IL GOVERNO.

Se bramate sapere, miei cari lettori, ciò ch’io pensi del governo

pontificio, la cosa è ben facile. Fate un viaggetto in Svizzera o nel

Belgio, entrate dal primo librajo che trovate e dimandate un volume

intitolato: _La questione romana_. Voi vi vedrete tutta intera la mia

opinione nel classico costume della Verità.

Ciò ch’io stampava nell’aprile del 1859 era vero e lo è ancora: non

ritratto una sillaba, ma la prudenza m’impedisce di ripetere le stesse

cose. Se mi abbandonassi al piacere di darvi qui la seconda edizione

di quell’opuscolo condannato, i magistrati del nostro bel paese

sequestrerebbero _Roma contemporanea_ per leggerla a loro bell’agio. E

forse mi manderebbero in prigione, quantunque la pensino come me.

Perciò m’atterrò alla savia prudenza de’ gatti scottati, i quali

hanno paura anche dell’acqua fredda. Eccovi la copia esatta, e senza

commentarj, de’ dati statistici, che mi furono somministrati nel 1858

da un devoto campione del poter temporale.

Il nostro santo padre papa Pio IX felicemente regnante è il 258.º

successore del principe degli apostoli. È nato a Sinigaglia, il 13

maggio 1792, dalla nobile famiglia de’ conti Mastai Ferretti; fu

assunto al pontificato il 16 giugno 1846, fu coronato il 21 giugno, e

prese possesso del governo l’8 novembre dello stesso anno.

«Da tempo immemorabile, il santo padre è non solamente capo spirituale

della Chiesa cattolica, che comprende 139,000,000 d’anime, ma eziandio

sovrano temporale d’uno Stato italiano, la cui superficie novera

4,129,476 ettari, e la popolazione 3,124,668 anime. Riunisce in sue

mani i poteri del pontefice, del vescovo e del sovrano.

I suoi Stati, che sono la malleveria della sua indipendenza morale, gli

appartengono in proprietà assoluta, e non dipendono che da lui. Egli

è padre de’ suoi sudditi, ed ha sopra di essi i diritti de’ genitori

sulla prole. Ei può fare le leggi, cambiarle, abrogarle, senz’altro

limite che quello ch’ei volesse da sè medesimo imporsi. La sua autorità

è assoluta, e non temperata se non dalla giustizia e dalla bontà del

suo cuore.

«Per l’amministrazione degli affari generali della Chiesa, il santo

padre si consiglia naturalmente col sacro collegio de’ cardinali, i

quali formano intorno a lui diverse congregazioni, ciascuna delle quali

esercita una funzione speciale. Abbiamo: La Santa Inquisizione romana

e universale, la Congregazione concistoriale, la Visita Apostolica, la

Congregazione de’ Vescovi e de’ Regolari, del Concilio di Trento, della

Revisione de’ concilii provinciali, della Residenza de’ Vescovi, dello

Stato de’ Regolari, dell’Immunità ecclesiastica, della Propaganda,

dell’Indice, dei Riti sacri, del Cerimoniale, della Disciplina

regolare, delle Indulgenze e Sante Reliquie, dell’Esame de’ Vescovi,

della Correzione de’ libri della Chiesa d’Oriente, della Venerabile

Fabbrica di San Pietro, di Loreto, degli Affari ecclesiastici

straordinarj, degli studi, della Ricostruzione della Basilica di

San Paolo, della Penitenzieria, della Cancelleria e della Dateria

apostolica.

«Pel governo delle cose temporali, il santo padre si riserva il

diritto di promulgare le sue volontà sotto forma di costituzione,

di motu proprio, di chirografo sovrano, di rescritti, e tutto quanto

egli giudica acconcio a decidersi con forza di legge nel presente e

nell’avvenire. Ma egli suol liberarsi dalla cura degli affari correnti

a profitto d’un cardinale secretario di Stato, primo ministro, amico

e confidente del santo padre, rappresentante del sovrano presso gli

stranieri e presso i sudditi pontificj. Questi nomina e dirige il

personale diplomatico composto di cardinali o di prelati; pubblica

editti cui devesi la più stretta obbedienza, come se emanassero

direttamente dal santo padre; confida, a suo beneplacito, i portafogli

subalterni dell’interno, de’ lavori pubblici, delle finanze e delle

armi. I ministri non sono suoi colleghi, ma suoi impiegati, poichè egli

è cardinale ed essi sono solamente prelati. È egli stesso che nomina i

prelati che debbono amministrare le provincie, siccome i prefetti de’

vostri dipartimenti.

«Nella qualità vostra di Francesi, conoscerete probabilmente

l’organizzazione della Chiesa gallicana, ma essa differisce talmente

dalla nostra, che le mie parole sarebbero per voi lettera chiusa, se

non ponessi qualche parola di spiegazione qui appresso.

«Nel vostro sciagurato paese, balestrato da lunga serie di rivoluzioni,

il clero, spogliato de’ suoi beni e de’ suoi privilegi, dovette

racchiudersi nel dominio spirituale. Un seminarista francese, dopo

aver ricevuto il sacramento dell’ordine, se ne va siccome coadjutore

in qualche meschino villaggio, dove pasce alcune pecorelle in zoccole.

Il governo scettico, che tratta sopra un piede d’eguaglianza perfetta

i ministri di tutte le religioni, inscrive nel budget questo prete del

vero Dio fra il maestro di scuola ed il guardaboschi. In ricambio d’un

gramo salario di 900 franchi, voi esigete che il sacerdote obbedisca

da schiavo a delle leggi atee, e si umilii dinanzi alle autorità

laiche. Se dà saggi di talento e di zelo, lo nominate arciprete o

curato, nella qual carica egli è inamovibile, e prende un onorario da

1200 a 1500 franchi a norma della popolazione; ma non esercita nessuna

autorità legale fuori del santo tempio, ed al pari del primo arrivato

va soggetto alla giurisdizione de’ tribunali laici, e non ha nemmeno il

diritto di far mettere un uomo in prigione! Se per le sue virtù merita

d’essere innalzato all’episcopato, ei non può ottenere l’instituzione

del santo padre, se non dopo d’essere stato nominato dal capo laico

del vostro governo. Così esige il concordato firmato nel 1801 dal papa

Pio VII e dal console Napoleone Bonaparte. Io fremo quando penso,

che l’arcivescovo di Parigi Sibour, che morì da martire appiedi de’

santi altari, era stato nominato dal generale Cavaignac! Nessun fatto

potrebbe mostrare, con più deplorabile evidenza, quanto il potere

spirituale sia tra voi francesi schiavo del temporale.

«Le cose procedono ben altrimenti negli Stati soggetti al santo

padre. Una logica irreprensibile mantiene nel dominio temporale

l’ordine e la gerarchia ecclesiastica. Il santo padre è padrone

assoluto de’ beni e delle persone de’ suoi sudditi, perchè tutto ciò

fu dato incondizionatamente al capo supremo della Chiesa. Dopo di

lui la principale autorità ed i più elevati impieghi appartengono ai

cardinali, e nulla pare più giusto e naturale, poichè i cardinali sono

i principali capi della Chiesa, e ciascuno di loro, coll’ajuto dello

Spirito Santo, può un giorno diventar papa. Dopo i cardinali, principi

tanto dello Stato quanto della Chiesa, si colloca l’alta e rispettabile

nobiltà de’ prelati, i quali tutti sono in via d’essere nominati

cardinali. Il resto segue nel medesimo ordine, e le 38,320 persone,

che compongono il clero secolare e regolare, esercitano nello Stato

un’influenza proporzionata al grado che occupano nella Chiesa. L’ultima

di quelle 38,320 persone è immediatamente superiore al primo dei laici.

E questa gerarchia è così costante agli occhi del governo, come agli

occhi di Dio stesso.

«Nel 1797, prima delle spogliazioni di cui fummo vittima, il clero

romano, tra regolare e secolare, possedeva 214 milioni di franchi in

beni immobili. Attualmente la sua sostanza territoriale è portata al

cadastro per 535 milioni. Ben vedete che ha riparato le sue perdite.

I cardinali romani non ricevono che 20,000 franchi all’anno sulla

cassetta del papa, ma bisogna aggiungere a questa modica somma il

reddito di qualche vescovado, di qualche beneficio, o d’un alto

impiego, scelto fra i più lucrosi. Questa combinazione permette loro

di parer poveri e di esser ricchi. Quando al cospetto vostro venisse

fuori alcuno ad assalire il fasto della corte di Roma, voi potrete

sempre rispondere, col signor Rayneval, che i cardinali non ricevono

se non 4000 scudi all’anno; ma voi avrete abbastanza buon senso per

accorgervi, che la sola loro scuderia divora sovente più di 4000 scudi.

«Il sacro collegio de’ cardinali, il cui numero varia fra 60 e 70,

si forma nella prelatura, instituzione tutta romana, che non trova

analogo riscontro negli altri Stati d’Europa; dacchè anche in Francia

si indicano sotto il nome di prelati i vescovi e gli arcivescovi. È

dessa una specie d’aristocrazia spirituale e temporale eletta dal

santo padre, che le accorda le lettere di nobiltà. È una scuola,

da cui si sale per gradi fino alla dignità di cardinale; ed è una

carriera politica, dove alcuni entrano per ambizione, riservandosi la

facoltà d’escirne per incoraggiamento. I cadetti di buona famiglia,

all’uscire di collegio, possono ottenere ed anche comprare certe

cariche domestiche o giudiziarie, che loro aprono le porte della

prelatura. Da quel punto essi sono come i vostri laureati di Francia,

che hanno il diritto d’aspirare ad ogni impiego. Portano le calze

di color viola, e procedono, così calzati, nella via degli onori.

L’amministrazione, la diplomazia, le alte corti di giustizia, sono il

dominio, o, se meglio vi piace, l’aringo delle corse de’ prelati. I più

destri e meglio pensanti arrivano alla meta prima degli altri, ma sono

necessarii il lavoro, la protezione, la condotta, e sopratutto certo

decoro. Quando un prelato arriva a farsi nominare auditore di ruota,

o chierico di camera, o secretario d’una grande congregazione, può

sperare, senza soverchia presunzione, di morire nella porpora. Colui

che raggiunge uno de’ quattro primarj impieghi della prelatura è sicuro

di riuscire ai sommi gradi, e diverrà cardinale. Questi impieghi,

che si dicono cardinaleschi, sono quelli di governatore di Roma, di

tesoriere generale, di auditore di camera, e di maggiordomo del papa.

I loro titolari fruiscono in anticipazione di alcune delle prerogative

riservate al sacro collegio: bisogna dipingere le loro carrozze in

rosso, e mettere de’ fiocchi di seta rossa sulla testa de’ cavalli.

«Non è mai troppo tardi per entrare nella prelatura, e si è sempre

padroni d’uscirne. Suppongo che un uomo ben pensante, come voi, possa

svegliarsi colla vocazione o l’ambizione di giungere al sacro collegio.

Il santo padre può nominarvi prelato oggi stesso, porterete le calze

color viola, ed apparterrete, _ipso facto_, all’aristocrazia della

chiesa romana, allo stato maggiore del papato, e ciò senza contrarre

alcun impegno religioso. Diverrete cardinale e prenderete le calze

rosse il giorno in cui il santo padre lo crederà opportuno, fra 24

anni e 24 ore. Converrà che negli ultimi momenti vi facciate ordinar

diacono, perchè senza formalità non si potrebbe diventar cardinale. Se

il cappello si fa troppo attendere, se perdete pazienza, se trovate per

via l’occasione d’un matrimonio vantaggioso, non avete nessun ostacolo

che v’impedisca di abbandonare la prelatura. Mettete calze bianche, ed

ecco fatto. Il conte Spada, che era prelato e ministro delle armi, è

uscito dalla prelatura per ammogliarsi. Ma egli non è, e non sarà più

nulla nello Stato, dacchè ha cambiato il color delle calze, sebbene non

siasi fatto nessuno sforzo per ritenervelo.

«Il santo padre, i cardinali ed i prelati governano la nazione con

dolcezza paterna. Hanno ogni riguardo pei privati, pei principi e pei

nobili, non solamente perchè la nobiltà romana è in modo speciale

d’origine pontificia, ma anche perchè la distinzione delle caste è

fondamento degli Stati inciviliti. Tengono in serbo per un principe

romano la carica onorifica di senatore o podestà di Roma. Un altro gran

signore, per privilegio speciale, dirige, senz’obbligo di calze color

viola, l’amministrazione delle poste. Quattro nobili romani, principi,

duchi o marchesi, accompagnano sua santità nelle cerimonie religiose,

sotto titolo di camerieri di cappa e di spada. I cadetti di alcune case

distinte formano la guardia nobile, in abito azzurro: e si può dire in

generale che i figli di famiglia fanno carriera più rapida, che non gli

avventizj nella gerarchia ecclesiastica.

«Il popolo minuto viene trattato dolcemente; viene compianto,

assistito, ricreato. Non si pretende altro se non che viva

cristianamente evitando gli scandali. Lo si vorrebbe più perfetto e

sopratutto meno violento; ma siccome è sottomesso a’ suoi dogmi ed a’

suoi padroni, così si stende un velo indulgente sui suoi peccati, e si

evita più che è possibile di spargere il suo sangue.

«Il ceto medio anch’esso avrebbe torto se osasse lamentarsi. Gli

si permette di coltivare la terra e di dedicarsi al commercio ed

all’industria. Nessuno viene ad angariarlo sulle sue opinioni religiose

e politiche, a patto però che abbia cura di tenerle in sè; non gli si

richiede che l’obbedienza alle leggi e 70 milioni d’imposte, di cui

gli si restituisce qualche particella. Poichè i prelati gli cedono

generosamente una quantità di piccole cariche, colle quali un uomo che

s’accontenti di poco, guadagna agevolmente di che vivere. Ogni borghese

ben pensante e ben appoggiato trova posto in qualche amministrazione,

tribunale, venditorie di tabacco, o bottega da lotto. Il punto

sta nella scelta d’un protettore, nell’obbedirgli in ogni cosa,

nell’accontentarsi d’una condizione umile e modesta, e nella pratica

ostensibile delle virtù cristiane.

«Si può dire, per riepilogo, che gli Stati pontificj furono sempre

governati all’amichevole, da uomini dolci e gentili, già dalla

educazione, dall’abitudine e dalla fede predisposti alla indulgenza. I

principi della Chiesa, umilmente soggetti allo scettro venerabile del

santo padre, si spartiscono quietamente e concordemente un’autorità

secondaria. Cedono un’ampia parte ai principi romani loro alleati

ed ai prelati, loro futuri colleghi. Uno scambio di buoni ufficj,

di raccomandazioni e di concessioni reciproche unisce strettamente

tutti gli uomini che sono qualche cosa nello Stato. Una tradizione di

patrocinio e di clientela, così antica come Roma stessa (poichè ebbe

origine da Romolo), sottomette loro il popolo minuto ed il ceto medio.

«Tutto dunque procederebbe a meraviglia, se lo spirito rivoluzionario,

scatenatosi dagli abissi, non si fosse sparso sull’Europa e sull’Italia

stessa. Già da oltre due secoli alcuni novatori, nemici parimenti della

fede religiosa e della tradizione monarchica, si sforzano d’instillare

nelle menti il così detto principio dell’infallibilità umana. Dopo

avere scalzato le fondamenta dell’autorità clericale, rivendicando a

profitto dell’individuo il discernimento del vero e del falso, del bene

e del male, che non appartiene che alla Chiesa, sono giunti, per una

conseguenza logica del loro sistema, a negare la legittimità d’ogni

potere temporale, ed a mettere i sudditi al disopra dei re. Si videro

de’ milioni d’uomini, trascinati dal torrente d’un comune errore,

affermare che un regno loro appartiene per ciò solo che vi sono nati,

ed abolire o limitare il potere de’ loro principi.

«Cotesto contagio non s’è fermato sui confini del nostro Stato, e

già da parecchi anni il sovrano pontefice ed il sacro collegio sono

costretti a lottare contro le più intollerabili esigenze dell’orgoglio

umano. Senza l’esercito francese che ci difende, il popolo di questi

paesi proclamerebbe la repubblica, o getterebbesi nelle braccia di

qualche principe straniero. Costretto poi a riconoscere l’autorità de’

legittimi suoi padroni, domanda insolentemente di prender parte nel

governo. Non v’ha più nè città nè villaggio, che non reclami il diritto

d’amministrarsi da sè medesimi e di scegliere un corpo municipale. I

laici pretendono usurpare gli alti impieghi riservati alla prelatura e

servire il papa, anche suo malgrado. Gli avvocati vogliono raccogliersi

in assemblea e fabbricar leggi, come se la legge, nello Stato del papa,

potesse essere altra cosa che la volontà del papa medesimo! Finalmente

i contribuenti che debbono pagare a Cesare ciò che è di Cesare, ed a

Dio ciò che è di Dio, non temono di reclamare da noi che si rendano i

conti.

«Si avrebbe a sdegno di rispondere a delle pretensioni sì nuove

e mostruose, se non fossero in qualche modo appoggiate dai nostri

protettori medesimi. Chi lo crederebbe? L’ambasciatore d’un principe

cattolico qualifica del nome d’abuso le instituzioni fondamentali

della nostra monarchia. Lo stesso vostro imperatore, in una lettera

che nessuno di noi prese sul serio, ci consigliava di secolarizzare

l’amministrazione e di adottare il Codice Bonaparte!

«La prudenza ci comandava di obbedire, almeno in apparenza, a consigli

venuti sì dall’alto. Abbiamo quindi promesso ciò che ci si dimandava, e

tracciato sulla carta il piano particolareggiato della nostra ruina. Ma

l’invasione de’ laici negl’impieghi del governo, l’adozione d’un Codice

rivoluzionario, l’emancipazione delle nostre Comuni, la discussione

pubblica dei nostri budget avrebbero trasformato il santo padre in un

re costituzionale. La sua autorità religiosa non avrebbe lungo tempo

sopravvissuto, nello spirito degli uomini, alla sua infallibilità

politica; il papa non sarebbe stato più papa! Ora noi professiamo una

religione che c’interdice il suicidio.»

A questo quadro abbellito, ma però abbastanza esatto, a questo

raziocinio invincibile nelle sue deduzioni, ma fondato sopra assiomi

dubbiosi, non aggiungerò che poche parole.

Il governo del papa, per dare soddisfazione ai desiderj de’ suoi

protettori e de’ suoi sudditi, ha instituito una foggia di regime

rappresentativo. Il santo padre nomina degli elettori comunali

incaricati di nominare in ogni città un consiglio municipale. Ma per

risparmiar loro gl’imbarazzi della scelta, s’incarica egli stesso di

comporre il consiglio.

I consigli municipali, così formati, presentano al santo padre una

lista, su cui sceglie egli stesso i membri dei consigli provinciali.

I consigli provinciali, alla loro volta, presentano al sovrano una

lista, sulla quale egli sceglie i membri della consulta delle finanze.

Il papa aggiunge a questo consiglio, da lui stesso formato, alcuni

prelati da lui medesimo prescelti.

La consulta delle finanze è destinata a porgere il suo parere su tutte

le questioni che interessano il tesoro. Venne instituita nel settembre

del 1849, entrò in carica nel dicembre del 1853. Essa dà il proprio

avviso, e non se ne tiene conto alcuno.

Il sindaco porta il nome di senatore a Roma ed a Bologna, di

gonfaloniere nelle città di minore importanza, e di priore nei

villaggi. Ma senatore, gonfaloniere o priore, ei non è altro che uno

stromento passivo nelle mani dell’autorità ecclesiastica.

Il santo padre può sospendere indefinitamente, con suo chirografo

sovrano, l’esecuzione d’un giudizio regolare, anche in materia civile.

Io non credo che siavi alcun altro sovrano dell’Europa, che domini la

legge così dall’alto.

Si può dire, senza timore d’essere smentiti, che il papa regna e

governa.

Il secretario di Stato, incaricato di difendere all’estero ed

esercitare nell’interno l’autorità assoluta del santo padre, è, già da

dodici anni circa, il cardinale Giacomo Antonelli.

Roma contemporanea · 第 38 / 71 题