LA NOBILTÀ ROMANA.

«Nel mezzo del secolo XVII, disse Ranke, si noveravano in Roma circa 50

famiglie nobili, che contavano 300 anni d’esistenza, 35 che ne avevano

200, e 16 che datavano da 100 anni soltanto. Non si voleva riconoscere

quelle che rimontavano più in là, e si attribuiva loro una bassa

origine.» In totale, 101 famiglie patrizie.

Attualmente l’Almanacco romano conta 111 famiglie patrizie, di cui

20 principesche, e 11 ducali. L’effettivo della nobiltà non è dunque

sensibilmente cambiato da due secoli in qua.

La nobiltà romana si può dividere in tre categorie, se queste si

considerano soltanto dalle loro origini.

I. Origine feudale.

II. » nipotica.

III. » finanziaria.

Ad ogni signore il proprio onore. Cominceremo, se vi piace, dalla

nobiltà feudale.

I primi successori di S. Pietro, che non esercitavano alcun potere

temporale, non contavano nè nobili nè villani nella loro diocesi.

Fu nel medio evo che il vescovo di Roma si fece accettare siccome

sovrano d’un piccolo impero. Ei dovette uniformarsi alle usanze del

tempo, e riconoscere de’ fatti politici, che non erano conformi nè alla

lettera nè allo spirito de’ libri santi.

In buona logica, era necessario che tutti i sudditi del papa fossero

eguali al cospetto del loro Sovrano, siccome tutti gli uomini lo sono

dinanzi a Dio.

Il blasone non è scienza evangelica, e se gli apostoli hanno convertito

una parte del mondo antico, non è già predicando l’ineguaglianza delle

caste.

Ma il poter temporale, fino dalla sua origine, dovette venir a patti

coll’elemento feudale. Eranvi de’ signori in Roma e vicinanze, siccome

in tutta Europa. Gli uni appoggiarono le pretensioni monarchiche della

Santa Sede; gli altri con ogni mezzo vi si opposero, finanche colle

armi, siccome i Colonna. Nè fu se non dopo lotte interminabili, che i

papi poterono domare l’ultima resistenza ed imporre la loro signoria

alla nobiltà indigena.

Non solamente si fece la pace, ma l’aristocrazia locale finì col

rendere il papato solidale delle sue pretensioni e de’ suoi privilegi.

L’avvenimento successivo di quasi tutte le grandi famiglie al papato

collocò sul trono le idee aristocratiche, e formò tra esso e la nobiltà

de’ vincoli stretti. I Savelli, i Conti, gli Orsini, i Colonna, i

Gaetani portarono la tiara, e regnarono sui Romani prima della fine

del medio evo. I Piccolomini, i Borgia, i Medici, i Della Rovere, i

Farnese, i Boncompagni, gli Aldobrandini hanno poscia inaugurato la

storia moderna.

Fra le antiche famiglie feudali che al papato diedero più di quanto ne

ricevessero, alcune si vantano di risalire ai primi tempi della storia

romana. I Muti discendono da Muzio Scevola, i Santa Croce da Valerio

Publicola, i Massimo da Fabio Massimo, almeno a quanto dicono. In ogni

caso la loro nobiltà è molto antica.

Napoleone interpellò un Massimo con quella ruvidezza che intimidiva

tante persone: È egli vero, gli chiese, che voi discendete da Fabio

Massimo?

— Non potrei chiarirvelo, rispose il nobile romano, ma è fama che corre

già da ben mille anni nella nostra famiglia.

Gli stemmi dei Massimo rappresentano delle tracce di passi

incrocicchiati in tutti i sensi. È un’allusione alle marce e

contromarce del temporeggiatore. Il motto della casa è: _Cunctando

restituit_.

I Gaetani, meno antichi, procedono da un tribuno romano detto Anatolo,

che fu creato conte di Gaeta nel 730 da papa Gregorio II.

Si parla d’un Pietro Colonna, spogliato di tutti i suoi beni nel

1100, da papa Pasquale II. È chiaro che la famiglia doveva essere già

passabilmente antica, poichè le grandi sostanze non si formano in un

giorno.

Gli Orsini, di cui più non rimane che il ramo Orsini-Gravina,

discendono da un senatore dell’anno 1200.

La famiglia Orsini, originaria di Firenze, esisteva prima dell’anno

1300. Ma la ricchezza, lo splendore ed il titolo di principi procedono

da Clemente XII.

I Doria romani sono un ramo staccato della grande famiglia genovese.

I Lante Della Rovere erano consoli a Pisa nel 1190. Un Altieri fu

maggiordomo di Ottone II verso la fine del secolo X.

Si legge nell’inimitabile _Viaggio del consigliere De Brosses_:

«Sonvi quattro grandi case a Roma: Orsini, Colonna, Conti, Savelli.

Ma i Crescenzi, gli Altieri, i Giustiniani, ed altre famiglie, che non

credono esser minori di quelle quattro, non ammetterebbero volentieri

questa distinzione.»

Ebbi la curiosità di rintracciare ciò che rimaneva di queste grandi

famiglie, un secolo dopo il nostro gentil viaggiatore. Non vi sono più

nè Conti, nè Savelli. Gli Orsini hanno cento mila lire di rendita,

i Colonna duecento mila, gli Altieri trentamila. I Crescenzi ed i

Giustiniani sono estinti, come i Savelli ed i Conti, che avevano dato

tanti pontefici alla Chiesa. Sonvene almeno dieci del nome di Conti.

Nel secolo XVII i Savelli esercitavano ancora una giurisdizione

feudale, ed il loro tribunale, regolarmente costituito, chiamavasi

_Corte Savella_. Avevano essi il diritto di liberare da morte un

reo all’anno, diritto di grazia, diritto regale riconosciuto dalla

monarchia assoluta dei papi. Le donne di questa illustre famiglia non

uscivano punto dai loro palazzi, se non in carrozza ben chiusa.

«Gli Orsini ed i Colonna si vantavano che, per de’ secoli, nessun

trattato di pace fosse stato conchiuso fra principi cristiani, in cui

essi non fossero stati nominativamente compresi.» Ranke, _Storia del

Papato_, sfigurata dall’oltremontano Saint-Cheron.

Ma già Roma vedeva prosperare e crescere una nobiltà novella, sorta dal

nipotismo.

Tutti i papi, per umili natali che avessero sortito, si facevano

quasi un dovere di fondare una famiglia. Non contenti di creare un

Cardinal nipote, che usufruisse per sè tutte le prerogative della Santa

Sede, regalavano il titolo di principe ad altro nipote, lo dotavano

riccamente a spese di tutta Italia e dell’universo cattolico, lo

sposavano a qualche erede di ceppo feudale, e costruivano per esso

alcuno di que’ palazzi, di cui ammiriamo ancora l’insolente splendore.

Quest’uso era sì bene stabilito, che il casuista Oliva, gesuita,

dichiarò che Alessandro VII commetteva un peccato lasciando i suoi

nipoti a Siena, invece d’invitarli alla sua Corte. È noto con quale

docilità l’onesto Chigi si sottomise all’obbligo di far germogliare la

sua famiglia.

Questo dilapidamento delle pubbliche entrate a profitto d’alcuni

privati s’appoggiava, non solamente sui consigli di alcuni cortigiani,

ma sugli esempi più augusti.

A non parlare di Alessandro VI, che non trascurò nulla per arricchire

ed accrescere la sua famiglia, erasi veduto l’antico pastore Sisto

V dare ad uno de’ suoi nipoti un reddito ecclesiastico di 300,000

franchi, assicurare all’altro un principato e fondare sopra solide

basi la casa dei Peretti. Clemente VIII non aveva fatto di meno pei

suoi: Gian-Francesco Aldobrandini s’arricchì abbastanza rapidamente

per dare due milioni di dote alla propria figlia. La fortuna dei

Borghese era cresciuta ancor più rapidamente sotto il regno di Paolo

V. Essi ricevettero cinque milioni di franchi, acquistarono i più bei

possessi dello Stato Romano, ed ottennero de’ privilegi signorili

d’un valore incalcolabile. Gregorio XV aveva permesso a suo nipote

Ludovisi di ritirare dall’entrate ecclesiastiche un milione all’anno.

Questo papa, che regnò due anni e cinque mesi, diede alla sua famiglia

quattro milioni di franchi in _luoghi di monte_, che valevano denaro

sonante. Urbano VIII aveva fatto più ancora pei Barberini, i cui tre

fratelli acquistarono tanti beneficj e proprietà, che la loro entrata

annua ascese a 2,500,000 franchi. Se è impossibile il supporre che

i Barberini abbiano accumulato 525 milioni sotto il pontificato del

loro zio, è già molto che gli scrittori o contemporanei abbiano potuto

arrischiare una cifra sì mostruosa.

Sulle traccia di questo esempio, Innocenzo X, fratello di Donna

Olimpia, fu costretto, direbbesi quasi, di fondare la casa Panfili. I

casuisti ed i giureconsulti lo sollevarono dagli scrupoli, provandogli

che il papa era in diritto di economizzare sui redditi della Santa

Sede, per consolidare l’avvenire di sua famiglia. Fissarono, con una

moderazione che fa ribrezzo, la cifra delle liberalità permesse ad

un papa. Secondo essi, il sovrano pontefice poteva, senz’abusare,

fondare un maggiorasco di 400,000 franchi di rendita netta, fondare

una secondo-genitura in favore di qualche parente meno favorito dalla

fortuna, e dare 900,000 franchi di dote a ciascuna delle sue nipoti.

Il P. Vitelleschi, generale de’ gesuiti, approvò questa decisione,

onde Innocente X s’accinse a formare la fortuna della casa Panfili,

a costruire il palazzo Panfili, a creare la villa Panfili, ed a

panfilizzare, finchè potè, le finanze della Chiesa e dello Stato.

Clemente IX, che distribuì tre milioni nei primi mesi del suo regno,

fu accusato di trascurare la sua famiglia: eppure fondò la sorte dei

Rospigliosi. Clemente X non fu già inutile alla grandezza di casa

Altieri. L’austero Innocente XI non impedì i progressi della famiglia

Odescalchi; Clemente XII ajutò i Corsini a formare quella fortuna,

che attualmente è una delle più imponenti di Roma, ed il nipotismo non

iscomparve dalle costumanze pontificie se non dopo il regno di Pio VI e

de’ Braschi.

I papi del periodo del nipotismo non trascuravano verun mezzo per

alleare i loro nipoti alle famiglie più antiche. Ed è perciò che

noi vediamo una casa Doria-Panfili, una Borghese-Aldobrandini,

una Barberini-Colonna, una Pallavicini-Rospigliosi, una

Boncompagni-Ludovisi-Ottoboni.

Il fondatore d’una nuova famiglia procurava d’instituire un

maggiorasco, vale a dire un capitale inalienabile, trasmissibile in

linea maschile, e destinato a perpetuare indefinitamente lo splendore

del suo nome.

Da ciò procede che vedesi qualche casa, ricca in terre, palazzi,

ville e gallerie, ma gravata di debiti, portare stentatamente un nome

illustre privo di sostanza, ed un enorme capitale privo di rendita.

Affinchè tal casa possa liquidare la propria sostanza e soddisfaccia

i suoi creditori colla vendita d’alcuni quadri o di qualche immobile,

occorre un atto speciale dell’onnipotente volontà del pontefice.

È pure il capriccio de’ sovrani pontefici che intruse nell’aristocrazia

romana qualche famiglia plebea dalla sorte arricchita.

Un fornajo di nome Grazioli accumula ricchezze, ed il papa ordina ch’ei

venga inscritto sulla lista del patriziato romano. Compra una baronia,

ed il papa lo crea barone; poi una ducèa, ed eccolo duca Grazioli. Suo

figlio sposa poscia una Lante Della Rovere.

Un antico servitore di piazza, diventato speculatore e banchiere,

compra un marchesato, poscia un principato; crea un maggiorasco per suo

figlio maggiore, ed una secondo genitura in favore dell’altro. L’uno

sposa una Sforza Cesarini, e congiunge i suoi due figli, l’uno ad una

Chigi, poi ad un Ruspoli, e l’altro ad una Colonna Doria. Ed è per

tal maniera che la famiglia Torlonia, per la potenza del denaro ed il

favore del santo padre, si è innalzata quasi d’improvviso all’altezza

delle più grandi case nipotiche e feudali.

Un impiegato alla fabbrica de’ tabacchi fa fortuna, e diventa marchese

Ferrajuoli; un direttore del Monte di pietà s’arricchisce, ed è creato

marchese Campana; così parimenti un mercante di campagna, che viene

creato marchese Calabrini. I Macchi di Viterbo erano mugnai prima

d’essere gentiluomini. Il padre dei conti Antonelli era contadino,

intendente, contabile e monopolista prima d’essere rivestito delle

lettere di nobiltà.

I parenti d’un papa sono tutti nobili di pieno diritto. I cardinali

ed i semplici prelati si sforzano pure d’elevare i loro parenti alla

nobiltà.

Benedetto XIV e Pio IX presero cura di consolidare le barriere che

separano la casta nobile dal _mezzo ceto_. «Considerando, dicon

essi, che la distinzione delle classi è il più bell’ornamento degli

Stati.....»

Sessanta famiglie nobili sono inscritte in Campidoglio. Una

congregazione Araldica, instituita da Pio IX, venne applicata alla

verificazione de’ titoli.

Se il governo pontificio fosse più solidamente stabilito in Italia,

darei un buon consiglio a tutti i nostri favoriti dalla fortuna, sia al

commercio, sia alla borsa.

Invece di usurpare de’ titoli e semititoli, che i tribunali francesi

hanno talora l’impertinenza di toglier loro, non avrebbero che a

trasferirsi negli Stati del papa. In quel piccolo regno sonvi molti

castelli da vendere, senza annoverare i dominii più importanti.

La compra d’una torre cadente può sollevare il contadino al titolo di

principe, se il santo padre non vi si oppone.

Si legge nell’Almanacco romano:

«La famiglia Montholon de Semonville è una delle più illustri di

Francia. Il principe D. Luigi Desiderato, rampollo di questa casa,

comprando il castello del Precetto nell’Ombria, è diventato principe

romano.»

Sento dire intorno a me che, per ottenere il medesimo onore, non si

avrebbe bisogno di discendere da una delle più illustri famiglie di

Francia. Basterebbe di recarsi a Roma con alcuni milioni.

La nobiltà indigena, dopo d’essere stata immensamente ricca, è caduta

in una sorta di mediocrità fastosa. Si posseggono beni immensi, un

magnifico palazzo a Roma, una splendida villa nelle vicinanze, alcuni

castelli nelle provincie, una o due gallerie che formano l’ammirazione

degli stranieri; ma tutti questi averi formano un maggiorasco

inalienabile, cui si è obbligati a mantenere ed anche averne cura. I

redditi, che basterebbero a tutto, sono aggravati da molte ipoteche.

Nè solamente si deve ai creditori, ma benanche agli antenati, per

fondazioni di canonicati, di collegi, di cappelle. Ora la cappella, il

collegio, il capitolo sono altrettanti pesi opprimenti che aggravano

il povero erede. Onde avviene, che l’entrata disponibile delle più

illustri famiglie non è in proporzione coi bisogni del loro grado

sociale.

I Corsini hanno 500,000 franchi di rendita netta.

I Borghese, 450,000.

I Ludovisi, 350,000.

I Grazioli, 350,000.

I Doria, 325,000.

1 Rospigliosi, 250,000.

I Colonna, 200,000.

Gli Odescalchi, 200,000.

I Massimo, 200,000.

I Patrizi, 150,000.

Gli Orsini, 100,000.

Gli Strozzi, 100,000.

Non vi sono che due famiglie, la cui rendita, per così dire, sia

illimitata: la famiglia Torlonia e la famiglia Antonelli. Gli Antonelli

sono i più ricchi, se credesi al principe Torlonia, ma non vogliono

convenirne, ed anzi se ne schermiscono siccome d’un delitto. Non ho mai

potuto conoscerne la causa.

Ricco o povero, un principe romano è costretto a conservare il

proprio grado, poichè suo primo dovere è conservare l’apparenza. È

quindi necessario che la facciata del palazzo sia riparata, che gli

appartamenti di gala mostrino grande lusso, che la galleria non ecciti,

per l’incuria in cui sia lasciata, la compassione degli stranieri.

Bisogna che i servi siano numerosi, che le livree non manchino di

passamani, che le carrozze siano dipinte a nuovo, ed i cavalli ben

nodriti, anche a costo che i padroni rinuncino ad un piatto del loro

pranzo. È necessario che i clienti della casa siano assistiti in caso

di bisogno, e che i mendicanti benedicano la generosità del signore.

È necessario che la toeletta del signore e della signora sia non

solamente elegante, ma anche ricca: poichè in fin de’ conti la nobiltà

non dev’essere confusa col medio ceto. È finalmente necessario, che

tutti gli anni si dia qualche festa nojosa e splendida, che consumerà

in lumi un quarto dell’entrata di tutto l’anno. Se taluno mancasse ad

alcuno di questi obblighi, si cadrebbe nella classe di que’ signori

caduti, che si nascondono e si fanno dimenticare.

Per qual miracolo di secreta economia que’ poveri ricchi vengono a

capo di bilanciare le loro spese coll’entrate? È una storia complicata

e melanconica: è una condanna annuale a sette od otto mesi di

villeggiatura, a vivere con una sobrietà italiana, anche in Roma, in

quel gran palazzo che ha le proprie enormi cucine. Si fa più ancora:

il padrone della casa, l’erede d’una baronia feudale o d’un nipote de’

papi, si fa capo d’amministrazione nella prima casa. Si rinchiude sei

ore al giorno con dei commessi; rivede egli stesso i conti dell’entrate

e delle spese, ritaglia le locazioni, rilegge i titoli, si lorda le

mani nella polve delle pergamene. Per evitare le perdite inevitabili

che esauriscono le più grandi sostanze, ei consuma la vita a verificare

delle addizioni. Eppure tutti lo derubano, ed i medesimi suoi commessi

finiscono per arricchirsi a sue spese, poichè il più delle volte egli

non è nè istrutto nè capace.

E come avrebb’egli imparato a difendere la propria sostanza od a farla

valere? Fu messo da piccoletto ne’ collegi de’ padri Gesuiti, se forse

non fu trovato più nobile di tenerlo in casa propria sotto la sferza

d’un abbate. I suoi precettori o professori gli hanno insegnato il

latino, le belle lettere, la storia santa, il blasone, il rispetto alle

autorità, la sommissione ai voleri della Chiesa, la pratica delle virtù

cristiane, l’odio alle rivoluzioni, la gloria degli avi, ed i privilegi

che deve ereditare per la grazia di Dio. Ei considera le libertà e

le scienze del nostro secolo come invenzioni del demonio. In fine de’

conti egli è buono, dolce, semplice di cuore, più malleabile della cera

e più bianco della neve.

Quando lo si vide grandicello, gli fu dato un cavallo, un orologio di

Ginevra appeso ad una catenella di Mortimer o di Castellani, un abito

nuovo tagliato secondo l’ultimo gusto da Alfredo di Parigi o da Poole

di Londra. Prese l’abitudine di far visite, di passeggiare al Corso od

al Pincio nell’ora in cui il bel mondo vi fa mostra, di frequentare i

teatri e le chiese alla moda. Si è affiliato a due o tre confraternite

religiose, di cui segue assiduamente le riunioni. Non ha viaggiato,

non ha letto nulla, ha potuto sfuggire alle passioni, ai dubbj ed ai

tumulti interni della gioventù. Tra il suo 22.º ed il 23.º anno, la

volontà rispettabile di suo padre l’ha ammogliato senz’amore ad una

giovane di buona famiglia, che esciva di convento, semplicetta ed

ignorante ai pari di lui. Ha molti figli, che educa siccome egli stesso

fu educato. Insegna al primogenito che i suoi fratelli gli debbono

obbedienza, ed ai cadetti, che debbono essere devotissimi servi del

loro primogenito. Mette le proprie figlie nello stesso convento, dove

la loro madre ha appreso l’ignoranza, recita il rosario in famiglia,

tutti i giorni dell’anno, e dimanda al cielo la continuazione d’un

ordine di cose sì felice, sì nobile, sì perfetto.

Nonostante tutti i difetti che l’educazione gli ha dato, ei non manca

nè di bontà nè di grandezza. Dona quanto le sue finanze gli permettono,

ed anche più; tutte le miserie, anche fittizie, commovono il suo cuore,

ed aprono la sua borsa. Non conosce i quadri della sua galleria, ma

tiene aperta la sua galleria al pubblico.

Non sa cavar profitto d’un parco o d’una villa che lo ruinano, ma la

villa ed il parco sono aperti ai Romani ed agli stranieri. Quando

si tratti di rappresentare in un congresso o di festeggiare una

ristaurazione de’ poteri legittimi, ei darà 100,000 franchi al suo

ambasciatore, siccome il principe di Piombino, ovvero offrirà al

popolo di Roma un banchetto di 1,200,000 franchi, siccome il principe

Borghese.

Confesso che la nobiltà è un elemento un po’ caduco nella popolazione

romana. Le sue doti più notevoli sono negative, come la sommissione e

la politezza. Non credo che manchi di coraggio, ma il suo coraggio non

ebbe, da gran tempo, occasione da mettersi alla prova. Eppure essa non

è nè dispregiabile nè odiosa. La rivoluzione italiana avrebbe torto

di fare alcun fondamento sopra una casta stanca e priva di slancio,

ma sarebbe imperdonabile se volesse farle alcun male. Una rivoluzione

simile alla francese del 1793, che le confiscasse i palazzi aperti

ed ospitalieri, meriterebbe il biasimo di tutte le persone oneste

dell’Europa. Un Marat che desse in balia del carnefice quelle belle

teste sorridenti e leggiere sarebbe il più assurdo degli scellerati.

E le donne della nobiltà? V’è poco a dire pro e contro la loro virtù.

Il cicisbeismo, al pari del nipotismo, è passato di moda. La spudorata

dissolutezza che fioriva ne’ primi anni del secolo XIX cedette il posto

a’ costumi più discreti.

Qui, come dovunque, le donne sono migliori dei loro mariti; e non già

perchè leggano di più, nè perchè siano state diversamente educate. Ogni

loro superiorità procede dalla natura, che ha favorito il sesso amabile

a preferenza del sesso virile.

Quasi ogni giorno faccio un passeggio in carrozza che comincia

alla villa Borghese, continua al Pincio e termina sul Corso, dopo

il tramonto del sole. È mio compagno inseparabile un ingegnere

francese, uomo di spirito e perspicace, che abita Roma da gran tempo

e conosce incognito la massima parte dei personaggi della nobiltà.

Non ebbe bisogno di farmi osservare quell’aria di nullità oziosa

e soddisfatta che distingue una buona metà dell’aristocrazia. Ma

quando la nostra attenzione si rivolge verso le donne, noi cambiamo

di tuono. Non solamente esse sono belle ed eleganti, ma i loro occhi,

le loro attitudini, i loro gesti, tutto indica in esse un non so che

d’indomito, ed una secreta ribellione contro il nulla. Povere donne!

Allevate nell’ombra fitta d’un convento, maritate senz’amore a qualche

bel riproduttore, che le opprime di famiglia, sono esse condannate, per

colmo di miseria, ad una vita di parata glaciale, piena di visite, di

riverenze e di cerimonie nojose. Tutto è dovere per esse, finanche il

passeggio quotidiano. Il mestiere di donna del mondo, quale viene loro

imposto, non lascia loro spazio per l’amore e nemmeno per l’amicizia.

Vorrei qui riassumere in poche parole lo spirito delle tre classi che

vivono a Roma sotto il dominio del clero.

Questa popolazione non è nè peggio nata, nè peggio dotata, nè meno

degna di ricuperare la sua indipendenza, che nol sia il resto della

nazione italiana. Ma si ebbe cura di educarla diversamente, e di

sradicarvi siccome da campo bene sarchiato tutte le idee liberali, e

tutti i sentimenti vigorosi che potevano crescere nelle anime. Questa

mala erba rinacque sempre, grazie a Dio, ma sempre più debole e più

grama di quanto non converrebbe. La nobiltà romana è più inetta, la

plebe romana è più povera e più ignorante, il ceto medio medesimo porge

minori mezzi a Roma, che in nessun’altra città d’Italia. Eppure la

classe media è quivi il solo elemento sul quale si possa contare.

D’altronde bisogna dire che la popolazione di Roma, presa in blocco,

non è positivamente contraria al poter temporale. Attualmente, come

sempre, essa ha pel papa un’amicizia ineguale, fantastica, interrotta

da lamenti e da collera; ma i vantaggi reali ch’essa ricava dalla

presenza del santo padre, dalle spese della Corte e dall’affluenza

degli stranieri, controbilanciano spesso a’ suoi occhi lo svantaggio

della servitù. Può darsi benissimo che, trascinata dal movimento

italiano, essa ricominci a’ suoi rischi e pericoli la rivoluzione del

1849; ma non mi stupirei punto ch’essa rimpiangesse i suoi padroni

dopo averli scacciati. Poichè Roma non è solamente la vittima, è anche

complice del poter temporale, ed in ciò ben differente di Ancona, di

Bologna e di tante altre città, che pagarono le spese del dispotismo

senza dividerne i vantaggi. Io penso adunque, che la liberazione di

Roma, quantunque possa essere desiderata da alcuni cittadini, è più

necessaria alla riorganizzazione dell’Italia di quello che conforme ai

voti de’ Romani.

Il suffragio universale ne sa molto più di me su questo dilicato

proposito, ed è quello che vorrei consultare.

Roma contemporanea · 第 34 / 71 题