I Romani d’oggidì, come quelli d’una volta, sanno morire. È una
giustizia che bisogna render loro. Essi accettano con indifferenza
filosofica tutte le necessità della vita, compresa quella di morire.
Muojono come mangiano, come bevono, come dormono, come amano;
naturalmente, semplicemente, famigliarmente.
Si è colpiti d’ammirazione, leggendo in Tacito come i grandi cittadini
dell’impero facessero poche cerimonie in presenza della morte. La
rassegnazione degli antichi si spiegava colla speranza logica e
ragionata d’un sonno eterno; forse anche collo spettacolo quotidiano
delle uccisioni nel circo. La rassegnazione dei moderni si spiega
colla speranza d’una vita beata nel mondo ideale, e cogli avvertimenti
reiterati di una religione che dice «bisogna morire».
Tutti i sermoni che ho sentito per lo spazio di cinque mesi contenevano
almeno uno sviluppo sull’imminenza della morte. Tutte le chiese dinanzi
alle quali sono passato, avevano affisso di quelli avvisi sinistri, sui
quali si vede da una parte lo stemma di qualche defunto, e dall’altra
uno scheletro orribile con questa epigrafe: _Hodie mihi, cras tibi_. La
tua volta verrà!
«Apro le porte del cielo e dell’inferno:
Per il giusto sono la vita, per il peccatore la morte».
Ho visto perfino a Velletri dinanzi la bottega di un maniscalco lo
scheletro di un cavallo dipinto sull’insegna, per far conoscere agli
animali che devono morire.
E perchè no? Anche gli animali hanno un dovere da adempiere in questo
singolare paese. Vanno tutti gli anni a prendere l’acqua santa nel
giorno di sant’Antonio.
Torniamo alla razza umana. Al domani del giorno di tutti i Santi, in
tutte le chiese si rappresenta qualche scena della Scrittura, come la
morte di Giacobbe o i funerali di Davide. I personaggi sono di cera, da
alcuni anni; non è ancora molto che si adoperavano dei veri cadaveri,
scelti negli ospedali. In quest’occasione, le monache mandano in tutti
i palazzi dei dolci, chiamati ossa di morti, in cui il midollo è fatto
di confettura. Strano espediente per nutrire i Romani del pensiero
della morte!
Chi non ha visto sulla piazza Barberini quell’appartamento dei
Cappuccini dove è tutto morto, anche il mobigliare? È un pian terreno
di otto o dieci stanze che danno sulla corte. Mi sono fermato ad
osservare l’interno, un giorno che tutte le finestre erano aperte
per dar aria al locale. I mobili sono uniformi e gl’inquilini sono
uniformemente vestiti; la tappezzeria è uno strato di scheletri, e
scheletri di cappuccini stanno adagiati su letti di riposo incassati
nel muro. I cappuccini sono coperti della loro tunica, questi ha
ancora la pelle, l’altro la barba. Ghirlande di vertebri abbelliscono
la nudità de’ muri. L’imaginazione capricciosa de’ frati si è sfogata
in mille fantasie funebri: gomiti intralciati, fasci d’ossami d’ogni
foggia, e gambe e cranii acconciati in forme bizzarre.
Il pavimento d’ogni stanza contiene una quindicina di cappuccini,
coricati in due file in bell’ordine. La terra che direttamente li copre
senza avello, è una terra miracolosa, recata dalle crociate. E di vero
è una specie di pozzalana mista d’arsenico, che possiede la virtù di
divorare le carni in pochi giorni, onde in certo modo farebbe l’effetto
del rogo antico.
Noi abbiamo una caserma nello stesso convento; onde i nostri soldati
fumano tranquillamente la loro pipa nella corte davanti a quelle
finestre aperte.
La chiesa della _Buona Morte_ ha la sua sepoltura ornata nello
stile funebre come il convento de’ Cappuccini. Vi si conservano,
colla possibile eleganza, le ossa degli annegati e d’altre vittime
accidentali. La confraternita della _Buona Morte_ va a cercare i
cadaveri; un sacristano, abbastanza ingegnoso, ne dissecca i cadaveri,
e li dispone a forma d’ornamenti. Ho conversato qualche tempo con
cotesto artista: «Signore, mi disse, io non sono felice che qui, in
mezzo al mio lavoro. Non è già pei pochi scudi che guadagno tutti i
giorni mostrando la cappella agli stranieri, no certamente; ma questo
monumento che io conservo, che abbellisco, che adorno col mio talento,
è diventato l’orgoglio e la gioja della mia vita». Mi fece vedere i
suoi materiali, vale a dire alcuni mucchietti d’ossa in un cantuccio,
fece l’elogio della pozzolana, e mostrò il suo disprezzo per la calce.
«La calce strugge le ossa e le riduce in polve. Non si può far nulla di
buono colle ossa che sono state nella calce: sono robaccia».
I funerali in Roma sono veri spettacoli. Al cader del sole, nell’ora
del passeggio, trovate il corso invaso da un esercito di cappuccini.
Due o tre confraternite procedono in lunga fila verso un palazzo
aperto. Entrate arditamente colla folla. La bara, circondata da alcune
torcie, attende il cadavere, portato a braccia: viene posto sopra
una barella, viene coperto d’una strato d’oro o d’argento, e quattro
facchini, travestiti da membri della confraternita, lo prendono sulle
spalle, e procedono innanzi! La processione de’ cappuccini si mette in
marcia, si accendono le torcie, che rischiarano tutta la strada; poi
vengono le confraternite, poscia i preti e il cadavere, poi due casse
piene di cerei, poi le carrozze del defunto tutte vuote.
Che andate cercando cogli occhi? I parenti? Gli amici? Non vi sono. I
parenti pagano le spese dello spettacolo; gli amici vi prendono parte
come voi. Sono là, tra la folla, col sigaro in bocca, ad osservare la
processione de’ cappuccini.
Lungo il corteggio, trottano cinquanta o sessanta monelli, armati di
cornetti di carta, per raccogliere la cera che sgocciola dalle torcie,
ed anche per distaccarne, quando possano, qualche pezzo. Giunti dinanzi
alla chiesa, essi rotolano la cera in pallottole, e giuocano tra
loro quel bottino della serata. Intanto che costoro s’abbaruffano e
s’accapigliano, il cadavere viene deposto in un angolo senza cerimonie,
e ciascuno ritorna a casa.
Si procura sempre di far passare i più splendidi funerali pel Corso,
benchè il defunto avesse abitato all’altra estremità di Roma. Ecco la
smania di figurare!
Se qualche famiglia ebbe la sventura di perdere una figlia leggiadra,
e che dalla morte non sia stata troppo scomposta, si domanda e si
compra il permesso di seppellirla a viso scoperto. La s’imbelletta,
la si mostra, si fa parlare di lei e di sè per ventiquattr’ore. È un
bell’onore.
I nobili vestono a bruno, un lutto di comparsa che li distingue dal
popolo. Il ceto medio ed il popolo minuto non fanno nessun cangiamento
nei loro abiti. Un borghese si vestì da lutto per la morte di sua
madre, ed io intesi su questo proposito la riflessione seguente: «Altre
volte il lutto non era che pei principi; ma ecco ora i vassalli che vi
aspirano. Dove andremo noi a finire?» Notate bene il nome di vassalli.
Nell’aristocrazia un cadetto è tenuto a portare il lutto del
primogenito. Il primogenito poi, se gli aggrada, porterà il lutto pel
cadetto.
Le lettere di partenza sono un uso nuovo, che avrà pena a stabilirsi.
Perchè? Perchè il giorno appresso ai funerali il morto è dimenticato.
È in paradiso, Dio ha ricevuto l’anima sua, e non se ne parla più. Le
visite di condoglianza sono di cattivo gusto, essendo poca creanza il
ricordare alle persone la perdita che hanno fatto.
Un Francese ha danzato qualche volta in una casa di Roma, sente la
morte del padre e crede dover fare una visita alla figlia. Gli si parla
della pioggia e del bel tempo; ma egli affronta di assalto il tristo
soggetto che l’ha quivi condotto. «Madama, diss’egli, ho preso gran
parte al dolore che avete provato. Voi ben sapete se io amava quel
povero conte!
— Finalmente, disse l’orfanella, con un dolce sospiro, egli era ben
vecchio.
— Sì, o signora, ma siccome egli aveva conservato in quella grave età
l’esercizio delle facoltà sue, lo spirito giovane, il carattere intero!
— Oh! sì, tanto intero, ch’ei ci rendeva talora la vita ben dura!
— Ah! com’è così, ripigliò il Francese sopra un tuono affatto nuovo,
io non parlava che per gentilezza e per farvi piacere. Ma in fondo al
cuore me ne rido, e non vedo ragione per cui la morte di vostro padre
debba recare a me maggior dispiacere che non a voi. S’egli è partito,
buon viaggio!»
Le persone illustri vengono sepolte nelle chiese. Usanza malsana;
Voltaire l’ha tanto detto e proclamato, che la legge francese venne
poi a mettervi riparo. La legge romana anch’essa non vuol più che si
alimenti sotto ogni chiesa un fomite di pestilenza. Ma quivi gli abusi
hanno più autorità che non le leggi.
È proibito di seppellire le persone prima che siano trascorse
ventiquattr’ore dopo la loro morte, eppure ho veduto seppellir due
persone morte nella giornata. È proibito seppellire nelle chiese, ma
io posso certificare che nella piccola città di Forlì, tra il 1830 ed
il 1858, questa legge è stata violata ben 1,435 volte. Io stesso ho
computato la cifra sopra i registri ufficiali.
Il clero romano è interessato a fare un carniere di tutte le chiese: fa
pagare una soprattassa per violazione della legge.
Forlì è una piccola città di 17,000 abitanti; Roma ne conta più
di 170,000. Ora calcolate la quantità di carne umana che si deve
accumulare sotto le chiese di Roma!
Eppure noi abbiamo costrutto pei Romani il cimitero di San Lorenzo
fuori delle mura. È un edifizio del 1811, fatto alla romana, per
uniformarci alle costumanze del paese. Figuratevi una cinta quadrata,
con pavimento e riparo di muraglie. Quattrocento larghe pietre,
disposte in triangoli equilateri, formano 400 tombe di 4 metri cubici
cadauna. Ogni sera si leva una pietra, mentre un omnibus reca i
cadaveri della giornata, e vi si rinchiudono dentro l’uno dopo l’altro.
La calce ed i topi divorano ogni cosa in meno d’un anno, e così non si
manca mai di spazio.
Il sig. Tournon ci narra che, a’ suoi tempi, i Romani seppellivano
i morti in un semplice lenzuolo, e con ciò si economizzavano quattro
pezzi di legno di abete.
Ignoro se quest’usanza siasi conservata in Roma. Le tombe di San
Lorenzo e l’uso della calce viva mal s’accorderebbero coll’uso del
feretro.
Ciò che posso affermare si è che a Bologna i poveri vengono sepolti
senza bara, in una fossa che il giardiniere scava colla zappa,
siccome per seminare patate. È lo stesso giardiniere, o sepoltore, di
quell’ammirabile campo santo che me lo ha detto.
Si vede a Roma, nelle vicinanze della piramide di Cestio ed a due passi
della polveriera, un campo di riposo ombreggiato da alcuni alberi
ed ornato di fiori. È desso il cimitero degli _accattolici_, ossia
degli stranieri eretici o scismatici, che la chiesa condanna, ma che
il governo non ardisce espellere da Roma. Sono detti accattolici dai
Romani, per uno sforzo di tolleranza. I Russi, gl’Inglesi, i Tedeschi
della Germania pensante riposano daccanto in quel dolce e melanconico
romitaggio. Sono colà non pochi artisti, che erano venuti a Roma a
cercare il talento e la gloria, e non vi trovarono che la febbre. Quasi
tutte le iscrizioni ripetono quella formola piena di mestizia: _Qui
riposa lungi dalla sua patria_.... Quasi tutti coloro che dormono colà
poterono dire morendo, siccome Sigifredo dei Nibelongi: «Mia madre e i
miei fratelli chi sa fin quando m’attenderanno!»
Un capriccio della fortuna riuniva in un medesimo angolo il figlio di
Goethe ed il figlio di Carlotta, Augusto Kestner, ministro di Annover,
nato nel 1778, morto il 5 marzo del 1853.
Vi troverete le ceneri di Percy Bysshe Shelly, amico di Byron, cuore
de’ cuori, _cor cordium_, dice l’iscrizione; e Keath, quel giovane
poeta disperato, che fece scolpire sulla propria tomba quest’epigrafe
sì straziante:
THIS GRAVE
CONTAINS ALL THAT WAS MORTAL
OF A
YOUNG ENGLISH POET
WHO
OH HIS DEATH BED
IN THE BITTERNESS OF HIS HEART
AT THE MALICIOUS POWER OF HIS ENEMIES
DESIRED
THESE WORDS TO BE ENGRAVED ON HIS TOMB STONE
HERE LIES ONE
WHOSE NAME WAS WRITTEN IN WATER.
THE
FEB. 24, 1821.
E non è qui concentrata, in queste ultime parole, tutta l’amarezza
d’un orgoglio offeso! «_Qui giace un uomo che ha scritto il suo nome
sull’onde!_»
Sull’ingresso di questo cimitero si trova un piccolo padiglione, ben
acconcio, dove emerge la regolarità meticolosa dell’Inghilterra. Vi
lessi:
1.º La tariffa delle spese di sepoltura;
2.º Il catalogo degli oggetti preziosi confidati alla custodia del
guardiano;
3.º I nomi dei morti, incorniciati siccome quelli degl’inquilini alla
porta d’un albergo.
Il medico della comune di Frosinone, villaggio di 3,000 anime, mi ha
fornito i seguenti particolari, che non intendo assumere sotto la mia
responsabilità:
«L’autorità pontificia vuole che noi prescriviamo i sacramenti
all’ammalato, alla seconda visita che gli facciamo; ma io conosco
troppo bene i selvaggi di queste montagne per uniformarmi alla
legge. Dacchè uno d’essi ha ricevuto i sacramenti, più non si pensa a
seppellirlo al più presto. Cessano ogni regime, chiudono le pozioni
negli armadj, strappano via i cataplasmi ed i vescicanti. Se il
paziente chiedesse un bicchier d’acqua, sono gente da rispondergli:
«Berrai in paradiso.»
Per compenso poi vanno a comprar torcie pei funerali, e dimandano
all’infermo se gli pare che si facciano bene le cose.
Gli recano le assi della bara, per convincerlo che l’abete è di
qualità scelta; prendono la misura della camicia funebre, che deve
recar seco nell’altro mondo; preparano l’acqua calda per lavarlo
dacchè sarà morto. Questi preparativi non si fanno senza complimenti
di condoglianza ed esclamazioni commoventi: «Mio povero padre! mio
sventurato fratello! mio infelice cugino!» Dacchè l’agonia comincia,
l’intero villaggio accorre nella camera, e vi rimane fino alla morte,
come richiede la civiltà. Di minuto in minuto si getta dell’acqua
benedetta sulla testa del paziente, per discacciare gli spiriti
maligni. Ad ogni convulsione, i parenti si gettano sul corpo infermo,
prorompendo in alte grida. Non ci vorrebbe nulla di più per uccidere
un uomo sano. I meno dilicati profittano di queste occasioni per
appropriarsi qualche anello o pendente d’orecchi. Quel giovane che
là vedete sulla soglia della bottega, è accorso al letto di morte del
proprio padre con certa chiave falsa in tasca. Spirato il vecchio, quel
figlio mostrò un dolore sì violento, che nessuno potè strapparlo via
dalla casa paterna. Rimasto solo, spogliò la cassetta del morto a danno
degli altri eredi.
Io ho veduto l’estrema unzione produrre un effetto ben curioso sopra
uno de’ miei ammalati. Aveva avuto la vigilia una crisi un po’ forte,
che doveva decidere della sua guarigione. Ma la famiglia, vedendolo
star peggio del solito, gli aveva fatto amministrare gli ultimi
sacramenti fino dal mattino. Trovo il mio paziente sul dorso col
crocifisso in una mano, la madonna nell’altra: premeva le sante imagini
sul suo cuore e mostrava il bianco degli occhi.
« — Ebbene? gli dissi.
« — Ahimè! caro dottore; tutto è finito.
« — Perchè? Ti senti peggio?
« — Nol so; ma tutto è finito.
« — Dammi la mano, affinchè io tasti il polso! Per bacco! non hai più
febbre!
« — Non fa caso, andate pure; tutto è finito.
« — Fammi vedere la tua lingua: è bellissima!
« — Sono ben contento per voi, mio buon dottore; che quanto a me, vi
dico che tutto è finito.»
«Cotesto consulto _in extremis_ dato ad un uomo che stava bene, fu
interrotto per venti volte dagli omei della famiglia e degli amici. Fui
costretto a ricorrere alla forza per discacciare que’ piagnoloni dalla
porta e far sorgere l’ammalato, che era quasi guarito. Due giorni dopo
ei mangiava una libbra di carne; la domenica seguente passeggiava nella
camera ripetendo: «Avete un bel fare, mio dottore, quando un uomo ha
ricevuto i sacramenti, si può dire che per lui tutto è finito.» In capo
ad otto o dieci giorni, ei ritornò tutto dolente a’ suoi ulivi ed alla
sua vigna; aveva ricuperato l’appetito e la forza, mangiava la parte
d’una tigre e lavorava quanto un bue: tuttavia ei non era abbastanza
convinto della sua risurrezione, ed aveva bisogno che gli si facesse
sentire qualche colpo di pugno sulle spalle per convincerlo che non era
tutto finito.
«Se l’ammalato muore, tutte le persone presenti gridano e piangono in
coro: è un dovere di convenienza. Dopo di che si manda a cercare la
confraternita delle Anime del Purgatorio, essendo richiesto dall’usanza
che al giungere della bara si rappresenti una farsa. Una donna della
casa si oppone al trasporto del cadavere, onde si cerca di convincerla,
di persuaderla, finchè essa lasci fare. Talora il cadavere è ancor
caldo, poichè la prescrizione delle 24 ore non esiste che nella legge.
«I parenti e gli amici accompagnano il morto alla chiesa, dove si
lascia in deposito fino a notte. Nessun servizio funebre, non più che a
Roma: ed è tutto dire.
«Il più prossimo parente del defunto conduce seco tutti gli astanti, e
si sforza di consolarli meglio che può.
«Ho visto degli orfanelli sì bene consolati, che ritornavano a casa
allegramente.»
Se l’autore di questa relazione ha esagerato i difetti de’ suoi
concittadini, io ne lascio il carico alla sua coscienza. Ma ciò che ho
veduto nel paese m’induce a credere ch’ei dicesse il vero.
Romani, miei cari amici, io v’amo sinceramente, perchè siete oppressi;
ma credo che tutte le verità sono buone a dirsi, ond’io racconto
senza perifrasi tutto che ho veduto ed inteso attraversando il vostro
ammirabile paese. Se mi tocca di citare qualche tratto d’ignoranza o
di barbarie, guardatevi bene dal supporre ch’io vi stimi ignoranti
e barbari, nè ch’io scriva questo libro contro di voi. Mi adiro
unicamente contro i reggitori del popolo, che lo educano male, e che,
piacendo agli Dei, potremo un giorno cangiare.