Un giorno di febbraio Alberto ricevette dal paesello sul Veronese dove
viveva la sua famiglia--il padre medico condotto, la madre mite e
semplice massaia, e Betty, la sorellina, soave fiore diciottenne--un
telegramma. Betty era ammalata.
Egli si precipitò da Raimonda: la baciò, l'abbracciò, ascoltò distratto
le sue parole di rammarico, e partì per San Vincenzo col cuore
angosciato.
La sorellina guarì quasi subito: ed egli dopo pochi giorni fece ritorno
in città.
Passò nello studio in corso Cairoli a prendere la sua esigua e poco
interessante corrispondenza, indi si recò subito da Raimonda.
Non c'era. Era partita.
--Partita!
La cameriera, magra e maliziosa, non sapeva dove fosse andata. La cuoca,
grassa ed intontita, non sapeva quando sarebbe tornata.
Alberto rientrò nel suo studio di cupo umore.
Passarono tre giorni, tre giorni di tormento e d'ansia per il giovane;
indi Raimonda ritornò.
Era pallida e sciupata. Spiegò ad Alberto ch'era stata da una parente
inferma, a Recoaro, e che non aveva mai dormito.
--Ho passato delle notti infernali,--disse sbadigliando, e togliendosi
la pelliccia di cincillà, magnifico indumento che Alberto non le
conosceva;--... delle notti infernali!
Si mise a letto subito e dormì fino al meriggio dell'indomani.
Quando rivide Alberto volle sapere tutti i particolari della malattia di
Betty; ciò che non lasciò a lui il tempo di informarsi sui particolari
dell'infermità della parente di Recoaro.