Carlo Borghetti e Giordano Mari entrano nello studio ancora buio.
Carlo Borghetti apre la finestra: è uno studio severo, raccolto: le
pareti ricoperte da alte e ricche librerie, ornate dall'ingorda biscia
viscontea, e in perfetto stile coi mobili severi, massicci, coperti di
pelle a fregi istoriati. Non una penna, non un foglio di carta fuori
di posto: fuori di posto, in quel luogo, in quel momento, sono quei due
uomini dai frak polverosi, colle cravatte a sghembo, e sulle cui faccie
stanche, smunte, giallognole, stride la purezza della luce mattutina.
GIORDANO MARI. Quanto ordine in questo studio! Chi direbbe che è
l'officina di uno dei nostri più instancabili lavoratori?
CARLO BORGHETTI. Non è lo studio dell'architetto; qui non ricevo i
clienti. È il mio studio particolare, in cui non entra, e raramente,
altro che qualche amico.
GIORDANO MARI (_pronto, accettando per sè quell'«amico»_) Non abuserò.
Carlo Borghetti cerca fra il mazzo delle chiavette; va ad aprire
lo sportello d'uno degli armadioli, che formano il ripiano, tutto
all'ingiro, sotto gli scaffali dei libri, e ne leva una lunga cassetta,
anche questa pur chiusa a chiave, e la porta di peso sulla scrivania.
GIORDANO MARI (_seguendolo sempre coll'occhio: sempre in ammirazione_)
Sei maraviglioso! Come hai tutto a posto: le tue carte in pieno ordine,
raccolte ne' loro cassetti, come le idee nella testa. Bravo!
CARLO BORGHETTI (_aprendo e sollevando il coperchio della cassetta_)
Sono un pedante. Il disordine, la confusione in chi lavora... è un
perditempo.
GIORDANO MARI. Anch'io sono come te. (_Lanciando un'occhiata rapida
sui molti fascicoli e sui pacchetti di cartelle, allineati, legati ad
uno ad uno, numerizzati, che riempiono tutta la cassetta: con una certa
monelleria soddisfatta_) Ed ecco — non è vero? — gran parte di ciò che
rimane dello spirito, dell'anima... del nostro caro Ambrogio.
CARLO BORGHETTI. Sì; del grande Ambrogio. Del _santo_, veramente
santo, nel senso filosofico della parola: _santo_ perchè giusto. E
chi più giusto di lui? (_Siede alla scrivania e accenna al Mari una
seggiolina accanto, più bassa_) Quale poeta non ha sciolto un inno al
sole? Eppure, io sfido anche... (_prova qualche difficoltà, per la sua
naturale ritrosia, per la sua selvatichezza, a dargli, così subito,
del tu_) io sfido anche te, a dirmi di chi sia quest'invocazione, così
ispirata e pura, degna di Francesco d'Assisi:
Tu, lux, refulge sensibus,
Mentisque somnu discute...
(_Gli dà la cartella e lascia che il Mari, stupito, prosegua in
silenzio la lettura_).
GIORDANO MARI. Come?... Ambrogio?... Sant'Ambrogio?...
CARLO BORGHETTI (_scegliendo un altro foglietto_) È il canto del gallo.
(_E mentre legge la prima strofa, la sua faccia sembra ricomporsi, il
suo occhio ritorna vivo, scintillante_).
Surgamus ergo strenue,
Gallus iacentes excitat;
Et somnolentos increpat,
Gallus negantes arguit.
. . . . . .
«Dei tristi che rinnegano
Il gallo è accusator!»
Sono inni armonici, canti descrittivi, liriche maravigliose, nella
loro semplicità. A te, prendi, leggi il canto del Natale: «_A solis
ortus cardine — Ad usque terrae limitem_». A te il _Passio Laurentii
martyris_ (_e ad uno ad uno gli passa quei fogli preziosi_).
GIORDANO MARI (_li afferra con le dita tremanti, li scorre con uno
sguardo rapido, aggrottando le ciglia, fissando gli occhi bramosi,
trovando subito la nota, il riscontro, il punto più importante, colla
pratica dell'usciere che cerca una cifra in una carta bollata; poi,
sempre guardando, esaminando le preziose cartelle, si avvicina, per
vederci meglio, alla finestra aperta, mentre il cielo si sbianca sempre
più e di lontano, dalla via e dalla casa, giungono i primi rumori, i
primi indizi del giorno che ricomincia_) Io non sapevo, cioè sapevo, ma
non fino a questo punto. Ambrogio poeta...
CARLO BORGHETTI (_a mano a mano dall'abbattimento, dalla cupa
taciturnità di prima, passa ad un'espansione vivissima, cordiale, ad un
abbandono senza limiti_) Ambrogio poeta?... Ma è tutto un tesoro, tutta
una rivelazione, una miniera! Semplicità, ispirazione, impeto lirico,
fervore sacro...
GIORDANO MARI. E mi lascieresti vedere?... Potrei portare con me... per
qualche giorno?...
CARLO BORGHETTI. È tutto tuo, roba tua. Prendi! Prendi! Fa conto
che questo lavoro di amanuense io l'abbia fatto per incarico tuo. Tu
eri a Padova, io a Milano: mi hai scritto, io ti ho servito, ti ho
accontentato, ben lieto di accontentarti.
GIORDANO MARI (_tra l'ansia, l'inquietudine, un po' di esitazione, e
nello stesso tempo la smania di avere tutto_) Ma poi, se qualcheduno
venisse a saperlo ed esagerasse... l'importanza della cosa? o svisasse
i fatti per farmi danno?... per combattermi?... È così pieno il mondo
— e il nostro mondo specialmente — di invidiosi, di calunniatori. Se un
giorno si venisse a sapere...
CARLO BORGHETTI (_distrattamente_) Sapere? Come? E poi _sapere_ che
cosa? Non è mio, come non è tuo: tutto questo è di lui. (_Tornando
ad infervorarsi nel suo argomento_) È ciò che ha dato, ha creato, ha
rivelato, anche nei versi, quella sua mente poderosa, complessa di
romano fiorito sul limitare della barbarie; ed io... io non ho avuto
altro che la pazienza di raccogliere, di ordinare...
GIORDANO MARI (_ripiegando i foglietti dei versi per portarseli via_)
E la fortuna di poter disseppellire, scovare...
— Già; pazienza e fortuna. Ho rintracciato tutto, o almeno quasi
tutto: liriche, inni, salmi. Il Biagi ed il Venturi avevano intuito,
sospettato appena...
— Tu hai avuto più fortuna, e colla pazienza sei andato fino in fondo.
CARLO BORGHETTI. Fino in fondo: sì, proprio, fino in fondo. Oh, qui c'è
tutta racchiusa la grande anima! Tutto il pensiero di quell'uomo strano
che visse in tempi più strani ancora. (_Traendo dallo stipo altri
fascicoletti di cartelle_) Ecco qui i ritratti di Ambrogio. Che gemme
di miniature! Sono sulla cartapecora: fregi di antichi messali. Guarda
in questo pezzettino di raso: che ingenuità di disegno, ma che vivezza
di espressione! Ecco un mio vanto. Chi mai ci ha pensato ai ritratti di
Ambrogio?... E qui le sue missioni politiche, ma le inedite. Poi, tutta
la verità contro la leggenda nelle sue lotte cogli ariani. Poi, la
storia soave e cara di sua sorella Marcellina... E qui la sua crociata
contro il lusso delle signore, a' suoi tempi, e contro le crapule e i
banchetti. _Sint pura cordis intima_... E qui Agostino d'Ippona e la
regina Frigitilla, e qui le lettere e qui la morte... la morte. (_Ad un
tratto l'immagine di Emma gli riappare più viva che mai, più bella che
mai: tutto il suo entusiasmo si spegne, egli ricade di nuovo, affranto,
esausto sulla poltrona, le gote smorte, i lividi profondi, sotto gli
occhi fissi, immoti. Con voce cupa, con un atto che fa capire all'altro
di andarsene, perchè egli ormai vuol restar solo: dimenticandosi di
dargli del tu_) Prendete, prendete tutto. Andate; sono stanco. Vi
manderò tutto all'albergo.
GIORDANO MARI. Oggi stesso. Te ne prego: _hôtel Bella Venezia_. E poi,
che serve? Dammi qua! Porto io, con me, senz'altro; senza incomodar
nessuno. Ecco un giornale! Il _Figaro_!.. E se non basta, ne prenderemo
due. Permetti, non è vero?
Dopo fatto il pacco:
GIORDANO MARI. Ed ora, un ultimo favore.
CARLO BORGHETTI (_alza appena gli occhi: lo guarda quasi con una
timidezza supplichevole: sente dentro di sè, ha lo sgomento, lo
spavento che gli parli ancora di Emma_).
GIORDANO MARI. Devi permettere, mi devi concedere, che io intitoli
al tuo nome, così simpaticamente illustre, il mio _Sant'Ambrogio_. Lo
devo a te, per un debito di riconoscenza; e lo devo un po' anche a me
stesso, agli scrupoli della mia delicatezza. (_Vedendo che l'altro
vorrebbe opporsi: insistendo_) Va bene, va bene. Adesso non devi
rispondere, adesso non devi dirmi nè _sì_, nè _no_. Te ne scriverò...
forse, domani stesso; da Padova.
Mezz'ora dopo:
Carlo Borghetti è ancora nel suo studio; è ancor seduto, sprofondato
nella poltrona, dinanzi alla scrivania, col capo fra le mani. Pensa ad
Emma, sempre ad Emma, con un rimorso nel cuore, che si fa sempre più
vivo, più acuto: ha dato al Mari, proprio al Mari, gli ha ceduto le sue
carte, lui così avaro, così geloso de' suoi studii, de' suoi documenti,
delle sue raccolte. E lo ha fatto soltanto perchè egli parta; per farlo
andar via più presto.
Ed Emma? Emma? Emma che lo ama, quel Giordano Mari!
Povera Emma!