«Nel mezzo del secolo XVII, disse Ranke, si noveravano in Roma circa 50
famiglie nobili, che contavano 300 anni d’esistenza, 35 che ne avevano
200, e 16 che datavano da 100 anni soltanto. Non si voleva riconoscere
quelle che rimontavano più in là, e si attribuiva loro una bassa
origine.» In totale, 101 famiglie patrizie.
Attualmente l’Almanacco romano conta 111 famiglie patrizie, di cui
20 principesche, e 11 ducali. L’effettivo della nobiltà non è dunque
sensibilmente cambiato da due secoli in qua.
La nobiltà romana si può dividere in tre categorie, se queste si
considerano soltanto dalle loro origini.
I. Origine feudale.
II. » nipotica.
III. » finanziaria.
Ad ogni signore il proprio onore. Cominceremo, se vi piace, dalla
nobiltà feudale.
I primi successori di S. Pietro, che non esercitavano alcun potere
temporale, non contavano nè nobili nè villani nella loro diocesi.
Fu nel medio evo che il vescovo di Roma si fece accettare siccome
sovrano d’un piccolo impero. Ei dovette uniformarsi alle usanze del
tempo, e riconoscere de’ fatti politici, che non erano conformi nè alla
lettera nè allo spirito de’ libri santi.
In buona logica, era necessario che tutti i sudditi del papa fossero
eguali al cospetto del loro Sovrano, siccome tutti gli uomini lo sono
dinanzi a Dio.
Il blasone non è scienza evangelica, e se gli apostoli hanno convertito
una parte del mondo antico, non è già predicando l’ineguaglianza delle
caste.
Ma il poter temporale, fino dalla sua origine, dovette venir a patti
coll’elemento feudale. Eranvi de’ signori in Roma e vicinanze, siccome
in tutta Europa. Gli uni appoggiarono le pretensioni monarchiche della
Santa Sede; gli altri con ogni mezzo vi si opposero, finanche colle
armi, siccome i Colonna. Nè fu se non dopo lotte interminabili, che i
papi poterono domare l’ultima resistenza ed imporre la loro signoria
alla nobiltà indigena.
Non solamente si fece la pace, ma l’aristocrazia locale finì col
rendere il papato solidale delle sue pretensioni e de’ suoi privilegi.
L’avvenimento successivo di quasi tutte le grandi famiglie al papato
collocò sul trono le idee aristocratiche, e formò tra esso e la nobiltà
de’ vincoli stretti. I Savelli, i Conti, gli Orsini, i Colonna, i
Gaetani portarono la tiara, e regnarono sui Romani prima della fine
del medio evo. I Piccolomini, i Borgia, i Medici, i Della Rovere, i
Farnese, i Boncompagni, gli Aldobrandini hanno poscia inaugurato la
storia moderna.
Fra le antiche famiglie feudali che al papato diedero più di quanto ne
ricevessero, alcune si vantano di risalire ai primi tempi della storia
romana. I Muti discendono da Muzio Scevola, i Santa Croce da Valerio
Publicola, i Massimo da Fabio Massimo, almeno a quanto dicono. In ogni
caso la loro nobiltà è molto antica.
Napoleone interpellò un Massimo con quella ruvidezza che intimidiva
tante persone: È egli vero, gli chiese, che voi discendete da Fabio
Massimo?
— Non potrei chiarirvelo, rispose il nobile romano, ma è fama che corre
già da ben mille anni nella nostra famiglia.
Gli stemmi dei Massimo rappresentano delle tracce di passi
incrocicchiati in tutti i sensi. È un’allusione alle marce e
contromarce del temporeggiatore. Il motto della casa è: _Cunctando
restituit_.
I Gaetani, meno antichi, procedono da un tribuno romano detto Anatolo,
che fu creato conte di Gaeta nel 730 da papa Gregorio II.
Si parla d’un Pietro Colonna, spogliato di tutti i suoi beni nel
1100, da papa Pasquale II. È chiaro che la famiglia doveva essere già
passabilmente antica, poichè le grandi sostanze non si formano in un
giorno.
Gli Orsini, di cui più non rimane che il ramo Orsini-Gravina,
discendono da un senatore dell’anno 1200.
La famiglia Orsini, originaria di Firenze, esisteva prima dell’anno
1300. Ma la ricchezza, lo splendore ed il titolo di principi procedono
da Clemente XII.
I Doria romani sono un ramo staccato della grande famiglia genovese.
I Lante Della Rovere erano consoli a Pisa nel 1190. Un Altieri fu
maggiordomo di Ottone II verso la fine del secolo X.
Si legge nell’inimitabile _Viaggio del consigliere De Brosses_:
«Sonvi quattro grandi case a Roma: Orsini, Colonna, Conti, Savelli.
Ma i Crescenzi, gli Altieri, i Giustiniani, ed altre famiglie, che non
credono esser minori di quelle quattro, non ammetterebbero volentieri
questa distinzione.»
Ebbi la curiosità di rintracciare ciò che rimaneva di queste grandi
famiglie, un secolo dopo il nostro gentil viaggiatore. Non vi sono più
nè Conti, nè Savelli. Gli Orsini hanno cento mila lire di rendita,
i Colonna duecento mila, gli Altieri trentamila. I Crescenzi ed i
Giustiniani sono estinti, come i Savelli ed i Conti, che avevano dato
tanti pontefici alla Chiesa. Sonvene almeno dieci del nome di Conti.
Nel secolo XVII i Savelli esercitavano ancora una giurisdizione
feudale, ed il loro tribunale, regolarmente costituito, chiamavasi
_Corte Savella_. Avevano essi il diritto di liberare da morte un
reo all’anno, diritto di grazia, diritto regale riconosciuto dalla
monarchia assoluta dei papi. Le donne di questa illustre famiglia non
uscivano punto dai loro palazzi, se non in carrozza ben chiusa.
«Gli Orsini ed i Colonna si vantavano che, per de’ secoli, nessun
trattato di pace fosse stato conchiuso fra principi cristiani, in cui
essi non fossero stati nominativamente compresi.» Ranke, _Storia del
Papato_, sfigurata dall’oltremontano Saint-Cheron.
Ma già Roma vedeva prosperare e crescere una nobiltà novella, sorta dal
nipotismo.
Tutti i papi, per umili natali che avessero sortito, si facevano
quasi un dovere di fondare una famiglia. Non contenti di creare un
Cardinal nipote, che usufruisse per sè tutte le prerogative della Santa
Sede, regalavano il titolo di principe ad altro nipote, lo dotavano
riccamente a spese di tutta Italia e dell’universo cattolico, lo
sposavano a qualche erede di ceppo feudale, e costruivano per esso
alcuno di que’ palazzi, di cui ammiriamo ancora l’insolente splendore.
Quest’uso era sì bene stabilito, che il casuista Oliva, gesuita,
dichiarò che Alessandro VII commetteva un peccato lasciando i suoi
nipoti a Siena, invece d’invitarli alla sua Corte. È noto con quale
docilità l’onesto Chigi si sottomise all’obbligo di far germogliare la
sua famiglia.
Questo dilapidamento delle pubbliche entrate a profitto d’alcuni
privati s’appoggiava, non solamente sui consigli di alcuni cortigiani,
ma sugli esempi più augusti.
A non parlare di Alessandro VI, che non trascurò nulla per arricchire
ed accrescere la sua famiglia, erasi veduto l’antico pastore Sisto
V dare ad uno de’ suoi nipoti un reddito ecclesiastico di 300,000
franchi, assicurare all’altro un principato e fondare sopra solide
basi la casa dei Peretti. Clemente VIII non aveva fatto di meno pei
suoi: Gian-Francesco Aldobrandini s’arricchì abbastanza rapidamente
per dare due milioni di dote alla propria figlia. La fortuna dei
Borghese era cresciuta ancor più rapidamente sotto il regno di Paolo
V. Essi ricevettero cinque milioni di franchi, acquistarono i più bei
possessi dello Stato Romano, ed ottennero de’ privilegi signorili
d’un valore incalcolabile. Gregorio XV aveva permesso a suo nipote
Ludovisi di ritirare dall’entrate ecclesiastiche un milione all’anno.
Questo papa, che regnò due anni e cinque mesi, diede alla sua famiglia
quattro milioni di franchi in _luoghi di monte_, che valevano denaro
sonante. Urbano VIII aveva fatto più ancora pei Barberini, i cui tre
fratelli acquistarono tanti beneficj e proprietà, che la loro entrata
annua ascese a 2,500,000 franchi. Se è impossibile il supporre che
i Barberini abbiano accumulato 525 milioni sotto il pontificato del
loro zio, è già molto che gli scrittori o contemporanei abbiano potuto
arrischiare una cifra sì mostruosa.
Sulle traccia di questo esempio, Innocenzo X, fratello di Donna
Olimpia, fu costretto, direbbesi quasi, di fondare la casa Panfili. I
casuisti ed i giureconsulti lo sollevarono dagli scrupoli, provandogli
che il papa era in diritto di economizzare sui redditi della Santa
Sede, per consolidare l’avvenire di sua famiglia. Fissarono, con una
moderazione che fa ribrezzo, la cifra delle liberalità permesse ad
un papa. Secondo essi, il sovrano pontefice poteva, senz’abusare,
fondare un maggiorasco di 400,000 franchi di rendita netta, fondare
una secondo-genitura in favore di qualche parente meno favorito dalla
fortuna, e dare 900,000 franchi di dote a ciascuna delle sue nipoti.
Il P. Vitelleschi, generale de’ gesuiti, approvò questa decisione,
onde Innocente X s’accinse a formare la fortuna della casa Panfili,
a costruire il palazzo Panfili, a creare la villa Panfili, ed a
panfilizzare, finchè potè, le finanze della Chiesa e dello Stato.
Clemente IX, che distribuì tre milioni nei primi mesi del suo regno,
fu accusato di trascurare la sua famiglia: eppure fondò la sorte dei
Rospigliosi. Clemente X non fu già inutile alla grandezza di casa
Altieri. L’austero Innocente XI non impedì i progressi della famiglia
Odescalchi; Clemente XII ajutò i Corsini a formare quella fortuna,
che attualmente è una delle più imponenti di Roma, ed il nipotismo non
iscomparve dalle costumanze pontificie se non dopo il regno di Pio VI e
de’ Braschi.
I papi del periodo del nipotismo non trascuravano verun mezzo per
alleare i loro nipoti alle famiglie più antiche. Ed è perciò che
noi vediamo una casa Doria-Panfili, una Borghese-Aldobrandini,
una Barberini-Colonna, una Pallavicini-Rospigliosi, una
Boncompagni-Ludovisi-Ottoboni.
Il fondatore d’una nuova famiglia procurava d’instituire un
maggiorasco, vale a dire un capitale inalienabile, trasmissibile in
linea maschile, e destinato a perpetuare indefinitamente lo splendore
del suo nome.
Da ciò procede che vedesi qualche casa, ricca in terre, palazzi,
ville e gallerie, ma gravata di debiti, portare stentatamente un nome
illustre privo di sostanza, ed un enorme capitale privo di rendita.
Affinchè tal casa possa liquidare la propria sostanza e soddisfaccia
i suoi creditori colla vendita d’alcuni quadri o di qualche immobile,
occorre un atto speciale dell’onnipotente volontà del pontefice.
È pure il capriccio de’ sovrani pontefici che intruse nell’aristocrazia
romana qualche famiglia plebea dalla sorte arricchita.
Un fornajo di nome Grazioli accumula ricchezze, ed il papa ordina ch’ei
venga inscritto sulla lista del patriziato romano. Compra una baronia,
ed il papa lo crea barone; poi una ducèa, ed eccolo duca Grazioli. Suo
figlio sposa poscia una Lante Della Rovere.
Un antico servitore di piazza, diventato speculatore e banchiere,
compra un marchesato, poscia un principato; crea un maggiorasco per suo
figlio maggiore, ed una secondo genitura in favore dell’altro. L’uno
sposa una Sforza Cesarini, e congiunge i suoi due figli, l’uno ad una
Chigi, poi ad un Ruspoli, e l’altro ad una Colonna Doria. Ed è per
tal maniera che la famiglia Torlonia, per la potenza del denaro ed il
favore del santo padre, si è innalzata quasi d’improvviso all’altezza
delle più grandi case nipotiche e feudali.
Un impiegato alla fabbrica de’ tabacchi fa fortuna, e diventa marchese
Ferrajuoli; un direttore del Monte di pietà s’arricchisce, ed è creato
marchese Campana; così parimenti un mercante di campagna, che viene
creato marchese Calabrini. I Macchi di Viterbo erano mugnai prima
d’essere gentiluomini. Il padre dei conti Antonelli era contadino,
intendente, contabile e monopolista prima d’essere rivestito delle
lettere di nobiltà.
I parenti d’un papa sono tutti nobili di pieno diritto. I cardinali
ed i semplici prelati si sforzano pure d’elevare i loro parenti alla
nobiltà.
Benedetto XIV e Pio IX presero cura di consolidare le barriere che
separano la casta nobile dal _mezzo ceto_. «Considerando, dicon
essi, che la distinzione delle classi è il più bell’ornamento degli
Stati.....»
Sessanta famiglie nobili sono inscritte in Campidoglio. Una
congregazione Araldica, instituita da Pio IX, venne applicata alla
verificazione de’ titoli.
Se il governo pontificio fosse più solidamente stabilito in Italia,
darei un buon consiglio a tutti i nostri favoriti dalla fortuna, sia al
commercio, sia alla borsa.
Invece di usurpare de’ titoli e semititoli, che i tribunali francesi
hanno talora l’impertinenza di toglier loro, non avrebbero che a
trasferirsi negli Stati del papa. In quel piccolo regno sonvi molti
castelli da vendere, senza annoverare i dominii più importanti.
La compra d’una torre cadente può sollevare il contadino al titolo di
principe, se il santo padre non vi si oppone.
Si legge nell’Almanacco romano:
«La famiglia Montholon de Semonville è una delle più illustri di
Francia. Il principe D. Luigi Desiderato, rampollo di questa casa,
comprando il castello del Precetto nell’Ombria, è diventato principe
romano.»
Sento dire intorno a me che, per ottenere il medesimo onore, non si
avrebbe bisogno di discendere da una delle più illustri famiglie di
Francia. Basterebbe di recarsi a Roma con alcuni milioni.
La nobiltà indigena, dopo d’essere stata immensamente ricca, è caduta
in una sorta di mediocrità fastosa. Si posseggono beni immensi, un
magnifico palazzo a Roma, una splendida villa nelle vicinanze, alcuni
castelli nelle provincie, una o due gallerie che formano l’ammirazione
degli stranieri; ma tutti questi averi formano un maggiorasco
inalienabile, cui si è obbligati a mantenere ed anche averne cura. I
redditi, che basterebbero a tutto, sono aggravati da molte ipoteche.
Nè solamente si deve ai creditori, ma benanche agli antenati, per
fondazioni di canonicati, di collegi, di cappelle. Ora la cappella, il
collegio, il capitolo sono altrettanti pesi opprimenti che aggravano
il povero erede. Onde avviene, che l’entrata disponibile delle più
illustri famiglie non è in proporzione coi bisogni del loro grado
sociale.
I Corsini hanno 500,000 franchi di rendita netta.
I Borghese, 450,000.
I Ludovisi, 350,000.
I Grazioli, 350,000.
I Doria, 325,000.
1 Rospigliosi, 250,000.
I Colonna, 200,000.
Gli Odescalchi, 200,000.
I Massimo, 200,000.
I Patrizi, 150,000.
Gli Orsini, 100,000.
Gli Strozzi, 100,000.
Non vi sono che due famiglie, la cui rendita, per così dire, sia
illimitata: la famiglia Torlonia e la famiglia Antonelli. Gli Antonelli
sono i più ricchi, se credesi al principe Torlonia, ma non vogliono
convenirne, ed anzi se ne schermiscono siccome d’un delitto. Non ho mai
potuto conoscerne la causa.
Ricco o povero, un principe romano è costretto a conservare il
proprio grado, poichè suo primo dovere è conservare l’apparenza. È
quindi necessario che la facciata del palazzo sia riparata, che gli
appartamenti di gala mostrino grande lusso, che la galleria non ecciti,
per l’incuria in cui sia lasciata, la compassione degli stranieri.
Bisogna che i servi siano numerosi, che le livree non manchino di
passamani, che le carrozze siano dipinte a nuovo, ed i cavalli ben
nodriti, anche a costo che i padroni rinuncino ad un piatto del loro
pranzo. È necessario che i clienti della casa siano assistiti in caso
di bisogno, e che i mendicanti benedicano la generosità del signore.
È necessario che la toeletta del signore e della signora sia non
solamente elegante, ma anche ricca: poichè in fin de’ conti la nobiltà
non dev’essere confusa col medio ceto. È finalmente necessario, che
tutti gli anni si dia qualche festa nojosa e splendida, che consumerà
in lumi un quarto dell’entrata di tutto l’anno. Se taluno mancasse ad
alcuno di questi obblighi, si cadrebbe nella classe di que’ signori
caduti, che si nascondono e si fanno dimenticare.
Per qual miracolo di secreta economia que’ poveri ricchi vengono a
capo di bilanciare le loro spese coll’entrate? È una storia complicata
e melanconica: è una condanna annuale a sette od otto mesi di
villeggiatura, a vivere con una sobrietà italiana, anche in Roma, in
quel gran palazzo che ha le proprie enormi cucine. Si fa più ancora:
il padrone della casa, l’erede d’una baronia feudale o d’un nipote de’
papi, si fa capo d’amministrazione nella prima casa. Si rinchiude sei
ore al giorno con dei commessi; rivede egli stesso i conti dell’entrate
e delle spese, ritaglia le locazioni, rilegge i titoli, si lorda le
mani nella polve delle pergamene. Per evitare le perdite inevitabili
che esauriscono le più grandi sostanze, ei consuma la vita a verificare
delle addizioni. Eppure tutti lo derubano, ed i medesimi suoi commessi
finiscono per arricchirsi a sue spese, poichè il più delle volte egli
non è nè istrutto nè capace.
E come avrebb’egli imparato a difendere la propria sostanza od a farla
valere? Fu messo da piccoletto ne’ collegi de’ padri Gesuiti, se forse
non fu trovato più nobile di tenerlo in casa propria sotto la sferza
d’un abbate. I suoi precettori o professori gli hanno insegnato il
latino, le belle lettere, la storia santa, il blasone, il rispetto alle
autorità, la sommissione ai voleri della Chiesa, la pratica delle virtù
cristiane, l’odio alle rivoluzioni, la gloria degli avi, ed i privilegi
che deve ereditare per la grazia di Dio. Ei considera le libertà e
le scienze del nostro secolo come invenzioni del demonio. In fine de’
conti egli è buono, dolce, semplice di cuore, più malleabile della cera
e più bianco della neve.
Quando lo si vide grandicello, gli fu dato un cavallo, un orologio di
Ginevra appeso ad una catenella di Mortimer o di Castellani, un abito
nuovo tagliato secondo l’ultimo gusto da Alfredo di Parigi o da Poole
di Londra. Prese l’abitudine di far visite, di passeggiare al Corso od
al Pincio nell’ora in cui il bel mondo vi fa mostra, di frequentare i
teatri e le chiese alla moda. Si è affiliato a due o tre confraternite
religiose, di cui segue assiduamente le riunioni. Non ha viaggiato,
non ha letto nulla, ha potuto sfuggire alle passioni, ai dubbj ed ai
tumulti interni della gioventù. Tra il suo 22.º ed il 23.º anno, la
volontà rispettabile di suo padre l’ha ammogliato senz’amore ad una
giovane di buona famiglia, che esciva di convento, semplicetta ed
ignorante ai pari di lui. Ha molti figli, che educa siccome egli stesso
fu educato. Insegna al primogenito che i suoi fratelli gli debbono
obbedienza, ed ai cadetti, che debbono essere devotissimi servi del
loro primogenito. Mette le proprie figlie nello stesso convento, dove
la loro madre ha appreso l’ignoranza, recita il rosario in famiglia,
tutti i giorni dell’anno, e dimanda al cielo la continuazione d’un
ordine di cose sì felice, sì nobile, sì perfetto.
Nonostante tutti i difetti che l’educazione gli ha dato, ei non manca
nè di bontà nè di grandezza. Dona quanto le sue finanze gli permettono,
ed anche più; tutte le miserie, anche fittizie, commovono il suo cuore,
ed aprono la sua borsa. Non conosce i quadri della sua galleria, ma
tiene aperta la sua galleria al pubblico.
Non sa cavar profitto d’un parco o d’una villa che lo ruinano, ma la
villa ed il parco sono aperti ai Romani ed agli stranieri. Quando
si tratti di rappresentare in un congresso o di festeggiare una
ristaurazione de’ poteri legittimi, ei darà 100,000 franchi al suo
ambasciatore, siccome il principe di Piombino, ovvero offrirà al
popolo di Roma un banchetto di 1,200,000 franchi, siccome il principe
Borghese.
Confesso che la nobiltà è un elemento un po’ caduco nella popolazione
romana. Le sue doti più notevoli sono negative, come la sommissione e
la politezza. Non credo che manchi di coraggio, ma il suo coraggio non
ebbe, da gran tempo, occasione da mettersi alla prova. Eppure essa non
è nè dispregiabile nè odiosa. La rivoluzione italiana avrebbe torto
di fare alcun fondamento sopra una casta stanca e priva di slancio,
ma sarebbe imperdonabile se volesse farle alcun male. Una rivoluzione
simile alla francese del 1793, che le confiscasse i palazzi aperti
ed ospitalieri, meriterebbe il biasimo di tutte le persone oneste
dell’Europa. Un Marat che desse in balia del carnefice quelle belle
teste sorridenti e leggiere sarebbe il più assurdo degli scellerati.
E le donne della nobiltà? V’è poco a dire pro e contro la loro virtù.
Il cicisbeismo, al pari del nipotismo, è passato di moda. La spudorata
dissolutezza che fioriva ne’ primi anni del secolo XIX cedette il posto
a’ costumi più discreti.
Qui, come dovunque, le donne sono migliori dei loro mariti; e non già
perchè leggano di più, nè perchè siano state diversamente educate. Ogni
loro superiorità procede dalla natura, che ha favorito il sesso amabile
a preferenza del sesso virile.
Quasi ogni giorno faccio un passeggio in carrozza che comincia
alla villa Borghese, continua al Pincio e termina sul Corso, dopo
il tramonto del sole. È mio compagno inseparabile un ingegnere
francese, uomo di spirito e perspicace, che abita Roma da gran tempo
e conosce incognito la massima parte dei personaggi della nobiltà.
Non ebbe bisogno di farmi osservare quell’aria di nullità oziosa
e soddisfatta che distingue una buona metà dell’aristocrazia. Ma
quando la nostra attenzione si rivolge verso le donne, noi cambiamo
di tuono. Non solamente esse sono belle ed eleganti, ma i loro occhi,
le loro attitudini, i loro gesti, tutto indica in esse un non so che
d’indomito, ed una secreta ribellione contro il nulla. Povere donne!
Allevate nell’ombra fitta d’un convento, maritate senz’amore a qualche
bel riproduttore, che le opprime di famiglia, sono esse condannate, per
colmo di miseria, ad una vita di parata glaciale, piena di visite, di
riverenze e di cerimonie nojose. Tutto è dovere per esse, finanche il
passeggio quotidiano. Il mestiere di donna del mondo, quale viene loro
imposto, non lascia loro spazio per l’amore e nemmeno per l’amicizia.
Vorrei qui riassumere in poche parole lo spirito delle tre classi che
vivono a Roma sotto il dominio del clero.
Questa popolazione non è nè peggio nata, nè peggio dotata, nè meno
degna di ricuperare la sua indipendenza, che nol sia il resto della
nazione italiana. Ma si ebbe cura di educarla diversamente, e di
sradicarvi siccome da campo bene sarchiato tutte le idee liberali, e
tutti i sentimenti vigorosi che potevano crescere nelle anime. Questa
mala erba rinacque sempre, grazie a Dio, ma sempre più debole e più
grama di quanto non converrebbe. La nobiltà romana è più inetta, la
plebe romana è più povera e più ignorante, il ceto medio medesimo porge
minori mezzi a Roma, che in nessun’altra città d’Italia. Eppure la
classe media è quivi il solo elemento sul quale si possa contare.
D’altronde bisogna dire che la popolazione di Roma, presa in blocco,
non è positivamente contraria al poter temporale. Attualmente, come
sempre, essa ha pel papa un’amicizia ineguale, fantastica, interrotta
da lamenti e da collera; ma i vantaggi reali ch’essa ricava dalla
presenza del santo padre, dalle spese della Corte e dall’affluenza
degli stranieri, controbilanciano spesso a’ suoi occhi lo svantaggio
della servitù. Può darsi benissimo che, trascinata dal movimento
italiano, essa ricominci a’ suoi rischi e pericoli la rivoluzione del
1849; ma non mi stupirei punto ch’essa rimpiangesse i suoi padroni
dopo averli scacciati. Poichè Roma non è solamente la vittima, è anche
complice del poter temporale, ed in ciò ben differente di Ancona, di
Bologna e di tante altre città, che pagarono le spese del dispotismo
senza dividerne i vantaggi. Io penso adunque, che la liberazione di
Roma, quantunque possa essere desiderata da alcuni cittadini, è più
necessaria alla riorganizzazione dell’Italia di quello che conforme ai
voti de’ Romani.
Il suffragio universale ne sa molto più di me su questo dilicato
proposito, ed è quello che vorrei consultare.