NOTE:

[1] Sonvi certe tasse che crescono colla popolazione delle città,

ond’è che le città sono interessate a dissimulare una parte della

loro popolazione. Conosco un borgo di Lorena, che conta più che

4000 abitanti e non ha mai voluto confessarne più di 3999. Quando il

progresso della popolazione sarà diventato troppo evidente, essa farà

un salto da 3999 a 4999, siccome quelle donne che aspirano ancora alla

galanteria, e che passano in un giorno dai ventinove ai trentanove

anni.

[2] Per rendere più agevole l’intelligenza di questo periodo ai

lettori italiani, si crede necessario di dar il valor convenzionale

de’ vocaboli francesi _parquet, coulisse, coulissier_, allorchè si

applicano al commercio. _Parquet_ significa il luogo dove stanno i

commercianti, banchieri ed agenti di cambio a discutere i loro affari.

— _Coulisse_, è luogo di riunione dei negozianti di cambio alla borsa

fuor delle ore in cui vi lavorano gli agenti. _Coulissier_, sono

negozianti che trattano affari alla _coulisse_.

[3] Uno scrupolo mi trattiene al momento in cui rileggo questa frase,

ed ecco che un altro ricordo mi ricorre alla mente.

Una bella sera del mese di maggio all’ora dell’_Ave Maria_ incontrai

una processione di gente del popolo e del ceto medio in numero di

diciotto o venti. Essi cantavano a tutta gola un cantico italiano

in onore della Santa Vergine. Intanto ch’io ammirava nel mio interno

quest’atto di divozione spontanea, fui urtato da un uomo sdegnato, che

gesticolava energicamente; era il principe Publicola di Santa Croce.

«Che impudente canaglia! diceva ad alta voce. Cesseranno infine di

rompervi il capo. Non hanno già ben guadagnato i trenta soldi che la

parrocchia dà loro per edificare i forestieri?»

[4] Questo capitolo, che manca assolutamente d’attualità, fu scritto

alcuni mesi dopo l’attentato del 14 gennajo 1858. Io lo conservo qui

per i particolari curiosi e autentici che vi sono contenuti; ma ognuno

sa che un anno dopo tutti gl’Italiani degni di questo nome hanno

lasciato il coltello per prendere la spada.

[5] Ludovico montò la scala del palco. Il carnefice lo fece

inginocchiare, ponendogli la mano sulla spalla ed obbligandolo a

piegare le ginocchia. Ludovico obbedì, senza piangere, invocando con

voce soffocata i proprj figli e la propria moglie, e senza pregare.

Il prete, sempre borbottando il latino ad un uomo che sapeva appena

il dialetto romano, s’allontanò alquanto, mentre il carnefice, detto

Mastro Titta, rimase in piedi di fianco al condannato.

La moltitudine tratteneva quasi il respiro; gli uomini avrebbero potuto

contare le pulsazioni del cuore delle donne loro vicine.

Mastro Titta trae dal disotto della sua casacca rossa un grosso bastone

piombato ed accuratamente lo esamina, poi lo fa girare siccome un

capotamburo farebbe colla sua lunga canna dal pomo d’argento, o come

un giocoliere farebbe colle sue bacchette magiche. Da ultimo lo afferra

ben saldo, lo fa girare due volte intorno alla sua testa, e colpisce il

condannato sulla tempia sinistra.

Un grido d’orrore sorge dalla folla. La vittima cade siccome un bue,

ed il suo corpo comincia a dibattersi nell’agonia. Ma la giustizia

del Vicario di Cristo non è ancora soddisfatta, non ancora completo il

supplizio.

Mastro Titta getta lungi da sè il suo bastone, in mezzo alla gente

affollata; afferra di nuovo la sua vittima, trae dal suo fianco un

coltellaccio da beccajo, e la sgozza.

Poi col coltello medesimo le fa un cerchio profondo intorno al collo,

come per tracciare la linea, e taglia poscia la testa, che mostra al

popolo. Il sangue di quel teschio arrossa il carnefice, mentre due

fontanelle di sangue sprizzano dal collo staccato, e vanno ad inondare

la tunica del prete. Credereste che il sacrificio fosse finito? No.

— Mastro Titta taglia le due braccia alla clavicola, le due gambe

al ginocchio del cadavere, e raccogliendo, co’ piedi e colle mani,

braccia, gambe, testa, e tronco, li getta insieme in una cassa appiè

del palco, mentre cavasi di tasca un fazzoletto e si forbisce il naso.

Non è a dirsi l’orrore del popolo alla vista di questa spaventosa scena.

Un grido unanime di maledizione irresistibilmente proruppe da tutta

quell’onda di gente un’ora prima sì allegra: e ciò malgrado la truppa,

i gendarmi, la polizia.

Il prete sul palco annasava tranquillamente a prese il suo tabacco.

Leone XII non si scosse per nulla, credendo aver adempito il suo dovere.

[6] E difatti de’ quattro miei compagni, due sono ancora celibatarj.

Settembre 1860.

Roma contemporanea · 第 70 / 71 题