Passò un autunno senza pampini, un autunno senza grida di
vendemmiatrici, senza ronzare spesso di pecchie a torno al dolce mele
dei chicchi rubelli. Cominciò la triste malattia dell’inverno e tutto
lentamente declinò, tutto s’impresse delle stimate dell’agonia, se non
qualche cipresso, oscuro come le tenebre più spesse, che vegliò quasi a
guardia della morte.
V’eran de’ sentieri che avean l’ombra, de’ sentieri nascosti e
custoditi da una dovizia di messi inusitata: ora scricchiolavano per il
palpito di uno spesso tappeto vegetale. La terra si denudava mostrando
lo scheletro triste, antico e convulso per vulcaniche eruzioni, come
smosso da titaniche braccia con pazzo furore.
Poi che i succhi vitali si esaurirono, fu un lento discolorire, un
passaggio al silenzio, di ombre esauste.
Il verde, diffuso come da mani di alba, scomparve; qualsiasi apparenza
che potesse significare un conforto della terra, scomparve; le case
si videro pei monti, fra ghirlande di nude rame, giacersi chiuse senza
apparente vita come vani abituri di fantasmi.
Una nota grigia dominò dal granito alle case, alle nude rame, ai
campicelli nudi su qualche breve costa. I botri erano grigi per
riflesso di cielo, nel Buco d’Inferno gridava, il fiume inabissantesi,
come per continuo delirio di spavento. La sensibile animazione
umana della primavera, dell’estate, ora si taceva; i luoghi
s’irrigidivano alti ed oscuri, tetri come nell’effigie di un terribile
destino invincibile ed universo. Parea che tutta quella scomposta
sovrapposizione di massi granitici, nella titanica mole, costringesse
l’uomo all’umiltà, alla schiavitù della forza, brutalmente.
Cominciò un pellegrinaggio triste, di miseria, verso i piani che dalle
sommità si scorgevano, come mari tetri e densi di acque oscure, quasi
spaventosi. Le greggi partivano non avendo pascolo alcuno e gli uomini
pure; all’ombra delle case, con qualche sostentamento per l’inverno,
rimanevano le donne, sole per la lunga stagione.
Michele come gli altri doveva partire la veniente sera, coi figli.
Forse qualcuno di essi sarebbe rimasto se Rosa fosse stata sola, ma
c’era Maria ed ella avrebbe avuto cura della vecchia ebete.
Quell’abbandono temporaneo era abituale, avveniva tutti gli anni, lo
stesso giorno, all’ora stessa, nelle identiche condizioni; quasi le
parole, gli atti si ripetevano con la stessa grave sobrietà, tutto si
racchiudeva in un periodo breve di azioni ripetute senza un sensibile
disturbo di cuore, come con indifferenza brutale, ma l’apparente calma
celava un tragico sconvolgimento.
L’uomo si affeziona ai luoghi ove ha sofferto, forse con maggiore
intensità d’affetto che non abbia pei luoghi di gioia; avviene infatti
che si sperperi qualche parte di sè stessi nel piacere, mentre nel
tormento pare che l’anima, racchiudendosi, si amplifichi e si raffini
ed abbia maggior coscienza di sè, così che noi ci troviamo più chiari
e più sensibili nei luoghi che hanno perpetuata una disperazione della
nostra esistenza, anzichè in soggiorni di delizie, ove le maggiori
volte l’anima nostra fu assente.
Quella casa era come la sintesi di tutti i triboli, in lei, ora per
ora era segnata una continua persecuzione, metodica, quasi organizzata
con finezze crudeli; la fame, la miseria, il tormento dell’avvenire,
tutte le paure della morte, tutte le disperazioni dell’amore paterno
e filiale, tutti gli affanni di precoci intelligenze, tutte le
imprecazioni di una forza paterna insufficiente alla vita delle sue
creature; l’istupidimento per il male, la follia per la miseria, ma
pure l’anima vi era avvinta, l’anima vi era costretta da dolorose
sensazioni sicchè ne scaturiva uno scoramento triste per l’abbandono,
un muto dolore, una recondita vena di pianto nei silenzi del pensiero
che parola non avrebbe manifestato mai.
L’antica lampada d’ottone arse appoggiata su di un boccale rovesciato
in mezzo alla tavola, il lucignolo crepitò ed i visi scarni dei parenti
si oscurarono e s’illuminarono a vicenda.
Il riso della vecchia Rosa era perenne e sotto quella luce opaca, parea
scoprisse il teschio della magra creatura; ella stava con gli occhi
socchiusi e il capo sulle braccia posate sul tavolo, sotto le palpebre
luccicava un non so che di acquoso ed incerto; le mandibole per una
lenta paralisi si muovevano come se continuamente frantumassero cibo e
la pelle strisciava sulle ossa e stirandosi disegnava quasi la cavità
orale. Maria aveva appoggiato il capo al muro, stava così in abbandono
in un ardito scorcio perfetto. Il corsetto slacciato lasciava, oltre il
collo, scorgere la linea bianca e pura del primo seno.
Gli uomini finirono il loro pasto; poi Michele si alzò e disse:
— Figli, è l’ora; la strada è lunga, fate presto.
Rispose ciascuno d’essi:
— Vengo — e si alzò lentamente.
Stettero in mezzo alla stanza per rammentare gli oggetti da prendere,
ciascuno si caricò di un piccolo fardello e furono pronti.
Michele si rivolse alle donne, Rosa si era alzata, Maria no, parve non
avesse inteso. Michele le disse:
— Maria abbi cura di Rosa, non la lasciare mai, essa è come figlia tua,
fai tu da madre. Stette un poco pensoso, poi più sommessamente riprese:
— Non accostare uomo e tieni all’onor tuo che è la sola dote che tu
possa avere.
La ragazza aveva alzato il capo e lo guardava dai grand’occhi aperti,
come sbalordita.
Egli fece un passo verso la porta poi si rivolse e con lentezza
strascicò la parola d’augurio e di saluto.
— Addio.
Rosa scosse il capo ridendo.
— Addio addio addio... — agitava le mani scarne brancolanti per l’aria
scompostamente.
I figli ripeterono la stessa eco, poi nascosero il volto nella mantella
ed uscirono senza rivolgersi. La porta si rinchiuse, si udì qualche
scalpiccio, ma non più ritmo di voci.
Rosa girò per la stanza, scosse le vesti, si passò le mani sui
capelli e sulla bocca, girò il capo intorno lentamente come cercando
un pensiero in uno scompigliato mare di tenebre, poi si accostò al
focolare, ne smosse la cenere con le mani e su qualche tizzone che
apparve soffiò gridando:
— La cena la cena la cena.
Maria si scosse, strinse gli occhi, si raddrizzò e chiese
improvvisamente con un impeto nella voce tremante:
— Mamma, dov’è il babbo?
Rosa si volse, tacque e un attimo il riso scomparve dalle sue labbra
scarne e le mandibole cessarono di masticare, ma come permanenza tenue
della follia, sussurrò una volta ancora:
— La cena.
Maria più forte, con maggior eccitazione, accostandosele chiese:
— Il babbo, il babbo, dov’è il babbo?
Rosa la guardò rizzandosi presso lei, stette un poco in silenzio, poi
tese un braccio verso la porta e scosse il capo.
Fu un attimo nella sua mente, chè dopo gli atti incomposti la
ripresero, ma nell’attimo, per le sue guancia scesero lagrime
coscienti.
Maria intese, corse verso la porta, l’aprì, si sporse nel buio e gittò
al vento il suo grido, reiteratamente, con energia inesausta:
— Babbo babbo babbo?
Rispose qualche eco, qualche lontananza ripercosse il suono, la
fanciulla capi l’inutilità della chiamata, sicchè ritornò e con
ispasimo incrociò la mani sulla fronte, le mani fra i capelli, si piegò
quasi costretta da tormenti, il viso tutto si contrasse nell’imminenza
di un attacco di pianto; salì un grido sordo, profondo, salì a
piccoli scatti aumentando potenza, finchè nello schianto del completo
singhiozzo irrompente si abbattè sulla tavola come folle, gridando per
ogni voce rotta:
— Babbo babbo mio, babbo...
Rosa la guardava presso il focolare, con le mani pendule ai fianchi;
senza tremiti. Ad un tratto come un automa le venne vicino, l’avvolse
in un abbraccio e borbottò fra il riso e i singhiozzi, con accenti
tragici:
— _Ninna, nanna,_
_la bambina è della mamma,_
_ninna nanna,_
_ninna nanna._ —