Alberto rimase impietrito, immobile, lo sguardo stralunato fisso sul
foglio; tratteneva il respiro; non osava nè muoversi nè alzare gli
occhi. Un senso di terrore gli fasciava le membra come un lenzuolo
diaccio.
Solo? Era solo, qui? O vi era qualcun altro, un'Ombra, una Presenza
immateriale, là, accanto--separata da lui soltanto da quella portiera,
da quell'uscio chiuso?
Piano, quasi avesse paura di farsi sentire, depose sulla tavola il
foglio; poi volse cauto, lento, gli occhi in giro interrogando gli
angoli più remoti della stanza. Dalle pareti, dai cavalletti lo
guardavano i suoi quadri: i suoi quadri stonati e ambigui, dai colori
falsi, dalle forme grottesche.
Paura! Paura! Tutto gli faceva paura: il silenzio, la solitudine, la
vista di quelle figure contorte e immobili create da lui... e più di
tutto il sinistro mistero della camera vicina.
A un tratto ebbe un sussulto. Là, sopra una sedia, erano buttati il
cappello e la pelliccia di Raimonda.
--_Raimonda!_--fece, quasi in un singhiozzo. Ed ebbe paura che qualcuno
gli rispondesse.
Solo! Era solo. Perchè, perchè era qui solo con questo spavento, con
questo strazio? Gli pareva di essere un bambino perduto nella foresta; e
avrebbe voluto gridar forte, invocare soccorso; ma l'idea di lacerare
col suo primo urlo quel silenzio lo agghiacciò di nuovo terrore.
Indietreggiò verso la porta d'uscita; bisognava correre giù e chiamar
gente...
Subitamente ebbe vergogna della sua viltà. No! bisognava affrontare il
tremendo mistero di quella stanza: sollevare quella portiera, spalancare
l'uscio... e guardare.
Chiara gli si presentò alla mente la visione di lei che ora vedrebbe,
bianca e solenne sul grande letto dai tendaggi rossi.
Con un gemito si slanciò, ricacciò la portiera, sospinse l'uscio...
Il cuore gli dette un balzo. La camera, fiocamente illuminata, gli
apparve deserta; il grande letto era vuoto e intatto.
Tremando si avanzò, poi gettò un grido. Là! là, nell'angolo... per
terra, nell'ombra ... cos'era quell'ombra più scura?
Lei! Era lei!
--Raimonda! Raimonda!--Egli si precipitò ansante. La sollevò.--Raimonda!
Ed ora la trascinava verso la luce, le toccava smarrito la faccia e le
mani. Viva!... era viva!
--Dio! Dio! Dio!... Vi ringrazio!
Ella gli si abbandonava molle e inerte tra le braccia, col volto livido
e disfatto rovesciato all'indietro, le pupille, vaghe luci lattee,
rivulse e semispente. E intorno alle sue labbra socchiuse biancheggiava
una lieve traccia di polvere squamosa e lucente.
Con un rinnovato urlo di terrore il giovane la afferrò, la scosse.
--Cos'hai fatto? Parlami! Cos'hai fatto?
E i suoi sguardi folli interrogavano quel viso terreo, quella bocca
biancastra; interrogavano tutta la stanza crepuscolare.
D'un tratto egli scorse sul divano, accanto a un fazzoletto sgualcito,
una scatoletta, una piccola scatola di cartone aperta.
--Ah!--gridò esterrefatto,--che cosa hai preso? Sciagurata! Che cos'hai
preso?
Gemendo la donna gli si abbattè sul petto.
--No... no... Lasciami... lasciami!
--Che cos'è?--urlò lui, sfiorandole la bocca colle mani e poi
guardandosi con terrore le dita.--Che cos'è questo?
--No... no... Non ne ho preso!--singhiozzò lei. E soggiunse afona:--_Ho
avuto paura!_
Egli sentì che diceva il vero. Ebbe come un colpo nelle vene... Il
cuore, che gli si era fermato, riprese a battere; la stretta delle sue
braccia intorno a quel fragile corpo si rallentò, si sciolse; ed ella
cadde su una seggiola accanto al letto, colle braccia protese e la testa
abbattuta sulle coltri.
Il giovane indietreggiò, preso da un senso di gelo. Una violenta
reazione si faceva in lui. Dopo il primo impeto di gioia, di una gioia
così acuta da essere quasi insostenibile, l'ondata d'estasi per averla
ritrovata viva si tramutava in un fiotto d'esecrazione e d'ira.
Falsa, vile, bugiarda! Ella gli aveva inflitto a vuoto quella inutile
angoscia. Falsa, vile, bugiarda!... Ella aveva scritto quella lettera
straziante, per dilaniarlo, per torturarlo! Per farlo impazzire aveva
inscenato questa finta tragedia, colla polvere sulle labbra e la scatola
di veleno aperta.
Il sangue gli salì alle tempia; una vampata d'odio gli abbagliò la
vista. Gli parve di doverla afferrare per le spalle, per i capelli; gli
parve di doverla prendere alla gola e soffocarla perchè non mentisse
più, perchè non parlasse più, perchè non respirasse più!
Lo spasimo fu troppo forte; egli d'un tratto si abbattè sul divano e
scoppiò in pianto.
Vacillante ella sorse in piedi e gli fu accanto; ed egli sentì intorno
al suo collo le braccia tremule di lei; nei suoi capelli i baci e le
lagrime di lei.
--No, no! Adorato, adorato!... non piangere! Perdonami... perdonami!
E come egli, scosso da un tremito convulso, piangeva ancora, ella pianse
con lui.
--Era meglio se morivo! Lo so ch'era meglio! Volevo, volevo morire...
Attese da lui la parola di protesta, di tenerezza; ma quella parola non
venne. Ed ella continuò smarrita:
--Non piangere... sono qui... sono con te! Ti amo.
Il giovane balzò in piedi svincolandosi da lei, respingendola con un
brivido d'avversione e d'orrore.
--Non parlar d'amore!--gridò, cogli occhi lampeggianti, i neri capelli
scomposti sulla fronte.--Nefanda creatura! non parlar d'amore!
--Ti amo!--ripetè lei, accasciandosi ai suoi piedi e cingendogli colle
braccia i ginocchi.
--Sì, tu m'ami!--gridò lui, respingendola.--Tu ami me come hai amato
l'altro... come hai amato gli altri...
Un improvviso silenzio cadde tra loro: un silenzio strano, sinistro,
dopo tanto tumulto.
Poi ella disse a voce bassa:
--È vero.
Seguì un nuovo silenzio.
--È vero. Io ho sempre amato così...--E sembrava sbigottita ella stessa
di fronte ai suoi ricordi. Cogli occhi spalancati e fissi pareva
guardare nel suo passato.
--Ho amato così... per la sventura mia e la rovina altrui.
Di nuovo un senso di disgusto più profondo invase Alberto e gli chiuse
in uno spasimo la gola. Si accasciò presso al letto coprendosi il volto
colle mani.
Ma ella continuò, vaneggiante, allucinata:
--Anche Adriano l'amavo così. L'amavo! E perciò i suoi occhi mi facevano
paura--i suoi vividi, spietati occhi giovani, che vedevano tutto! che
vedevano accanto a me, sfiorita e intristita, a me fosca ed arsa dalla
passione, la beltà mattinale di altre donne!
Sostò un attimo, ansante. Indi riprese come parlando con sè stessa:
--Quando ebbe compiuto quell'inaudito atto d'amore, io prostrata davanti
a lui, demente e disperata non potevo abbastanza gridargli il mio
rapimento, la mia adorazione! Sarei morta per lui mille volte, morta di
mille morti dolorose s'egli l'avesse voluto, morta, con lui o per lui!
Non si può, non si può essere più pazzamente grata, più beata e
straziata insieme di ciò ch'io ero allora!... Ma lui non mi credeva. Mi
dilaniava coi suoi sospetti. _Non mi vedeva!_ Era questa la cosa atroce:
non mi vedeva! Non poteva leggere nel mio povero volto disfatto il
disperato amore che sentivo per lui. «Che cosa pensi?» prorompeva ad
ogni istante. Dieci, cento, mille volte al giorno mi lanciava come una
pugnalata quella domanda: «Che cosa pensi?». E qualsiasi cosa io
rispondessi lo metteva in furore. Di giorno, di notte, mi aggrediva,
aspro rapido repentino: «Cosa pensi?». Mentre gli parlavo
m'interrompeva, fremente e maniaco: «Cosa pensi?». E se tacevo
m'afferrava il braccio con quel grido rauco, terribile, pazzesco: «Cosa
pensi?»--«Non penso nulla!» piangevo io.--«Sì! sì!... Tu pensi che sono
uno sventurato! Tu pensi a fuggire! tu pensi ad altri...». Ed io che non
le pensavo queste cose, quand'egli me le diceva dovevo pensarle!... Oh,
Alberto! Alberto, mio adorato! Cerca di comprendere, cerca di
comprendere che giorni terribili, che giorni di orrore e d'incubo furono
quelli!
Il giovane non si mosse nè rispose.
--Egli mi sfuggiva... sentivo che mi sfuggiva ancor più che quando ci
vedeva. Io ero ai suoi piedi, tremante e piangente, ma lui si chiudeva
in una fortezza di silenzio e d'odio; si murava nella sua prigione di
oscurità! Che cosa dovevo fare, io che l'amavo?... che l'amavo!
Alberto trasalì: quel grido d'amore per un altro uomo gli faceva orrore.
Ebbe come in un lampo la visione di tutti gli amori di costei: di tutti
gli uomini ai quali ella si era aggrappata urlando e piangendo, come ora
s'aggrappava a lui, come ieri a Adriano...
La staccò da sè, con violenza.
--Basta!--gridò;--basta. Non voglio sentire più nulla. È inutile. È
finita.
E scattò in piedi.
Ella lo seguì cogli occhi stralunati mentre egli s'aggirava febbrile per
la stanza, radunando con gesti incomposti le cose sue, per uscire, per
andarsene.
--Che fai? Che cerchi?--balbettò lei.
Egli si mordeva le labbra senza rispondere. Appariva a sè stesso
ridicolo e compassionevole. Gli pareva di recitare una specie di
commedia, truce e grottesca a un tempo; gli pareva di assumere la parte
di un individuo che non gli somigliava. Non sapeva più quanto di sincero
e quanto di mendace era in lui e nei suoi atti.
--Ma dove vuoi andare? Vuoi lasciarmi?
Gli si abbattè ai piedi alzando a lui il viso livido e stravolto, mentre
grandi lagrime le rigavano le guancie.
--Non lasciarmi! non lasciarmi. Ti amo!
L'uomo ristette, e la guardò. E d'un tratto gli parve di vedere in quel
viso alzato verso di lui tutta la passione muliebre del mondo, nella sua
spasimante debolezza, nella sua affranta angoscia, nella sua fragile e
feroce terribilità.
Ella non comprese il suo sguardo: le parve di sentire ch'egli era
perduto per lei; e si abbattè gemendo con la fronte a terra.
--Ma se mi lasci che cosa farò? Mio Dio, che cosa farò?
--Farai,--gridò egli mentre le onde dell'ira risorgevano in lui,--farai
ciò che hai sempre fatto. Sciagurata e iniqua, tu non hai fatto che del
male...
--Sì!... sì!... È vero,--pianse lei.
--Tu non hai sparso che danno e devastazione intorno a te. Hai portato
lo sfacelo e la sciagura, sempre, a chi ti ha amata...
--Sì!... sì!... È vero...
--Ed ora so che cosa tu vorresti! Vorresti perdere anche me... spingermi
alla pazzia e al delitto! Ma non ci riuscirai; ah, no! non ci riuscirai.
Ella, singhiozzando, avviticchiata a lui si alzava, strisciando,
aggrappandoglisi alle braccia, al collo. Ansava; ed egli ne sentiva
l'affocato alito nel collo e sulle gote. Comprese che il vituperio non
era per lei che una sferza alla sua fosca depravazione... E,
inorridendo, sentì che l'odio diveniva un afrodisiaco alla loro torbida
sensualità.
--Lasciami,--urlò, svincolandosi;--lasciami... o, per Iddio! ti ammazzo.
Ella ebbe un grido di ebbrezza, di gioia, alzando a lui il viso
subitamente trasfigurato.
Fissandolo cogli occhi smisuratamente allargati, si allontanò da lui,
indietreggiò verso il divano. Indietreggiò pur tenendolo sempre avvinto
e immobile sotto l'ipnotismo del suo sguardo.
D'improvviso si chinò, raccolse con gesto fulmineo la scatoletta bianca,
e si riabbattè su lui.
--Tieni! tieni! tieni!--ansò.--Da te voglio la morte! da te! Ecco la
fine che io ho sempre voluto, la fine che ho sempre sognato e che
nessuno mi ha voluto dare! Nessuno, mai, mi ha odiata o amata
abbastanza!... Ma tu, sì!... tu sì!
Alberto stringeva i denti, chiudeva i pugni, distogliendo il capo. Non
voleva udirla, non voleva guardarla. Ma ella si avvinghiava a lui sempre
più folle, più convulsa.
--Adorato! adorato!--singhiozzava, con un rantolo di spavento e di
piacere in gola.--La morte, la morte! Dammela tu!
Tremando la respinse ancora. Ma ella gli si era abbattuta sulla bocca,
gli beveva il respiro, e frattanto gli spingeva subdola e pervicace la
scatoletta tra le mani.
Qualcosa sembrò spezzarglisi nel petto. Sentì traverso la commedia falsa
e fittizia che recitava con lei, incombere imminente la tragedia, il
delitto.
Ora i suoi sguardi andavano dal volto disfatto e contorto della donna a
quella scatoletta aperta nel palmo della sua mano, piccolo rettangolo
bianco in cui luccicavano le squame candide del veleno ignoto. E un
pensiero gli venne, istantaneo come la folgore, ma così chiaro, così
nitido come se qualcuno l'avesse formulato e pronunciato al suo
orecchio: «_Anche tu... con lei. Anche tu!_».
«Anche tu». Chi aveva pronunciato quelle le parole? Erano nate nel suo
cervello? Era lei che gliele susurrava? Certo i suoi sensi le
percepirono insistenti come una preghiera, chiare come un comando:
«Anche tu».
Perchè no? Come era semplice! Come era facile! Uscire con lei dalla
vita, come si esce da una stanza! Andarsene, lasciando dietro di sè ogni
tormento, ogni viltà, ogni dubbio, ogni ricordo.
Ella ora lo guatava con occhi abbacinati, lampeggianti, tutta vibrante
in una selvaggia attesa. Ancora una volta egli si sentì ripreso da quel
subcosciente, strano senso d'irrealtà. Non recitavano essi forse una
commedia stravagante e sensazionale, di cui domani, ripensandoci, si
vergognerebbero?
_Domani!_ Quel pensiero lo atterrì. Come si guarderebbero in faccia loro
due, domani, dopo aver varcato in questa notte i limiti di ogni più
spasmodica sensazione?
Sentì un urto nel sangue, una vampata alla fronte; le sue dita, quasi
mosse da una forza occulta, si immersero nella polvere lieve e
squamosa.
Ella ebbe un grido d'ebbrezza e rovesciò indietro la testa.
--Per me!... Per me! dammi... dammi!
--Sì! sì! per te,--rantolò lui.--Ma prima...
E con gesto fulmineo portò la mano alla bocca, se la riempì della droga,
masticò, inghiottì, soffocando e ansando... E per due volte ripetè
quell'atto, mentre ella avviticchiata a lui strillava:
--No! no! no! Perchè?... perchè?...
Vacillante, egli si divincolò.
--Ora a te! Prendi!--E le porse la scatola.
La donna indietreggiò, livida, spiritata.
--Dio!... Dio!... Cos'hai fatto! Orrore!... orrore!...
--A te!--ripetè lui, stringendo i denti.--Fa presto... prendi!
--No... no!...--strillò lei, e un terrore pazzo le stralunava gli occhi.
Egli chinò su lei il volto che s'era fatto azzurrastro di pallore; i
suoi lineamenti si contraevano in una smorfia orribile:
--_Prendi!_
Aveva la bocca arida e amara; un brivido di gelo gli scoteva le membra.
Sentì che la scatola gli sfuggiva di mano, e la spinse tra le dita
floscie e tremule di lei. Ma ella con un grido se ne ritrasse come da
una serpe viva; ed egli lasciò cadere la scatola sul letto. Un po' della
polvere si sparse sulla coltre.
Un abbaglio lo colse. Ghermì la donna e stringendola in una morsa ferrea
la cacciò verso il letto.
Ella strillando si divincolò.
--No! Ho paura! No... no... no!...
Alberto ansava, strozzato e soffocato. Aveva la bocca piena di schiuma e
una nausea orribile gli saliva dal profondo dei visceri. Sentiva
sfuggirgli la terra sotto ai piedi, sentiva sfuggirgli i pensieri dal
cervello: bisognava far presto... far presto...
Che cosa bisognava far presto?... Ah, sì! La droga... Raimonda... anche
lei... Raimonda...
Mosse barcollando verso il letto, e di nuovo affondò le dita nella
polvere morbida e sfuggevole.
La donna proruppe in un urlo:
--Aiuto! aiuto! No, Alberto... no!... O mio Dio, aiuto!
Intorno a lui tutto turbinò. Con gli occhi fuori dell'orbite, le vene a
nodo sulla fronte, si precipitò su lei, la ghermì, la strinse... E come
ella si divincolava con gemiti e strilli, le sbattè sulla faccia la
mano aperta, coprendole il viso di una incipriatura atroce e grottesca.
Per un istante non vide più nulla; poi tutto riapparve, ondulante,
turbinante, raddoppiato, centuplicato intorno a lui. La stanza era piena
di Raimonde... dieci, cento, mille Raimonde gli roteavano d'intorno,
tutte con lo stesso viso infarinato e folle, con la stessa bocca aperta
e urlante...
Egli volle inseguirle ma mille oggetti si frapponevano, impedendogli il
passo; i mobili traballando gli si sbattevano contro il petto, le pareti
ondeggiavano, s'inclinavano, precipitavano... il pavimento gli guizzava
di sotto ai piedi.
Tutte le Raimonde si erano scagliate in avanti sul letto... afferravano
la scatola, la ribaltavano... e in un turbine fuggivano... svanivano
dietro l'ondulante portiera.
Alberto si slanciò per inseguirle; ma sul limitare incespicò e cadde.
Cadde all'indietro...
E gli parve di cadere mollemente, dolcemente, a lungo... di cadere in un
lento graduale inabissarsi, come sospinto da una morbida forza, come
sorretto da un morbido abbraccio...
E giacque, infine, sommerso in una lene, lieve, morbida profondità.
. . . . . . .
E vide due Figure che gli stavano accanto: l'una era il Tempo, velato
d'ombra; l'altra era l'Eternità, circonfusa di luce.
Entrambi si chinarono su lui.
--Dormi,--disse il Tempo.
--Svegliati,--disse l'Eternità.