Il lotto è la più breve strada che dalla miseria conduca alla
ricchezza. Ve ne sono di più sicure, ma niuna di più diretta. Ed è
perciò che la plebe romana evita le altre e s’accalca su questa. Mi
sono dimandato talora ciò che farei per trarmi d’impaccio se fossimo di
que’ plebei che vivono di giorno in giorno per le strade della grande
città. Ecco dapprima una carriera aperta a tutti, senza distinzione di
nascita o di fortuna: la Chiesa. Nulla di più democratico in fondo di
questo governo assoluto. Ogni uomo intelligente ha il piede in istaffa
dacchè potè varcare la soglia del seminario: è sulla via di salire
alle più sublimi cariche. Anzi dico di più: questa è la sola carriera
in cui la virtù possa tener luogo di scienza, e dove la capacità viene
vantaggiosamente surrogata dall’umiltà. Un uomo dell’infima classe del
popolo, e mediocremente versato nelle lettere, può diventare frate,
priore, generale, vescovo, cardinale e papa, camminare di pari passo
coi grandi sovrani, ed accordare la precedenza ai proprj legati sugli
ambasciatori di tutte le potenze.
Ma è necessaria la vocazione, e noi non l’abbiamo. — Passiamo ad altro.
Gl’impieghi civili? Sono ancora ambiti da alcuni poveri diavoli, ed
ognuno credesi possedere sufficiente talento per occuparli, se trova
credito bastante per ottenerli. Ma per gli uomini da poco siccome noi,
non vi sono che impieghi subalterni. A forza di protezioni potrei
diventare capo d’ufficio; ma se voglio salire più in alto, bisogna
cambiar abito. Aspireremmo alle onorificenze militari? Tutti i plebei
di Roma proromperebbero in risa se udissero siffatta proposizione.
Noi tutti avremo un capitolo su questo proposito. Ora a qual partito
appigliarvi? La letteratura? Nulla. La legge? La medicina? Molta
dipendenza, e poco avvenire. L’istruzione? Osserva come sei vestito,
poverino. Il tuo abito è troppo corto, almeno d’un piede e mezzo.
Ma il commercio? Vi si guadagna di che vivere. L’agricoltura? Vi si
fa fortuna, a patto che vi s’impieghino de’ capitali. Ora la gran
maggioranza de’ plebei romani possiede il capitale dell’Ebreo Errante:
cinque soldi in tasca. Tutto ben ponderato, fanno tutti come la vecchia
di cui l’altro giorno vi parlava: rinunciano al pranzo, e giuocano il
denaro al lotto. Scaglierete loro contro la pietra? Io non avrò mai
coraggio di farlo.
Alcuni viaggiatori d’umor malinconico declamarono contro il popolo che
giuoca, e sopra tutto contro il governo che porge il mezzo di giuocare;
trovando cosa indegna che un’autorità, circondata dal rispetto
dell’universo intero, speculi sui vizj de’ suoi sudditi. Permettetemi
di confutare cotesti lamenti.
Non è già solamente a Roma, è a Napoli, a Firenze, a Venezia, e
sopra tutta l’estensione di questa terra oppressa, che gl’Italiani
giuocano al lotto. Se non vi fossero ufficj appositi in Roma, i Romani
giuocherebbero altrove, e le diligenze di Siena, di Pisa, di Firenze e
di Napoli ritornerebbero cariche di viglietti. Ora, siccome è convenuto
che a questo giuoco diseguale il banchiere guadagna sempre, così la
soppressione del lotto pontificio manderebbe fuori dello Stato da sette
ad otto milioni all’anno; chè tale è approssimativamente l’ammontare
lordo de’ beneficj realizzati dallo Stato. Ma le spese di percezione
nodriscono tanti piccoli impiegati, sicchè il prodotto netto d’ogni
anno non supera il milione e mezzo di franchi. Il lotto è adunque un
tenuissimo frutto per lo Stato ed una massima consolazione pel popolo.
Si fece bene ad abolirlo a Parigi, perchè in uno Stato ben ordinato,
dove il lavoro guida a tutto, il governo deve educare i cittadini a
non far conto che sul loro lavoro. Si avrebbe torto di sopprimerlo
a Roma, perchè quivi il popolo, stanco e demoralizzato, sorretto
nelle sue miserie dalla prospettiva della fortuna, vive specialmente
d’imaginazione e di speranza: privarlo del lotto sarebbe uno spogliarlo
di quel poco che gli rimane.
Sono ormai più di cento venti anni che Clemente XII ha introdotto
questa usanza ne’ suoi Stati, ed il giuoco è sì bene penetrato nel
sangue del popolo, che non solamente i plebei, ma principi eziandio, ed
anche i principi della Chiesa, prendono un viglietto del lotto, siccome
noi prendiamo una tazza di caffè. È da ciò che potrete osservare la
natura e l’educazione differenti degl’Italiani e de’ Francesi. Io ero
fanciulletto allorchè i progressi dello spirito pubblico fecero cadere
il lotto regio, ma mi ricordo che se ne parlava siccome d’un giuoco di
fantesche, e che le persone della classe intelligente procuravano di
non farsi vedere quando mettevano danaro al lotto. Qui per lo contrario
i primi personaggi della nazione trovano naturale di tentare la fortuna
e di urtare co’ gomiti i muratori nelle botteghe del lotto. Da noi
questo giuoco era un vizio; qui per l’opposto non è riputato cattiva
abitudine, e l’approvazione dei Romani è tanto fondata nella ragione,
quanto lo era il nostro biasimo di tempo fa.
Forse non sarà discaro ch’io riassuma in poche parole la teoria di
questo giuoco che gli archeologhi soli ora conoscono in Francia.
Sabbato a mezzodì, dinanzi al ministero delle finanze, sotto gli occhi
del popolo radunato, una commissione, presieduta dal rappresentante
del prelato ministro delle finanze, tira a sorte cinque numeri da una
ruota che ne contiene 90. Fra i giuocatori premurosi che assistono
all’estrazione, taluno ha giuocato il _semplice estratto_, vale a
dire ha scommesso contro il governo che un tal numero sortirebbe fra
i cinque: se il suo numero è sortito, egli ha guadagnato tredici
o quattordici volte il denaro che ha speso. Un altro ha giuocato
l’_ambo_, vale a dire ha scelto due numeri e scommesso che ambidue
sortirebbero dalla ruota. Altri invece ha giuocato il _terno_
scegliendo tre numeri: ei guadagna più di cinque mila volte la propria
messa. Tralascio le altre combinazioni, quali il _primo estratto_,
l’_ambo_, e i _terni_ determinati.
Vi basti il sapere questo: un uomo che sapesse indovinare tre de’
cinque numeri che stanno per sortire, potrebbe con un luigi d’oro
comprare cento mila franchi. Se non m’inganno è il massimo de’ guadagni
possibili. La banca non giuoca somme sì forti; le _quaderne_ e le
_quintine_ non lo sono.
Ciò posto, tutti i miei Romani mettono a tortura il cervello per
prevedere i numeri che sortiranno.
Fino alla mezza notte del giovedì, si stillano il cervello, esauriscono
ogni combinazione cabalistica, dimandano consigli ai loro amici,
implorano inspirazioni celesti. Gli uni interrogano le estrazioni
degli anni precedenti: questo e quell’altro numero hanno l’abitudine di
comparire insieme; sono ormai più di sei mesi che non comparvero, onde
staranno per sortire! Gli altri pescano le loro idee sui muri della
città, e vi si trovano, ad ogni passo, de’ terni begli e fatti, scritti
al carbone da qualche dilettante. Più d’uno ne compone una novena, per
trascegliervi poi i numeri da mettere. Chi ebbe la fortuna di sognarsi
di cani o di gatti, s’affretta a consultare il Libro dei Sogni, dove
tutte le visioni trovano le corrispondenti cifre. La grande, la sola,
l’inseparabile idea di tutti i Romani de’ due sessi è la ricerca dei
buoni numeri.
E non sono già solamente i sogni ch’essi traducono in cifre, ma
bensì tutti gli avvenimenti fortunati o calamitosi perdono il loro
significato reale per passare allo stato di presagio. Un tale si è
annegato. Bene! 88! Mia figlia fu assalita dalla febbre. Bravo! 18,
28, 48! Un marito rientra in casa senza esservi aspettato, sente una
voce d’uomo nella stanza di sua moglie. Dio sia lodato! 90! Discende
i gradini della sua scala a quattro a quattro, e va a prendere il suo
viglietto.
A Roma il figlio d’un carbonajo cade da un primo piano e si fa male
assai. Ora il padre, prima di chiamare il medico, compone un terno
coll’età di suo figlio, l’ora dell’accidente ed il numero 56, che
corrisponde alle cadute dalla finestra. Ei guadagna, il figlio muore, e
più d’un padre ne ha invidia.
Un giovane si asfissia colla sua amante in una casa del Corso; ed il
popolo subito invade le botteghe del lotto per giuocare su quel fatto.
L’amministrazione è costretta di _chiudere_ ossia interdire certi
numeri, sui quali la moltitudine si getta tutta in una volta: l’età di
ciascuno degli amanti, il numero della casa, l’ora in cui sono morti.
A Venezia un soldato austriaco si getta giù da un campanile. Il
popolaccio si scaglia su di lui, dacchè è piombato a terra; si strappa
il numero del suo reggimento, del suo battaglione; si spingono le
avide mani nella sua camicia insanguinata per trovarvi il numero di
matricola. Non v’è nessuno intorno che non consideri quel cadavere
siccome una preda mandata dal cielo.
A Rimini un condannato marcia verso il patibolo frammezzo a due
carnefici. Una vecchia lo segue eroicamente tra la folla, gli parla di
tempo in tempo, e quando non può accostarglisi più davvicino, gli fa da
lontano una smorfia supplichevole. È sua madre? Niente affatto, è una
giuocatrice che gli domanda dei numeri.
A Sonnino, quando ancor vigeva l’abitudine di racchiudere le teste
mozzate in gabbie di ferro, intorno ad una porta del villaggio, le
vecchie lottajuole si portavano a mezzanotte a pregare dinanzi a quelle
orribili reliquie. Pregavano, ma con attento orecchio, spiando ogni più
lieve romore. Il canto d’un gallo, il miagolio d’un gatto, il latrato
d’un cane, il rumore d’una carrozza che passasse di lontano sulla via
erano notati da quelle streghe siccome altrettanti avvertimenti del
cielo. Così gli antichi aruspici interrogavano la volontà degli Dei, in
quell’osservatorio all’aria aperta ch’essi chiamavano un tempio.
Non maravigliatevi di vedere il giuoco e la preghiera confusi insieme,
chè la religione si frammischia a tutti gli atti della vita. I Romani,
in questo commercio famigliare che mantengono colla Divinità, trovano
semplicissimo e naturale di cointeressarla nei loro minuti affari.
Un onorevole sacerdote mi ha raccontato che i suoi parrocchiani gli
offrivano grosse somme, perchè collocasse tre numeri sotto il santo
ciborio durante il sacrificio della messa. Non vale ragionamento a
provar loro, che cotesta soperchieria sarebbe un sacrilegio, e nessuno
potrebbe levar loro dalla mente, che i numeri così raccomandati a Dio
non abbiano a sortire alla prima estrazione.
Mi diverto talora a percorrere le iscrizioni eccitatorie, che
tappezzano le botteghe del lotto. L’una accerta che il giuoco si fa
lealmente, ciò che è vero; un’altra annuncia che le vincite saranno
pagate immediatamente; altra poi, che il vincitore potrà domandare la
moneta che più gli piace.
Ecco un distico di buon augurio, che occupa il posto d’onore in mezzo a
tutte quelle promesse:
_Piccolo capital fa gran fortuna:_
_La Madonna v’assista, or via giocate._
Nessuno si aspettava di vedere la Madonna pigliar parte in questo
affare; ma non dimenticatevi che la Madonna agli occhi degl’Italiani
è la più alta potenza del cielo. Essi parlano ben di rado di Dio, e
continuamente della Madonna. Quando si rimanda un povero senza dargli
un soldo, gli si dice: «La Madonna ti protegga!» ed egli ringrazia. Ho
inteso questa conversazione in un’osteria del Transtevere:
«Papà, d’onde vengono gli stranieri?
— Vengono dal paese di _Stranieria_.
— E com’è quel paese?
— V’è gran freddo, case di legno, profonda ignoranza, denaro a mucchi!
— Credono essi in Dio?
— No.
— Ma crederanno almeno nella Madonna?
— No.
— E che! Nemmeno nella Madonna?» Ecco il discorso d’un albergatore di
villaggio, che voleva convertire un giovane Inglese: «Ma, asino che
sei, non vedi dunque che il cielo, la terra, tu stesso, i tuoi abiti,
il pane che mangi, tutto viene dalla Madonna? È dessa che fece il
mondo, e bisogna essere più bestia delle bestie per ignorare tal cosa!»
Se lo spirito forte viene a regnare su questa terra, ei negherà forse
Dio, ma continuerà ad ardere cerei alla Madonna. Quando un uomo sta
per morire, si dice: «Andrà ben presto a veder la Madonna.» Tutti
gli ammalati che vengono a morire sono vittime di quell’_asino di
medico_; tutti coloro che sopravvivono, ne sono debitori alla Madonna.
Stiracchiano sul prezzo delle visite, ma non mercanteggiano la cera
alla Madonna di Sant’Agostino, che è la più venerata tra quelle
che s’implorano nella città. Tutte le colonne della sua chiesa sono
tappezzate d’_ex-voto_ d’oro o d’argento. La sua statua è oppressa
sotto il peso di oggetti preziosi, e possiede scrigni di cui sarebbe
gelosa anche una regina. Si narra che, avendo una ricca signora
offerto alla Madonna tutti i suoi diamanti senza consultarne il marito,
questi andò a lamentarsene dal papa. Trattavasi nientemeno che d’una
sostanza. Il papa autorizzò il reclamante a riprendere il proprio
tesoro, ma a condizione espressa che andrebbe egli stesso a cercarlo,
una domenica, dopo la messa. Ora i diamanti vi sono ancora. La Madonna
di Sant’Agostino ha un piede di bronzo, letteralmente consunto dai baci
della folla, onde bisogna rinnovarlo di tempo in tempo. Migliaia di
quadretti sospesi intorno a lei attestano i miracoli ch’essa ha fatto.
Ho veduto altre volte, entro cornice assai modesta, madama Ristori,
quasi soffocata da un fianco di scenario, e preservata dalla Madonna
di Sant’Agostino. Non so dove sia andato a finire quel quadretto; ma
non lo trovo più. Se la Madonna protesse una sera madama Ristori mentre
rappresentava la commedia, può benissimo arricchire di tempo in tempo
un povero giuocatore di lotto.
Consiglio agli stranieri, che hanno del tempo, d’assistere almeno
una volta all’estrazione di Roma. Vi si veggono delle belle figure
e vi si sentono delle curiose riflessioni. Il giuocatore che stette
sul punto di guadagnare ingiuria i numeri che lo rovinano. «Capite
voi, o signore, perchè siasi estratto il numero 37? Affè di Dio, che
m’importava di cotesto numero! In fede mia, cotesto 37 è un bel numero!
E non sarebbe stato cento volte più bello, più giusto e più cristiano
di cavare il 42? Avrei fatto la mia fortuna».
Un momento prima dell’estrazione tutti erano contenti. «Camerata,
diceva taluno, che bel giorno! — Andiamo a vedere qualche cosa di
nuovo,» rispondeva tal’altro. Ma dopo l’estrazione ambidue lacerano
i loro viglietti ingiuriando la sorte; si esortano scambievolmente a
rinunciare al giuoco, e poi entrano insieme nella bottega più prossima
per comprare altri numeri.
Ho trovato sulla piazza il domestico d’uno de’ miei amici, che sul
volto mostrava evidentemente di non aver guadagnato. «Signore, mi
disse, il mio terno non è sortito; ma non importa, era un bel terno!
— Fammelo vedere.
— Eccolo: 17, 56, 82! Non è egli vero che è un bel terno?»
Io non capiva perchè un terno potesse essere più bello che un altro,
e quel giovane rimase attonito della mia ignoranza. «E come, dissemi,
voi avete tanto studiato e non sentite ancora che 17, 56 e 82 formano
un bel terno?» Credo sul serio, che a forza di rimirare le cifre in
faccia, vi veggano, come Pitagora, ogni sorta di cose che non vi sono.
Un uomo del Transtevere disse al mio interlocutore:
«Io non ho mai giuocato altro che d’ambi, poichè so bene che un terno
non si prenderà la pena di sortire per un povero diavolo al pari di me.
Non desidero altro che guadagnare otto scudi per prender moglie, e la
Madonna me gli ha sempre rifiutati. Vedremo sabbato prossimo».
Eranvi intorno a noi varj Ebrei, dal muso lungo malcontento. «Sapete
perchè? mi disse uno de’ miei vicini: il perchè si è che non sono
sortiti che numeri grossi, e gli Ebrei hanno l’abitudine di giuocare
sui piccoli. Quando sortono cinque cifre al di sotto del trenta, v’è
festa al Ghetto.» Forse gli Ebrei s’imaginano eziandio che i numeri
piccoli siano più propizj alla minuta gente.
I Romani arrischiano piccolissime somme al giuoco, perciò il lotto
non ha mai rovinato nessuno. I più grossi giuocatori sono gl’impiegati
del lotto, che speculano sui viglietti. Profittano della circostanza
che il giuoco si chiude giovedì sera, e talora ventiquattr’ore più
presto, quando il giovedì è festivo. Siccome il pubblico difficilmente
si rassegnerebbe ad attendere fino al mezzodì del sabbato, a braccia
incrocicchiate, senza arrischiare alcuna combinazione, così l’impiegato
del lotto prende a proprio rischio alcune centinaja di viglietti,
e procura rivenderli con vantaggio. Ed è allora che l’interesse
personale, stimolante impareggiabile, s’ingegna d’ornare la bottega e
sedurre i passaggeri. Tutta la mostra è ornata di cifre infallibili. È
il terno della Fortuna; è un ambo sognato da un malato; è un estratto
apparso nelle nubi della sera. Spesso estratto, ambo e terno restano
per conto del mercante; spesso ancora ei si rallegra di non averli
esitati, poichè guadagna all’estrazione. Se perde due o tre volte
di seguito, e si lascia pigliare da dispetto, prenderà il partito di
viaggiare, dopo avere onestamente collocata la chiave sotto la porta.
Gli stranieri che vengono a Roma, cominciano dal biasimare severamente
il lotto. In capo a qualche tempo lo spirito di tolleranza che spira
nell’aria, penetra poco a poco ne’ loro cervelli; scusano quindi un
giuoco filantropico, che somministra al povero popolo sei giorni di
speranza per cinque soldi. E ben presto, per iniziarsi al meccanismo
della lotteria, entrano essi medesimi nella bottega, evitando di farsi
vedere. Tre mesi dopo, s’occupano arditamente d’una dotta combinazione,
e formano una teoria matematica, che volentieri firmerebbero col loro
nome. Danno lezioni ai forestieri sopraggiunti; erigono il giuoco in
principio, e giurano che un uomo è imperdonabile, se non lascia aperta
una porta alla Fortuna.
Ogni estate poi, senza pregiudizio del lotto corrente, si tiene certo
numero di tombole. La tombola è una partita di lotto giuocata all’aria
aperta dalla popolazione intera. Ciascuno prende un cartone, vi scrive
egli stesso quelle cifre che crede migliori. Chierici e laici, ricchi
e poveri, circondano l’ufficio della tombola; e l’estrazione si fa
in quell’amena villa, che il principe Borghese presta graziosamente
al popolo di Roma per passeggiarvi a piedi ed in carrozza. È un
immenso giardino, disseminato di monumenti di tutte sorta, e popolato
da numerosi armenti che vivono ne’ prati. Che vi pare d’un giardino
privato dove si fanno cinquanta mila fasci di fieno all’anno? Un
ippodromo di pietra, due volte più grande che il nostro ippodromo
di legno, serve di teatro alla tombola. Tutta la città vi accorre in
corpo, lasciando agli storpj ed ai paralitici la cura di custodire le
case.
Cotesta festa della Santa Moneta è solenne al pari d’ogni altra, e
più popolare che molte altre. Vi si vedono tanti cappuccini quanti mai
dietro le processioni più frequentate. Il sole, la musica, la toeletta,
l’interesse appassionato degli astanti, tutto vi concorre. Ma, zitti!
Si fa silenzio, il primo numero sta per sortire. Eccolo, proclamato da
una voce sonora, trasmesso di bocca in bocca, da un’estremità all’altra
dell’anfiteatro, mentre su grandi cartelli viene esposto a tutti gli
sguardi. Ognuno tiene il proprio cartone e vi segna i numeri estratti.
Il primo terno, la prima quaderna, la prima quintina subito si
annunciano e vanno a cercare il loro denaro sul palco de’ giudici, al
suono delle trombe. Se qualche stordito s’inganna e reclama il premio
senza averlo guadagnato, ritorna al suo posto in mezzo ad un uragano
di fischi. Il primo cartone tutto riempito guadagna la tombola e mille
scudi.
Il guadagno non è sì grosso nelle rustiche tombole che formano
l’ornamento immancabile di tutte le sagre di villaggio; ma si può
dire che, sia per cento od anche per cinquanta scudi, colui che vince
dimostra altrettanta gioja, ed altrettanta invidia colui che perde.
Guai a chi s’arrischia di guadagnare, se non è della parrocchia dove si
giuoca! Viene accompagnato a casa a sassate, ed il suo danaro gli costa
caro.
Non è molto che in un villaggio della Sabina tal sorte accadde ad un
contadino che abitava tre leghe lontano. Il vincitore era un uomo d’età
matura, dolce, paziente, tranquillo, flemmatico siccome un Normando
del paese di Caux. Ei s’intascò il danaro senza dir nulla, e s’accinse
a portarselo a casa. Ma la florida gioventù del villaggio si pose ad
attraversargli la via, e fu tanto peggio per tutti. Si cominciò con de’
motteggi, poi vennero gl’insulti, poi quell’uomo dabbene venne aggirato
siccome palla elastica. Egli consolavasi però, ricevendo qualche
pugno, poichè sentiva per la scossa suonare in tasca i suoi scudi. La
folla, incoraggita dal suo aspetto impassibile, si fece più audace, a
tal segno che colui fu costretto a rifugiarsi in un’osteria, anzichè
ritornare a casa sua. Fuvvi seguito e sempre perseguitato da grida e da
pugni; ond’egli, quantunque tranquillo e inoffensivo, ne venne al punto
che, avendo visto un coltello aguzzo, lo afferrò. Due minuti più tardi
v’erano nella parrocchia tre morti e quattordici feriti. Il vincitore
si trasse al largo, ed uscì da quella terra un po’ più ricco e molto
meno innocente di quello che vi era entrato. La notte appresso ei non
dormì colla moglie, ma si diresse dalla banda di Velletri, ed andò a
ricoverarsi nella _Pianura Morta_ a vivervi col denaro della tombola.