LE BESTIE.

La campagna di Roma è una vasta prateria interrotta in qualche sito

dall’aratro. È la più bella pianura d’Europa, è anche la più fertile,

la più inculta, la più malsana.

Sei decimi di que’ preziosi terreni sono proprietà di manimorte; tre

decimi appartengono a de’ principi, mentre il decimo restante viene

diviso fra varj privati.

Le terre degl’instituti religiosi e quelle de’ principi sono affittate

in grandi partite a de’ ricchi industriali che si chiamano mercanti di

campagna. Il proprietario consegna loro il suolo nudo, con contratti

a breve scadenza, sicchè l’affittajuolo non ha nessun interesse a

costruire edifizj, nè a piantar alberi, nè a procurare il miglioramento

del suolo.

Alcuni vi seminano grano ed ottengono bei risultati; ma il governo

preleva una tassa fissa del 22 per cento sulla messe. D’altronde le

comunità religiose non mancano d’interdire la coltura delle buone terre

con una clausola espressa del contratto. E ciò fanno per timore che il

suolo non s’impoverisca, ed il reddito degli anni avvenire non ne venga

scemato. Un altro ostacolo alla coltura è il regime vessatorio che

autorizza o proibisce arbitrariamente le esportazioni. Supponete che

un monopolizzatore di grani sia padrone assoluto della Francia e possa

a piacer suo chiudere tutte le nostre frontiere all’uscita del grano,

nessun agricoltore s’esporrebbe a produrre grano oltre i bisogni del

paese.

La coltura del grano esige spese enormi, molte braccia, un materiale

importante, ed un bestiame considerevole: e tutto ciò colla prospettiva

d’un esito incerto. L’allevamento del bestiame occupa poche persone

ed esige poche spese; dà risultati mediocri, ma pressochè sicuri, ed è

l’industria più compatibile coll’insalubrità dell’aria, lo spopolamento

del paese e lo scoraggiamento degli affittajuoli.

Una terra di 184 ettari, se viene coltivata a granaglie, esigerà

13550 giornate d’uomini e costerà 8,000 scudi romani da fr. 5,35. Essa

frutterà, per medio all’anno, 1,300 misure di grano, le quali al prezzo

medio di 10 scudi valgono 13,000 scudi: utile netto, 5,000 scudi, ossia

26,750 franchi. La medesima estensione di terra lasciata alla pastura

non dà che 4,000 o 4,600 franchi di netto ricavo.

Ma è il pascolo che prevale, onde parleremo di esso.

I cavalli romani nascono e vivono all’aria aperta, non essendovi

scuderie in quelle vaste solitudini. Di notte, di giorno, d’inverno,

d’estate, piova o tiri vento, gli animali sono all’erba, sotto la

custodia d’un cavaliere pastore. Uno stallone vive in libertà con venti

o venticinque cavalle; i puledri crescono sotto il cielo, e non ne

soffrono per nulla. Non conoscono altra malattia che il barbone, che

loro viene come la scarlattina, fra l’8.º e il 20.º mese. È un’eruzione

di glandole sotto il collo, e si guarisce con qualche vescicante.

All’età d’un anno, i puledri sono presi al lazzo e marchiati con una

cifra del loro proprietario. A tre anni sono domati, poi venduti,

impiegati.

La razza è bella e buona. Alcuni abili educatori mi dissero che era

poco suscettibile di miglioramento, e che gl’incrociamenti tentati

finora avevano dato scarsi risultati. Il cavallo romano, quale natura

lo ha fatto, è di statura media e di costituzione robusta; vivace,

raramente cattivo, pieno di fuoco, con molta solidità. Si veggono

animali, che non hanno mai mangiato altro che erba e fieno, e non

conoscono il gusto dell’avena, fare gli stessi miracoli del cavallo

meglio allevato.

Perciò il Piemonte, la Lombardia, la Toscana, il regno di Napoli

comprano i loro cavalli nella campagna di Roma, ed ai Romani non resta

che il rifiuto. Uno stallone si vende da 300 a 350 scudi romani; una

cavalla di tre anni vale da 70 a 100 scudi; una bella coppia di cavalli

da carrozza si paga da 300 a 500 scudi; un bel cavallo da sella, da 80

a 150; un cavallo di rimonta, da 80 a 90. Gli animali di minor valore,

che si riservano per l’agricoltura, non costano che 35 o 40 scudi.

Si videro de’ cavalli romani di 25 anni e più rendere ancora de’ buoni

servigi.

Ogni educatore ha la propria razza. Silvestrelli alleva de’ cavalli

baj; Serafini è il proprietario della razza cardinalesca; il principe

Borghese ha ottenuto con degli incrociamenti una razza assai bella, ma

troppo fina e di troppo piccola statura.

Le razze più stimate appartengono ai principi Chigi e Piombino, al duca

Cesarini, ai mercanti di campagna Silvestrelli, Titoni, Piacentini,

Serafini, Senni.

I coltivatori romani non si servono del cavallo pei carri, ed ancor

meno per l’aratro, che i trasporti sono troppo difficili e le strade

troppo cattive. L’aratro esige sforzi prodigiosi, poichè trattasi

sempre di dissodare una prateria; e per sì dure fatiche non vi sono che

i buoi ed i buffali.

Il cavallo s’adopera per brillare il grano.

Terminata la messe, tutti i cavalli disponibili si pongono entro un

chiuso, mentre a cento passi di distanza, sopra un’aja battuta, si

dispongono lo spiche ritte in piedi in covoni. Sei cavalli di fronte si

slanciano al galoppo e girano scalpitando finchè la paglia sia staccata

dal grano. È un’aspra fatica sotto il sole di luglio.

Si ventila il grano subito dopo, lo si ammucchia, lo si mette in

sacchi, lo si spedisce a Roma. La paglia si trasporta o si brucia

sul posto, secondo lo stato delle strade o la vicinanza delle città.

Il campo resta nudo finchè le prime pioggie dell’inverno vi facciano

nascer l’erba: così ritorna prateria e riposa così per sette anni

almeno.

Ho chiesto ai mercanti di campagna perchè non impiegassero la macchina

di battere il grano; e mi hanno risposto, che per essi l’oggetto più

importante era quello di affrettare il ritiro del grano. Essi non hanno

nè granaj, nè ricoveri nella campagna; il paese è malsano, e non si ha

un istante a perdere, che ogni ora di ritardo può costare la vita d’un

uomo. I cavalli galoppano, il grano cade, l’affittajuolo raccoglie la

sua messe, e poi subito fugge.

I Romani del secolo di Catone non conoscevano que’ grandi buoi di color

grigio, che ora abbelliscono la campagna di Roma. La razza indigena era

piccola e di color fulvo, ed aveva corna piccole.

Nelle montagne se ne trovano ancora de’ modelli. Gli armenti dalle

lunghe corna vennero colle invasioni dei Barbari.

Sono abbastanza noti, mercè la pittura, onde non ho bisogno di

descriverli. La loro ammirabile corporatura, l’enorme loro ossatura

fanno di essi de’ maravigliosi stromenti pel lavoro dei campi. Un

educatore normando direbbe a ragione che i Durham sono più acconci alla

macelleria; ma ciò dipende dall’essere il bue in Normandia un essere

predestinato a trasformare il fieno in carne.

Del resto, sì il bue che il vitello che si mangiano a Roma sono di

qualità eccellente.

Il duca di Northumberland ha testè comprato dal signor Titoni mercante

di campagna, quattro vitelle d’un anno e due vitelli della medesima età

per trasportarli in Inghilterra.

Il signor Titoni ha preso in affitto circa 4,400 ettari di praterie

per allevarvi delle bestie cornute. In buon terreno due vacche si

nutriscono assai bene sopra un rubbio, che è circa la metà d’un ettaro.

Le belle razze sono quelle de’ signori Rospigliosi, Graziosi, Titoni,

Silvestrelli, Dantoni, Senni, Grazioli, Floridi, Serafini, Piacentini,

Franceschetti, Rocchi.

Non sono pratico abbastanza per fare giustizia ai meriti che

distinguono le razze romane. Si rassomigliano tutte al primo colpo

d’occhio, e credo che siasi fatto ben poco per migliorarle.

In questo mezzo però si è formata una società di agricoltura, ed ho

assistito alla prima esposizione. Il governo pontificio ha dapprima

interdetto, poi tollerato questa novità, che modestamente traspare

dietro una società d’orticoltura.

I buoi romani sono eccellenti operaj, lavorando essi senza posa dal

sorgere del sole fino a mezzodì. Si prolunga la loro giornata fino

alle 2-1/2 nella stagione d’inverno. Non conoscono altro alimento

che il fieno e l’erba; sono sani e robusti. Si tagliano a tre anni; e

si castrano pure i tori di otto anni per ingrassarli e venderli alla

macelleria.

Un bue di tre anni, già domato, vale da 50 a 60 scudi. Un bue di 11

anni s’ingrassa in tre mesi e si vende da 60 a 75 scudi. Una bella

vacca da macello vale fino a 250 franchi.

Ho veduto 80 aratri tratti da 4 buoi lavorare sopra un medesimo campo;

ed alcuni mesi più tardi ho veduto 1100 operaj occupati a mietere

un fondo. — La coltura romana è una grande industria, e le occorrono

enormi capitali.

La più evidente imagine della brutalità è il buffalo. Le sue forme

pesanti e come sbozzate, il suo lungo collo, la sua testa schiacciata,

il suo largo muso, le nodose corna, il dorso pelato, il muggito feroce,

tutto ci dice che questo mostruoso abitante delle paludi dell’India

è un superstite dell’ultimo diluvio, una reliquia d’una creazione più

remota della nostra, un modello arcaico dimenticato nella rifusione, un

fossile vivente.

Gl’Italiani l’hanno naturalizzato già da oltre 12 secoli, ed esso

è un alleato semi-selvaggio, però contento del poco: Ei si delizia

voluttuosamente ne’ pantani più fetidi, nutrendosi di giunchi e

di canne, felicissimo se può immergersi nel fango fino al collo e

dormirvi.

Porta un anello nel naso, come i Cacichi d’America; e per esso si

guida, se però può dirsi che si lasci guidare. Il suo padrone lo toglie

a prestito dalla natura, allorquando bisogna dare di que’ colpi di

spalle, che spaventano e uomini e cavalli e buoi. Lo si aggioga ad un

masso, ad un albero, ad una montagna, ad una selva intera. Ed egli si

scatena, a testa bassa, allungando il suo collo di serpente, stirando i

suoi muscoli enormi. Tutto cede, tutto viene trascinato da quella forza

prodigiosa, che rovescia ogni cosa sul suo passaggio. Giunto alla meta,

lo si sgioga, ed egli ritorna al suo pantano, e vi si delizia.

Questa belva è dotata di memoria, obbedisce a chi lo chiama per nome.

La si battezza due volte, la prima alla sua nascita, poi all’età di 13

mesi. Il suo secondo nome le resta fino all’età di 11 anni quando viene

mandata al macello.

Spesso nasce lotta fra un buffalo ed il suo pastore. L’animale

furibondo si getta sull’uomo e l’uccide, non a colpi di corna, ma a

colpi di testa. Se il custode è esperto in questo genere di scherma,

si distende in terra col suo coltello sguainato alla mano; e quando il

buffalo, che non è scaltro, viene a cercare la sua vittima a tastoni,

l’uomo gli vibra sei pollici di lama nel muso, ed il mostro si mette

in fuga. È l’unica ragione che intende, perchè i bastoni si spezzano

sul suo dorso siccome zolfanelli, ed un colpo di fucile carico a grosse

palle di piombo gli vellica piacevolmente l’epidermide.

Nelle paludi Pontine una truppa di buffali è incaricata della pulizia

de’ canali. Vengono spinti nell’acqua a gran colpi di pertica, ond’essi

nuotano, si avvoltolano, sradicano le erbe acquatiche, poi fuggono

alfine carichi di fango ed incoronati d’una viscosa verdura.

Rospigliosi ha 1,400 buffali. Cesarini 800, e Caserta 1000. Un buffalo

maschio da 3 anni vale 35 scudi; una femmina 18 o 20; un castrato si

vende fino a 30.

La carne di buffalo è grama cosa, ma i Napolitani se ne accontentano,

ed i Giudei del Ghetto se ne compiacciono.

A Terracina, sui confini degli Stati del Pontefice, si uccide un

buffalo per settimana in settembre, ottobre e novembre. Gl’indigeni

si persuadono che la carne è più dilicata quando l’animale è più

affaticato, onde attaccano una lunga corda alle corna di quella vittima

deforme, e venti robusti terrazzani s’attaccano all’altro capo. Così

accompagnato, si spinge il buffalo attraverso le contrade, e quando

esso ha preso un grande slancio, viene arrestato sul colpo. Poi si

rinnova la spinta, e quand’è in gran foga, lo si ferma di bel nuovo,

finchè conserva le forze. Non riceve il colpo estremo, se non dopo

avere spezzati alcuni alberi, sfondato qualche muro e storpiato qualche

passaggiero.

Spesso avviene che lo si caccia entro una piazza, si chiudono con

sbarre le uscite; quindi i giovani più ardimentosi escono dalle loro

case per stimolarlo, e rientrano al più presto. Un giorno accadde

che un buffalo, stanco d’essere preso a zimbello, sfondò una porta

da cocchio e salì fino al secondo piano. Non si diede mai spettacolo

più burlesco di quello che allora presentava cotesto comico diventato

spettatore. Il solo macellajo potè toglierlo da quel palco.

Questi giuochi crudeli entrano nei gusti del popolo minuto, e mi fa

stupore che un governo sacerdotale non abbia fatto nulla per raddolcire

i costumi. Sui ponti di Roma veggonsi i ragazzi pescare le rondinelle,

mentre nelle vie di Roma alcuni monelli slanciano passeri sugli alberi

come noi gettiamo i sassi, ed altri si percuotono con de’ gattini. Gli

uccellatori della Rotonda vendono cardellini ed altri uccelletti dopo

aver loro cavati gli occhi.

La legge Grammont è di quelle che dovrebbonsi introdurre costì. Ma chi

sa quanti secoli occorreranno prima che sianvi leggi a Roma? Basta! non

bisogna disperare di nulla.

In quel paese incolto che si stende intorno alla città si mantengono

numerose greggie di pecore, di belle razze. Oltre la spagnuola e la

bastarda, si stima assai la sopravissana, da Visso, presso Spoleto.

È una pecora rustica e di sangue vigoroso, che mirabilmente resiste

all’intemperie dell’aria.

La lana indigena si esporta in Francia, in Svizzera ed in Piemonte,

dacchè le fabbriche del paese, che in altri tempi erano numerose e

celebri, più non fanno che panni grossolani.

Le tre prime qualità di lana si vendono da 21 a 31 soldi la libbra,

secondo la dimanda. La quarta e la quinta da 18 a 24 soldi. La nera da

14 a 18 soldi.

La libbra romana è di 339 grammi. Siccome i buoi ed i cavalli, così

le pecore vivono costantemente all’aria aperta, pascolano nove mesi

nella pianura, ed in luglio agosto e settembre vengono condotte alla

montagna.

L’animal nero (è il majale, salvo il rispetto ch’io debbo a’ miei

lettori) è abbandonato ai piccoli proprietarj dell’alto paese.

I montanari l’allevano con premura, poichè non costa nulla per

l’alimento. Vive nella intimità delle famiglie, e si fanno pochi

passeggi senza di esso. Ogni volta che si va nei campi, gli si permette

di guastare un tratto di terreno; di solito lo si caccia in fondo a

qualche fosso.

Le giovinette gli annodano una corda intorno al corpo, e lo guidano qua

e là alla ventura. Ho veduto eziandio più d’una volta, nelle anguste

vie che conducono ai villaggi, un bambino appeso alla coda del suo

majale, siccome un naviglio alla poppa del rimorchiatore. Le persone

più distinte della parrocchia vanno a far visita col loro majale, a

quel modo che io esco col mio cane.

Quest’amico di casa si ammazza nel mese di dicembre.

L’educator di bestiame avrebbe diritto, non dico già alla protezione,

ma per lo meno alla tolleranza del governo, poichè è una delle sorgenti

più feconde della ricchezza nazionale. Mi viene assicurato che gli

allevatori vanno soggetti a delle tasse vessatorie, e che un bue prima

di morire può pagare allo Stato il 20 o 30 per cento del suo valore.

I cavalli che crescono nell’agro romano vengono assoggettati ad una

tassa del 5 per cento ogni volta che cangiano di padrone; di modo che,

se uno d’essi fosse venduto venti volte, il fisco e l’allevatore se ne

dividerebbero il prezzo per metà.

Un romano mi risponderebbe forse che, nei ridenti paesi di Francia,

grazie all’enormità dei diritti di mutazione, il fisco può incassare in

quattro o cinque anni il valor integrale d’un immobile; nè potrà negare

il fatto, essendo vero.

Quasi tutte le cifre esposte in questo capitolo mi furono somministrate

a Roma, da un agricoltore onorevolissimo ed assai competente.

Il povero giovane, ch’era ricchissimo, rammaricavasi di non poter

viaggiare, parendogli cosa vergognosa il non conoscere che Roma e sue

vicinanze, e pronto a spendere molto denaro per ottenere un semplice

passaporto.

Non crediate però che gli venisse rifiutato questo pezzo di carta! Oh!

no, la polizia sa troppo bene il vivere del mondo. Mons. Matteucci,

vice camerlingo della santa Chiesa, direttore della polizia, l’aveva

molto gentilmente rimandato al capo dell’uffizio de’ passaporti, ma

cotesto onorevole impiegato non si poteva mai trovare. E questo giuoco

durò varj anni.

Sento or ora dai giornali, che il mio povero amico ha finalmente

ricevuto il suo passaporto senz’averlo dimandato, come pure il

figlio del grande orefice Castellani e tanti altri concittadini che

formano l’onore di Roma. Non sono esigliati, a vero dire, ma fu loro

consigliato paternamente di non ripatriare.

E probabilmente ripatrieranno.

Roma contemporanea · 第 44 / 71 题