Se questo capitolo sarà gremito di enormi contraddizioni, prego
il lettore indulgente di non se ne maravigliare, chè tutto è
contraddizione in Roma, dove il popolo è ben nato, e male allevato,
il governo è pieno di grandezza e di meschinità; dove sono leggi
dolcissime e leggi in massimo grado dispotiche; imposte assai modiche
eppure gravosissime; dove regna un gran fondo di sincerità naturale,
e molta ipocrisia raffinata; dove sono e vita economica e spese pazze;
prudenza meticolosa e collera cieca; abitudine di nascondersi e furor
di comparire; sentimento vivissimo dell’eguaglianza, profondo rispetto
per le ineguaglianze sociali; costituzione abbastanza dispotica
per riunire tutti i poteri nelle mani d’un uomo solo, ed abbastanza
democratica per mettere la corona di re sulla testa d’un cappuccino.
Tutte le statue che si veggono a Roma, sia sulle piazze pubbliche,
sia anche nelle private gallerie, portano una foglia di vite. Furono
coperte d’un mantello di lata le figure allegoriche, le quali
decoravano alcune tombe d’antichi papi. L’artista le aveva fatte
nude, considerando che ai morti non si deve altro che la verità; ma
l’ipocrisia moderna volle rivestirle, mascherarle, soffocarle, come se
una bella statua potesse essere un oggetto di scandalo. In ricambio si
permette ad uomini veramente nudi di bagnarsi nel Tevere, od anche nel
bacino della fontana Paolina. Nessuno sentesi offeso da questa libertà,
nè la polizia, nè il pubblico, nè le donne romane, che vanno e vengono
e lavano i loro panni intorno a quelle statue viventi, senza pensare al
male.
Esco dall’ospitale dello Spirito Santo, stabilimento immenso, che è
il più ricco e meglio dotato di tutti i nostri. Un giovane addetto
mi ricevette alla porta e fecemi passeggiare cortesemente, senza
conoscermi. È un medico od almeno ha sostenuto gli esami del dottorato
teorico. Fra due anni egli passerà gli esami di pratica, ed andrà
ad esercitare la medicina in qualche villaggio. Intanto egli studia,
ma non tutto ciò ch’ei vuole; ed in confidenza mi confessa, che non
ha mai veduto il corpo d’una donna viva. «Ed i parti? — Noi facciamo
partorire de’ fantocci incinti d’una bambola. Ma quando avrò sostenuto
il mio ultimo esame, avrò diritto di assistere ai parti delle donne. —
Compiango la prima che vi toccherà per mano. — Ed io pure.»
Le sale dell’ospitale sono vastissime in lunghezza e larghezza;
contengono quattro ordini di letti senza cortine, capo a capo! I piedi
d’un malato toccano la testa dell’altro. Fu sacrificato l’interesse di
quegli infelici all’aspetto grandioso dell’edifizio.
Un cartello posto al capezzale d’ogni letto indica la dieta prescritta
ad ogni ammalato: «Porzione intera, mezza porzione, minestra ed ova,
viatico.» Quest’ultima parola mi ha fatto rizzare i capelli in testa. —
Poveretti, che 24 ore prima sono condannati a morte!
Si chiama la mia guida per mostrargli il numero 200.º, intanto che
passavano. — Io lo seguo e veggo un corpo agitato dalle convulsioni
dell’agonia. Era un contadino colpito da gastrite acuta per essersi
mal nodrito. Un infermiere distende le sue membra, toglie la camicia,
stende un lenzuolo, accende una lampada. Allora m’accorgo d’altre
cinque o sei lampade accese nella sala: sono altrettanti cadaveri. Il
mio cicerone mi fa osservare, che si ebbe la felice idea d’adattare ad
ogni letto una specie d’anello per la lampada funebre.
Un grasso cappuccino circola nella sala, distribuendo l’assoluzione a
chi la dimanda: sonvi però due grandi confessionali dinanzi la porta
d’ingresso.
Mi viene mostrato un contadino rosso come un pomo d’oro e trasudante
a grosse goccie nel suo letto. È stato morso dalla tarantola, eppure
non v’è nulla nel suo contegno che riveli la passione della danza. Il
mio giovane dottore m’assicura che il morso delle tarantole induce un
movimento di febbre assai gagliarda. Tuttavia ei credette osservare che
la paura entrava in buona parte in questa malattia; tanto che basta
qualche volta un bicchier d’acqua pura, od una pillola di mollica di
pane, per guarirla radicalmente.
Una sala a parte è destinata ai soldati ammalati, che vengono
paternamente assistiti, anche per le malattie irreligiose. Ma in questo
caso speciale il prezzo delle medicine viene dedotto dal loro soldo.
Da ciò nasce, che un soldato ammalato evita l’ospitale, e resta infermo
finchè a Dio piace.
Ho visitato il teatro, il gabinetto d’anatomia, e tutte le collezioni
scientifiche spettanti all’ospitale. Il pezzo più notevole è un
cadavere scorticato, colla foglia di vite per edificazione dei giovani
medici. _Et nunc erudimini!_
L’ospitale dello Spirito Santo, come tutte le proprietà ecclesiastiche,
è un luogo di asilo, dove può guarirvi o morirvi il ladro, il
parricida, l’assassino, sotto lo scudo delle leggi. Alcuni ammalati,
profittando d’una sì dolce impunità, credettero che fosse loro permesso
di rubare e d’uccidere in quel recinto inviolabile. Ma l’autorità
pontificia, considerando che non bisogna abusare degli abusi,
decise che i delitti commessi nell’ospitale non avrebbero diritto
all’impunità. Questa legge, scolpita sopra una lastra di marmo, resta
esposta agli occhi degli ammalati, i quali però non sanno leggere.
L’ospizio de’ Trovatelli, allo Spirito Santo, vide il prologo d’un
piccol dramma, che parrebbe inverosimile, se i tribunali non si fossero
data ogni cura di verificarlo.
Nel 1807, la duchessa X, che aveva già un figlio ed una figlia,
sgravossi clandestinamente d’un terzo figlio, nel palazzo del proprio
marito. Perchè fece essa portare il neonato all’ospizio anzichè
presentarlo al duca X? Forse perchè il duca, già da parecchi anni,
teneva letto separato. Il piccolo Lorenzo X fece il suo ingresso nel
mondo per la porta de’ Trovatelli, senz’altro capitale che la metà d’un
pezzo da 5 soldi appesa ad un filo.
Qualche tempo dopo, la duchessa, che aveva visceri umani, provò che
il pezzo di 5 soldi ed il fanciullo appartenevano a lei. Ripigliò
il suo Lorenzino, lo diede a nutrire ed assegnò una pensione di 26
franchi al mese, che fu scrupolosamente pagata fino all’età maggiore.
Mercè la generosità della madre, Lorenzo non morì di fame ed imparò la
miniatura.
La morte di suo padre e del fratel maggiore venne a stornarlo dalla
sua vocazione. Ei vedeva una bella sostanza, 75,000 franchi circa di
rendita, andarsene dalla principessa T., sua sorella, che non ne aveva
precisamente bisogno. La contessa T. possiede da quaranta a cinquanta
milioni! La fame, l’occasione, il favore pubblico e certi nemici della
famiglia T., spinsero Lorenzo a reclamare il nome ed i beni degli X.
Se qui potessi trascrivere i documenti del processo, che furono riuniti
in un volume, vi trovereste alcuni fatti curiosi. Gli avvocati del
pretendente rinfacciavano alla duchessa d’aver lasciato languire
suo figlio nella miseria, mentre faceva follie per un droghiere di
Frascati. La principessa T.... diceva, per l’organo del suo difensore:
«Questo giovane è figlio di mia madre, sia pure; ma certamente mio
padre non c’entra per nulla. Essa variava all’infinito ne’ suoi gusti.
Se Lorenzo è figlio di qualcuno, lo è probabilmente d’un Russo di nome
M.»
Ma più maraviglioso è quanto ebbe a dichiarare la duchessa. Nel
momento di comparire al cospetto di Dio, cotesta illustre persona non
si vergognò di attestare, per favorire la figlia, che il giovane era
bastardo e quindi inetto a succedere.
Malgrado una testimonianza sì grave, Lorenzo guadagnò il suo processo:
_Is pater est quem justae nuptiae demonstrant_. D’altronde gli avvocati
avevano provato che il defunto duca si era compromesso con tutte le
donne, la duchessa con tutti gli uomini, e per conseguenza il duca
e la duchessa avevano dovuto incontrarsi almeno una volta nelle loro
avventure. Lorenzo, cresciuto nell’avversità, è diventato uno degli
uomini più attivi, più intelligenti e liberali dell’aristocrazia
romana. Lo vedrete alla testa di tutte le imprese che possono favorire
il progresso dell’Italia.
Fa educare i figli in Piemonte, e non concede loro di venire a Roma,
nemmeno nelle vacanze, quasi che l’aria della città Santa potesse loro
avvelenare lo Spirito.
Suo unico difetto è un deplorabile imbarazzo nel maneggio dell’armi da
fuoco.
Altro romanzo. La duchessa A. era rimasta vedova nel 1850, con una
fortuna ancora imponente, benchè d’alquanto scemata, ed uno splendido
palazzo.
Il cielo permise che un reggimento di dragoni francesi fosse
accasermato nelle vicinanze del palazzo A. Tutte le mattine la duchessa
non aveva che a mettersi alla finestra per contemplare l’ordinamento
de’ cavalli, d’onde osservò un giovane sott’uffiziale di bello e nobile
aspetto, benchè sopravegliasse un’operazione abbastanza prosaica. A
forza di vederlo, ella ne fu presa d’amore, e siccome anch’essa non
era fatta per dispiacere, così piacque al giovane. Prese informazioni,
essa venne a sapere che il signor H. apparteneva ad un’onorevolissima
famiglia di coltivatori normandi, ed egli stesso era stimato dai capi e
dai camerati, onde in breve avrebbe ottenuto gli spallini. La duchessa
attese ch’ei fosse uffiziale, persuasa, e non a torto, che ogni
ufficiale francese vale un gentiluomo.
Ora il signor H. ha ottenuto congedo, coltiva le terre di sua moglie
e rialza una fortuna che l’incuria romana aveva lasciato scadere. Sua
moglie non è più duchessa, ma sarà ricca e felice.
Il difficile sarà di persuadere ai domestici di Roma ch’essi debbono
annunciare l’antica duchessa A. sotto il nome di signora H. Quanto ai
contadini delle sue terre, mi dissero ingenuamente: «Il nostro nuovo
padrone si chiama duca A., dacchè ha sposato la signora duchessa.»
Quando l’amore si radica in un cuore romano vi signoreggia da re.
Tutto cede: gl’interessi, i doveri e finanche i pregiudizj. Eccovi un
giovinotto d’età piuttosto matura che corre verso la piazza di Spagna.
È il principe C., che va a baciare la mano d’una giovane droghiera,
di cui è innamorato fino al punto di volerla sposare. E questa follia
non farebbe stupore a nessuno. È però vero che la donna occupa sì poco
spazio nella famiglia, e che si può sceglierla dovunque si vuole, senza
derogare.
Non è già che le donne di Roma siano creature di nessuna importanza;
sonvene di molto spiritose, siccome la principessina C. di S.
Il principe C. di S., morto di vecchiaja nel 1849, aveva sposato nel
1848 una persona assai più giovane di lui. E nello stesso giorno ch’ei
fu seppellito, la vedova dichiarò d’essere incinta, e non fu smentita,
essendosi sgravata d’un maschio proprio al limite legale del tempo, e
la sua presenza di spirito le valse una fortuna. «Questo fanciullo è
nato coll’orologio alla mano,» dicevano i giureconsulti.
L’educazione ha bel fare: si trovano delle romane fierissime e
nobilissime, anche nella nobiltà!
Quella povera Tolla o Vittoria Savorelli, di cui ho pubblicato la
storia or sono alcuni anni, non era certamente un’anima volgare.
Poco dianzi ho incontrato il suo seduttore, uomo pingue e di nessun
merito, che non fu certo dimagrato dai rimorsi, se pur ne ha.
Il signor Savorelli padre si è ingolfato nell’industria, fabbrica
candele steariche e rialza così la fortuna della sua casa. Conserva in
casa un bel busto di sua figlia, scolpito da un fratello di Tolla.
Mi venne mostrata una giovane di buonissima famiglia, che ebbe il
coraggio d’imparare un’arte, la pittura, per isposare un giovane povero
che essa amava. Dopo diciotto mesi di studj, diventò capace, spinta
dall’amore, di dipingere copie così belle come quelle che si vendono
agli stranieri, ma l’amante aveva cessato d’amarla, e ne corteggiava
un’altra.
Quest’eroica giovane non è morta siccome Tolla. Si è poi innamorata
d’uno straniero che non la sposerà, che glielo disse, e ch’essa ama
a dispetto del senso comune. Essa ha rifiutato la mano d’un vecchio
diplomatico potentemente ricco, per restar fedele a questo francese,
che non è nemmeno suo amante.
Il principe T., l’uomo più ricco di Roma, ne è forse il più infelice.
La sua famiglia ha perduto in poco tempo un bel ducato, un’eredità
importante ed un’impresa infinitamente più lucrosa. La moglie è pazza,
i suoi eredi sono ragazze, suo fratello è una nullità, uno de’ suoi
nipoti è idiota e l’altro, che meriterebbe di vivere, non vivrà.
_Sic transit gloria mundi._ Tutta la città compiange sinceramente
il principe T. Ei vende il suo danaro un po’ caro; ma fece del bene,
incoraggiò le arti, e diede delle belle feste.
I suoi due nipoti hanno sposato delle figlie di case illustri, e sono
ambidue belle. La moglie del primogenito è d’un carattere aperto,
leale, appassionato; e resiste energicamente alle soperchierie di sua
cognata, che spende più di politica che non Richelieu e Mazarino, per
confiscare la primogenitura a profitto del proprio consorte.
Questi ultimi giorni, il cardinal Antonelli aveva invitato le dame
della nobiltà romana ad un passeggio colle fiaccole nelle catacombe di
San Pietro. Alla cena che venne appresso, Sua Eminenza si accostò alla
giovane principessa T., moglie del primogenito, e si scusò di non avere
invitato la sua cognata. «Avete fatto assai bene, rispose la fiera
romana. Bisogna saper conservare la distanza fra i primogeniti ed i
cadetti.»
Una romana, una principessa allevata in un convento, ha commesso
qualche imprudenza; la cameriera sa tutto e fa comprendere alla sua
padrona ch’essa potrebbe dir tutto. In simile occasione, quale è la
francese che non avrebbe transatto? La mia Romana dà uno schiaffo alla
impertinente creatura, la getta a terra, la calpesta e la scaccia sul
momento.
Se il nostro povero Stendhal fosse vissuto, avrebbe ammirato quel
tratto di coraggio. Notate, se vi piace, che la principessa non era
già una matrona imponente, ma una donnetta, mingherlina e dilicata. La
fantesca è partita e non ha mai parlato. È l’eroina che ha raccontato
l’avventura al suo _amico_.
Di tutti i nobili romani, il più francese è il principe di S.,
discendente da Valerio Publicola. Ha fatto l’assedio di Roma coi nostri
uffiziali, e s’è meritato il nastro della Legione d’onore. Ho veduto
presso di lui un mobiliare ricco ed anche di buon gusto, ciò che è più
raro. La sua conversazione è solazzevole e svariata, segnatamente prima
di pranzo; egli è quello che a Parigi dicesi buon figliuolo, ma troppo
fanciullo. Jeri egli trovavasi a Rignano, per la solenne investitura
del giovane duca. La municipalità aveva preparato un fuoco d’artifizio;
ma il principe di S. ebbe il capriccio di apporvi il suo sigaro ed
accendere i razzi di bel mezzodì!
Ho talora incontrato al Pincio un altro principe di S., principe
anch’esso al pari del cugino, e ridotto a vivere d’una pensione
di pochi scudi al mese. Questi in paese laico sarebbe stato un bel
soldato: da Nemrod rassegnato, si consola della forzata inazione dando
la caccia ai caprioli ed ai cinghiali.
Sul Pincio egli conduce i suoi cani filosoficamente, nell’ora in cui il
duca Grazioli e tanti altri fornaj arricchiti conducono pomposamente i
loro cocchi.
Roma è piena di cavalli, carrozze, lacchè, livree, stemmi gentilizj;
chè il più meschino parroco pretende il lusso d’un blasone. Nessuno,
tranne i nocchieri di vetture pubbliche, attacca un cavallo solo alla
propria carrozza. Le carrozze poi sono alte, larghe, pompose; e vi si
sale per una scala, siccome pel Paradiso. Ho sempre dimandato a me
stesso, perchè i cardinali e gli altri grandi signori traessero tre
domestici, in piedi sul medesimo banchetto, dietro la loro carrozza,
mentre basterebbe un solo. Comprendo benissimo perchè i Turchi mettono
talora due guardie in una garetta: il tempo della consegna è lungo e
pesante, onde la seconda sentinella potrebbe servire a risvegliare
la prima. Ma tre domestici balestrati al piccolo trotto dietro un
cardinale! Evvi forse in ciò qualche intenzione caritatevole? Il
secondo ed il terzo sono forse messi per impedire che il primo cada? In
tal caso tenetene un solo, e fatelo sedere.
A Roma, il più umile borghese si fa scrupolo di non portar nulla da sè.
I ragazzi che vanno a scuola ravvolgono i loro libri in un fazzoletto e
li dondolano negligentemente. Far vedere che portano da sè i loro libri
alla scuola, sarebbe un confessare che non hanno domestici!
Un notajo di Parigi che aveva studiato questo governo diceva,
rientrando in casa: «Non v’è che un mezzo solo per risolvere la
questione romana. Mettete tutti i laici alla porta, e non lasciate che
i sacerdoti.»
È una misura un po’ violenta, e m’imagino che si potrebbe raggiungere
il medesimo scopo per altra via. Diamo l’Italia agl’Italiani e Roma
al papa. Allora la città eterna non sarà popolata che da persone
tranquille e rassegnate anticipatamente ad una dolce servitù:
cardinali, prelati, preti, frati, principi, clienti, commissarj,
lacchè. In totale, cinquanta o sessanta mila individui, che tutti
hanno sollevato l’obbedienza all’altezza d’un principio. Aggiungete
una popolazione ondeggiante di ventimila stranieri, che verranno ad
ammirare le ruine racchiuse in questa ruina.
I cardinali romani non escono mai a piedi per la città, chè la loro
grandezza esige la carrozza. Coloro poi che provano il bisogno di
fare un po’ d’esercizio, vanno a passeggiare nella villa Borghese, o
piuttosto in un giardino deserto che si stende dietro il Colosseo.
Non mi ricordo d’averne veduto alcuno a passeggiare al Pincio, ma
vi s’incontrano però de’ prelati acconciamente vestiti, baldanzosi e
seguiti da domestici.
Mi viene accertato che i cardinali non possono por piede in una
chiesa senza un certo cerimoniale; ond’è che, se un cardinale fosse
tentato d’aprir la porta e d’andar a pregare come un semplice fedele,
l’etichetta glielo impedirebbe.
Il servitorame di Roma, compreso di rispetto pei cardinali, non è molto
curante verso la dignità episcopale, e ciò pel gran numero di vescovi
che si trovano in Roma. Si narra che, in una di quelle cerimonie che
attraggono la folla, un guardaportone di parrocchia respingeva le
persone a colpi d’alabarda. «Guardatevi! gridò un domestico, vorreste
forse bastonare Sua Eminenza?
— Perdonatemi, esclamò il guardaportone, prostrandosi dinanzi al
cardinale, io credevo che fosse un vescovo!»
Quando un cardinale passa in carrozza dinanzi ad un posto militare, i
soldati vengono fuori e gli presentano le armi. Il cardinale saluta
senza toccare il cappello, alzando leggiermente il vetro della
carrozza. I semplici prelati salutano nello stesso modo.
Un pensionante dell’Accademia francese di Roma, che potrei nominare,
va a visitare un giorno la manifattura dei mosaici. In una delle sale
dello stabilimento, vede un prelato che passeggia col cappello in
testa. Ei crede che si possa restar coperti, e si copre. Il prelato
gli va incontro e con un manrovescio gli fa cadere il cappello.
Quest’aneddoto è del 1858.
Non si fanno più miracoli a Roma, nè nello Stato Pontificio. Alcuni
zelanti tentano bensì di quando in quando, ma il Santo Ufficio gli
arresta subito.
Una giovane morta all’Ospitale San Giovanni conserva per qualche tempo
la faccia vermiglia. Monsignor Tizani grida al miracolo; l’inquisizione
gli ordina di tacere.
A Sezza, or sono quattro o cinque anni, una giovine santa diretta
da due preti si mette a predire il futuro. Il popolo ride di quelle
profezie; il governo fa arrestare la pitonessa ed i suoi due direttori.
Tre anni sono una giovane estatica attira la folla a un miglio da
Rimini. Due ecclesiastici dicevano la messa nella sua stanza; ella
profetizzava con molta facilità; ma tre domenicani accorsero da
Roma, e fecero cessare il miracolo; si investigò l’affare, e dietro
un processo, che durò tre anni, la giovane ed i suoi magnetizzatori
presero la strada delle galere.
Taluni possono forse chiamarsi fortunati che il miracolo sì lucroso
della Salette sia accaduto in Francia. Il Santo Ufficio di Roma è più
severo del clero di Grenoble, o più prudente. Ha paura dello scandalo e
si attiene ai vecchi miracoli.
La legge, od almeno l’uso di Roma, permette ai poveri di rubare una
pagnotta nel cesto del fornajo, se hanno fame.
Io ho visto dei disgraziati affamati che non usavano di questo
privilegio. Un contadino, d’una cinquantina d’anni, passeggiava lungo
il corso, guardando a dritta ed a sinistra con aria d’indifferenza.
All’angolo d’una strada adjacente scorge un enorme torso di cavoli in
mezzo ad un mucchio d’immondizie, vi corre, lo prende e lo mangia con
un’avidità terribile a vedersi.
Aspettate! Allorchè fu saziato o nauseato gettò l’avanzo. Un giovinotto
di vent’anni, che lo seguiva da alcuni minuti, raccoglie quell’avanzo e
se lo divora.
Ecco delle osservazioni che il vero viaggiatore dilettante non farebbe.
Ci vuole il tempo, l’occasione ed un certo genere di curiosità.
Le donne turche dormono tutte pettinate e le greche tutte vestite. Le
romane, i loro mariti, i loro figli, dormono tutti nudi. A Parigi è
una sconcezza il coricarsi colle calze; a Roma è sconcio il tenere la
camicia.
Una dama francese m’aveva incaricato di portare un regalo alla sua
sorella di latte maritata a un fabbro di Borgo. Ci vado la domenica
mattina verso le sette. Batto: «_Chi è?_» risponde una voce d’uomo.
Espongo l’occorrente. «Scusatemi, replicò egli, non sono vestito. Non
importa, risposi. — Allora entrate.»
Entro. Era nudo come un verme, e faceva dei grandi inchini. Mi condusse
fino da sua moglie che era in letto nello stesso costume. Le consegnai
l’orologio d’argento che avevo per essa. Ella mandò un grido di gioja.
— A questo rumore quattro uccelli senza penne si levarono a mezza
vita sopra un letto vicino. Erano i figli della casa; due maschi e due
femmine.
Racconto d’un mio amico artista, giovine di buona fede ed incapace di
mentire.
Allorquando io correva le montagne per studiare i costumi, aveva il
mio quartier generale nel villaggio di.... Il più delle volte io era
guidato nelle mie passeggiate da un buon uomo d’eremita, che questuava
lungo la strada.
Era un degno uomo e piuttosto utile a suoi concittadini, perchè sapeva
cavare i denti. Una sera, ci fermiamo insieme nel borgo di.... Nessun
albergo; entriamo nella casa d’un contadino ove troviamo un’ospitalità
sperticata. Sento due grida: _méé e cuic!_ il primo era di un capretto
che si stava scannando, e l’altro di un pollastro, al quale si serrava
il collo in un tiretto. Dopo cena il contadino mi fa un letto nella sua
stanza. Tu, diss’egli all’eremita, ti coricherai bene con noi. Egli era
ammogliato. Io vado a letto, egli fa altrettanto, dopo avere smorzato
la lampada, la moglie sul davanti, il marito in mezzo e l’eremita in
fondo, tutti e tre nel costume nazionale. Alla mattina prima di giorno
sento un rumore: è il contadino che si alza per andare a’ suoi lavori.
Torna alle otto per preparare la colazione.
Noi stiamo per partire, io voglio pagare. Il paesano rifiuta
seriamente, io insisto, egli va in collera; finalmente dice
all’eremita: «Postocchè questo signore non vuole ch’io vi abbia data
l’ospitalità per niente, prendi i tuoi ferri e cavami un dente; ne ho
qui uno che si guasta; non mi fa male, ma un giorno o l’altro bisognerà
pur levarlo.»
Il popolo delle città e delle campagne, e generalmente tutta la gente
minuta di questo paese, amano i fiori. Vi sono ben pochi contadini che
non mantengano intorno alla loro vigna una siepe di rose. Le donne del
popolo mettono dei fiori ne’ loro capelli; il coltivatore che ritorna
dal campo attacca un mazzolino al suo cappello. Gli amanti perseguitati
corrispondono fra di loro col mezzo di alcuni fiori sparsi sulla
strada; è una scrittura in regola, ove ogni ramoscello dice qualche
cosa. In un villaggio vicino a Roma, le processioni sono esercitate
a disegnare, cammin facendo, un ricco tappeto di fiori. Non è più
di venti anni che la nobiltà romana si distingueva dal volgo per un
disgusto aristocratico, per il puzzo dei fiori. Ciò che mi stupisce
si è, che in un paese ove tutti gli odori naturali, perfino i più
disgustosi, sono sopportati pazientemente, siasi fatta una eccezione
contro le rose, le violette e l’eliotropia.
Da alcuni anni in qua il bel mondo si è convertito a de’ gusti più
naturali. Ho visto alla villa Borghese un’esposizione d’orticoltura che
dimostra un progresso evidente. Ma se percorrete i giardini del secolo
scorso, vedrete che i fiori erano esclusi dal disegno primitivo. Non vi
si volevano che dell’erbetta, della mortella, dei lauri, delle quercie
verdi, dei cipressi, dei pini ombrelliferi e molte pietre da taglio.
Non vi è a Roma uno stabilimento di bagni un po’ ben ordinato. Gli
stranieri si bagnano all’albergo, e i gran signori nel loro palazzo.
Una gran parte della popolazione si priva di questo piccolo piacere,
che d’altronde costa carissimo.
Si lavano i morti nell’acqua calda. Quanti Romani non ebbero che quel
bagno!
«Per chi mi prendete? rispose una giovane Romana, io sono una ragazza
onesta, non immergo il mio corpo nell’acqua!»
Un bagno pubblico tenuto con un po’ di pulizia e messo alla portata
di tutti, ecciterebbe la stessa sorpresa come l’illuminazione a gaz,
il telegrafo elettrico, la prima locomotiva di Frascati, o i primi
fantocci giranti, che hanno attirato la città intiera davanti la
bottega di un parrucchiere del Corso.
Tutti sanno che nello Stato Pontificio un uomo ammogliato non può
far fortuna. Non vi è avvenire che per i celibi. Però la natura ha
tanta forza che i Romani d’ogni classe si ammogliano giovani. Questo
popolo vive con semplicità; i suoi padroni gli permettono poca
ambizione, pochi piaceri, e poche idee; egli si dedica attivamente alla
riproduzione, e Iddio benedice i suoi sforzi. Da ciò quel formicolajo
di ragazzi che coprono il selciato di Roma. Il Sovrano, vale a dire il
clero, non tollera quelle unioni libere che sgraziatamente abbondano
da noi. Allorchè una fanciulla ed un giovane vivono in comunione, la
polizia gli spia, li sorprende, fa venire un prete e infligge loro la
benedizione nuziale.
Tali sorprese vi sembreranno inverosimili; esse sarebbero impossibili
in un paese retto da leggi; ma ricordatevi che a Roma non vi è legge.
Il matrimonio colà non è un atto, ma un Sacramento. I registri dello
stato civile sono tenuti, e tenuti piuttosto male, dai curati. In fatto
di nascita, di matrimonio e di morte l’attestato del curato è il solo
documento che faccia fede.
Se il clero sposa le persone a loro malgrado, gli sposi, per un altro
genere d’abuso, possono strappare la benedizione nuziale e forzare la
mano del curato. Se due giovani, che abbiano risoluto d’unirsi senza il
consenso delle loro famiglie, si recano da un prete, e lo sorprendono
all’uscir dal letto, e l’uno d’essi dice a voce alta ed intelligibile:
«Ecco mia moglie.» l’altra: «Ecco mio marito.» E se il prete ha inteso
le due frasi, è obbligato a benedire i due sposi. Il colpo è fatto,
il matrimonio è indissolubile, come se i podestà dei venti circondari
di Parigi lo avessero sancito. L’autorità potrà procedere con rigore
contro i delinquenti, mettere sotto chiave il giovine per quindici
giorni, rinchiudere la fanciulla in un convento per un mese; ma quando
avranno pagato il loro debito alla giustizia, nulla impedirà loro di
consumare il matrimonio.
Un buon uomo di curato, in una parrocchia delle vicinanze di Roma,
s’era lasciato prendere al laccio, e aveva sposato due giovani suo
malgrado. Il suo vescovo lo accusò di essersi lasciato corrompere, e lo
punì con un mese di ritiro. L’anno seguente, i suoi parrocchiani gli
tesero lo stesso laccio, ma non si lasciò più cogliere. Lo si sveglia
di notte per portare il Sacramento a un ammalato _in extremis_. Si
veste in fretta, accende la sua lucerna, e corre in una casa isolata;
era là che gl’innamorati lo aspettavano. Ma si rimise ben tosto in
guardia, e quando vide con che sorta di ammalati aveva a fare, si
turò le orecchie, cantò, ballò, fece delle giravolte, e finalmente
infilzò la porta, e se ne fuggì a gambe senz’aver udito le due frasi
sacramentali.
Vi è in questo momento a Roma una giovine contadina del regno di
Napoli, che tutti gli artisti conoscono sotto il nome di Stella. Il
pubblico di Parigi, senz’averla mai vista, conosce bene la sua figura
ed il suo costume, avendo essa servito di modello a più d’un pittore
francese. Stella è bellissima e savissima; essa gira impunemente in
tutti gli studj senz’altra custodia che quella di sua sorella minore
Gaetana. Queste due ragazze (la maggiore ha diciott’anni, la minore
nove o dieci) guadagnano insieme una dozzina di franchi al giorno, a
fare il mestiere di modello. Esse servono di modello per la testa ed
il costume. È una fatica penosissima, specialmente le prime volte.
L’immobilità assoluta del corpo in un’attitudine prescritta diventa
gravosa in capo ad una mezz’ora; ed io ho visto dei modelli inesperti
cadere come una massa inerte a metà della seduta.
Stella, ve l’ho detto, è d’una saviezza irriprovevole. Questa giovine,
che non sa leggere, che non ha ricevuto alcuna educazione morale,
che vive tutto il giorno in mezzo ai giovinotti, e che sente le
conversazioni più svariate, non ha giammai dato appiglio alla critica.
Ella fa il suo mestiere con coscienza, accumulando scudo sopra scudo,
fino al giorno in cui sarà bastantemente ricca per comperare nel suo
villaggio una casa, e procurarsi un marito.
Sgraziatamente il villaggio di Stella è sotto il potere del curato. Il
curato ha paura che Stella non si corrompa a Roma; egli ne scrive al
vescovo della provincia, che scrive al prelato incaricato della polizia
pontificia, il quale ordina a Stella di andarsene o di maritarsi.
I pittori gridano altamente e fanno agire delle alte influenze; si
ottiene un mese d’indugio; ma il curato, il vescovo, e la polizia
ritornano alla carica. Si trova un marito per Stella. È un tanghero
delle stesse montagne, brutto, stupido e fannullone. Ei s’incrocicchia
le gambe da un sarto, ma s’incrocicchierà le braccia quando sarà
padrone d’una moglie che guadagna del denaro. L’affare però è ancora in
sospeso; Stella piange, e la Gaetanina promette d’uccidere quell’uomo.
Voi mi chiederete perchè questi onesti ecclesiastici si fanno un dovere
di maritare una povera fanciulla, che non dà fastidio a nessuno. È per
amore della virtù? No, è per l’orrore dello scandalo. La virtù non è
più comune a Roma che nelle altre capitali d’Europa, ma lo scandalo
vi è meglio soffocato. La polizia non permette che una fanciulla abbia
un amante; vi sarebbe scandalo, ma una donna maritata può far traffico
della sua persona; la bandiera copre la merce.
E i mariti, che cosa dicono? Secondo le circostanze. Io incontrai da un
mio amico pittore una giovine donna che non andava da lui certamente
per farsi dipingere. Mi metto a parlare con lei, e mi dice ch’è
maritata ad un calzolaio della via F....; ella si loda di suo marito,
di sua suocera, de’ suoi figli. Ma, gli diss’io, che cosa penserebbe
vostro marito se sapesse ciò che venite a far qui? Egli non troverebbe
mal fatto che io vada a guadagnare un po’ di denaro dalle persone di
garbo. «Ah! se io mi dessi con delle persone della nostra sfera mi
ucciderebbe.» Capite? da una parte la miseria; dall’altra la vanità. Il
senso morale?... manca.
Ecco un tratto più originale. Un giovine di Lione rappresentante di
una casa di commercio, si ferma a Roma e prende un’alloggio vicino
alla Posta, ove riceve la visita d’un mezzano. Questi signori abbondano
nella città, e quando si dà loro cinque franchi vi baciano la mano. Il
mio Lionese, coll’ajuto del mezzano, trova un amante. Essa era maritata
ad un postiglione, uomo onestissimo e molto più geloso del calzolaio
della via F.... Se essa faceva qualche cosa di contrabbando, era
all’insaputa di suo marito. Egli non andava mai dalla sua bella, se non
quando aveva visto il marito uscire a cavallo dalla corte della posta.
Sapeva allora che la lunghezza delle stazioni postali e la necessità
del servizio gli assicuravano cinque o sei ore di perfetta sicurezza.
Un giorno però fu colto. Il marito s’era ben messo in viaggio facendo
scoppiettare la sua frusta, ma a mezza strada s’era sentito male.
Un camerata, che ritornava a Roma, aveva cambiato i cavalli con lui.
Insomma tornò a casa inaspettatamente, e il suo primo moto fu di tirar
fuori il coltello.
Il Lionese si spiegò, pregò, ragionò, fece valere la sua qualità di
Francese, offerse in compenso i cinque o sei scudi che aveva addosso.
Si finì per accettare le sue ragioni ed il suo denaro. «Vestitevi,
disse colui, ma se mai voi raccontate ciò ch’è accaduto qui oggi,
se m’esponete agli scherni della gente del mio mestiere, vi giuro
di uccidervi foste pure in Francia, e appiè degli altari. Buon
viaggio!.... o piuttosto, no; aspettatemi. Vengo con voi.» Ripose in
tasca il suo coltello, rinchiuse sua moglie a doppio giro ed uscì
col Francese più morto che vivo. Il povero giovane raccomandava la
sua anima a Dio, ben convinto che non aveva dieci minuti da vivere.
Tutte le volte che entrava in una strada mal illuminata, diceva fra
sè. È qui. Giunse nullameno senza accidenti alla sua porta, e la sua
terribile guida prese cortesemente congedo da lui. «Or bene, disse
il giovane meravigliato di vivere, perchè vi siete preso l’incomodo
di ricondurmi a casa? Il Romano rispose con una sublime bonarietà; La
città non è sicura, e temevo che vi accadesse qualche disgrazia».
L’eroe di quest’avventura (è il Francese che intendo) è al presente
ammogliato, padre di famiglia e capo d’una delle primarie case di
Lione. Non ha più nulla a temere dal coltello del postiglione romano, e
tuttavia, quando racconta la sua storia, abbassa la voce d’un tuono, e
guarda macchinalmente se la porta è chiusa.
Io ho conosciuto un ufficiale francese, bellissimo giovinotto in fede
mia, ch’era alloggiato in camere mobigliate presso una bella donna di
Roma. Il marito domestico di un cardinale guadagnava una cinquantina
di franchi al mese; la moglie faceva il resto. Cosa strana! questa
creatura aveva concepito una vera passione per il suo amante. Ella gli
faceva talvolta delle scene di gelosia, e l’arrivo del marito non le
chiudeva la bocca. Per Dio, diceva il pover uomo; lasciatemi dunque
cenare in pace! Se non potete vivere senza quistionare, non avete tutta
la giornata in libertà? Questa donna aveva un figlio, dell’età di dieci
anni. Essa non si curava di nascondersi da lui. Però, il fanciullo le
baciava la mano tutte le sere, ed ella gli dava la sua benedizione.
Il popolo di Roma ha delle delicatezze di linguaggio inaudite, e delle
brutalità incredibili. Ei non dirà un _porco_ ma un _animale nero_, per
eufemismo. Al contrario tratta arditamente di _porco_ qualunque essere
umano che gli dispiaccia. Un muratore che entra in una osteria, chiama
il mercante di vino _il signor padrone_, sua moglie _la signora sposa_,
il suo cameriere, il signor primo, il signor principale. Ma se voi
provocate una ragazzina di quattro anni, ella vi dirà delle ingiurie
che lorderebbero la bocca di una donna della feccia del popolo.
Io mi sono trovato in una vettura con un borghese di cinquant’anni ed
una bellissima giovane che era sua figlia. Al primo cambio di cavalli,
il padre disse alla signorina: «Vuoi discendere? — No, papà. — Se hai
da soddisfare a qualche piccolo bisogno, faresti ben male a prenderti
soggezione. Questi signori te lo diranno al pari di me; faresti male.
— Grazie, papà. Ci ho pensato prima di partire.» — Oh, natura! Io ho
addolcito le parole traducendo.
Questo stesso borghese, scrivendo al suo compare, non mancherà di
mettere sull’indirizzo: all’illustrissimo, al pregiatissimo signor
Bortolo.
Nel circondario di Roma i vignaiuoli ci chiamano Eccellenza, e ci danno
del _tu_.
Il signor di Levis fu oltremodo scandalizzato, salendo le scale del
Vaticano, d’incontrare un domestico che porgeva la sua tabacchiera ad
un cardinale, ed un cardinale che vi prendeva una presa di tabacco.
Queste domestichezze si vedono tutti i giorni, in una città ove le
condizioni sociali sono separate da abissi. Visitando gli scavi della
Via Latina io ho visto il cardinale Barberini circondato da prelati,
da preti, da domestici in livrea; i domestici si frammischiavano alla
conversazione, e si fece un cerchio intorno a lui. Il cardinale che era
molto piccolo girava intorno al gruppo, e non vedeva che la schiena de’
suoi domestici.
Monsignor Muti, prelato romano, discende in linea retta da Muzio
Scevola. Taluno gli domandava: «Che cosa fate voi alla sera? non vi si
trova più nel mondo. — Io vivo in casa mia. — Ma dovete annoiarvi? —
No, noi giuochiamo una piccola partita; faccio salire il cuoco, e gli
vinco due o tre scudi».
Quest’aneddoto mi è stato raccontato a Frascati dall’ambasciatore d’una
grande potenza, il sig. De Martino ministro di Napoli a Roma, ed i tre
quarti del corpo diplomatico l’hanno intesa pure al pari di me.
In un piccolo viaggio che ho fatto intorno a Roma in compagnia del
nostro ottimo sig. Schnetz, ho osservato che gli albergatori mettevano
solitamente quattro posate per il nostro pranzo. Noi non eravamo che
due, ma il sig. Schnetz aveva il suo cocchiere ed il suo cameriere, e
si trovava naturalissimo che li facesse sedere a mensa con noi.