Mi ero ben promesso di non abbandonare gli Stati del papa senz’aver
fatta un’escursione a Sonnino, città di cui tanto mi era stato parlato,
il cui nome tante volte si trova nella storia del brigandaggio. I
pittori hanno sì spesse volte raffigurato i costumi e le imprese
de’ suoi abitanti, ch’io voleva co’ miei occhi vedere il paese e gli
uomini, e rintracciare se rimanesse su quel suolo, o nell’indole degli
abitanti, qualche vestigio del passato. L’assunto era scabroso, non
solamente perchè Sonnino è a tre giornate dal Vaticano, e fuor di mano
delle strade frequentate, ma in modo speciale perchè io era straniero;
ed uno straniero in viaggio non conversa se non cogli albergatori. Un
egregio ed onorevole amico che io aveva in Roma si offerse pronto a
liberarmi dall’impiccio. Mi promise di condurmi a Sonnino nella sua
carrozza, di procurarmi alloggio presso persone di sua conoscenza,
d’introdurmi nella vita intima de’ suoi abitanti. Egli stesso aveva
visitato quel paese, verso l’anno 1830, ed era certo di trovarvi una
vecchia, vedova d’uno o due briganti, da esso altre volte impiegata
siccome modello, e che soccorreva onde avesse mezzo di vivere,
passandole una tenue pensione. Accettai pieno di riconoscenza un invito
sì grazioso, e ci ponemmo in viaggio il 10 giugno 1858.
Albano, l’Ariccia, Genzano e quasi tutti i villaggi di que’ d’intorni
si presentano con aspetto grandioso, essendovi sparsi qua e colà i
palazzi ed i conventi. Le case de’ mercanti di campagna, senza aspirare
al grandioso, sono larghe ed elevate, e recano cert’impronta di
borghesia rustica, senza l’apparenza del ricco avventuriero.
Nelle terre prossime alla capitale, le professioni di macellajo,
di fornajo, di droghiere, ecc., vengono esercitate in virtù d’un
privilegio, siccome pubblici impieghi; onde si ricorre per una patente
di droghiere, siccome per tener bottega da lotto, o vendita di sale e
tabacco.
Il privilegio s’insinua dapertutto negli Stati pontificj. Compagnia
d’assicurazioni, di vetrame, di raffineria, fabbrica di stearina, ogni
industria infine un po’ interessante è fondata sopra un privilegio.
Gli stessi cesti dove si vendono i frutti, sulla piazza Navona, sono
affittati ai mercanti da un impresario privilegiato.
Da Albano a Velletri attraversiamo un certo numero di ponti costrutti
dai papi, siccome rilevasi da varie iscrizioni. Non conosco paese
dove il lusso epigrafico sia spinto più in là. Non si getta un ponte
sopra un ruscello, non si fabbrica la minima caserma per gendarmi,
senza scolpire sopra lastra di marmo il nome del pontefice che si è
illustrato con quel beneficio.
Evvi presso la città eterna una fontana d’acqua minerale, dove i
nipoti di Romolo vanno a bagnarsi per divertimento. Iscrizioni sopra
iscrizioni! Un pontefice è lodato per aver condotto l’acqua, un altro
per aver riparato i condotti o per averli rinnovati.
Questa prodigalità di parole pompose parrà, a primo colpo d’occhio, un
po’ meschina e ridicola; ma è _un uso romano_!
Due parole che spiegano e scusano in pari tempo. È vero però che,
se gli antichi fossero stati più sobrj d’iscrizioni, noi ignoreremmo
molte cose, che ci vengono ricordate dai marmi. L’epigrafe è una delle
sorgenti più limpide, a cui lo storico abbia potuto attingere.
Talora però mentisce, e n’è prova quella inscrizione che attribuisce
a Pio VII gli ammirabili lavori, di cui l’amministrazione francese ha
abbellito il Pincio. I papi cancellarono dovunque le orme del nostro
passaggio, non conservando che i nostri beneficj. I consiglieri di
Pio VII, dopo la ristaurazione, avrebbero voluto sopprimere tutto ciò
che ricordava la Francia: fino al segno che trattavano di togliere
i riverberi, che il generale Miollis ed il signor Tournon avevano
introdotto in Roma.
Non ho trovato che un solo monumento che serbasse il nome di
quell’illustre e coraggioso Miollis. È una piccola lastra di marmo
nascosta nelle grotte di Tivoli.
Durante la rivoluzione del 1849, quando Mazzini regnava in Roma ed il
santo padre a Portici, il bel viadotto che unisce Albano all’Ariccia
rimase forzatamente interrotto. Un semplice fittajuolo delle vicinanze
apri la sua cassa e continuò i lavori a proprio rischio e pericolo.
Nessuna iscrizione ricorda questo bel tratto.
Velletri è un villaggio di 16,000 anime ed è capitale d’una provincia:
ha vescovo e prefetto, come Versailles. Vi si trovano pure de’
briganti, poichè Velletri è tra le montagne, circondata da selve
e boscaglie, ed all’ingresso di quel celebre _Campo Morto_, che
appartiene al capitolo di s. Pietro. Ho già detto perchè la pianura
morta, o _Campo Morto_, era un luogo mal frequentato. Il diritto
d’asilo raccoglie una moltitudine di ladri e d’assassini su quel
territorio insalubre. Il vicinato procura a Velletri una specie
d’insalubrità morale, che si è manifestata non ha guari col delitto di
Vendetta.
Ecco il fatto siccome circola di bocca in bocca nella città e nelle
terre vicine.
Ai piedi di Velletri, verso la porta che conduce a Napoli, si trova
un convento di Gesuiti, i quali tengono scuola. Sentii un bisbiglio
di voci infantili e lessi sopra una porta: _Classis elementaris_. La
loro cappella è una chiesa piuttosto antica, dove ho ammiralo una
bella porta del Rinascimento, una soffitta ricchissima, benchè di
gusto incerto, ed un bell’affresco della scuola del Perugino. Ma il più
prezioso de’ loro tesori è una Madonna miracolosa dipinta da s. Luca.
La storia non dice che l’evangelista s. Luca sia stato nè pittore nè
scultore, anzi è noto ch’egli fu convertito da s. Paolo dopo la morte
di Gesù. Eppure l’ingenuità pubblica si compiace nell’attribuire al suo
nome tutte le antichissime imagini che rappresentano la Vergine ed il
Bambino, sia in pittura sia in scoltura. In pari modo nelle tradizioni
dell’antica Grecia tutti i colpi di clava di certa importanza venivano
attribuiti ad Ercole. Checchè ne sia, l’imagine miracolosa di Velletri
è religiosamente conservata in una nicchia chiusa da imposte, in fondo
ad una cappella difesa da una griglia. Gli abitanti de’ vicini villaggi
professano un culto superstizioso per questa pittura, e tutti gli anni
le portano preziose offerte.
Un oste del _Campo Morto_ soprannominato Vendetta concepì il disegno
d’una speculazione ardita. Già da lungo tempo ei taglieggiava gli
abitanti di Velletri e delle vicinanze, a chi chiedeva due scudi ed a
chi dieci o dodici. Chiunque avesse una vendemmia pronta, degli alberi
carichi di frutti, un fratello in viaggio, pagava senza mercanteggiare
quella strana imposta. Eppure Vendetta da ultimo si annojò di quel
mestiere sì lucroso, lusingandosi di poter ritornare alla vita normale,
con un reddito modesto ed un onesto impiego. Per venire a capo di
siffatto scopo, ei non seppe trovar nulla di più ingegnoso che di
rubare la Madonna di Velletri e deporla in sito sicuro.
Si avvicinava una festa solenne, in cui la Madonna doveva comparire
agli occhi del popolo con tutti i suoi diamanti, allorchè il
sacristano, aperta la nicchia, s’accorse, prorompendo in grida di
dolore, che l’imagine non v’era più. Si cerca d’ogni parte, ma non si
trova nulla.
Intanto il popolo si ammutina, e si propaga un’effervescenza fino
nei prossimi villaggi. Il clero del paese accusa i Gesuiti d’essersi
derubati da sè medesimi; i Gesuiti recriminano contro i preti di
Velletri; ed il convento viene invaso, in ogni parte perquisito,
frugato e messo a soqquadro da una moltitudine idolatra. Finalmente,
la domenica, alla messa solenne, Vendetta, armato d’un pugnale, sale
sul pulpito e si denuncia da sè medesimo. Prega il popolo di accogliere
le sue scuse, e promette di restituire la Madonna, appena che abbia
regolato i suoi conti coll’autorità. Questa tratta con lui da potenza
a potenza; ed egli chiede la propria grazia e quella di suo fratello,
una rendita di certo numero di scudi ed un impiego del governo. Si
promette ogni cosa, ma Roma rinnega i proprj agenti e non vuol sancire
nulla. Intanto la popolazione delle montagne si mette in cammino, ed
una moltitudine di contadini minaccia d’inondare Velletri. Il brigante
cede al numero, rivela il nascondiglio dove ha celato la Madonna,
e si arrende a discrezione. Sarà decapitato, e nessuno ne dubita in
Velletri.
La Madonna viene reintegrata. Una grande affluenza di divoti mi permise
di ravvisare la cappella dov’essa fece tanti miracoli; ma una tendina
azzurra, ricamata col nome di Maria, non mi lasciò vedere il capolavoro
di s. Luca.
Vendetta è un brigante della decadenza, che ebbe il suo momento di
audacia, e quel sermone pronunciato in piena chiesa non è un’azione
volgare. Ma quanto siamo lontani dal Passatore! Ecco un vero grand’uomo
fra gli aggressori di strada!
Il Passatore prese una città di 5000 anime, Forlimpopoli. Tutti gli
ottimati erano raccolti in teatro, quando, al levarsi del sipario,
si vede un coro d’uomini armati, che appuntano i fucili contro
gli spettatori. Arriva il tenore, voglio dire il Passatore, con un
foglio in mano. «Signori, grida egli, tutte le uscite del teatro sono
custodite, la città è in nostro potere, ma noi non abuseremo. Abbiamo
imposto a Forlimpopoli una contribuzione di tanti scudi, ripartiti
come segue. Ciascuno di voi escirà, all’appello del suo nome, ed andrà,
sotto buona scorta, a procacciarsi la somma che ci deve.»
Cominciò il novero, e finì senza confusione, facendosi pagare in tanti
bei contanti la somma pretesa, poi ritirandosi pacificamente con un
ricavo maggiore di quanti mai il teatro avesse prodotto.
Cotesto Passatore, oltre l’audacia e la grandezza, aveva delle doti
speciali, mentre facevasi scrupolo di spogliare un infelice, e più
d’una volta vuotava la propria borsa per empirne una trovata vuota.
Un giorno egli venne ferito gravemente, onde vide necessaria
l’assistenza d’un uomo dell’arte. Ma come supporre che un medico avesse
a venire senz’esservi forzato, a riporsi nella gola del lupo?
Fece quindi rapire il più celebre medico di tutti i paesi circostanti,
e lo tenne custodito finchè ebbe bisogno della sua cura. Quando si
sentì veramente bene, ordinò al proprio tesoriere di rimandare quel
valentuomo dopo averlo pagato: ciò che venne eseguito.
«Quanto gli fu dato? chiese il Passatore.
— Dieci scudi.
— Come? dieci scudi a chi ha salvato la vita all’illustre Passatore!
Sei pazzo? Corri a raggiungerlo, consegnagli cento scudi e non
dimenticarti di dirgli, che non è ancora ben pagato!»
Imaginatevi lo spavento del medico quando si vide raggiunto sulla
strada da un uomo a cavallo che galoppava!
Sei mesi più tardi ei traversava la montagna a passo di mula, allorchè
per caso si trovò faccia a faccia col suo antico ammalato. Il povero
dottore questa volta si pentì d’averlo guarito. Ma il Passatore gli
fece un mondo di cortesie, e conchiuse dimandandogli in quale ora
egli si sarebbe trovato in città. Essendosi accorto che un orologio
d’argento stava nel taschino del suo liberatore, esclamò: «È egli
possibile? Il medico del Passatore non ha che un orologio d’argento!
Dammi il tuo orologio!» Lo gettò contro una rupe, onde andò in frantumi
siccome un uovo. Alcuni giorni dopo il dottore trovò sopra il suo
tavolo un eccellente cronometro fabbricato a Londra, e recato in Italia
da qualche viaggiatore inglese, che forse ancora lo rimpiange.
Questo eroe fu ucciso in una mischia. I pontificj s’impossessarono, è
vero, del suo cadavere, ma la sua fama correva ancora per le montagne,
e la sua masnada studiavasi ancora di far credere ch’ei fosse sfuggito.
Per convincere della identità del cadavere, non si trovò nulla di più
ingegnoso che di mostrarlo alla madre del brigante. Quella vecchia
decrepita attinse nell’odio e nella vendetta tanto coraggio quanto
occorreva per negare. Fu tenuta per un’ora e mezzo in presenza di
quel corpo, ma essa ostinatamente ripetè che non lo riconosceva. La
prova parve concludente, e si permise alla vecchia di andarsene. Ma
a quest’ultimo istante, quando il passo più difficile era fatto, la
natura riprese violentemente i suoi diritti; la madre tornò bruscamente
indietro, abbracciò il cadavere del figlio, lo bagnò di lagrime, e
proruppe in imprecazioni contro i soldati che l’avevano ucciso.
Coloro che non videro le paludi Pontine si rappresentano una vasta
estensione di paludi sterili e fetide, tanto spiacevole alla vista,
quanto ripugnante all’odorato.
Nulla è più lontano dal vero. Le paludi Pontine sono uno de’ più bei
paesi dell’Europa, uno de’ più ricchi e de’ più ameni per tre quarti
dell’anno.
Imaginatevi una lunga pianura, che da un lato confina col mare,
e dall’altro con una catena di montagne pittoresche, coltivate
accuratamente e coperte d’alberi su tutti i loro declivii: è un immenso
giardino sparso d’uliveti, le cui frondi grigiastre sembrano in ogni
stagione bagnate da un vapore mattutino. Le prime falde proteggono
de’ boschi di vecchi aranci floridi. La pianura si divide in foreste,
in praterie ed in coltivi. Le foreste, alte e vigorose, attestano
l’incredibile fecondità d’un suolo vergine. Esse alimentano i più begli
alberi d’Europa, e le liane gigantesche. La vigna selvatica e la rosa
canina colorano e profumano le frondi sempre verdi del sughero.
Le praterie sono coperte da innumerevoli gregge; sì belle che non se ne
troverebbero di uguali che nell’America o nell’Ukrania. Delle frotte di
cavalli semi-selvatici galoppano in libertà entro recinti immensi; le
vacche ed i buffali pascolano in pace l’erba alta e folta. I custodi di
questo bestiame, inchiodati sulla sella dei loro cavalli, col mantello
in groppa, il fucile ad armacollo, la lancia in resta, vestiti di
velluto forte e con uose di cuojo grosso e lucide che arrivano fino al
ginocchio, galoppano intorno ai loro allievi. I giovani puledri ritti
in piedi sulle loro gambe sottili disegnano all’orizzonte la loro ombra
fantastica.
Se i viaggiatori vengono in Italia per ammirare delle città antiche
e magnifiche, dei capo-lavori di scultura e pittura, delle rovine
pittoresche, delle cerimonie religiose d’una magnificenza unica, delle
feste popolari la cui originalità non è ancora scancellata, dei campi
di una fertilità miracolosa, delle belle foreste folte e cupe che
danno la più alta idea della fertilità del suolo, un popolo forte,
abbronzito, vestito di foggie che fanno risaltare l’eleganza naturale
del suo corpo, appagheranno i loro desiderj senza uscire dagli Stati
della Chiesa.
Le paludi Pontine valgono già il viaggio.
Le coltivazioni vi sono rare ma gigantesche. Alla primavera si vedono
fino a cento paja di buoi occupati a lavorare lo stesso campo. Alla
fine di giugno non è raro l’incontrare un campo di grano che indora una
lega di terreno. I frumenti sono belli, i melgoni sono sì grandi che
un uomo a cavallo vi è altrettanto invisibile quanto una pernice nei
nostri solchi. I fieni dappertutto ove l’acqua non fa moltiplicare il
giunco e la carice, sono altissimi, sani e di buon odore. La coltura
paludosa trova perfino un posto in questa fecondità universale. Egli
è nelle paludi Pontine che si coltivano in tratti di molti ettari quei
carcioffi semi-selvatici, di cui il popolo di Roma si nutre in estate.
Un drennaggio a cielo scoperto semplice e poco dispendioso basta a
produrre tutte queste buone cose. Quasi tutti i papi, specialmente
Sisto V e Pio VI, hanno fatto lavorare ai grandi canali collettori.
L’interesse privato ha seguito l’impulso, ogni possidente ha scavato
dei canaletti nel suo campo.
Le paludi Pontine sono sottoposte alle stesse cause di sterilità
insalubre delle nostre lande. Il vento d’ovest che ammassa le dune
sulle nostre spiagge della Guascogna e della Gironda, ingombra
ugualmente di sabbia la costa occidentale dell’Italia, e arresta lo
scolo delle acque. La sola differenza fra queste lande e le nostre è
che qui la terra vegetale è mille volte più abbondante e che non vi è
_alios_. Il calore del sole vi è più cocente e più fecondo.
Però, tutto non à fatto per le paludi Pontine poichè non sono
abitabili. La popolazione che le coltiva scende dalle montagne, lavora,
falcia o miete, e se ne fugge tosto sotto pena di morte.
Egli è anzi tutto, che le acque non iscolano abbastanza presto ed
occorrerebbe qualche canale di più, e poi che i detriti di materie
vegetali che compongono questo suolo fecondo, subiscono nei grandi
calori una fermentazione terribile, se ne sviluppano dei veleni
sottili, che sfuggono all’odorato, ma sono funesti alla salute.
La decomposizione dei prodotti animali è fetida ma innocua e quasi
salubre. Non vi è alcun pericolo ad abitare Monfaucon, nel mentre
che queste praterie imbalsamate generano la peste. Quando il sole di
luglio ha sprigionati i gaz micidiali che covano sotto l’erba di queste
campagne, il vento li porta via ove gli piace, e si vedono, a dieci
leghe di distanza nella montagna, in un paese naturalmente sano, gli
uomini morire avvelenati.
Questo flagello che decima regolarmente gli Stati del santo padre, e
che fa progressi ogni anno, non è però senza rimedio. Basterebbero
buone arature per espellere tutti i veleni dalla terra. Dando aria
alla terra, e aprendo un passaggio ai gaz mortiferi, si renderebbe sano
tutto il paese.
Bisogna rompere coraggiosamente tutte le praterie e seminare del grano.
Io non dispero di veder operare questa rivoluzione che arricchirebbe
i possidenti e popolerebbe la pianura in meno di un quarto di secolo.
Alcuni aratri a vapore basterebbero per questo miracolo. Nessun paese
è più acconcio a questo genere di cultura, perocchè il suolo è piano
e senz’alcun accidente di terreno. Converrebbe che i veri amici del
popolo romano si mettessero a predicare il vapore, come gli apostoli
hanno predicato l’evangelio; ma le menti sono mal preparate ad
accogliere un tal beneficio.
Nulla di più curioso che una masseria nelle paludi Pontine. Voi entrate
in un villaggio semi-abbandonato da tre o quattro mesi. Quasi tutti
gli edifizj appartengono al signore; il suo stemma ducale sta sopra
la porta delle capanne. I granaj che egli ha costrutto, i pozzi che
ha scavati sono altrettanti monumenti che celebrano la gloria del suo
nome. Un’iscrizione pomposa vi prega fieramente di non obbliarlo mai.
Il suo palazzo vasto, quadrato, monumentale, sormontato da una torre
che suona le ore, è il centro del villaggio e dei lavori agricoli.
Quest’edificio non ha mai visto nè il padrone attuale, nè suo padre,
nè il suo avolo; tutt’al più il bisavolo vi si sarà fermato una volta
di passaggio. Il mercante di campagna ha stabilito il suo studio in
questo monumento. Si vede entrare ed uscire come nelle podesterie di
provincia un giovine impiegato, col sigaro in bocca, e la penna dietro
l’orecchio. — Verso sera, i guardiani del bestiame, gl’ispettori dei
lavori, i sorveglianti giurati, ornati d’una piastra d’argento colle
armi ducali, arrivano sui loro cavalli che vanno tra il passo e il
trotto. Alcune carrette trasportano delle derrate al magazzino, o delle
bestie coricate sui fianchi, colle gambe legate e col muso legato
con una corda di fieno. Si registrano i prodotti, e si spediscono a
Roma, dopo aver prelevato ciò che ognuno crede poter prendere senza
pericolo. E pertanto la terra è sì feconda, gli animali eseguiscono
sì vigorosamente la loro opera di riproduzione, che il mercante di
campagna metterà da parte circa dieci mila scudi alla fine della
stagione. In quanto al possidente, al padrone della masseria e del
castello, al duca di Carabas, ei non sentirà mai a parlare di tutta
questa ricchezza. Egli ha esatto alcuni anni anticipati per dar una
festa o per costruire un giardino. Si dice perfino che si trovi in
cattive acque, e che stia per affittare il suo palazzo di Roma, affine
di viaggiare a buon mercato in Francia od in Germania.
Noi abbiamo lasciato la nuova strada da Roma a Napoli, che attraversa
le paludi Pontine in linea retta. I nostri cavalli ascendono
penosamente la strada vecchia, abbandonata dall’amministrazione
delle poste, e perciò assai negletta. Eccoci a Piperno, villaggio di
cinque mila anime, capoluogo di governo nella provincia di Frosinone.
Il nostro albergo, il solo di Piperno è una catapecchia. Bisogna
attraversar la rimessa per salire alle camere del primo piano, e che
camere!
Per lo contrario, la piazza del villaggio è molto pittoresca. Il
mercato lo si tiene all’ombra di dieci begli alberi d’arancio; i
notabili del paese vi si radunano tutti i giorni dinanzi alla bottega
del farmacista. Io feci conoscenza col medico, col chirurgo, col
flebotomo, col notajo e con alcuni consiglieri. Ecco il curato che
giunge; ei si ferma a dieci passi da noi per far mettere due o tre
libbre di ciliegie nel suo moccichino. L’acquacedratajo vicino sospende
delle scorze di limone sul davanti della sua bottega per annunziare
che ha preparato dei sorbetti. Io mi metto a parlare coi notabili,
che mi assicurano che la gente del paese non è infelice; la proprietà
è ragionevolmente divisa, si raccolgono molte olive, l’olio si vende
bene, e nella comune non vi sono nè nobili nè mendicanti.
A due ore e mezzo tutte le case si chiudono, senza eccettuare la
bottega ospitaliera del farmacista. È il momento della siesta; il
villaggio dorme fino alle cinque. Io feci intanto il giro della città
seguendo la strada di cinta. Gli antichi bastioni sono coperti di
giardini abbastanza verdi; gli aranci vi fioriscono dappertutto. Una
iscrizione mi ordina di fermarmi; faccio alto e leggo:
FERMATI UN ISTANTE, VIAGGIATORE,
QUALUNQUE SIA LA FRETTA CHE TI SPINGE!
PRIVERNA, ANTICA CITTÀ DEL LAZIO,
CAPITALE DEI VOLSCI,
MUNICIPIO ROMANO,
VITTIMA DEL FURORE DEI TEUTONI,
HA LASCIATO, TU LO VEDI,
POCHE TRACCIE NELLE ROVINE CHE COPRONO
LA PIANURA VICINA;
GLI EDIFIZI NUOVI ERETTI SULLA CIMA
DI QUESTA COLLINA
ATTESTANO IL GRAND’ANIMO E I SENTIMENTI GENEROSI
DEI CITTADINI INTREPIDI
CHE HANNO RISUSCITATO IL NOME E L’ESISTENZA
DELLA LORO PATRIA ESTINTA.
AFFINCHÈ QUESTA GLORIA DI PRIVERNA E DEI PRIVERNATI
NON PASSASSE INAVVERTITA DINANZI A TE,
IL SENATO E IL POPOLO DI PRIVERNA
HANNO INNALZATO QUESTO MONUMENTO
L’ANNO DELLA REDENZIONE 1753.
RISTAURATO NEL 1845.
I Privernati ci consigliarono di prendere dei cavalli di rinforzo, e
piuttosto tre che due, se volevamo arrivare di giorno a Sonnino. Noi
seguimmo il loro avviso, ed uscimmo dalla capitale dei Volsci per la
via consolare. Una strada laterale si chiama la via Camilla.
Sonnino si vede da lontano sulla cima di una rupe. Gli edifizj sono
uniformemente d’un grigio colore di ruine. Si distingue la base di
alcune torri demolite per metà; è tutto ciò che rimane del recinto
fortificato. Due o tre fabbricati nuovi d’un bianco crudo spiccano nel
paesaggio e guastano l’armonia trista del luogo. La strada stessa mi
parve trista, quantunque fosse tutta fiorita. Gli uliveti, le vigne, le
clematidi, i rovi, le ginestre, fiorivano a gara, i bottoni di mirto
stavano per aprirsi, eppure questo lusso vigoroso d’una primavera
d’Italia non ci parlava nè di amore, nè di piacere. Noi misuravamo la
profondità dei burroni che fiancheggiavano la strada, seguivamo collo
sguardo l’ertezza delle rupi aride, e ci cacciavamo col pensiero nel
folto impenetrabile dei macchioni. Alcuni campi larghi come la mano, ci
spiegavano la vita nuova degli indigeni, il loro lavoro ostinato ed il
magro frutto dei loro sudori. Qua e là usciva dalla terra un pugno di
frumento, d’avena o di melgone, ma la cultura principale è quella degli
ulivi, e l’occhio spazia tristamente sulle loro frondi azzurrognole.
Due conventi di grassi frati contribuiscono colle loro preghiere alla
prosperità di Sonnino. L’uno è situato a un mezzo miglio dalla città,
l’altro se ne sta come un ufficio di dazio consumo sulla porta al
basso della città. Ci fu giuocoforza fermarci al secondo per mettere
la nostra vettura al coperto ed i cavalli in iscuderia. Quei buoni
religiosi vendono l’ospitalità ai cavalli ed agli equipaggi, e la
fanno pagare tanto più cara, in quanto che una carrozza non potrebbe
entrare in città. L’arteria principale è una via, che gli abitanti
chiamano con semplicità _strada di mezzo_. Due porte la terminano;
al basso, la porta s. Giovanni; all’alto, la porta s. Pietro. A dir
vero, questa strada non è che una specie di scala sdrucciolevole, che
passa tra due file di case nere, ineguali, senz’alcun rettifilo. Essa
è ombreggiata di tratto in tratto da vôlte scure come i _tunnel_ delle
strade ferrate. Tre uomini possono camminarvi di fronte; quest’è ciò
che le distingue da tutte le altre, ove non vi è posto che per due. Di
distanza in distanza s’incontra a destra un precipizio spaventevole
colla pianura in fondo; ecco le strade adjacenti. La nostra venuta
era stata annunziata. La vedova dei briganti aveva fissato un alloggio
per noi in casa d’un suo parente, antico brigadiere di gendarmeria e
grosso borghese di Sonnino. Egli ci venne incontro fino alla porta
S. Giovanni, e ci diede cordialmente il benvenuto. Era un uomo
corpacciuto, rubicondo, d’una fisonomia aperta, ma con pochi, o
quasi senza denti, ciò che rendeva la sua conversazione difficile a
comprendersi. Egli ci condusse al suo domicilio e mise la sua casa e
le sue genti a nostra disposizione: la casa che abita è di un piano
difficile a descrivere. Vi si entra dalla strada di mezzo, ma il primo
piano fa un salto e passa in un altro quartiere. Un corridoio a scala
ci condusse in una cucina affumicata, ove se ne stava la padrona di
casa colla sua figlia unica, una bella brunettina di quindici anni.
Dopo i primi complimenti, ci si fece salire per una dozzina di gradini
e ci si mostrò la sala da pranzo. Di là passando io per altri intricati
corridoj, giunsi alla mia camera.
Ben tosto la mia amabile guida mi fece chiamare per presentarmi il suo
antico modello. Io vidi una creatura grande e robusta di cinquanta
a sessant’anni, guercia e quasi cieca, ma piena di buon umore e di
salute. Essa parlava lestamente, con una voce veramente maschia e in
tuono burbero; nonostante mi fece buona accoglienza. L’arrivo del suo
benefattore e del suo antico padrone, che aveva forse qualche cosa di
più per essa, le cagionò una soddisfazione evidente, ma la sua gioja
non aveva nulla di espansivo nè di fragoroso. Si riconosceva nelle
sue maniere quell’impassibilità villereccia, che ha la sua sorgente
nell’abitudine di lavorare e di soffrire. Il suo costume era affatto
moderno e simile a quello delle contadine di Bievre o di Montreuil.
Ella preferiva evidentemente le vesti d’indiana ed i fazzoletti di
Lione agli ammirabili tessuti di lana scura che avea portato in sua
gioventù. «Voglio sperare che avrete portato i vostri vestiti della
festa.» La nostra risposta la contrariò assai. Ella strinse le spalle
e disse: «Non si crederà mai che voi siate signori. Domani è la festa
di sant’Antonio, patrono di Sonnino. Vi sarà processione, corsa di
cavalli, e fuochi d’artificio. La nuova banda suonerà delle arie dalla
mattina fino alla sera; imperocchè noi abbiamo una banda composta dei
migliori giovani del paese. Essi hanno imparato la musica, e hanno
comperato degli stromenti. Che peccato che non abbiate portato i vostri
abiti neri!»
Noi ci scusammo alla meglio, io specialmente, che desideravo ottenere
le sue buone grazie. Le feci tanto bene la corte, che mi promise di
raccontarmi al domani la storia della sua vita. «Ma a che scopo? diceva
ella col suo tuono brusco. Io ho vissuto come le altre, e non mi è
accaduto nulla di straordinario; tutti a quell’epoca erano nella stessa
mia condizione.»
Ci fu servita la cena, ma Maria Grazia non volle parteciparvi; però
ella accettò un bicchiere di vino e ne bevette diversi. «Ciò fa bene,
diceva essa, è molto tempo che non ne avevo bevuto, perchè questa
mercanzia è ad un prezzo eccessivo.»
Il nostro ospite fece togliere le posate dei nostri domestici, allorchè
seppe che non avevamo l’abitudine di mangiare con essi. Ci presentò
il suo futuro genero, un giovane ingegnere che aveva l’aria di un
collegiale.
Io manifestava il mio stupore, che dei ragazzi così giovani si
sposassero per farne degli altri; mi si rispose che era l’uso.
A Sezza, nei paesi malsani, le ragazze si maritano ancora più presto,
e si vedono delle adolescenti di quindici anni passare a terze nozze. I
mariti muojono sì presto intorno alle paludi Pontine!
Il pasto fu buono e soprattutto abbondante. Noi non avemmo a lagnarci
di nulla, fuorchè della cortesia eccessiva dei nostri ospiti. In queste
montagne gli uomini si servono prima delle donne, quando però queste
osano mangiare dinanzi a loro. Ma l’uso impone un grande scialacquo di
complimenti. «Buon appetito. — Grazie. — Voi siete il mio padrone. —
Accomodatevi come vi piace. — Fatemi il favore. — Davvero, è troppo!
Voi mi colmate. Io non saprei come riconoscere. — Con vostro permesso.
— Desidero che questo pasto vi faccia buon pro! Vi sbarazzerò della mia
presenza. — Addio. — Buona sera. — Buona notte. — Dormite bene. — La
Madonna vi accompagni! — E notate bene che al principio il padrone di
casa vi ha detto: Noi vi tratteremo alla buona, senza cerimonie, senza
complimenti.»
Io dormii come si dorme in viaggio. La seguente mattina uscendo dalla
mia stanza, incontrai il giovine ingegnere che si offrì gentilmente
di farmi vedere la città e la fiera, lo che accettai ben volontieri.
Strada facendo lo confessai un poco. Egli aveva fatto i suoi studj a
Roma, e aveva frequentato i corsi della Sapienza. Nel mentre studiava
le matematiche aveva trovato il tempo di leggere alcuni volumi di
Voltaire e di Rousseau; leggeva il francese ma non lo parlava. Rousseau
era il suo favorito e più volte s’era riunito con alcuni camerati per
commentarlo a porte chiuse. Egli giudicava il governo pontificio come
tutti gli uomini della classe media, e sperava di vivere abbastanza per
vederlo rovesciato. Intanto faceva istanza per un impiego nei lavori
pubblici.
La fiera si teneva alle due estremità del villaggio. Io contai una
dozzina di botteghe discretamente mal assortite. S’indovinava al
primo colpo d’occhio, che Sonnino non era la capitale del commercio.
Alcune pezze di tela, alcuni fazzoletti di seta o di cotone, un po’ di
rame da cucina, e delle stoviglie ordinarie, molte corone, e ciliegie
in quantità: ecco tutto ciò che io ho registrato nelle mie memorie.
Aggiungete un fondo di libreria consistente in istorielle da un soldo,
e in lamenti edificanti; infine un carico di assiccelle sottilissime,
che il mercante adatta in un momento per fabbricare sedie, bauletti,
poltrone e perfino dei canapè.
Le strade cominciavano a empirsi di gente; gli uomini erano magri,
grandi, e bruni; le donne leggiadre e dilicate. Il costume nazionale,
che è insieme severo e spiccante, spuntava qua e là, ma le stoffe di
seta moderne che finiranno per tutto invadere, guastano già la toeletta
delle donne. Uomini e donne avevano dei fiori in mano, in bocca, od in
testa.
La folla andava e veniva senza sdrucciolare lungo le scale umide. Di
quando in quando bisognava incollarsi sul muro per lasciare libera la
strada ad un mulo, ad un asino od a qualche piccolo greggie di _animali
neri_; vi ho già spiegato questo eufemismo.
La strada di mezzo s’allarga un poco in certi siti per formare ciò che
si chiama la piazza. Domandai al mio giovine ingegnere, se non era là
che si era piantato il cavalletto sotto il pontificato di Leone XII?
Rispose che non ne sapeva nulla, e si mise a parlar d’altro.
Mi mostrò il palazzo del governo, una vera catapecchia, ove regna un
giudice governatore con settecento franchi al mese, assistito da un
cancelliere con cinquantatre franchi e mezzo.
Io riconobbi la porta s. Pietro per averne udito parlare molte volte.
È quella ove anticamente si appendevano entro gabbie le teste dei
briganti che si erano lasciati prendere. Al dì d’oggi non vi si vede
più che lo stemma del papa. Il mio Cicerone mi assicurò, stringendosi
nelle spalle, che non vi è mai stato appeso altro; io lo pregai di
mostrarmi l’area di qualche casa fatta radere al suolo da Leone XII
per i misfatti del suo proprietario, ma mi disse non aver mai inteso a
parlare di quelle strane esecuzioni.
All’incontro mi fece visitare una casa grande da contadino con
una torre in rovina da un lato. Un custode od intendente che vi
alloggiava, ci condusse in alcune stanze quasi nude, ammobigliate con
sedie di paglia e letti di legno dolce. Cinque o sei mobili dorati
bellissimi, di stile _rococò_, giacevano vergognosamente sul granajo.
S’incontravano qua e là delle imagini volgari, dei Gesù di cera
colorati, delle litografie rustiche. In una specie di sala, un piccolo
s. Pietro di legno intagliato guardava gravemente quattro statuette di
gesso semi-decenti. Era una donna che allaccia il suo busto, un’altra
che annoda la sua giarettiera, un’altra che cerca le pulci nella sua
camicia. In questa casa è nato il più illustre dei figli di Sonnino, e
colui che ha dato le maggiori brighe ai diplomatici dell’Europa: S. Em.
il cardinale Antonelli.
Il custode non ci lasciò partire senza mostrarci il luogo principale
della casa. È un magazzino in cui vi si raccoglie un enorme quantità
d’olio d’oliva in pozzi di muro. La famiglia Antonelli compera
l’olio al minuto dai piccoli coltivatori di Sonnino, per rivenderlo
all’ingrosso ai negozianti di Marsiglia.
Il suono delle campane e la musica della banda ci avvertirono che la
festa religiosa stava per incominciare. Si celebrava una messa grande
in onore di s. Antonio nel convento ove avevamo lasciato i nostri
cavalli. Noi vi giungemmo un momento prima della cerimonia, intanto
che i contadini e le contadine apportavano i loro voti e le offerte ai
piedi del santo. Ciascuno dava ciò che aveva, e domandava ciò che gli
mancava, il tutto ad alte grida. Una madre presentò il suo fanciullo
ammalato, dicendo a s. Antonio: «Guariscilo, o prendilo!»
La messa durò lungo tempo. Quando fu terminata, la processione uscì.
Quasi tutti gli uomini di Sonnino sono inscritti in una confraternita,
di cui portano il mantelletto ed il cappuccio. La confraternita delle
Anime del Purgatorio è la più nobile, vale a dire che si compone del
contadini più agiati. Quelle del Corpo di Gesù e del nome di Maria sono
rivali. Insorse fra loro una disputa per il passo, e vidi il momento in
cui i mazzieri stavano per giuocare di bastone. Tuttavia si limitarono
alle ingiurie, l’ordine fu ristabilito e un lungo corteggio irto di
croci e di stendardi s’innoltrò inciampando nelle contrade della città.
La processione era chiusa da un vitello adorno di nastri, offerta un
po’ pagana, che un possidente aveva fatto a s. Antonio. Il donatore
menava devotamente l’animale, cui teneva con una mano per la testa, e
coll’altra per la coda.
Bene spesso il corteggio si fermava. Ora compariva uno stendardo che
non poteva passare sotto una vôlta, ora un fanciullo che cadeva, ora i
portatori di s. Antonio che si davano il cambio, ora il vitello finale
che rifiutava d’andar più avanti. Ad ogni stazione qualcuno gridava:
Ave Maria! ciò che nello stile di processione vuol dire: fermatevi!
I pochissimi abitanti che erano rimasti in casa, se ne stavano alla
finestra e facevano piovere dei fiori di ginestra o delle foglie di
garofani.
Noi eravamo corsi avanti, e ci eravamo collocati in un angolo
della piazza. Ivi feci conoscenza col medico comunale, che venne a
presentarsi a me senza cerimonie. Il medico comunale è un personaggio
piuttosto importante in queste piccole città. Ha studiato a Roma,
ed ha ottenuto il suo posto al concorso. La comune gli paga sui suoi
redditi un emolumento fisso, affinchè curi gratis i ricchi ed i poveri.
È lo spirito municipale d’Italia che ha creato quest’instituzione, che
meriterebbe di essere introdotta in Francia. Il mio nuovo interlocutore
mi raccontò che riceveva mille seicento cinque franchi all’anno, e
che il suo collega chirurgo era pagato sullo stesso piede. È più che
sufficiente in un paese, ove una casa discreta si affitta sessanta
franchi, e ove una persona sola può nutrirsi con soli dieci soldi
al giorno. Egli mi disse che la municipalità di Sonnino è ricca,
mercè l’estensione del suo dominio comunale. Essa ha novanta mila
franchi di avanzi, che destina a ristaurare il palazzo di governo,
e specialmente a migliorare le strade. Gli abitanti sono assai sobrj
e molto laboriosi. Quasi tutti possedono un piccolo pezzo di terra;
sono poveri, ma non vi è neppur un indigente. La salute pubblica è
abbastanza buona. La febbre vi domina poco o niente; soltanto alcune
gastriti acute cagionate secondo ogni apparenza dalla farina di grano
turco. L’istruzione pubblica non è brillante, poichè sopra trenta
adulti non se ne trova uno che sappia leggere. Ma quaranta fanciulli
del sesso mascolino vi frequentano le scuole: le fanciulle sono in
maggior numero per la semplicissima ragione che desse sono meno utili
nei campi. La cifra esatta della popolazione è di due mila cinque cento
cinquant’otto individui, di cui trenta ecclesiastici.
«Va benissimo, dissi al dottore. Ma parlatemi un po’ del brigandaggio.»
Gettò gli occhi su di me, poi sul mio vicino l’ingegnere, ed un furtivo
sorriso brillò ne’ suoi occhi. Sorriso eminentemente italiano, pieno
di cose, e più istruttivo d’un discorso intero. «Mi chiedete se le
scorrerie guastatrici sono sempre in uso in queste campagne? Pur troppo
sì! I nostri contadini si farebbero scrupolo di rubare un soldo sulla
via, ma considerano quasi siccome un giuoco innocente il furto de’
frutti, dei grani e de’ foraggi. Quanto alle coltellate, non sono nè
più rare nè più comuni qui che altrove. Dipende molto dalle vendemmie.
Si ammazza minor gente quando il vino costa più caro.»
Non era precisamente quello ch’io gli dimandava, ma però non mi
arrischiai a ripetere l’interrogazione. Il giovane ingegnere contava
senza dubbio alcuni de’ suoi antenati fra gli eroi della porta
San Pietro, ed io era già stato abbastanza indiscreto parlando del
brigandaggio in sua presenza.
La processione alfine era passata; i più tardivi raddoppiavano il
passo; il povero vitello, sfinito dalla fatica, s’era da ultimo fatto
portare. Tornammo quindi a casa, dove il pranzo ci aspettava e dove
il nostro ospite ci narrò, che una donna ammalata era spirata appunto
in quel momento che s. Antonio passava dinanzi a lei. I parenti
dell’estinta si consolavano, dicendo che il santo l’aveva presa con sè.
Gli abitanti di Sonnino hanno un passeggio, di cui a buon diritto
vanno superbi. È una strada lunga un miglio, costrutta a forza di
braccia sulla sommità della montagna. Comincia alla porta San Pietro,
e finisce ad un gruppo di verdi querce. Il suolo è abbastanza compatto
da potervisi correre in carrozza; ma sgraziatamente le carrozze non
potrebbero salire fino là su. Vi si fanno correre cavalli nel giorno
della festa, quando la Provvidenza permette che se ne trovino in quel
paese.
La corsa era promessa per le 22 ore, vale a dire doveva cominciare
due ore prima della caduta del giorno. In attesa dello spettacolo, mi
recai da solo nel boschetto delle verdi querce, dove le vacche avevano
lasciato larghe tracce del loro passaggio. Tuttavia mi assisi alla
meglio sopra un tronco, e m’accinsi a notare colla matita ciò che aveva
visto e inteso fino dal giorno precedente. Tutt’ad un tratto il cielo
si offuscò, era un temporale che passava, venendo dalle montagne di
Napoli. La luce scomparve d’improvviso, e la valle si coprì de’ più
fantastici colori. I lampi ed i fulmini si rendevano più frequenti, e
poco dopo credetti sentire il tuono anche sopra il mio capo.
Non potevo ripararmi nel villaggio, senza affrontare per un buon miglio
una grossa pioggia, ed ero vestito con panni leggerissimi. Mi rassegnai
dunque a rimanere dov’ero fino alla fine dell’uragano. Però il cielo
mi mandò compagnia numerosa, chè parecchi pastori, mandriani, custodi
di buffali, di capre e di pecore, vennero a ricoverarsi intorno a me.
Erano inzuppati fino all’ossa, eppure nessuno d’essi pensò ad indossare
il proprio abito, e lo portavano sbadatamente sulla spalla sinistra,
come vuole il costume del paese. Offrii loro de’ sigari, ed essi
volonterosi gli accettarono, per isminuzzarli nelle loro pipe di legno
ornate di chiodi dalla testa di rame. Un giovinotto, per ricambiare
la cortesia, mi regalò delle mele verdi, che avrebbero potuto esser
mature alla fine d’agosto. Aperse poscia un fazzoletto di cotone rosso
nascosto sotto il suo abito e pieno di ciliegie. Ne accettai due o tre
discretamente, ma egli bravamente insistette, dicendo: «Non temete di
divider meco queste ciliegie: non le ho pagate, ma mi appartengono per
diritto di preda. Se non volete prenderne da voi stesso, aspettate, che
andrò a servirvi io medesimo.» — Me ne diede molte sulle prime, poi me
ne caricò fin di soverchio: mi trattò d’Augusto a Cinna; e quando vide
ben chiaro, che ne avevo ad esuberanza, distribuì il resto fra’ suoi
compagni.
Quand’io mi vidi in mezzo a quella buona gente, di cui v’era alcuno
che faceva i primi passi nella vita, mentre altri avevano già varcato
i dodici lustri, mi venne in pensiero di risvegliare in essi le
reminiscenze del brigandaggio. Un solo di essi era stato brigante, e
contava alcuni anni di servizio sotto quel famoso Gasparone, che ho
veduto di poi al bagno di Civita-Castellana. Ricordavasi a meraviglia
del tempo in cui il cavalletto e la sferza di bue erano in permanenza
sulla piazza di Sonnino; ed aveva veduto la porta San Pietro ornata di
18 teste d’uomini, e personalmente aveva conosciuto una mezza dozzina
di quelle persone. Era presente allorchè Giuseppe De Santis morì per
accidente, percuotendo il calcio del suo fucile contro la terra. Il
colpo partì, ed egli ne fu ucciso. Il governatore gli fece recidere il
capo e mettere cogli altri, ma indebitamente, poichè De Santis non era
mai stato preso. Il mio narratore era con Gasparone, allorchè venne a
staccare quella testa, a dispetto del governatore e del presidio, per
dargli sepoltura. Ricordavasi di alcune altre imprese, ma parlava sì
confusamente ed in un dialetto sì napolitano che, malgrado l’attenzione
più fissa, io non poteva tenergli sempre dietro. Il più bel capitolo
della sua epopea era la resistenza che aveva osato fare a Gasparone.
Quel gran capitano l’aveva mandato a far acqua di notte ad una sorgente
che doveva essere sorvegliata. «Rifiutai assolutamente, dissemi egli,
asserendo d’aver risposto: «Mandami a portar via del vino dalla cantina
del governatore, a rapir un bue dai pascoli del Pellegrini, andrò, se
di giorno; ma di notte, in quel sito, ho troppo paura d’un’imboscata.
Ammazzami, se vuoi... E vedi mo’ signore, se avevo ragione! Colui che
andò per comando di Gasparone invece mia ha potuto appena fuggire, con
pericolo della vita, fra cinque o sei palle di fucile.»
Quest’eroe pieno di prudenza era caduto due o tre volte fra le mani
de’ soldati, ma aveva sempre saputo persuader loro che accudiva
onestamente a’ suoi affari. In somma, ei non era stato vero brigante di
professione, poichè il suo mestiere era di custodire i buoi; ma egli
aveva fatto come gli altri, finchè il brigandaggio era stato di moda
nel paese.
E non è a dirsi che gli esempi severi gli fossero mancati, chè anzi
nella sua giovinezza aveva assistito al supplizio di venticinque
masnadieri, presi e fucilati dai Francesi. Il fatto era appunto
accaduto all’ingresso del boschetto, dove ci eravamo ricoverati per la
pioggia; ed i loro cadaveri erano stati gettati in una caverna profonda
e tenebrosa a tre miglia da Sonnino.
Gli chiesi quali fossero le cagioni che avevano fatto cessare il
brigandaggio. «Ciò avvenne perchè il mestiere non era più conveniente
sotto il papa Leone XII. Appena preso un galantuomo, subito lo si
decapitava, e non v’era più nemmeno il tempo di fuggir di prigione.
Ecco come la moda ha cessato.» — Parlava di quell’epoca sanguinosa
colla più bella tranquillità del mondo, senza rimorsi, senza orgoglio,
senza passione, senza rancore; trattando in pari modo i gendarmi ed
i briganti, il delitto e la legge; a quel modo che chi vede giuocare
una partita a scacchi osserva i bianchi ed i neri, o come Macchiavelli
contempla la lotta del bene e del male. I suoi compagni l’ascoltavano
colla stessa imparzialità italiana.
Bramai sapere s’egli rimpiangesse le sue ricreazioni antiche. «Tu sei
mandriano, gli dissi, e guadagni poco. Tu mangi del pane di melgone,
non bevi vino tutte le domeniche. E non rimpiangi dunque il tempo in
cui non avevi che a prendere?
— E davvero, risposemi, ebbi de’ bei momenti, ma ne ho patito di
pessimi. Non eravamo sempre i padroni, ed invece d’inseguire, si
fuggiva. Del resto, non c’è da scegliere, poichè il brigandaggio non è
più di moda.»
La conversazione era a questo punto, quando mi saltò in capo che i
miei nuovi amici avrebbero avuto bel giuoco su me, se avessero amato
il pittoresco al pari de’ padri loro. Spiegai loro il mio pensiero,
per veder meglio come la pensassero. «Buona gente, dissi loro, se
foste come gli antichi abitanti di Sonnino, già da qualche ora avreste
frugato nelle mie tasche: siete dieci contro uno, ad un buon miglio dal
villaggio. Dovete ben supporre che uno straniero, il quale venga fin
qua, debba avere qualche scudo nella sua borsa. Vedete che sono inerme,
mentre voi tutti quanti avete, oltre il bastone, un buon coltello
affilato. Se gridassi ajuto, non sarei inteso; se movessi lamento, non
potrei indicare i vostri nomi, che ignoro. Perchè non mi spogliate?»
L’antico soldato di Gasparone non si scandalizzò della mia dimanda,
e mi rispose con semplicità: «Noi non faremo una cosa simile, poichè
siamo galantuomini.
— Dunque non eri un galantuomo quando correvi la montagna con Gasparone?
— Sì, ero un galantuomo, ma faceva quello che tutti gli altri già
facevano. Era usanza di que’ tempi. Ed anche allora, se tu fossi stato
seduto presso di me, se m’avessi dato de’ sigari, se tu avessi mangiato
con me sulla stessa pietra, io non t’avrei tolto un soldo. Però se tu
avessi avuto del denaro in tasca, e se m’avessi donato un ritrattino
del papa, l’avrei accettato per bere alla tua salute.»
Il temporale era svanito; il sole riapparve; l’ora delle corse si
accostava. Già vedevamo tre cavalli escire dal villaggio ed avanzarsi
di passo verso il nostro boschetto, dove si doveva dare il segnale
della partenza. Intanto che i miei compagni giudicavano i corridori a
distanza, e scommettevano pel bajo scuro, pel bianco, vidi da lungi
un piccolo corteggio di circa dodici persone scendere da Sonnino
per la porta San Giovanni, e procedere di passo verso la chiesa di
Sant’Antonio. «Che è ciò? chiesi al vecchio mandriano. Si direbbe che
portano qualche cosa.
— E di vero, rispose egli, portano a seppellire una donna morta oggi
durante la processione.
— È impossibile!
— E perchè?
— E la legge permette di seppellire le persone quattr’ore dopo la morte?
— Eh! è forse proibito, ma tanto peggio. Da noi non si ha tempo a
perdere, e quando le persone sono morte, si seppelliscono».
La defunta, appena fredda, entrava in chiesa nel momento in cui i tre
cavalli arrivarono a noi. Io non sono grande conoscitore, e non ho mai
appartenuto a società di corse; tuttavia mi fu facile il predire che la
corsa sarebbe mediocre. I tre cavalli inscritti stavano per disputarsi
senza _jockey_ un premio di 10 scudi. Il morso e lo sprone erano
surrogati da alcune palle di piombo armate di punte per istimolarli
ne’ fianchi. Una ventina di mariuoletti gl’inseguirono ad alte grida
ed a sassate: non era già una partenza, ma qualche cosa di simile ad
una spinta in fuga. A mezza strada, le povere bestie, non sentendosi
più inseguite, si misero al passo, nonostante che i proprietarj
accorressero verso di loro per richiamarle al dovere. La folla ebbe un
bel fare a stimolarne l’amor proprio con tutti i projettili che poteva
aver fra mano, la corsa fu compiuta a piccolo trotto, e le tre povere
bestie malgrado loro raggiunsero la meta.
Arrivai io stesso quasi nel medesimo tempo, quantunque non mi venissero
gettati sassi, e vidi uno spettacolo ben curioso. L’autorità locale
rifiutava di aggiudicare il premio, allegando che _corsa_ viene da
_correre_, e che i cavalli non erano corsi. Il proprietario del cavallo
vincitore era abbastanza calmo, ed andava ripetendo ostinatamente: «Ho
guadagnato, datemi dunque dieci scudi». Ma coloro che avevano scommesso
per lui erano meno pacifici, accusavano il popolo di Sonnino, gridavano
al ladro, a rammentavano con allusioni abbastanza vive la vecchia fama
del paese. La cosa sarebbe andata più in là, nonostante l’intervento
della gendarmeria, se il vino fosse stato meno caro.
Una compagnia di suonatori continuava a percorrere le strade, e non
si fermò che alla sera. Aveva salutato l’aurora, annunciato la messa,
accompagnato i canti della chiesa, seguito la processione, aperto e
chiuso le corse. Condusse poi il popolo ai fuochi d’artifizio, e non
tacque se non coll’ultimo razzo. Era la prima volta che i giovani di
Sonnino davano un concerto pubblico, ed è chiaro perciò che più ardente
era il loro zelo, più caldo il loro fanatismo.
Terminata la festa, si accesero alcune centinaja di torcie, e ciascuno
rientrò in casa. Maria Grazia non s’era coricata, e m’aspettava.
«Eccomi, diss’ella, vedendomi a rientrare, vedete ch’io sono di
parola. Vorrei raccontarvi la mia storia, benchè non contenga nulla
di sorprendente: ma a che pro? Che ne farete? A che vi servirà il
conoscerla?
— Maria Grazia, le risposi, quando conoscerò la vostra storia, la
racconterò nel mio libro. Le persone della mia patria videro già il
vostro ritratto; ora conosceranno il nome vostro.»
Un sorriso di compiacenza illuminò il suo vecchio viso. Sedette presso
di me, sul mio baule da viaggio, ed a mezza voce mi raccontò la storia
seguente:
«Sono nata a Sonnino, ne’ tempi del brigandaggio. Debbo avere ad un
bel circa cinquant’anni; bisognerebbe chiederlo al curato. A quindici
anni ho sposato il mio primo marito, bravo giovane, mandriano di
professione, e che possedeva qualche cosuccia. Abbiamo avuto un figlio,
che in progresso è morto. Mio marito ebbe qualche litigio per le prede
insieme al padrino di mio figlio: non saprei dire se fossero olive o
grani che ci avesse preso, ma era una bagattella, non v’è dubbio. Ed
era meglio di perdonargli. Ma mio marito lo denunciò al governatore
e lo fece mettere in prigione per un mese. L’altro minacciò vendetta.
Io credeva che non avrebbe fatto nulla, attesochè era nostro compare
e ci aveva sempre mostrato amicizia. Tuttavia mio marito credette bene
di cambiar paese, ed andossene a custodire i buoi dalle parti di Roma.
Ma anche l’altro vi si recò nell’anno appresso, ed avendo trovato mio
marito che dormiva in un campo, lo uccise con un colpo di coltello.
«Allora feci conoscenza col mio secondo marito, ch’era nato nel regno
(di Napoli), ma abitava a Terracina, dove mi condusse, e ci ponemmo a
lavorare la terra.
«Non era gran tempo ch’io m’era rimaritata, quando mia sorella mi fece
dimandar consiglio per isposare colui che mi aveva ucciso il primo
marito.
«Le faceva la corte, ed essa lo trovava di suo genio. Le risposi che
facesse ciò che le piaceva; che mio marito era morto, ed io non era una
santa per risuscitarlo. Essa sposò quindi l’altro che, come vi dissi,
non era un uom cattivo, e che per noi aveva avuto molta amicizia.
«Io aveva avuto due figli dal mio secondo marito, e viveva felice in
sua compagnia, quando gli accadde un gran disastro. Egli reclamava due
o tre scudi da un uomo pel quale aveva lavorato, ed il suo debitore
rifiutava di pagare, atteso che era ricco e che conosceva il giudice.
Allora mio marito, non potendo ottenere altra giustizia, l’uccise;
quindi il poveretto, dopo quel colpo, non ebbe altro scampo che farsi
brigante e correre la montagna. Capitò dalla banda di Sonnino e si
mise cogli altri. Io ritornai presso i miei parenti, dove ricevevo
spesso sue notizie. Ora ei veniva a trovarmi di nascosto; ora mi faceva
pervenire qualche dono.
«Ma il papa Leone, che aveva risolto di sterminare i briganti, ordinò
che le mogli ed i figli di coloro che correvano per le montagne fossero
condotti per forza a Roma. Fui messa alle Terme insieme a molte altre
donne de’ nostri paesi, e vi trovai mia sorella, il cui marito era
pure alla montagna, e più della metà delle famiglie di Sonnino. Il papa
era salito in tanta collera, che parlava di distruggere il villaggio.
Si erano trasportati de’ cannoni fino sulle montagne che ci dominano,
e non vi vedreste pietra sopra pietra, se il cardinale Consalvi non
avesse intercesso per noi.
«Intanto che noi eravamo alle Terme, i signori e gli artisti venivano
tutti i giorni, gli uni per vederci, gli altri per copiare i nostri
costumi, e fu allora ch’io cominciai a servire di modello pel signor
Schnetz, e mia sorella pel signor Robert. È mia sorella che fa da
tamburino nel quadro della Madonnina dell’Arco. Io poi fui copiata ben
migliaja di volte nel mio costume, e mi fu detto che il mio ritratto
stava nelle chiese e nei palazzi del vostro paese. Eravamo trattati
dolcemente, essendoci permesso d’andare negli studj d’artisti ed anche
di collocarci siccome governanti presso persone rispettabili.
«Ma mio marito, ch’era un brav’uomo, siccome vi dissi, e che mi amava
assai, venne a sapere ch’io era stata arrestata; e, credendo ch’io
fossi infelice in prigione, andò egli stesso a consegnarsi per ottenere
la mia libertà e quella de’ figli. Ora il santo padre aveva promesso
salva la vita e poco tempo di prigione per coloro che volontariamente
facessero la loro sommissione tra le mani del vescovo della loro
provincia.
«Ma il mio povero marito prese abbaglio per ignoranza: invece
di consegnarsi al vescovo di Piperno, che era il nostro, andò a
costituirsi prigioniero a Terracina. E così perdette il benefizio della
legge, e gli fu detto: «Se tu fossi andato a consegnarti a Piperno,
avresti ottenuto la grazia, poichè il papa l’aveva promesso; ma sei
andato a Terracina, tanto peggio per te.» — Fu mandato alle galere del
Porto d’Anzio.
«I signori ch’io conosceva a Roma ebbero pietà del mio dolore, e
domandarono che mio marito fosse rinchiuso in sito più vicino a me,
onde fu trasferito in Castel Sant’Angelo, da cui gli fu anche concesso
di venire qualche volta a vedermi. Il poverello si diportava bene
in carcere, imparava a leggere ed a scrivere, ed era un modello da
imitare, onde gli fu permesso di lasciarsi copiare da’ pittori, e
guadagnò un po’ di danaro. Sopravvennero alcune amnistie, la sua pena
fu diminuita parecchie volte, a segno che in capo a due o tre anni
non gli rimanevano più che 18 mesi di condanna. Eravamo contenti e
pieni di speranza, e facevamo conto di costruire un piccolo albergo
verso la porta Portese e di finirvi tranquillamente la nostra vita;
quand’egli, che era sempre stato così savio in prigione, commise non so
quale imprudenza. Mi pare che, in un momento di collera abbia proferito
qualche villana parola contro i santi. E per tal colpa fu condannato in
vita al bagno di Civitavecchia.
«Vi dissi già ch’egli era il più dolce ed il migliore degli uomini, ma
questa volta fu preso dalla disperazione; chè, quando si è tanto vicini
alla liberazione, non vi si può rinunciare per sempre. Egli quindi
prese concerto con un compagno di pena; ed un giorno ch’erano stati
mandati a far legna fuori della città con un solo soldato per custodia,
essi se ne sbarazzarono. Bisogna che la Madonna gli abbia assistiti
miracolosamente in seguito, perchè abbiano potuto rompere i loro ferri,
cambiar d’abiti, passare il Tevere senza saper nuotare, e pervenire a
Sonnino, che è all’altra estremità del paese.
«Ivi si difesero per più d’un anno contro i soldati dello Stato
(Pontificio) e contro quelli del regno (di Napoli), che da tutte
parti gl’inseguivano. Il santo padre aveva messo a prezzo le teste, in
ragione di cento scudi l’una. Credete che, se resistettero sì lungo
tempo, fu miracolo del loro coraggio, pratica del paese, esperienza
del mestiere, ed onestà de’ buoni pastori del vicinato, che preferivano
denunciar loro i gendarmi anzichè guadagnare cento scudi.
«Ma da ultimo, un traditore scoprì la capanna dove s’erano ritirati a
passare la notte, e furono accerchiati da soldati napoletani. Quando
vollero uscire, era troppo tardi. Il compagno fu ucciso sul colpo, e
mio marito ferito a morte, con una spalla fracassata.
«Sventuratamente per lui e per me, egli non morì subito, ma fu
trasferito dapprima all’ospitale di Terracina, ed i soldati napolitani
lo seguirono per reclamare la somma loro promessa. Ma interrogandolo
s’accorsero che non era suddito del papa, ma del re. Fu dunque
riconsegnato all’autorità napolitana, ed i soldati si mandarono a farsi
pagare a casa loro, ond’essi s’indirizzarono al governatore di Gaeta,
che mandolli al diavolo, attesochè il re non aveva promesso nulla. Così
non furono pagati da nessuno, e sta bene!
«Quanto al mio povero marito, rimase 18 mesi nell’ospitale di Gaeta,
senza decidersi nè a vivere nè a morire. Durante la sua malattia s’era
fatto il suo processo, ed i giudici l’avevano condannato a morte, ma il
carnefice aspettava ch’ei fosse guarito per tagliargli il capo. Perciò
il poverino non aveva coraggio di guarire, ed avrebbe voluto rimaner
malato fino al giudizio universale.
«Tutto ciò era ben affligente per me, tanto più ch’io vedeva mia
sorella felice, e ch’io stessa aveva trovato un’occasione d’esserlo.
Mio cognato, che aveva ucciso il mio primo marito, aveva fatto pace
colla giustizia, e, denunciando alcuni camerati, aveva ottenuto un
posto di carceriere. Guadagnava discretamente, e Teresa non aveva a
lamentarsi di lui. Io poi conosceva a Roma un cappellajo che mi amava
e desiderava sposarmi. Ma non poteva prendere un terzo marito, finchè
non fosse ben morto il secondo. Ora in questa trista condizione, non
essendo, nè nubile, nè moglie, nè vedova, presi il partito di fare
scrivere una petizione al re di Napoli, perchè facesse compiere la
sentenza contro il mio povero marito tal qual era, senza attendere
la sua guarigione. In pari tempo cominciai con mia sorella e col
cappellajo una novena a s. Giovanni decollato. La mia petizione rimase
senza risposta, ma la novena riuscì, poichè mio marito venne a morte,
ben confessato, all’ospitale di Gaeta, ond’io sposai il cappellajo,
ch’era anch’esso un degno uomo ed un marito esemplare. Ne ebbi un
figlio che morì dragone nell’ospitale di Viterbo, mentre il padre morì
a Roma, nella sua stanza, della morte de’ giusti. Anche mia sorella e
mio cognato sono morti. Ho inteso dire che quel povero Robert si era
ucciso per disperazione, in causa d’un quadro. Ed io sto bene, e vivrò
lungo tempo, se piace a Dio, benchè faccia gran freddo a Sonnino, che
ci vegga poco coll’occhio che mi resta, e che il vino sia a sette soldi
il mezzo litro.»
Ci siamo congedati da Maria Grazia e dalla sua troppo celebre patria.
Ora ecco il villaggio di Prossedi, che anch’esso vanta qualche gloria
negli annali del delitto. Gasparone, il gran Gasparone non era di
Sonnino, ma di Prossedi.
È un borgo di 1500 anime popolato di contadini che coltivano gli ulivi
ed i gelsi, e seminano grano per loro consumazione.
Qui l’ignoranza è forse più grande che a Sonnino: non sono più di 15 i
ragazzi che frequentano la scuola. È l’uno per cento della popolazione.
Il villaggio è costrutto di tal modo, che le carrozze non vi potrebbero
penetrare. Il nostro albergo è situato fuori delle porte, dinanzi al
castello dal principe Gabrielli, il quale è proprietario d’una buona
parte delle case. La prigione della città è sua, ed il suo ministro,
ossia intendente, ha due carrozze.
Il comandante di piazza è un brigadiere di gendarmeria.
Gli abitanti in mancanza di carrozze posseggono una grande quantità
d’asini e di muli, chè molti di vero ne occorrono per trasportare nelle
montagne tutte le cose necessarie alla vita.
Le donne sono belle e vezzose, vanno a piedi nudi, e portano enormi
fardelli sul capo, siccome le donne di Sonnino. Il villaggio è tristo e
lurido, e quasi tutte le case avrebbero bisogno d’essere riparate, ma
non lo si fa a cagione della spesa. In compenso non v’è quasi nessuno
degli abitanti, che non abbia fatto scrivere sulla porta: «Viva Gesù!
Viva Maria! Viva il sangue di Gesù! Viva il cuore di Maria!» Cotesto
allagamento d’iscrizioni è frutto d’una missione quinquennale, che
fu fatta nel mese di marzo. Il pittore del villaggio vi fece fortuna,
poichè ogni iscrizione in grandi caratteri gli venne pagata 25 paoli,
ossia franchi 13,40.
Tutti questi villaggi si rassomigliano, onde chi ne ha veduto uno può
dire d’averli veduti tutti, e sarebbe opera perduta il descriverli ad
uno ad uno.
Alla mattina gli uomini vanno nei campi, le donne vanno a prender acqua
e legna. Nell’ore più calde, la piccola città è deserta e come morta.
Verso sera, quando il vento si rinfresca, gl’impiegati escono dai loro
ufficj e vanno a sedere dinanzi al caffè. Se v’ha prelato in alcuno
di questi villaggi, esso comincia il suo passeggio in calze color
viola, accompagnato da due famigliari laici od ecclesiastici e seguito
da un suo lacchè in gran livrea. Al cader del giorno, i mercanti di
verdure dispiegano la loro merce sulla piazza, i contadini rientrano
nel villaggio, carichi de’ loro pesanti arnesi, e comprano qualche
grama provvista per la cena. Le donne ritornano dalla fontana colla
conca piena d’acqua fresca: quindi si cena e si dorme. Qualche volta
parte della notte viene spesa nel sentire una predica in una chiesa
ornata di bagattelle. La fatica del corpo, la sonnolenza dello spirito,
l’ignoranza del passato, le difficoltà del presente, l’incertezza
dell’avvenire ed una certa sonnifera rassegnazione formano il tessuto
della vita di queste povere popolazioni. Una noja glaciale svapora
da quelle mura: vi si lavora, si mangia, si beve, si procrea, e tutto
malinconicamente.
Se Roma venisse inghiottita da un terremoto, i contadini di questi
villaggi continuerebbero a coltivare i loro campi, a consumare le loro
raccolte sul posto ed a vegetare in una miseria abbastanza coraggiosa.
Ogni piccolo municipio vive da sè e per sè sopra un suolo che non
è sterile. Le contribuzioni comunali pagano il medico comunale, il
chirurgo comunale, l’institutore comunale e la riparazione comunque
siasi della strada comunale. Lo Stato preleva una grossa parte sui
redditi d’ogni anno. In cambio dell’imposta, esso manda un giudice
governatore che vende la giustizia. L’agricoltura è la sola carriera
aperta all’attività dell’uomo: non v’è nè commercio, nè industria, nè
affari, nè movimento nelle idee, nè vita politica, nè alcuno di que’
potenti legami che attaccano le provincie alle capitali.
Di tutti gli animali utili, la donna è quello che il contadino romano
impiega con maggior profitto. Essa fa il pane, la pizza, il mortajo;
fila, tesse, cuce; va ogni giorno a cercare le legna a tre miglia, ed
il pane ad un miglio e mezzo. Essa porta sulla sua testa il carico d’un
mulo; lavora dal sorgere al cader del sole, senza ribellarsi ed anche
senza mover lamento. I figli ch’essa mette in luce in gran numero e
che nodrisce essa medesima, sono una fonte preziosa, chè dall’età de’
quattro anni vengono adoperati a custodire altri animali.
Io m’informo in ogni dove del progresso de’ lumi. «Quante persone sono
quivi che sanno leggere? — Pochissime.» — La risposta è uniforme. —
Istruzione primaria.
Quando un albero ha bisogno d’esser tagliato, se ne taglia la testa
a mezzo. Un tratto di sega in linea orizzontale ha ben tosto compito
l’opera. Quando si ha bisogno dell’albero intero, lo si sega ad un
piede dal suolo: la radice ed il resto del tronco imputridiscono sul
posto. — Istruzione professionale.
Le imposte comunali sul vino, sulla carne, sui salumi, ecc., sono
affittate ad impresarj che ne ritraggono ciò che possono e vendono
qualche cosa alla comune. — Scienza amministrativa.
Le tasse comunali sono assai gravi ed il contadino si lamenta d’esserne
oppresso. Nei più modesti villaggi bisogna pagare un soldo di dazio
consumo per 339 grammi di carne o di salumi; da 15 a 30 soldi pel più
piccolo barile d’aceto; un tanto per ogni testa di cavallo, di mulo
o d’asino, un tanto per ogni majale che si fa crescere in casa. Il
focatico si paga da due a cinque scudi: quest’ultima imposta, a quanto
ho potuto giudicare, è progressiva.
Eppure non si può dire che questa brava gente sia miserabile siccome
gl’Irlandesi, per esempio: basti il dire che sono poveri. L’avere
gratis il culto, la scuola, le cure mediche, compensa fino a certo
segno l’enormità de’ loro pesi.
Il loro lavoro sui proprj campi basta a farli vegetare fino alla
vecchiaja, onde passano la vita nel guadagnarsi la vita, e la loro
esistenza somiglia ad un cerchio vizioso.
Si potrebbe forse essere ben attoniti, sentendo che havvi qualche
villaggio di 2000 anime che possiede una trentina di preti, se non si
sapesse in pari tempo che quei preti non gli costano nulla. Posseggono
de’ benefizj, delle dotazioni, delle terre, grazie alla liberalità di
qualche signore del buon tempo. I loro beni sono affittati, ed essi
vivono d’entrata.
Bisogna dunque convenire, che cotesta moltitudine d’ecclesiastici, che
sarebbe onerosa ad ogni altra nazione, costa relativamente ben poca
cosa al popolo romano. Un cardinale, a cagion d’esempio, non percepisce
che 4000 scudi sull’entrate dello Stato; ed il resto delle sue rendite
si compone di alcuni grossi benefizj e soprattutto delle cariche
ch’egli occupa. L’accumulazione è autorizzata, e se ne fa largo uso.
In causa della mal’aria e della poca sicurezza della pianura, furono i
contadini di queste terre costretti a porre le loro abitazioni sopra
rupi aeree e poco accessibili. Questa usanza è antichissima, poichè
buon numero di cittadelle dove noi ci fermammo sono ancora cinte di
mura ciclopiche. Quando la popolazione diminuisce, si lascia cadere in
ruina qualche casa; quando cresce, le persone si racchiudono in maggior
numero nelle case esistenti. Si fabbrica ben poco, per mancanza di
capitali: si ristaura di rado, ed all’ultima estremità. Tutte queste
città hanno l’apparenza d’essere state costrutte nello stesso giorno,
e fatte d’un solo pezzo. Il contadino si accovaccia nel meschino
suo tugurio, tenendo poco conto delle distanze, della ripidezza de’
sentieri, e soprattutto dell’incomodità delle case. La vita si passa
nei campi.
Per questi lavoratori che sudano da mattina a sera sotto un sole
ardente, sopra un suolo riarso, in strade guaste, l’uomo che rimane in
casa senza far nulla, e non esce nemmeno in strada per passeggiare, è
un uomo felice, privilegiato, nobile per eccellenza e prossimo parente
degli Dei immortali.
Io stava sulla piazza del Palazzo, alla porta di Prossedi, e faceva
conversazione con un giovane indigeno. Questi mostravami a qualche
distanza un uomo ben vestito, che veniva costretto da cinque o sei
persone a salire in carrozza. Era una persona distinta della città,
che, avendo smarrito la ragione, veniva condotta all’ospitale di
Perugia. «Ecco, dicevami quel giovane, un uomo che ha passato tutta la
sua vita in casa sua, siccome un principe; non lo si vedeva fuori più
di quattro volte l’anno. Ed ora viaggia sulle pubbliche strade siccome
un semplice contadino.»
Pagliano conta 4250 abitanti, 50 uomini di presidio, 30 carcerieri,
250 detenuti politici, i quali l’anno scorso fecero un tentativo di
evasione. Sei furono uccisi a colpi di fucile, dai tetti; altri sei
saranno assoggettati a giudizio, e potranno essere condannati a morte
in virtù d’un vecchio decreto del cardinal Lante, che venne or ora
rimesso in vigore.
Lo stato delle strade è sì miserabile in queste montagne, e sì grande
la difficoltà de’ trasporti, che non si è stabilito alcun equilibrio
nel prezzo delle derrate. La libbra di pane costa due soldi qui,
e due soldi e mezzo a quattro leghe più lontano. Il trasporto per
queste quattro leghe val dunque mezzo soldo alla libbra. Il vino costa
sette soldi la foglietta (mezzo litro) a Sonnino, e due soldi e mezzo
a Pagliano, dove è buono; mentre a Sonnino è cattivo. Costa dunque
quattro soldi e mezzo per trasportare a 10 leghe un mezzo litro di
liquido.
Jeri, mentre facevamo la _siesta_ a Pagliano, udimmo le campane suonar
per temporale, ed era il quarto che incontravamo dopo la domenica. Però
questa volta ne uscimmo a buon patto; poichè caddero poche goccie di
pioggia sulla fortezza, il tuono romoreggiò da lontano, e noi potemmo
rimetterci in viaggio per Olevano.
Questa mane, andando da Olevano a Palestrina, abbiamo veduto le traccie
d’un turbine spaventoso. I ruscelli gonfiati dalla poggia avevano
invaso i campi vicini; alcune aje erano cadute sulla via con enormi
frane di terra. Ma questi guasti non erano nulla; la gragnuola aveva
fatto peggio: ecco noci flagellate da spesse ammaccature, i germi delle
viti spezzati, le foglie degli alberi gettate a terra. Tutto che era
tenero e verde, tutto che dava promessa o speranza, era perito.
Ci siamo fermati all’albergo di Palestrina. Vedevasi una chiesetta,
dall’altra parte della strada, tutta inondata. Nei villaggio tutti i
vetri infranti, ed i contadini ci si fanno intorno per descriverci la
grossezza della gragnuola ed i guasti del turbine. Direbbesi che il
loro dolore ha bisogno di espandersi; nè si trastullano punto col darci
dell’_Eccellenza_ sotto il naso, ma ci danno del _tu_, e ci chiamano
fratelli.
È cosa volgare il descrivere la miseria del contadino che vede perire
in un istante il frutto di tutte le sue fatiche d’un anno. Quando si
trova questa narrazione in un libro, si è quasi tentati di gridare
contro l’autore: dateci qualche cosa di nuovo, per amor di Dio!
D’altronde noi siamo tanto abituati a veder l’uomo crearsi mille fonti
diverse, senza contare l’agricoltura, che non sappiamo come mai qualche
branco di gragnuola sopra un campo possa rovinare una famiglia intera.
Ma quando si è vissuto per alcuni giorni in mezzo a questi contadini,
quando si sono veduti partire innanzi l’alba per lavorare il loro pezzo
di terra, quando ci è noto che non hanno altro avere al mondo, e che
tutto il loro avere è là, esposto al freddo ed al caldo; e da ultimo,
quando si tocca col dito la distruzione della loro messe, quando si
veggono i loro visi pallidi e bagnati di lagrime veraci, si scorge che
questa descrizione volgare è interessante al pari del dramma più nuovo.
Dimandai ad uno di quei desolati, se gli ulivi della montagna avessero
sofferto quanto i campi di pianura? Alzò le spalle e rispose: «E che
sono gli ulivi? E che è mai la vite? Trattasi delle nostre granaglie,
che sono perdute. Quando non c’è olio, se ne fa senza; quando manca il
vino, si beve acqua; ma quando il grano perisce, non v’è pane, non vi
sono più uomini!»
Mi sono forse un po’ troppo dilungato sopra un viaggietto oscuro,
in cui non ebbi la fortuna nè d’incontrar belle dame, nè avventure
romanzesche. Contadini, e sempre contadini! Ma il nostro diletto
Alfredo Musset, in uno de’ suoi più graziosi capolavori, si è dato la
premura di prepararmi una scusa in rima:
_Ces pauvres paysans, perdonne-moi, lecteur,_
_Ces pauvres paysans, je les ai sur le coeur._