XXI.

Alberto rimase impietrito, immobile, lo sguardo stralunato fisso sul

foglio; tratteneva il respiro; non osava nè muoversi nè alzare gli

occhi. Un senso di terrore gli fasciava le membra come un lenzuolo

diaccio.

Solo? Era solo, qui? O vi era qualcun altro, un'Ombra, una Presenza

immateriale, là, accanto--separata da lui soltanto da quella portiera,

da quell'uscio chiuso?

Piano, quasi avesse paura di farsi sentire, depose sulla tavola il

foglio; poi volse cauto, lento, gli occhi in giro interrogando gli

angoli più remoti della stanza. Dalle pareti, dai cavalletti lo

guardavano i suoi quadri: i suoi quadri stonati e ambigui, dai colori

falsi, dalle forme grottesche.

Paura! Paura! Tutto gli faceva paura: il silenzio, la solitudine, la

vista di quelle figure contorte e immobili create da lui... e più di

tutto il sinistro mistero della camera vicina.

A un tratto ebbe un sussulto. Là, sopra una sedia, erano buttati il

cappello e la pelliccia di Raimonda.

--_Raimonda!_--fece, quasi in un singhiozzo. Ed ebbe paura che qualcuno

gli rispondesse.

Solo! Era solo. Perchè, perchè era qui solo con questo spavento, con

questo strazio? Gli pareva di essere un bambino perduto nella foresta; e

avrebbe voluto gridar forte, invocare soccorso; ma l'idea di lacerare

col suo primo urlo quel silenzio lo agghiacciò di nuovo terrore.

Indietreggiò verso la porta d'uscita; bisognava correre giù e chiamar

gente...

Subitamente ebbe vergogna della sua viltà. No! bisognava affrontare il

tremendo mistero di quella stanza: sollevare quella portiera, spalancare

l'uscio... e guardare.

Chiara gli si presentò alla mente la visione di lei che ora vedrebbe,

bianca e solenne sul grande letto dai tendaggi rossi.

Con un gemito si slanciò, ricacciò la portiera, sospinse l'uscio...

Il cuore gli dette un balzo. La camera, fiocamente illuminata, gli

apparve deserta; il grande letto era vuoto e intatto.

Tremando si avanzò, poi gettò un grido. Là! là, nell'angolo... per

terra, nell'ombra ... cos'era quell'ombra più scura?

Lei! Era lei!

--Raimonda! Raimonda!--Egli si precipitò ansante. La sollevò.--Raimonda!

Ed ora la trascinava verso la luce, le toccava smarrito la faccia e le

mani. Viva!... era viva!

--Dio! Dio! Dio!... Vi ringrazio!

Ella gli si abbandonava molle e inerte tra le braccia, col volto livido

e disfatto rovesciato all'indietro, le pupille, vaghe luci lattee,

rivulse e semispente. E intorno alle sue labbra socchiuse biancheggiava

una lieve traccia di polvere squamosa e lucente.

Con un rinnovato urlo di terrore il giovane la afferrò, la scosse.

--Cos'hai fatto? Parlami! Cos'hai fatto?

E i suoi sguardi folli interrogavano quel viso terreo, quella bocca

biancastra; interrogavano tutta la stanza crepuscolare.

D'un tratto egli scorse sul divano, accanto a un fazzoletto sgualcito,

una scatoletta, una piccola scatola di cartone aperta.

--Ah!--gridò esterrefatto,--che cosa hai preso? Sciagurata! Che cos'hai

preso?

Gemendo la donna gli si abbattè sul petto.

--No... no... Lasciami... lasciami!

--Che cos'è?--urlò lui, sfiorandole la bocca colle mani e poi

guardandosi con terrore le dita.--Che cos'è questo?

--No... no... Non ne ho preso!--singhiozzò lei. E soggiunse afona:--_Ho

avuto paura!_

Egli sentì che diceva il vero. Ebbe come un colpo nelle vene... Il

cuore, che gli si era fermato, riprese a battere; la stretta delle sue

braccia intorno a quel fragile corpo si rallentò, si sciolse; ed ella

cadde su una seggiola accanto al letto, colle braccia protese e la testa

abbattuta sulle coltri.

Il giovane indietreggiò, preso da un senso di gelo. Una violenta

reazione si faceva in lui. Dopo il primo impeto di gioia, di una gioia

così acuta da essere quasi insostenibile, l'ondata d'estasi per averla

ritrovata viva si tramutava in un fiotto d'esecrazione e d'ira.

Falsa, vile, bugiarda! Ella gli aveva inflitto a vuoto quella inutile

angoscia. Falsa, vile, bugiarda!... Ella aveva scritto quella lettera

straziante, per dilaniarlo, per torturarlo! Per farlo impazzire aveva

inscenato questa finta tragedia, colla polvere sulle labbra e la scatola

di veleno aperta.

Il sangue gli salì alle tempia; una vampata d'odio gli abbagliò la

vista. Gli parve di doverla afferrare per le spalle, per i capelli; gli

parve di doverla prendere alla gola e soffocarla perchè non mentisse

più, perchè non parlasse più, perchè non respirasse più!

Lo spasimo fu troppo forte; egli d'un tratto si abbattè sul divano e

scoppiò in pianto.

Vacillante ella sorse in piedi e gli fu accanto; ed egli sentì intorno

al suo collo le braccia tremule di lei; nei suoi capelli i baci e le

lagrime di lei.

--No, no! Adorato, adorato!... non piangere! Perdonami... perdonami!

E come egli, scosso da un tremito convulso, piangeva ancora, ella pianse

con lui.

--Era meglio se morivo! Lo so ch'era meglio! Volevo, volevo morire...

Attese da lui la parola di protesta, di tenerezza; ma quella parola non

venne. Ed ella continuò smarrita:

--Non piangere... sono qui... sono con te! Ti amo.

Il giovane balzò in piedi svincolandosi da lei, respingendola con un

brivido d'avversione e d'orrore.

--Non parlar d'amore!--gridò, cogli occhi lampeggianti, i neri capelli

scomposti sulla fronte.--Nefanda creatura! non parlar d'amore!

--Ti amo!--ripetè lei, accasciandosi ai suoi piedi e cingendogli colle

braccia i ginocchi.

--Sì, tu m'ami!--gridò lui, respingendola.--Tu ami me come hai amato

l'altro... come hai amato gli altri...

Un improvviso silenzio cadde tra loro: un silenzio strano, sinistro,

dopo tanto tumulto.

Poi ella disse a voce bassa:

--È vero.

Seguì un nuovo silenzio.

--È vero. Io ho sempre amato così...--E sembrava sbigottita ella stessa

di fronte ai suoi ricordi. Cogli occhi spalancati e fissi pareva

guardare nel suo passato.

--Ho amato così... per la sventura mia e la rovina altrui.

Di nuovo un senso di disgusto più profondo invase Alberto e gli chiuse

in uno spasimo la gola. Si accasciò presso al letto coprendosi il volto

colle mani.

Ma ella continuò, vaneggiante, allucinata:

--Anche Adriano l'amavo così. L'amavo! E perciò i suoi occhi mi facevano

paura--i suoi vividi, spietati occhi giovani, che vedevano tutto! che

vedevano accanto a me, sfiorita e intristita, a me fosca ed arsa dalla

passione, la beltà mattinale di altre donne!

Sostò un attimo, ansante. Indi riprese come parlando con sè stessa:

--Quando ebbe compiuto quell'inaudito atto d'amore, io prostrata davanti

a lui, demente e disperata non potevo abbastanza gridargli il mio

rapimento, la mia adorazione! Sarei morta per lui mille volte, morta di

mille morti dolorose s'egli l'avesse voluto, morta, con lui o per lui!

Non si può, non si può essere più pazzamente grata, più beata e

straziata insieme di ciò ch'io ero allora!... Ma lui non mi credeva. Mi

dilaniava coi suoi sospetti. _Non mi vedeva!_ Era questa la cosa atroce:

non mi vedeva! Non poteva leggere nel mio povero volto disfatto il

disperato amore che sentivo per lui. «Che cosa pensi?» prorompeva ad

ogni istante. Dieci, cento, mille volte al giorno mi lanciava come una

pugnalata quella domanda: «Che cosa pensi?». E qualsiasi cosa io

rispondessi lo metteva in furore. Di giorno, di notte, mi aggrediva,

aspro rapido repentino: «Cosa pensi?». Mentre gli parlavo

m'interrompeva, fremente e maniaco: «Cosa pensi?». E se tacevo

m'afferrava il braccio con quel grido rauco, terribile, pazzesco: «Cosa

pensi?»--«Non penso nulla!» piangevo io.--«Sì! sì!... Tu pensi che sono

uno sventurato! Tu pensi a fuggire! tu pensi ad altri...». Ed io che non

le pensavo queste cose, quand'egli me le diceva dovevo pensarle!... Oh,

Alberto! Alberto, mio adorato! Cerca di comprendere, cerca di

comprendere che giorni terribili, che giorni di orrore e d'incubo furono

quelli!

Il giovane non si mosse nè rispose.

--Egli mi sfuggiva... sentivo che mi sfuggiva ancor più che quando ci

vedeva. Io ero ai suoi piedi, tremante e piangente, ma lui si chiudeva

in una fortezza di silenzio e d'odio; si murava nella sua prigione di

oscurità! Che cosa dovevo fare, io che l'amavo?... che l'amavo!

Alberto trasalì: quel grido d'amore per un altro uomo gli faceva orrore.

Ebbe come in un lampo la visione di tutti gli amori di costei: di tutti

gli uomini ai quali ella si era aggrappata urlando e piangendo, come ora

s'aggrappava a lui, come ieri a Adriano...

La staccò da sè, con violenza.

--Basta!--gridò;--basta. Non voglio sentire più nulla. È inutile. È

finita.

E scattò in piedi.

Ella lo seguì cogli occhi stralunati mentre egli s'aggirava febbrile per

la stanza, radunando con gesti incomposti le cose sue, per uscire, per

andarsene.

--Che fai? Che cerchi?--balbettò lei.

Egli si mordeva le labbra senza rispondere. Appariva a sè stesso

ridicolo e compassionevole. Gli pareva di recitare una specie di

commedia, truce e grottesca a un tempo; gli pareva di assumere la parte

di un individuo che non gli somigliava. Non sapeva più quanto di sincero

e quanto di mendace era in lui e nei suoi atti.

--Ma dove vuoi andare? Vuoi lasciarmi?

Gli si abbattè ai piedi alzando a lui il viso livido e stravolto, mentre

grandi lagrime le rigavano le guancie.

--Non lasciarmi! non lasciarmi. Ti amo!

L'uomo ristette, e la guardò. E d'un tratto gli parve di vedere in quel

viso alzato verso di lui tutta la passione muliebre del mondo, nella sua

spasimante debolezza, nella sua affranta angoscia, nella sua fragile e

feroce terribilità.

Ella non comprese il suo sguardo: le parve di sentire ch'egli era

perduto per lei; e si abbattè gemendo con la fronte a terra.

--Ma se mi lasci che cosa farò? Mio Dio, che cosa farò?

--Farai,--gridò egli mentre le onde dell'ira risorgevano in lui,--farai

ciò che hai sempre fatto. Sciagurata e iniqua, tu non hai fatto che del

male...

--Sì!... sì!... È vero,--pianse lei.

--Tu non hai sparso che danno e devastazione intorno a te. Hai portato

lo sfacelo e la sciagura, sempre, a chi ti ha amata...

--Sì!... sì!... È vero...

--Ed ora so che cosa tu vorresti! Vorresti perdere anche me... spingermi

alla pazzia e al delitto! Ma non ci riuscirai; ah, no! non ci riuscirai.

Ella, singhiozzando, avviticchiata a lui si alzava, strisciando,

aggrappandoglisi alle braccia, al collo. Ansava; ed egli ne sentiva

l'affocato alito nel collo e sulle gote. Comprese che il vituperio non

era per lei che una sferza alla sua fosca depravazione... E,

inorridendo, sentì che l'odio diveniva un afrodisiaco alla loro torbida

sensualità.

--Lasciami,--urlò, svincolandosi;--lasciami... o, per Iddio! ti ammazzo.

Ella ebbe un grido di ebbrezza, di gioia, alzando a lui il viso

subitamente trasfigurato.

Fissandolo cogli occhi smisuratamente allargati, si allontanò da lui,

indietreggiò verso il divano. Indietreggiò pur tenendolo sempre avvinto

e immobile sotto l'ipnotismo del suo sguardo.

D'improvviso si chinò, raccolse con gesto fulmineo la scatoletta bianca,

e si riabbattè su lui.

--Tieni! tieni! tieni!--ansò.--Da te voglio la morte! da te! Ecco la

fine che io ho sempre voluto, la fine che ho sempre sognato e che

nessuno mi ha voluto dare! Nessuno, mai, mi ha odiata o amata

abbastanza!... Ma tu, sì!... tu sì!

Alberto stringeva i denti, chiudeva i pugni, distogliendo il capo. Non

voleva udirla, non voleva guardarla. Ma ella si avvinghiava a lui sempre

più folle, più convulsa.

--Adorato! adorato!--singhiozzava, con un rantolo di spavento e di

piacere in gola.--La morte, la morte! Dammela tu!

Tremando la respinse ancora. Ma ella gli si era abbattuta sulla bocca,

gli beveva il respiro, e frattanto gli spingeva subdola e pervicace la

scatoletta tra le mani.

Qualcosa sembrò spezzarglisi nel petto. Sentì traverso la commedia falsa

e fittizia che recitava con lei, incombere imminente la tragedia, il

delitto.

Ora i suoi sguardi andavano dal volto disfatto e contorto della donna a

quella scatoletta aperta nel palmo della sua mano, piccolo rettangolo

bianco in cui luccicavano le squame candide del veleno ignoto. E un

pensiero gli venne, istantaneo come la folgore, ma così chiaro, così

nitido come se qualcuno l'avesse formulato e pronunciato al suo

orecchio: «_Anche tu... con lei. Anche tu!_».

«Anche tu». Chi aveva pronunciato quelle le parole? Erano nate nel suo

cervello? Era lei che gliele susurrava? Certo i suoi sensi le

percepirono insistenti come una preghiera, chiare come un comando:

«Anche tu».

Perchè no? Come era semplice! Come era facile! Uscire con lei dalla

vita, come si esce da una stanza! Andarsene, lasciando dietro di sè ogni

tormento, ogni viltà, ogni dubbio, ogni ricordo.

Ella ora lo guatava con occhi abbacinati, lampeggianti, tutta vibrante

in una selvaggia attesa. Ancora una volta egli si sentì ripreso da quel

subcosciente, strano senso d'irrealtà. Non recitavano essi forse una

commedia stravagante e sensazionale, di cui domani, ripensandoci, si

vergognerebbero?

_Domani!_ Quel pensiero lo atterrì. Come si guarderebbero in faccia loro

due, domani, dopo aver varcato in questa notte i limiti di ogni più

spasmodica sensazione?

Sentì un urto nel sangue, una vampata alla fronte; le sue dita, quasi

mosse da una forza occulta, si immersero nella polvere lieve e

squamosa.

Ella ebbe un grido d'ebbrezza e rovesciò indietro la testa.

--Per me!... Per me! dammi... dammi!

--Sì! sì! per te,--rantolò lui.--Ma prima...

E con gesto fulmineo portò la mano alla bocca, se la riempì della droga,

masticò, inghiottì, soffocando e ansando... E per due volte ripetè

quell'atto, mentre ella avviticchiata a lui strillava:

--No! no! no! Perchè?... perchè?...

Vacillante, egli si divincolò.

--Ora a te! Prendi!--E le porse la scatola.

La donna indietreggiò, livida, spiritata.

--Dio!... Dio!... Cos'hai fatto! Orrore!... orrore!...

--A te!--ripetè lui, stringendo i denti.--Fa presto... prendi!

--No... no!...--strillò lei, e un terrore pazzo le stralunava gli occhi.

Egli chinò su lei il volto che s'era fatto azzurrastro di pallore; i

suoi lineamenti si contraevano in una smorfia orribile:

--_Prendi!_

Aveva la bocca arida e amara; un brivido di gelo gli scoteva le membra.

Sentì che la scatola gli sfuggiva di mano, e la spinse tra le dita

floscie e tremule di lei. Ma ella con un grido se ne ritrasse come da

una serpe viva; ed egli lasciò cadere la scatola sul letto. Un po' della

polvere si sparse sulla coltre.

Un abbaglio lo colse. Ghermì la donna e stringendola in una morsa ferrea

la cacciò verso il letto.

Ella strillando si divincolò.

--No! Ho paura! No... no... no!...

Alberto ansava, strozzato e soffocato. Aveva la bocca piena di schiuma e

una nausea orribile gli saliva dal profondo dei visceri. Sentiva

sfuggirgli la terra sotto ai piedi, sentiva sfuggirgli i pensieri dal

cervello: bisognava far presto... far presto...

Che cosa bisognava far presto?... Ah, sì! La droga... Raimonda... anche

lei... Raimonda...

Mosse barcollando verso il letto, e di nuovo affondò le dita nella

polvere morbida e sfuggevole.

La donna proruppe in un urlo:

--Aiuto! aiuto! No, Alberto... no!... O mio Dio, aiuto!

Intorno a lui tutto turbinò. Con gli occhi fuori dell'orbite, le vene a

nodo sulla fronte, si precipitò su lei, la ghermì, la strinse... E come

ella si divincolava con gemiti e strilli, le sbattè sulla faccia la

mano aperta, coprendole il viso di una incipriatura atroce e grottesca.

Per un istante non vide più nulla; poi tutto riapparve, ondulante,

turbinante, raddoppiato, centuplicato intorno a lui. La stanza era piena

di Raimonde... dieci, cento, mille Raimonde gli roteavano d'intorno,

tutte con lo stesso viso infarinato e folle, con la stessa bocca aperta

e urlante...

Egli volle inseguirle ma mille oggetti si frapponevano, impedendogli il

passo; i mobili traballando gli si sbattevano contro il petto, le pareti

ondeggiavano, s'inclinavano, precipitavano... il pavimento gli guizzava

di sotto ai piedi.

Tutte le Raimonde si erano scagliate in avanti sul letto... afferravano

la scatola, la ribaltavano... e in un turbine fuggivano... svanivano

dietro l'ondulante portiera.

Alberto si slanciò per inseguirle; ma sul limitare incespicò e cadde.

Cadde all'indietro...

E gli parve di cadere mollemente, dolcemente, a lungo... di cadere in un

lento graduale inabissarsi, come sospinto da una morbida forza, come

sorretto da un morbido abbraccio...

E giacque, infine, sommerso in una lene, lieve, morbida profondità.

. . . . . . .

E vide due Figure che gli stavano accanto: l'una era il Tempo, velato

d'ombra; l'altra era l'Eternità, circonfusa di luce.

Entrambi si chinarono su lui.

--Dormi,--disse il Tempo.

--Svegliati,--disse l'Eternità.

...Sorella di Messalina: Romanzo · 第 33 / 36 题