L’ESERCITO.

Non dico già che noi siamo tutti eroi, nel nostro caro paese di

Francia; ma credo che noi siamo tutti un po’ soldati.

Si ha un bel dire e fare il filosofo, sostenere che l’uomo non è nato

per uccidere gli uomini, esecrare gli stromenti di distruzione a misura

che diventano più perfetti, ed applaudire alle eccellenti idee di

Cobden; spunta un bel mattino, e si scorge che siamo nati con un pajo

di pantaloni rossi, e che tutti gli altri abiti, che si erano portati,

non erano che travestimenti.

Nel luglio del 1853, io mi credeva pienamente convinto delle idee

predicate dal congresso della pace. Giunsi a Roma, mentre sfilava un

battaglione francese, colla banda in testa, sulla piazza del Quirinale.

L’uniforme, la musica, la bandiera, tutto quell’apparato di guerra,

che non m’aveva mai fatto sensibile effetto, mi scosse allora fino nei

penetrali dell’anima. Erano due anni che aveva lasciato la Francia:

l’imagine della patria m’apparve più che mai vivente, i miei occhi

si turbarono. Guardai la bandiera, e mi parve più risplendente che

il _labarum_ di Costantino. Chinai lo sguardo sul mio pantalone; era

rosso, e d’un sì bel rosso, che vedendolo proruppi in pianto.

Evvi una bandiera pontificia, se non m’inganno, colle chiavi di S.

Pietro nel bel mezzo. È una bandiera ben conservata, in buono stato,

chè nè palle nè bombe non vi fecero fori: ma io sarei davvero attonito,

se mi si dicesse che un Romano, osservandola, ha versato lagrime.

Vi ricordate di quel fico che era del misantropo Timone? Tutti gli

Ateniesi volevano appiccarvisi, perchè già parecchi giovani e robusti

vi si erano appiccati. Ora la bandiera del papa è un fico, su cui

nessuno pensa ad appiccarsi, perchè nessuno ancora vi si è appiccato.

E la ragione è chiara: la coscrizione, che è tanto compenetrata nei

nostri costumi, per lungo tempo non potrà essere costumanza romana. La

Francia può dire ai giovinotti di vent’anni: Venite, estraete a sorte.

Coloro che otterranno un numero basso, conserveranno il loro pantalone

rosso; gli altri saranno autorizzati a prendere il pantalone nero.

I ragazzi di Francia non sono mai sì felici, come quando giuocano al

soldato; i ragazzi romani per lo contrario giuocano a far il prete.

Dicono delle piccole messe, e fanno processioncelle; sono vestiti

da abbatini, que’ che furono savii. I nostri aspettano il primo dì

dell’anno perchè vengono regalati d’uno schioppetto, o d’una sciabola,

od almeno d’un tamburino.

Si dovrà forse conchiudere che i Francesi sono più coraggiosi che i

Romani? No, certamente. La razza italiana, che ha conquistato altre

volte il mondo, è ancora attualmente una delle più maschie ed energiche

d’Europa. I Romani sono Italiani di sì buona stirpe come gli altri, ma

diversamente educati.

Il principe che regna a Roma non dovrebbe aver bisogno di soldati.

Nello spirituale, ei governa pacificamente gli spiriti di 139,000,000

d’uomini, ciò che è assai bello. Nel temporale amministra un dominio

che basta ampiamente a tutti i suoi bisogni. Se cercasse ad estendersi

o arrotondarsi per via di conquista, commetterebbe un peccato mortale,

e si porrebbe nella necessità di dannarsi da sè medesimo. La questione

delle frontiere naturali non gli porgerebbe una scusa sufficiente,

poichè in fin de’ conti il suo regno è formato di donazioni di persone

pie; ed a caval donato non si guarda in bocca.

Il papa non ha bisogno di soldati nè per conquista nè per difesa,

poichè i suoi confinanti sono principi cattolici, che si farebbero

scrupolo di coscienza d’armarsi contro un vecchio inoffensivo.

Ora perchè mai il papa tiene un esercito? Per reprimere il malcontento

de’ suoi sudditi; ma è evidente che i Romani non sarebbero malcontenti,

e che il papa non avrebbe bisogno d’esercito, se governasse i suoi

Stati in modo da render contento il suo popolo.

Se il papa si crede costretto di levare un esercito, è senza dubbio

perchè i Romani sono malcontenti, molto probabilmente è, perchè il

governo del pontefice non fa ciò che è necessario per contentarli.

Suppongo che i Romani siano molto difficili ad essere accontentati,

o che il papa non abbia il tempo di accontentarli, poichè trova più

spiccio e più economico di mantenere un esercito che incuta timore ai

sudditi.

Ma qui sorge un’altra difficoltà. I Romani non sono proclivi a vestire

i pantaloni rossi ed a caricarsi le spalle d’un fucile in servigio

del papa. Perchè? mi chiederete. Precisamente per la ragione che vi ho

detto: perchè sono malcontenti.

Il papa, che è sovrano assoluto, potrebbe decretare la coscrizione;

ma questa novità raddoppierebbe il malcontento, e lo scopo sarebbe

fallito.

D’altronde la coscrizione fa paura al governo pontificio. Un esercito

raccolto con questo mezzo apparterrebbe meno al papa che alla nazione:

ed è ciò che importa d’evitare.

Sessanta franchi di premio a tutti i Romani di buona volontà che

acconsentiranno ad arruolarsi per soldati del papa!

Sessanta franchi, è ben poca cosa: a tal prezzo non si comprano

persone scelte. Se foste garzone d’aratro, o porta mortajo sotto gli

ordini d’un muratore, non preferireste quella libertà relativa alla

servitù dello stato militare? E basterebbero sessanta franchi per far

traboccare la bilancia?

I Francesi si arruolano gratis; anzi veggonsi de’ giovani di buona

famiglia, all’uscire del collegio, piegare il loro diploma di laureato

in legge, chiuderlo nella giberna di soldato, ed andarsene arditamente

colà dove la patria gl’invia. Se si offrissero sessanta franchi, a

coteste volontarie reclute, esse risponderebbero che è troppo, e troppo

poco. Ma noi siamo proclivi alla vita militare, la nostra gioventù ama

la patria siccome un’amante, e non teme di farsi ammazzare pe’ suoi

begli occhi.

La patria, per un Romano di buona nascita, è l’Italia: ora il papa non

è la patria, non è l’Italia. Sonvi di coloro che sarebbero pronti a

farsi soldati d’Italia, ma non consentirebbero ad indossare l’uniforme

per la difesa del papa. Si dice pure, in alcuni circoli, che il papa

e l’Italia non sono i migliori amici del mondo, e che il mettersi

al servizio dell’uno sarebbe rendere cattivo servizio all’altro. È

un errore, ne convengo: un’assurdità, se volete. Ma negli Stati del

santo padre è un articolo di fede, ed agli ufficiali ingaggiatori si

risponde, e la gioventù romana risponde: «Non vendo la mia patria per

dodici scudi!»

Si tratta di portare a 20 scudi il premio d’ingaggio: la è una mezza

misura, un meschino ripiego. Un uomo da 100 franchi non varrà molto più

d’uno da 60.

Se volete creare un esercito, raccogliete gente fra i galantuomini.

In Francia un soldato innanzi tutto debb’essere un uomo onesto. La

più assoluta fiducia regna nelle caserme, dove il minimo furto viene

punito con un rigore saggiamente esagerato. Ed un individuo che abbia

soggiaciuto alla condanna più leggiera, non viene ammesso ad arruolarsi

come soldato.

Il governo pontificio è troppo indulgente sulla virtù delle reclute

volontarie. Si domanda loro, è vero, un certificato di buona condotta

firmato dal curato della loro parrocchia; ma i curati non si fanno

scrupolo di garantire la moralità de’ peggiori sudditi, quando si

tratti di spedirli all’esercito. Una bugietta serve a sbarazzarsene;

quindi i tribunali stessi, se stanno processandone taluno, non vanno

già a pigliarlo sotto le bandiere, onde avviene che uomini malvagi,

recidivi, disonorino l’uniforme.

La gendarmeria si arruola, parte dall’esercito parte dal ceto civile.

Nel civile non è meglio servita che le altre armi; ma nel militare è

peggio, poichè s’invitano gli ufficiali superiori de’ diversi corpi

ad indicare i soldati che meritano di passare gendarmi. E coloro

raccomandano i peggiori soggetti, per potersene liberare.

Non è raro l’udire che un furto è stato commesso da un soldato, ed

anche da un gendarme. Poichè come mai individui di dubbia probità

diverrebbero onest’uomini sotto l’uniforme? Nè la buona condotta, nè il

tempo passato sotto le bandiere, nè le azioni meritorie, nè la coltura

personale servono all’avanzamento. Questo si fa da’ prelati, sopra

raccomandazione d’altri prelati.

Mi venne accertato che nel 1849 eravi più disciplina e probità nelle

schiere rivoluzionarie di Garibaldi, che non nell’esercito regolare del

papa. Il furto d’una collana di coralli, d’un prosciutto, d’un’inezia,

era immediatamente punito colla morte.

Mi sono imbattuto in parecchi gendarmi che non sapevano neppur leggere.

Quando furono ritirati dalla circolazione i pezzi da cinque soldi in

rame, tutto quel cumulo fu diretto verso Roma, ed ogni convoglio era

scortato da una schiera di gendarmi, i quali sventravano alcuni sacchi

ed alleggerivano il carico delle vittime. Ciò mi è stato confessato

appunto da un gendarme.

Può darsi che una cattiva causa raccolga de’ buoni soldati; così il

re di Napoli si è formato un esercito assai rispettabile. Pur troppo

il dovere non è l’unico motore dell’uomo: ne abbiamo di meno nobili e

d’egual potenza, siccome l’orgoglio e l’ambizione. Dovunque i gradi si

accordano al merito, il soldato si studia di acquistarseli.

Nello Stato pontificio il soldato è nulla; anzi è meno di nulla, e

valgano due esempi per mille a chiarirlo. Un cocchiere che conduce il

suo padrone al teatro rompe la propria consegna. La sentinella reclama

invano, poichè il cocchiere sferza i cavalli e passa via dicendo: «Fate

il vostro mestiere di soldato, e lasciate fare a me quello di servo!»

La livrea è più nobile dell’uniforme.

Un modesto borghese di Roma dà una serata. Vi si presenta uno

straniero: è figlio del proprietario, addetto alle guardie di finanza.

Il primogenito va a riceverlo in anticamera, e lo prega di ritornare

il giorno seguente. Sonvi de’ Francesi invitati, v’è gente, e la

famiglia non vuol compromettersi presentando un soldato! Il giorno

appresso cotesto primogenito trova sulla piazza di Spagna un forzato,

e gli porge la mano in pubblico. Onde l’amicizia del condannato è meno

compromettente che non la parentela d’un soldato.

E gli ufficiali? Sono sul medesimo piede degli altri impiegati civili.

Fanno parte del ceto medio, il mondo non li riceve e li tiene in poca

considerazione. Un frate, a qualunque titolo, sarà sempre stimato

superiore ad un colonnello.

Il grado di colonnello è anche attualmente il più elevato

nell’esercito, poichè adempie alle funzioni di generale; si economizza

il titolo, o piuttosto lo si tiene in serbo pei capi dei diversi ordini

religiosi.

È ben mestieri che il santo padre abbia bisogno del suo esercito,

perchè accordi a’ de’ semplici laici questo bel nome di generale, che

viene così fieramente portato da un domenicano, da un certosino, da un

cappuccino.

Il disprezzo dell’aristocrazia e del clero pesano sull’esercito e

soffocano quello spirito militare che non fiorisce se non circondato

da un’aureola di gloria. Ufficiali e soldati vegetano nella _mal’aria

dell’onore_.

Sotto Gregorio XVI un ufficiale si permise di eseguire la sua consegna

fermando la carrozza d’un cardinale: venne punito, nonostante che il

cardinale fosse passato oltre.

A Napoli, per lo contrario, in simile occasione, un semplice soldato

diede un colpo di sciabola al cocchiere d’un vescovo. Ferdinando II,

che pur non era un volteriano, encomiò il soldato. Egli voleva avere un

esercito, mentre il governo pontificio non sa ancora ciò che voglia.

Il ministro delle armi è un prelato, obbedisce al cardinale

segretario di Stato, il quale dipende dal papa. Tre preti alla testa

dell’esercito!

Attualmente (giugno 1858) il ministero delle armi è popolato di vecchi,

o di persone invise, disprezzate, notoriamente colpevoli delle più

gravi abbiettezze. Si confessa la necessità d’una riforma; tuttavia non

se ne fa nulla.

Un onorevolissimo intendente dell’esercito francese, signor Testa,

attende da gran tempo alla riorganizzazione dell’esercito romano. Il

generale Goyon, il generale De la Noue e tutti gli ufficiali generali

da noi spediti a Roma hanno lealmente atteso a porre il papa in istato

di difendersi senza di noi, ma tutto fu inutile, ed io stesso gli ho

uditi confessare la loro impotenza. Il principio del governo, l’ombra

de’ monasteri, l’aria di Roma, tutto si oppone alla creazione d’un

esercito pontificio. I nostri consigli, i nostri esempi, la fatica de’

nostri istruttori, tutto fu gettato al vento.

Tuttavia, debbo render giustizia ad alcuni ufficiali romani, che fanno

sforzi onorevoli, studiando, rivaleggiando nobilmente cogli ufficiali

francesi. Ma a che pro? Ogni promozione, al disopra del grado di

capitano, dipende dal favore.

Le armi speciali contano degli uomini distinti, che potrebbero

conservare ovunque il loro grado. Gli ufficiali del genio sono

teorici eccellenti, mancano soltanto di pratica. Agli ufficiali poi

d’artiglieria non manca nemmeno la pratica. Ma il buon volere ed

il talento di alcuni individui sono forze perdute in un esercito

senz’avvenire, privo di spirito di corpo, di decoro, di zelo, di

fiducia; dove non si può fare assegnamento nè sul vicino, nè sul capo,

nè sulla bandiera.

La scuola de’ cadetti è destinata a formare degli ufficiali. Essa non

è una istituzione aristocratica, come il suo nome farebbe credere; chè

l’aristocrazia romana non pensa a mettere i suoi figli nell’esercito,

più di quello che il sobborgo di San Germano non pensi a gettare i

suoi figli nella Società de’ Diritti Riuniti. I cadetti sono per la più

parte figli di merciajuoli o di ufficiali.

Sono ricevuti senza esame, sulla semplice raccomandazione di qualche

personaggio; e vengono istrutti pienamente, alla romana, sotto l’alta

tutela del cappellano dell’esercito.

Nel 1858 il generale Goyon si compiacque di visitare egli stesso la

scuola dei cadetti; e chiarì che certi allievi non erano in istato

di fare una divisione. Il corso di lingua francese non esisteva che

sui programmi. Il professore di storia, dopo sette mesi di lezioni,

balbettava ancora spiegazioni intorno al quarto o quinto giorno della

creazione del mondo. Il programma poi non faceva alcuna menzione

della storia moderna. La casa era mal tenuta ed in gran disordine.

Gli acquasantini collocati in capo al letto d’ogni alunno erano privi

d’acqua santa, onde il general Goyon, voltosi ad uno degli impiegati,

scherzosamente gli disse: «E che, signore! manca fin l’acqua santa?»

Il poveretto ingenuamente rispose: «Eccellenza, se ne prepara della

fresca.»

I soldati romani portano lo stesso uniforme dei nostri, non essendovi

se non una piccola differenza nel collare, ed una ben grande nella

tenuta.

Talora insorgono alterchi tra gl’individui de’ due eserciti; ma i

nostri generali puniscono severamente queste liti da taverna.

Mi ricordo che un artigliere francese fu assalito da quattro soldati

della fanteria romana. Gli aggressori trovarono ingegnoso di scagliare

contro di lui le loro sciabole per colpirlo da lontano. Quegli raccolse

un’arme da terra, corse contro i nemici, e tagliò una punta di naso

o d’orecchio. Il generale, per atto d’imparzialità forse eccessiva,

condannollo, insieme al ferito, ad un mese di carcere.

L’esercito pontificio costa dieci milioni all’anno e si compone di

circa 15,000 uomini. Ora in Francia questa truppa costerebbe circa

15,000,000; ma noi ne abbiamo pel nostro danaro.

Non ho ancora parlato de’ due reggimenti di fanteria straniera, che

fanno parte dell’esercito romano, e che sono arruolati dovunque,

ma principalmente in Germania. Cotesti mercenarj arrivano nudi,

e disertano ben volentieri quando il papa si è data la pena

d’equipaggiarli. Sono trattati duramente, ed assoggettati al bastone.

Chiunque arriva a Roma con quaranta reclute è ufficiale di pieno

diritto nella fanteria straniera.

Un giovane francese di buona famiglia era caporale nell’esercito

francese. Si condusse così male, e fece tante pazzie, che i suoi

capi pensavano seriamente a scacciarlo dal reggimento. Che fece egli?

Procurossi 40 tedeschi, ed entrò come ufficiale al servizio del papa.

Roma contemporanea · 第 36 / 71 题