigi, a Bruxelles, in Norvegia,

illustrato colle visite al Lemaître; al Brunetière della _Revue des

Deux Mondes_; allo storico Boissier; ai filosofi critici Faguet e De

Roberty: poi al Brandes, allo Strindberg, all'Ibsen, e, naturalmente,

al Björnson. Ma invece Emma, la timida e innamorata Emma, spaventata

dall'idea degli alberghi, della gente, del rumore, ha ottenuto di

passare il primo mese all'Argentera, la villa nel Varesotto, ch'essa ha

ereditato da uno zio materno e che gode tutte le sue predilezioni, per

esser quasi nascosta in una solitaria e fresca vallettina, in mezzo ad

un magnifico bosco di quercie e di castagni.

Emma, subito, non ha osato dire apertamente che quel primo mese,

almeno, avrebbe voluto passarlo nella tranquillità remota, nel gran

silenzio della verzura folta, appena interrotto dal canto dell'usignolo

e dal mormorìo delle acque correnti. Essa ha bensì ascoltato estatica

la descrizione del viaggio interessantissimo e l'elenco di tutte le

meraviglie e di tutti gli illustri da visitare, ma poi, sul punto di

dover incominciare i preparativi, tremando un pochino, ed arrossendo

molto, ha fatto indovinare al suo signore e padrone quel suo immenso

desiderio; e il suo signore e padrone esita, riflette, si commuove e

concede la grazia.

Nel cuore di Emma è sempre più viva e più profonda l'adorazione per il

suo idolo. È una adorazione tutta poesia, tutto abbandono, timorosa

quasi, tanto la bella fanciulla si sente piccina davanti a quel Dio

gigante!

E Giordano Mari, dopo che Emma è stata gravemente ammalata per le

contrarietà, le angoscie, il timore di perderlo, dopo che è guarita

solo per miracolo d'amore, perchè ormai tutte le opposizioni sono

state vinte, ogni ostacolo rimosso, Giordano Mari comincia ad assumere

verso quella bimba innamorata un certo tono olimpico di salvatore,

di protettore... e di despota. Egli si lascia adorare nella pomposa

maestà del suo io magnifico, tutto lustro e profumato, tutto nuovo

e fiammante, sempre nel lungo abito nero dalle falde svolazzanti. Si

lascia adorare come l'Altissimo, dettando leggi e concedendo grazie.

I Dionisy, prima furenti contro di lui, poi rassegnati ad accettarlo,

avevano finito col dover pregare, inviando messaggi e suppliche. Era

lui, Giordano Mari, che adesso diceva di no. Per la propria dignità,

per gli scrupoli della propria coscienza, pure protestandosi innamorato

della ragazza, voleva partire, andare in America, non farsi vedere

mai più. Insomma, non poteva, non voleva assolutamente accettare,

concludere un matrimonio, che per la distanza delle due famiglie, per

la ricchezza della moglie, lo avviliva nella sua fierezza d'uomo, nella

sua delicatezza forse eccessiva, forse anche troppo sospettosa.

Il buon dottore scrive per incarico della famiglia; poi fa una corsa a

Genova dove il Mari si è recato, e i più temono per imbarcarsi:

— Insomma — vero? — data, diremo, l'urgenza delle circostanze

sempre più critiche, bisogna mettere da parte e in certo qual

modo sacrificare, o modificare, un eccessivo amor proprio, quando

ne consegue la felicità, e più specialmente la salute, già ormai

compromessa, di una persona giovane, buona e che merita tutti riguardi,

sicuro, tutti i sacrifici, oltre alle maggiori attenzioni (_pausa:

sospiro_), e verso la quale si dice e si protesta di nutrire, appunto,

certi sentimenti di... di devozione ed anche — vero? — di affezione.

Giordano Mari sospira profondamente, commuove il buon dottore

asciugandosi una furtiva lacrima, ripete di essere innamorato,

perdutamente innamorato della signorina Emma... e impone molte

condizioni che, ad una ad una, vengono poi tutte accettate. Sono,

invero, condizioni, come quella, per esempio, di ottenere una cattedra

per potersi mantener indipendente in faccia alla moglie troppo

ricca e di una gran famiglia, che potrebbero essere interpretate

in due diversi modi: come esagerazione del punto d'onore, od anche,

in fondo, come egoismo bello e buono; come furberia per mettersi a

posto; come orgoglio, ambizione, interesse e vanità personale. Ma,

adesso, per Giordano Mari spira l'aura favorevole. Se prima era di

moda ingiuriarlo, calunniarlo, vilipenderlo, adesso, invece, è di moda

l'esaltarlo. Qualunque cosa faccia o dica Giordano Mari, è tacitamente

convenuto che dev'essere una gran bella cosa. Tutti i suoi sentimenti

sono nobili, i pensieri delicati, le azioni da perfetto gentiluomo. La

D'Arborio gli ha mandato all'albergo un suo manoscritto da leggere; al

Club lo consultano sulla biblioteca e gli domandano, in confidenza, il

valore, vero, delle pièces dell'Ibsen; la marchesa Gonzales lo invita

a pranzo ogni giovedì, e donna Fanny, che è ritornata amicissima di

Emma ed ha imposto a Guido Bardi «che non si parli più del Taine!», lo

invita, invece, tutte le domeniche, con sua suocera e coll'onorevole.

Nella famiglia Dionisy, ormai, è tutto un entusiasmo per Giordano Mari;

entusiasmo accresciuto per l'odio ancora dissimulato, ma accanito,

esistente fra i Dionisy e i Sebastiani. Il cavalier Venceslao non può

più suonare un pezzo della Traviata senza farlo sentire al suo futuro

genero; la signora Letizia gli confida, tra i profumi, le caramelle

e i misteriosi allettamenti, nel suo angolo buio, le illusioni e le

delusioni di una salute troppo gracile e di un cuore troppo sensibile;

e il buon dottore, che, per amore di Emma, lo veglierebbe anche di

notte, pur di risparmiargli un po' d'infreddatura, sta studiando

e dosando apposta, per il suo stomaco e la sua voce, un nuovo vino

chinato, da bersi prima delle conferenze.

Un altro, invece, per amore di Emma, Carlo Borghetti, è andato a fare

un giro in Germania. Ha provato, ma non ha potuto resistere a rimanere

in quei giorni a Milano. È partito; è fuggito! Ritornerà... chi sa

quando... E intanto, anche Carlo Borghetti, che, una volta lontano da

Emma, sente il bisogno di avvicinarsele, continua a scrivere a Giordano

Mari, mandandogli appunti, note, aggiunte, correzioni per l'_Ambrogio

vescovo_.

Emma... Emma sola non s'è mutata. Essa lo adorava prima, il suo idolo,

quand'era così mal giudicato; lo adora adesso che tutti gli rendono

giustizia, e si abbandona nelle sue braccia, tutta cosa sua, come in

quel primo incontro dei loro sguardi, nell'attrazione arcana della

simpatia, era corsa a lui, già tutta sua, la sua anima.

E quel primo mese all'Argentera è per Emma un dolcissimo sogno,

mentre per Giordano le più audaci speranze, le brame più ardenti sono

diventate realtà.

In fatti, tutto ciò che egli aveva desiderato, voluto, ormai gli

appartiene: la bellezza florida della vergine innamorata, appassionata,

che, nel candore ingenuo e nei trasporti del primo amore, fa quasi

un umile omaggio di sè stessa al suo signore; e insieme anche la

bellezza fertile della villa magnifica, il giardino inglese, il bosco

immenso che la circonda. Egli, finalmente, ha ottenuto, colle gioie

dell'amore, anche gli agi della vita, le lunghe passeggiate con Emma

pei sentierelli fioriti e solitari, complici e confidenti, i folti

rami dei faggi e le spesse fronde dei cerri e dei castagni, terminano

sempre ad un dato punto prestabilito, dove trovano in attesa la comoda

_vittoria_, coi due giovani sauri, che non patiscono l'ombra.

E le sere?... Oh, le sere deliziose! Lui solo che parla, esaltandosi,

vantandosi, improvvisando, mentre Emma lo ascolta fissandolo estatica,

incantata, in adorazione... e al tocco, al tocco preciso delle dieci,

Lorenzo, il cameriere, sempre in tutto punto nel frak irreprensibile,

che entra passo passo, senza far rumore, portando il servizio splendido

del the, tutto d'argento. E l'assoluta rinunzia di Emma ad ogni atto

di padronanza, ad ogni diritto, su tutta la sua casa; la sua piena

sommissione così nell'intimità della vita, come nell'amministrazione

dei beni; e, per ciò, la deferenza del ragioniere, la soggezione del

fattore, le scappellate dei contadini e il suono, così spiacevole, di

quelle due parole: «signor padrone» che lo accompagnano dovunque e che,

mutate nell'espressione di un sentimento più profondo, più squisito,

più poetico, egli legge persino negli occhi amorosi di Emma!... Tutto

ciò è per Giordano Mari la felicità; queste, sono queste le nuove gioie

e i veri e sicuri godimenti dell'amore matrimoniale; e però non con

Emma soltanto, ma con Emma e con tutta l'Argentera, compresi i cavalli,

le carrozze, i servitori e i villani, egli passa beato i suoi giorni

nella più perfetta luna di miele.

Ogni mattina, dopo un ultimo bacio all'adorata, che lascia alle cure

della toeletta, scende in giardino, dove lo aspetta il _suo_ fattore

per ricevere i suoi ordini. Nel letterato, coi nuovi possedimenti,

è divampata una nuova passione, quella dell'agricoltura; e col

fattore gira e discute a proposito degli impianti dei vigneti e della

peronospora, delle varie coltivazioni dei terreni, della segatura e del

filugello, finchè Emma lo chiama lei stessa dalla finestra, a terreno,

della sala da pranzo:

— Vieni? È ora di colazione!

— Brava!... Portino in tavola!... — E continua a discorrere col fattore

e a farsi ammirare, spiegandogli come, per un po' di _nevrastenia_ del

suo stomaco, guadagnata col grande e continuo lavoro a tavolino, in

mezzo ai libri ed alle carte ingiallite, egli non può più aspettare

quando si mette a tavola. Diventa nervoso, furioso, e perciò preferisce

far aspettar sua moglie per esser sicuro, quando arriva lui, di trovar

tutto pronto e _darci dentro_, subito!

Ma un bel giorno — come mai? — comincia a perdere l'appetito e ad

essere oppresso dal sonno. Dopo colazione, dopo pranzo — di colpo — gli

piomba addosso il sonno come una schioppettata!... Egli deve fingere

con Emma di aver qualche lettera da scrivere, le bozze dell'_Ambrogio_

da correggere; si chiude nello studio e dorme. Che sia il vino?... Beve

acqua e continua a dormire. È un sonno pesante; una fatica, invece d'un

riposo, che gli aggrava lo stomaco e la testa. Poi, quando il tempo

vuol mutare, si sente inquieto, irascibile, gli par d'essere di vetro;

gli dolgono le giunture delle dita. — Che sia la gotta?... — Poi un

dolorino persistente alla nuca — una punta come di tarlo che roda... —

e un formicolìo alle gambe... Comincia a capire e si spaventa.

Basta, basta, villa Argentera!... Basta per il momento, e quando si

ritorna, bisogna riempirla di parenti, di amici, di distrazioni. Emma è

giovane, molto giovane, e ha diritto di godere il mondo, di divertirsi!

Dopo colazione: è arrivata la posta:

EMMA (_è seduta al caminetto. È d'ottobre, piove e fa freschino. Legge

una lunga lettera del babbo che le descrive il grande successo ottenuto

dall'Otello a Parigi, con Tamagno, e le esprime tutto il suo grande

compiacimento, come musicista e come cittadino_).

GIORDANO (_finge di leggere il_ Corriere della Sera, _e invece guarda,

studia sua moglie: fra sè_) Che bella cera!... Diventa fin troppo

grassa (_dopo un momento, posa il giornale sul tavolino: si alza,

passeggia, va alla finestra_). E intanto continua a piovere!... Quando

piove, anche la campagna non è allegra.

EMMA (_corre anche lei alla finestra, pigliando a braccetto e

stringendosi a suo marito_) Perchè? A me, invece, piace tanto! Guarda!

Non c'è più nessuno! Non si vede più niente! Come tutto è lontano,

perduto! Mi piace tanto! (_Abbracciandolo_) Mi pare che siamo ancora

più soli!

GIORDANO (_scostandosi_) Bada! Può venire Lorenzo.

EMMA (_tornando a tirarselo vicino, nel vano della finestra, con le

due mani, con forza_) Ma no! Anche Lorenzo, adesso, fa colazione. Da

qualche giorno hai una gran paura di Lorenzo!

GIORDANO (_guardando sempre dalla finestra_) Che brutto tempo! E

laggiù, come si fa sempre più scuro! Ne avremo per un pezzo.

EMMA (_in estasi: sorridendo_) Magari! Mi par d'essere sola con te,

in mezzo al mare! Di', Nino (_stringendosi di nuovo e molto_), non ti

piacerebbe di essere in mezzo al mare?... Noi due soli — soli, soli,

soli. — Che incanto! Che sogno! Che felicità! E tu? Rispondi, dunque!

Ti piacerebbe?

GIORDANO (_dopo aver starnutito perchè ha preso dell'umido_) Se hai

sempre detto che lo soffri il mare?

EMMA (_coi begli occhioni che subito si riempiono di lacrime_) Come sei

oggi... cattivo! Perchè mi rispondi così, cattivo?

GIORDANO (_graziosamente_) Perchè sei una pazzerella. Carina tanto, ma

pazzerella molto.

EMMA (_torna a sorridere: appoggia le due mani alle spalle di Giordano

che sta diritto: alzandosi in punta di piedi per dargli un bacio

sulla bocca_) Io non ci arrivo! (_Un po' dondolando: sull'aria della

ninna-nanna_) No... no... no! Io sola non ci arrivo! No... no... no!

GIORDANO (_le dà un bacio in fretta: poi, subito, volendo cambiar

discorso_) Ha scritto il babbo, non è vero? Oh, da brava! Sentiamo che

cosa scrive il nostro caro papà!

EMMA (_mortificata: gli dà la lettera_) Prendi; leggi.

GIORDANO (_con molta nobiltà_) Oh, questo no: mai. Per massima, io non

leggo le lettere che non mi sono dirette; mi sembra un'indelicatezza,

se non altro, verso chi le scrive.

EMMA (_lo guarda e non può a meno di ammirarlo: suo marito ha sempre

ragione_) È stato a Parigi per l'_Otello_ e...

GIORDANO. No, no, no, cara. Leggi, adagio, tutta la lettera. Mi fa

tanto piacere sentirti a leggere. Leggi tanto bene, hai una voce tanto

bella. Siedi al tuo posto, da brava; vicino al fuoco. Dopo mi leggerai

anche la lettera della mamma.

EMMA (_lusingata, legge le due lettere_).

GIORDANO (_intanto, seguita a camminare su e giù e pensa come

intavolare il discorso della partenza dall'Argentera. Quando Emma ha

finito_) Brava! Tu sei molto brava e molto buona; e sei anche molto

ragionevole. Questa, anzi, è la tua miglior qualità, perchè è la più

rara di tutte, specialmente in una figlia unica.

EMMA. E a che proposito mi dici tutto questo?

GIORDANO (_con galanteria_) A proposito... del bene che ti voglio!

(_Torna a passeggiare su e giù, un po' per tenersi lontano da Emma e

molto per prudenza, perchè sente il sonno che è lì lì per piombargli

addosso_) Io, poi, devo essere ragionevole per forza; e sai come fo? Mi

trovo bene in un luogo, per esempio, e non ci posso più stare? Io trovo

il coraggio di dimenticare tutto il bello e tutto il buono di questo

luogo, per non vederne più altro che gl'inconvenienti, gl'incomodi; se

non ce ne sono, li creo, e così parto contento! All'Argentera, ecco...

troveremo che ci dovrà piovere per un pezzo!

EMMA (_si alza, dando un balzo_) Vuoi partire? Nino! Vuoi partire?

GIORDANO (_con gran sospiro_) Non io, cara, voglio; ma lo vogliono

gli altri; i miei impegni precedenti. Le mie conferenze di Milano, di

Napoli, di Roma, sui _Precursori della Rivoluzione_.

EMMA (_col più vivo interesse, avvicinandosi_) Le tue conferenze? Hai

da riprendere le tue conferenze?

GIORDANO. Certo: e non soltanto per la gloria, ma anche per la

cattedra. (_Guardando Emma: sospirando melanconicamente_) Finchè resto

all'Argentera, non mi passano ordinario; e tu sai che io non sono ricco

come te. Io ho l'obbligo, e tanto più ora, di lavorare per vivere. Mi

ha scritto il Consiglio dell'Associazione universitaria di Bologna, poi

la Presidenza della Filarmonica napoletana; poi tutti quegli altri di

Roma. Sono conferenze che dovevo tenere fin dallo scorso maggio. Le ho

sempre rimandate per te. Ed ora... (_un altro sospiro, più profondo_)

Desidererei, vorrei tanto, per l'egoismo mio, poter scrivere a quella

gente: non vengo più; non fo più conferenze. Ma, come si fa? Il ciclo,

capisci? resterebbe interrotto.

EMMA (_vivamente_) No, no! Devi rispondere che vai! Rispondi subito

che vai! (_Sforzandosi per sorridere, mentre due lacrimone le rigano le

guance_) E... dovremo partire... presto... non è vero?

GIORDANO. Presto... secondo. Quando anch'io sarò pronto. Ormai, son

giù di esercizio, ho tutto dimenticato; anche i miei studii. Una

conferenza, specialmente la prima, a Bologna, all'Università! Credi,

cara mia, una conferenza, una vera e bella conferenza, costa assai più

d'un libro.

EMMA (_con entusiasmo_) Lo credo! (_carezzevole, consolandosi,

rianimandosi_) Dunque, non si parte... così subito?

GIORDANO. No, ma... (_guardandola: accarezzandole i capelli con aria di

affetto paterno_) Intanto ho bisogno di molto raccoglimento, di quiete

assoluta, per poter riordinare le mie idee. Dunque, figliuola mia...

(_s'interrompe sorridendo_).

EMMA (_lo guarda: è la prima volta dopo il matrimonio che la chiama

«figliuola mia». Sorride anche Emma_).

GIORDANO. Dunque, mentre io dovrò passare le mie ore a leggere, a

scartabellare, a consultare carte e documenti, tu pensa un pochino

alla casa. E, finchè c'è tempo dinanzi a noi per far tutto con garbo

e con comodo, pensa anche ai preparativi della partenza. Ricordati

che di queste faccende io non me ne occupo affatto. Non so fare; e

poi, ho altro in mente. Quando ho preso con me le mie carte, basta.

(_Sfiorandole appena i capelli con un moto rapido delle labbra:

poi, subito, con serietà e imponenza, allontanandola da sè_) Ed ora,

figliuola mia, non c'è tempo da perdere. Bisogna rispondere a Bologna,

a Napoli, a Roma. — Parla.

Emma (_lo guarda, interrogandolo, coi grandi occhi incantati_).

— Parla! Che cosa? Devo rispondere di sì, o di no?

— Sì, sì, sì! Devi rispondere di sì! Oggi stesso! Subito! Ma pensa, io

sono tanto fiera di te! Così contenta, così beata, di saperti ammirato,

apprezzato, desiderato! Io che ti amo per te, e che ti adoro perchè

sei così superiore a tutti gli altri! Io che vivo della tua gloria; la

respiro come l'aria; mi fa bene! So che non ho nemmeno il diritto di

volerti tutto per me! Il tuo cuore, sì, non è vero? (_gli mette sul

cuore la piccola manina bianca, ingemmata_) Questo, sì? Tutto, tutto

mio! Ma lì (_col ditino, graziosamente, tocca la fronte del marito_),

lì... ha diritto anche l'Italia... e tutti i popoli civili! Tutti i

contemporanei e tutti i posteri! (_ride, e, guardandogli la bocca e

i denti bianchi, ha una voglia ardente di dargli un bacio: poi torna

seria_). Come avrei rimorso di darti un dispiacere, così avrei pure un

gran rimorso di farti sacrificare, per un mio capriccio, per me sola,

un'ora di lavoro. (_Appoggiandosi, abbandonandosi tutta sul suo petto_)

Sento che sarei indegna di te; che non meriterei più... (_guardandolo,

con uno sguardo lungo senza alzare il capo, fissando ancora la bocca di

Giordano e sospirando_) più, più... più nemmeno un bacio!

GIORDANO (_serio, calmo, dignitoso: sollevando Emma colle due mani,

tenendola ritta, un po' discosta_) Allora, se devo rispondere, lasciami

andare.

EMMA (_tenendolo per un braccio_) Sì! Va! Va! Ma va!

GIORDANO (_con gravità_) Lasciami andare davvero; si fa tardi per

la posta. (_Assumendo un'aria paterna_) E poi, anche tu, cerca di

occuparti, come ti ho detto, cerca di far qualche cosa. Sei ancora

troppo giovane per restare tutto il giorno a dondolarti in ozio. Guai,

abituarsi! Finiresti come le donne turche, o, come tua madre, a passar

tutta la vita sdraiata sopra una poltrona. Bisogna muoversi, camminare,

stancarsi qualche volta, stare in esercizio colla mente e col corpo.

Mentre io sono nel mio studio, per esempio, a lavorare, tu dovresti

fare qualche bella passeggiata, arrampicarti su per il bosco.

EMMA. Piove.

GIORDANO. Non dico per oggi; ma per un altro giorno. E poi, leggi

qualche cosa; mettiti un po' al corrente colle ultime pubblicazioni,

colle novità più importanti. Pensa che a Bologna, a Napoli, a Roma,

devi vivere con me in un mondo intellettuale! Quand'eri ragazza, mi

piaceva tanto la tua passione per i fiori; occupati del giardino.

EMMA (_guardandolo con un sorrisetto assai espressivo, tra il timido ed

il birichino_) Piove.

— Piove oggi, ma non pioveva ieri e, speriamo, non pioverà domani. Sona

un po'. Hai fatto malissimo a trascurare il pianoforte. Sai quanto ci

tiene anche il papà! Sonami qualche cosa. Io di là, mentre scrivo, ti

sento e mi diverto; mi fa tanto piacere!

EMMA (_carina molto: ricordando il loro primo colloquio, la sera del

concerto e guardandogli sempre quella bocca, che vuol far la cattiva,

e i denti bianchi_) Sonerò le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_. Vuoi?

GIORDANO (_che non può più lottare contro il sonno: senza capir

niente_) Ma sì, appunto! Sona qualche cosa! Quello che vuoi! Per me

fa lo stesso! Io penserò che sono le tue manine care (_le bacia, una

dopo l'altra_) e sarà per me uno squisito godimento spirituale. (_Fa di

nuovo per avviarsi verso lo studio_).

EMMA (_lo lascia andare fin quasi sull'uscio, poi gli corre dietro e lo

ferma ancora_).

GIORDANO. Ma che hai, cara? Perchè mi guardi così? Piangi? (_colla voce

un po' alterata per un principio di collera_) Ma che cosa vuoi, infine?

Ebbene, risponderò a Bologna, a Napoli, a Roma, risponderò di no! Ma,

o sì o no, devo rispondere; non sono un ineducato! — Lasciami andare!

EMMA. Sì! sì! Non ho detto di sì? Va subito a rispondere di sì! Voglio!

Non è questo! Non è questo che mi affligge, che mi rende melanconica,

triste...

GIORDANO. E allora? Che cosa?

EMMA (_balbettando_). Che dolore, che gran dolore dover lasciare

l'Argentera! Dio, Dio! Pensandoci, mi sembra che in quel giorno in

cui dovrò partire finirà qualche cosa... una parte della mia vita! Che

dolore sarà quel giorno, per me... E per te, Nino?...

GIORDANO (_cogli occhi semispenti_) Anche per me, sicuro, un

grandissimo dolore! Ma torneremo, questa primavera. Persuaditi, cara

figliuola mia, per l'autunno, specialmente quando cominciano le piogge,

e qui poi non finiscono mai, non è un posto molto sano. La villa è

troppo bassa, e per ciò non può a meno di essere umida. All'Argentera,

per star bene, ci vuole il sole e il caldo.

Emma, malinconicamente, va al pianoforte, ma, senza più nemmeno

pensarci, non sona le _Trascrizioni di Liszt sull'Aida_. Sona

svogliata, distratta, una cosa qualunque, tanto per sonare, mentre

guarda dalla finestra: il giorno è diventato bigio, oscuro, triste.

Continua a guardare, continua a sonare, e quella pioggia, tutta quella

pioggia minuta, fine, silenziosa, che gocciola dai rami senza foglie,

le penetra, con un brivido, nelle ossa e nell'anima.

.... Giordano Mari, entrato appena nel suo studio, vi si chiude

dentro a chiave; mette uno sull'altro i cuscini del sofà; si sdraia

comodamente con un _oh!_ di sollievo e quasi subito si addormenta e

comincia a russare con un sottile fischiettìo.

L'idolo · 第 49 / 90 题