«Torno in questo momento da casa vostra, dove ho portato a vostra madre
un biglietto da visita, per prendere commiato: nell'uscire, proprio
sulla soglia del palazzo, mi sono incontrato col cavalier Venceslao.
Salutandolo e ringraziandolo delle cortesie fattemi, gli ho espresso
pure il desiderio, la speranza, di poter forse rivedere ancora la
signora Dionisy prima di partire; il dispiacere mio, in ogni modo, di
dovermi così allontanare senza poterle esprimere, anche a viva voce,
tutti i sensi della mia devozione, della mia ammirazione e della mia
riconoscenza. A queste effusioni spontanee d'un cuore espansivo, forse
disadatto alle formalità cortigiane ed al sussiego dell'etichetta,
certo sincero ed appassionato e ingenuo, il cavalier Venceslao
rispose con una freddezza compassata e studiata, con una durezza così
inattesa e immeritata, da indurre in me non so più se stupore o dolore
amarissimo.
«Vostro padre (e per la sua età e per la sua condizione, toccava a lui
ad essere il primo), vostro padre non mi stese la mano: io trattenni la
mia, trattenni ogni slancio: il saluto mi si agghiacciò sulle labbra.
Colpito, ma non volendo rispondere all'offesa, dignitoso e grave, mi
raccolsi nel riserbo, nella fierezza altera dell'animo mio; sicuro
della mia coscienza, sicuro di ogni mio sentimento, sicuro di ogni mio
atto, di ogni mia parola, di ogni mio sospiro, così del passato come
dell'avvenire; sicuro di poter nuocere forse a me stesso, non mai agli
altri.
«Il cavalier Venceslao mi parlò con un tono quasi aspro, senza
guardarmi in faccia. Eccovi le sue parole ad una ad una:
«Mia moglie, in questi giorni, è molto sofferente; non riceve altro
che i parenti ed i pochissimi amici più intimi». Io feci un atto che
esprimeva l'intenzione, l'offerta di una mia visita a lui stesso... Il
volto così espressivo di vostro padre, quel volto in cui la bellezza,
la bontà e l'intelligenza vanno a gara per suscitare e imporre la
simpatia ed il rispetto, si mutò; divenne arcigno; non ebbe più che
dell'avversione e dell'odio negli occhi.
«Grazie; ma io pure, in questi giorni, non posso ricevere alcuno.
Ho molto da fare, dovendo assentarmi per la mia solita cura... di
Montecatini».
«Signorina, oh, signorina Emma! Era un congedo questo; un congedo
in piena regola, in tutte le forme; era un'offesa, un insulto fatto
e immeritato; era la porta di casa vostra, che mi veniva chiusa in
faccia. E da chi? Da chi?... Da vostro padre. Oh, signorina Emma, voi
così buona e delicata e riguardosa e fiera, voi potete immaginare
lo stato dell'animo mio, lo strazio del mio amor proprio, e del
mio orgoglio. Un orgoglio — sì — lo confesso, eccessivo, smisurato,
sospettoso; in relazione colla assoluta indipendenza del mio carattere,
con tutta l'imprudente, la temeraria sincerità della mia vita.
Mi sono imposto il più severo, il più scrupoloso esame di coscienza,
ed innanzi a voi, soave ed impeccabile, che eleggo giudice, ecco
l'accusato, forse il colpevole; eccovi il mio cuore, tutta la storia
infelice del mio cuore. Ed eccovi insieme la mia risoluzione, la mia
ultima volontà. Siate giudice severa, ma imparziale; leggete questa mia
lettera voi sola — per voi sola. — Oppure distruggetela, datela alle
fiamme: — _lo dovete_; — è la mia confessione.
«Vedrò il Barbarani; egli mi conosce; egli stesso vi dirà come io
sia ben risoluto a sacrificarmi, a perdonare, ad obliare ed a morire,
non mai a deviare d'un punto dalla retta via, dalla dolorosa via del
dovere. E il Barbarani — il mio buon amico, il _nostro_ buon amico, il
gentiluomo dal cuore leale e cavalleresco — vi consegnerà questa mia
lettera.
«... Ebbene, sì! È un mese ormai che io sopporto le angoscie del
silenzio, che io mi struggo nell'ardore secreto che mi consuma...
Io parto; voi non mi vedrete mai più; noi non ci vedremo mai più. Ma
non credete mai, ve ne supplico con gli occhi pieni di lacrime e il
cuore pieno di adorazione, non credete mai che io vi abbia abbandonata
per indifferenza e che io paghi di ingratitudine un cuore che mi si
mostrò sì appassionato e sì nobile. No, mia cara amica; no, mia _cara
figliuola_... Io non vi lascierò senza prima accertarvi che voi siete
riamata; amata caldamente e teneramente. La riconoscenza per il vostro
cuore che così _spontaneamente_ è corso verso di me; un mite sentimento
di tenerezza per la vostra gioventù, l'ammirazione grandissima per
le doti dell'anima vostra e della vostra mente, faranno sacri quei
palpiti, faranno pure ed ardenti quelle ansie, che una forza arcana,
che il fascino della vostra bellezza e l'incanto delle vostre grazie,
subito al primo vedervi, mi hanno suscitato nel cuore.
«Oh, il primo giorno che vi ho veduta! Beato giorno! Ricordate, Emma.
Riunite tutte le forze del cuore e del pensiero nella memoria vostra e
ricordate:
«Io parlavo, in alto, sulla folla intenta; mille occhi ansiosi,
curiosi, erano fissi su di me. Ma gli occhi miei, incontratisi
coi vostri, non videro più che i vostri: e da quel punto io non ho
parlato se non per voi; non ho veduto, non ho sentito altro che voi.
Scrosciavano gli applausi ed io rimanevo incantato nel vostro sorriso e
in quel mondo di ignoti — voi — da quel primo incontro di due sguardi,
e di due forze, non foste più ignota al mio cuore: eravate voi, la
cara, la soave, l'attesa.
«Vi siete accorta del mio pallore? Io tremavo confuso, intimidito,
balbettante. Ricordate Emma, ricordate: sul grande scalone del palazzo
delle conferenze, io udivo la vostra voce e vi vedevo arrossire: il
buon Barbarani mi presentava a voi e a vostro padre. E dopo?.. Dopo?..
Quella via di San Paolo, percorsa al vostro fianco. E tutta la strada
fatta insieme?.. E quando ci lasciammo sulla porta di casa vostra? —
Casa vostra? — Ci son passato e ripassato, nella notte, furtivamente,
pauroso di essere sorpreso. Qual'era la vostra finestra?.. Qual'era il
vostro sogno di quella notte?
«Che delirio, che delirio! Cara, cara, dolce, soave amica... _figliuola
mia_!... Oggi _dovete_ tutto sapere: quanto vi ho amata e vi amo,
quanto ho sofferto e soffro per voi. Così, soltanto così, per tutte le
mie angoscie, e per tutte le mie lacrime, per la speranza di un'ora,
e per il rimorso di tutta la vita, ho il diritto di pregarvi, di
supplicarvi, di _imporvi_ io stesso ciò che la vostra famiglia esige da
voi per il vostro bene, ciò che per voi e per me diventa il dovere.
«Che delirio, che delirio, quel primo giorno! Rientrato all'albergo,
subito, mi son chiuso nella mia camera. Tu eri là, viva, palpitante...
bella... i tuoi occhi, la tua voce, i tuoi capelli, il tuo sorriso...
il tuo rossore. Eri là; tutta là, tutta mia!
«Come ti ho baciata e come ti ho adorata! E ti ho scritto. Era la
poesia, la più bella, più calda, più ispirata, più appassionata. Ti
ho scritto una lettera d'amore, una lettera di fuoco: ti ho detta
bella, con tutte le mille voci della passione e del desiderio; ti ho
detta cara, con tutti i palpiti del cuore!.. E poi ho distrutto quella
lettera; poi ho distrutto quegli inni. Troppo presto alla divina follia
dell'amore successe la calma della ragione.
«Emma, Emma, _figliuola mia_! Per quante vie tenebrose, per quanti
sentieri seminati di ansie, di ardori, di pentimenti, di affanni, io vo
errando da quel tempo, miseramente!
«Il buon Barbarani, la sera stessa, dopo la conferenza, voleva
presentarmi a vostra madre: io trovai una scusa e declinai l'offerta.
«Per ben tre volte egli mi ripetè l'invito con un'insistenza che
rendeva, oltrechè scortese, anche strano il mio rifiuto. Poi, lo
sapete: venne vostro padre stesso a cercarmi, ad invitarmi...
«Oh, quella sera! Quella sera del concerto!
«Vi ricordate quel nostro primo, quel nostro solo colloquio sul
terrazzo? — Quante cose _sapevamo_ già prima! E la vostra voce? Oh,
l'incanto della vostra voce!
«Io vi dissi:
«Parlerò, ma come parlerebbe un babbo alla sua figliuola». Voi mi
guardaste attonita, coi divini occhi vostri, pieni di lacrime.
«No! No! Così no!... Così no! Così no!»
«Eppure io, offeso, avvilito, disprezzato, disconosciuto, quasi
scacciato dalla vostra casa, eppure io, anche allora, in quel momento,
dinanzi a voi — noi due soli — anche allora, ho avuto la forza, il
coraggio di pensare a tutto; al vostro nome e alla vostra condizione
sociale; alla vostra ricchezza e alla vostra giovinezza. E vi ho
ricordato: ho ricordato alla _figliuola mia_, che io ero povero e
non più giovane; ancora più povero per la spensierata prodigalità del
mio cuore, per l'indipendenza ombrosa, sospettosa, caparbia del mio
carattere... non più giovane, anche, per le fatiche della mente, dello
studio, del lavoro.
«Sì, sì; riacquistate la pace, l'affetto della vostra famiglia,
e dimenticatemi. Io non potrò obliarvi; ma nel mio dolore avrò il
conforto di essermi, per amor vostro, rassegnato costantemente al mio
destino e di aver obbedito ai doveri d'un gentiluomo.
«Che cosa è successo? — Perchè vostro padre è così sdegnato? Ha capito
qualche cosa? Ma come? Voi, forse, vi siete tradita... o vi hanno
tradita? Qualcuno ha parlato? Chi? — Abbiamo degli amici, come il buon
Barbarani e Carlo Borghetti; ma abbiamo pure dei nemici: donna Fanny
Simonetti, per esempio... e quell'altro, quel giovane avventurato a
cui la vostra famiglia e il destino riserbano la più grande, la suprema
felicità.
«No, no, no! Non voglio, non posso pensare a costui; sento che non
avrei più tanta forza, tanto coraggio quanto mi è d'uopo per mantenermi
onesto e potervi dire: dimenticatemi.
«Avete avuto qualche dispiacere per cagion mia? Vostra madre, forse,
è stata troppo severa?.. Ingiusta? — Perdonatemi, perdonatemi, buona,
cara _figliuola mia_! — Ve lo prometto: domani, forse ancora stasera
stessa, io partirò, io sparirò, e voi riavrete la serenità, riavrete
la pace. La giovinezza è per sè stessa la felicità, e i felici sono
immemori; voi, cara fanciulla mia, riuscirete a dimenticare.
«Anch'io: voglio dimenticare anch'io.
«Vi ripeto: che cosa sia accaduto fra voi e vostro padre o che cosa gli
abbiano riferito sul conto mio, io non voglio sapere. Anch'io, _voglio_
solo dimenticare. Ricordatevi bene: non mi dovete rispondere; non mi
dovete scrivere. Nessun rapporto deve più esistere fra di noi. Una
vostra lettera mi farebbe troppo male. Voi non dovete essere più viva
per me.
«Quanto oggi succede, persino il contegno di vostro padre a mio
riguardo, era già da me preveduto; doveva finire così. Subito, appena
vi ho veduta, vi ho amata e vi ho desiderata; e subito, d'intorno a
voi, sorsero gli _ostacoli_, confusamente come fantasmi, a spaventarmi,
a sbigottirmi, a farmi indietreggiare.
«Come chiedervi in moglie? Come sperarvi dai vostri parenti?... Mio
padre non era che un piccolo mercante: io devo tutto a me stesso. E
quando pure, per amor vostro, cambiassi carattere e mi avvilissi — mi
avvilissi a segno da sposare, io povero, una fanciulla ricca — non
perderei la stima del mondo?... E voi forse non sareste accusata di
avermela fatta perdere? E voi, un giorno... — nascondetemi quei vostri
occhi, buoni e cari e innamorati, perchè io possa avere il coraggio di
dirvelo — e voi, un giorno, vedendovi nella mia casa, la casa modesta
e silenziosa dell'uomo di lavoro e di pensiero, non potreste dire
a voi stessa, colla voce amara del pentimento, che io avrei dovuto
sapere, immaginare, io, non come voi inesperto, ma fatto maturo dagli
anni, dalle passioni, dalle vicende, che il regno di quella casa e
l'adorazione di quell'uomo erano troppo umili offerte per la signorina
Dionisy.
«Cedete, ubbidite, non pensate ad opporvi, non pensate a lottare.
Rimarreste vinta. Non sono fatti i vostri begli occhi per le lacrime.
Siete troppo bella. Fuggite l'amore, fuggite il dolore: esso farebbe
sfiorire le vostre gote e impallidire le vostre labbra. Siete bella;
trionfate del dolore e dell'amore e godete la vita.
«Una sola preghiera: distruggete questa mia lettera, cancellate da voi
stessa, fin dall'ultimo dei vostri pensieri, ogni mia parola, ogni
mio ricordo; lasciatemi morir lontano, solo, maledetto, calunniato,
rinnegato; ma voi non cercate mai nemmeno di difendermi. Tacete,
tacete, sempre... e per carità, per carità, ve ne supplico ancora, non
commettete l'imprudenza di scrivermi. Il conforto pietoso di una vostra
lettera, di una vostra parola, per quanto cara, bramata, invocata,
sarebbe troppo pericoloso per voi.
«Sono povero; tutti i miei mezzi sono nel mio lavoro; tutte le
mie speranze nella cattedra che sto conquistandomi con un volume
di ricerche e di studii storici, per il quale ebbi più di qualche
giovevole consiglio da vostro cugino Borghetti, un caro giovine che
sento di amare quasi come un fratello. Tutta la mia ricchezza, per ora,
sta nella filosofia insegnatami dalla sventura... e dal triste esempio
di altri miei colleghi, che, per raggiungere la ricchezza e gli onori,
diedero di sè insopportabile spettacolo, colla debolezza del carattere,
colla rinuncia ad ogni fierezza, ad ogni indipendenza personale.
«Povero — io avrò l'immensa ricchezza di essere il solo padrone di me
stesso — sempre indomabile e fiero. Ma tutto ciò potrebbe bastare forse
per una giovinetta come voi?... Non sarei crudele e ingeneroso, e folle
e imprudente, se dovessi pretendere, da altri, sacrifici... e quasi
privazioni? Oh, mia cara amica; non rispondete su questo punto, col
vostro cuore, colla vostra poesia.
«Voi vivete in mezzo agli agi, in mezzo allo splendore della vostra
casa e del vostro nome: e non solo ci vivete, ma ci siete nata, e non
potete apprezzarne l'inestimabile valore perchè... perchè non ne siete
mai stata priva.
«Oh, mia cara amica, certe virtù sembrano facili fuori dell'occasione;
ma, pur troppo, non si possono esercitare se non dopo molti anni di
sudori e di prove.
«La signorina Emma Dionisy, diventata, semplicemente, la signorina
Mari, o la moglie del professor Giordano Mari!... No, no, no! È troppo
poco, per voi! No, no, no! Voi che siete un angelo, dovete volare in
alto... sempre in alto.
«Non posso più: non mi regge più nè la testa, nè il polso. L'anima
mia ha fatto l'ultimo sforzo e le lacrime grondano sulle parole che
scrivo col sangue del cuore. Addio: ascoltate, per carità, i consigli
del vostro misero amico; abbiate pietà delle sue preghiere; obbedite
ai vostri genitori che non vorranno mai farvi infelice. Stracciate
questa lettera e non rispondetemi; già, stasera stessa o domani, lascio
Milano per sempre. Obbedite, sacrificatevi oggi per il vostro bene,
per il vostro avvenire. Pensate che, alla età vostra, gli affetti, le
simpatie, passano presto: alla mia età soltanto le passioni restano,
come le sciagure, perenni nella vita! Io vi amerò sempre: ve lo giuro,
Emma, ve lo giuro dal profondo del cuore; vi amerò fino all'estremo
sospiro: e vi giuro, sull'onor mio, nessuna donna avrà da me una parola
d'amore: vivrò; morirò solo.
«Non mi vedrete mai più; mai, finchè siete così bella, finchè
siete ricca e felice. Ma se un giorno, ed io fossi ancora amato, se
l'infermità, se gli anni vi rapissero la beltà e gli agi, se foste
padrona di voi, se foste povera, disgraziata, se allora vi mancasse
nel mondo un marito, un amico, un fratello, io volerò a voi — come
oggi, che siete bella e ricca, fuggo da voi — e vi dirò: eccomi,
cara; prenditi il mio cuore, l'anima mia... tutto me stesso; e vi sarò
marito, padre, amico, fratello e fremerò d'amore ai vostri piedi. Ma,
ve lo ripeto: questo giorno non potrebbe venire se non tardi; dopo la
sventura. Oggi, un altro avvenire vi aspetta; quello che meritate,
quello che è degno di voi, quello che vi promette, colla felicità,
tutte le gioie della ricchezza e degli onori.
«Addio, con tutta l'anima, addio.
«GIORDANO MARI.»
La signorina Emma Dionisy a Giordano Mari:
«Sono giorni terribili: sempre in urto, in collera con tutti i miei.
Ho tanto pianto, ho tanto sofferto. Ma, dopo la tua lettera, sono
felice; adesso non ho più paura; sono contenta di soffrire. Sono tua:
ricordati: sempre con te, l'anima mia, il mio cuore, tutte le mie
promesse, tutti i miei baci. Scriverò Padova: ferma in posta.
«EMMA.»