Se i coltelli romani non fossero giammai usciti da Roma, io ne avrei
detto abbastanza intorno a questa curiosità locale. Ma nello stato
attuale della società, allorchè i rifugiati Italiani abbondano in molti
paesi ed i loro coltelli insanguinano le taverne di Londra come le
bettole di Costantinopoli, credo fare opera di buon cittadino d’Europa
trattando seriamente una quistione di sicurezza europea.
Prima d’ogni altra cosa, e dovesse pure eccitare sorpresa in Francia,
incomincierò a fare un complimento agli assassini di questo paese;
essi non sono ladri. In quasi tutte le grandi città di mia conoscenza
sopra dieci assassinii commessi, ve ne sono sei che hanno il furto
per iscopo. Si uccide un uomo per aver il suo denaro come una volpe
per avere la sua pelle. I Romani considerano il furto con solenne
disprezzo. La loro delicatezza un po’ ottusa non sa schermirsi di
qualche colpo di scaltrezza, di qualche prepotenza pubblica; ma il
furto propriamente detto li ributta. Provatevi a gridare: al ladro!
nelle contrade della città; o che, per esempio, un abitante del
quartiere de’ Monti (sonvene molti che non valgono gran che) si pigli
il divertimento di rubare un fazzoletto da dieci soldi: ebbene la folla
si farà ad inseguirlo con incredibile accanimento. Ora che avverrebbe
se l’avesse ucciso prima di fare il suo colpo? Lo si ammazzerebbe sul
fatto, non v’è punto a dubitarne.
Tengo sotto gli occhi la lista di 247 assassinj commessi nella città,
tra il 1850 ed il 1852; e tra questi sonvene appunto due soltanto che
si spiegano col furto. Tutti gli altri sono conseguenza di dispute
mosse da vanità o da interesse, da rivalità d’amore, da liti al giuoco,
da ingiurie profferite dopo aver bevuto. La violenza del sangue, del
vino e della primavera fu causa di pressochè tutti gli altri delitti.
Per la più parte dei casi che condussero a queste coltellate, un
Francese avrebbe dato un pugno, una stoccata, ovvero un appello alla
giustizia. Ma al popolo di Roma non vanno a sangue nè i pugni, nè i
duelli, nè i processi. I pugni non manifestano abbastanza profondamente
la superiorità del vincitore; il duello espone a perire chi ha dalla
parte sua la ragione; la lunghezza delle procedure, e la venalità di
quasi tutti i giudici inspirano ai cittadini l’orrore de’ processi.
Tutto s’accomoda a coltellate, anche le dissensioni di famiglia. Alla
medesima pagina trovo un fratello colpito dal fratello, un cognato dal
cognato, due generi dai loro suoceri, ed un nipote dallo zio. Uno zio
del Ginnasio sarebbesi accontentato di esclamare: «Briccone di nipote!»
Nel 1853, i tribunali dello Stato Romano punirono 609 delitti contro
le proprietà, e 1344 contro le persone. Nel medesimo anno le Corti
d’Assise giudicavano in Francia 3719 persone accusate di furto, e 1921
incolpale di delitti contro le persone. Se ne potrebbe conchiudere che
i Romani sono più violenti e più onesti di noi.
Desiderate qualche altro frutto più recente? Ecco quanto si è operato
in sei giorni, verso la fine del mese d’aprile 1858. Vedrete che la
primavera si fa sentire in Italia.
«Nella caserma Serristori, il volteggiatore Maurizi ha ucciso con una
coltellata il granatiere Caponia. Affare di giuoco.
«Si è fatto baccano sotto le finestre d’un vecchio, di nome Ferri, che
ammogliavasi in terze nozze.
«Egli ha colpito con un sasso uno de’ chiassosi, detto Bernardini.
«Il vignaiuolo Bravetti è stato ucciso con un colpo di zappa da un
mercante d’insalata, che lo accusava di rubare degli asparagi nella sua
vigna.
«Alcuni giovani, che avevano passato la giornata all’osteria,
attraversano la contrada del Mascarone. Insorge una disputa, uno di
que’ signori entra da un fornajo, prende un coltello, e corre a dare
tre colpi mortali a certo Vaccari di ventun’anni. Va poscia dal padre
del Vaccari e l’uccide.»
Misura di prudenza!
«Carolina Paniccia e suo marito Giovanni escivano da un’osteria dopo
aver cenato, quando si videro assaliti a colpi di coltello da un tal
Pierazzi. La donna è ferita, il marito è morto. Pierazzi era innamorato
della moglie e geloso del marito.
«Il giovane Alfonso Ambrogioni, di 13 anni, ha ucciso sua cognata
tagliandole la carotide. Gli Ambrogioni odiavano quella giovane,
perchè uno di essi, Pietro, era stato costretto a sposarla dopo averla
sedotta.»
Si può asserire senza paradosso che, sopra dieci assassini a Roma,
havvene almeno uno che non avrebbe ucciso se avesse avuto altro mezzo
di farsi rendere giustizia. Ma il denaro, il credito, le protezioni
sono cose sì difficili a superarsi che un poverino, offeso nel proprio
onore o leso nel proprio diritto, non sa rivolgersi ad altro che al
proprio coltello.
Non temo d’affermare, poichè n’ho il destro, che sette od otto uccisori
sopra dieci si guarderebbero ben bene dal cavare il loro coltello, se
sapessero preventivamente che un carnefice taglierebbe loro la testa.
Ma sono quasi così certi dell’impunità, com’essi sarebbero convinti del
castigo in Francia ed in Inghilterra.
Quasi tutti i rapporti di polizia che ho citato or ora, si chiudono
uniformemente con questa frase solenne: «Il colpevole si è sottratto
colla fuga.» Il popolo, anzichè inseguirlo, gli porge ajuto. Agli occhi
suoi, l’assassino ha ragione, e la vittima aveva torto. I nostri Romani
plebei non hanno maggior disprezzo per un assassino, di quello che
i Parigini per un uomo che abbia lealmente ucciso il suo avversario
in duello. E di vero, l’assassinio, quale qui si pratica, è un vero
duello. Allorchè nel calore della disputa due uomini sono venuti a
certe parole, sanno che il sangue deve scorrere tra loro; la guerra è
implicitamente dichiarata; la città intera è il terreno trascelto; la
folla fa da testimonio accettato da ambe le parti, ed i due combattenti
sanno che ad ogni ora del giorno e della notte bisogna stare in
guardia. La plebe crede adunque, nè è pregiudizio facile a sradicarsi,
che l’uccisore è un uomo giusto.
Si protegge la sua fuga. Ma dove troverà ricetto? Non troppo lontano,
poichè la città è piena d’asili. Le ambasciate, l’Accademia di Francia,
le chiese, i conventi, il Tevere sono altrettanti santuarj dove la
legge non penetra. Se un uomo inseguito minaccia di uccidersi, la
polizia è obbligata a lasciarlo fuggire; ed è perciò che il Tevere è
un asilo inviolabile. Si teme che l’accusato non si getti nell’acqua,
e quindi vi perisca senza confessione. Colui che giunge ad afferrare
un frate per l’abito è dichiarato sicuro, come se abbracciasse gli
angoli dell’altare. I gendarmi seguono il frate gridando con voce
supplichevole: «Fraticello, abbandonalo: è un assassino! — Non potrei,
risponde il frate: egli non vuol andarsene!» L’accoltellatore arriva
così fino alla porta del convento.
Alcuni cavalieri della divisione d’occupazione incontrano sulla strada
di _Ponte Molle_ un malfattore inseguito dalla polizia, e si mettono a
dargli la caccia a briglia sciolta. Quell’uomo corre al Tevere, e per
tendere un’insidia all’esercito francese, si annega. Fu quindi un grave
affare, e credo che la diplomazia abbia dovuto occuparsene. I nostri
soldati non avrebbero dovuto mettere un uomo nel cimento di morire
senza confessione.
Il possessore d’un luogo d’asilo è libero di ricevere o d’espellere
i colpevoli. So, per esempio, che all’Accademia di Francia, il signor
Schnetz prende accurate informazioni sugli ospiti che fanno invasione
in casa sua. Se per caso vi capitasse un povero giovane minacciato
di galera per aver messo una figlia nell’imbarrazzo, le porte si
spalancherebbero dinanzi a lui. Ma le ho vedute chiudersi dinanzi ad
uno sfrontato, che ridendo s’accusava d’una cosetta contro natura.
Tra Velletri ed il mare sonvi dieci leghe di paese che sono un luogo
d’asilo. È un vasto territorio che chiamasi la Pianura Morta, ed è
d’una insalubrità comprovata. È noto che gli omicidi non potrebbero
vivervi a lungo, è noto eziandio che gl’innocenti non consentirebbero
di render sano un tal paese. I colpevoli vi restano impuniti ed
occupati in pubblici lavori, finchè la febbre abbia contro di loro
fatto le funzioni di carnefice.
Spesso l’assassino viene sottratto al rigor delle leggi dal delitto
d’un altro assassino. Una figlia cade sotto il coltello a quattr’ore
di sera; ebbene, prima di notte viene raccolto il cadavere del suo
uccisore. Il delitto era già espiato quando la giustizia lo venne a
conoscere. Perciò succede che il colpevole si consegna da sè stesso
per isfuggire alle private vendette, e preferisce la prigione a tutti i
luoghi d’asilo.
Quando la giustizia l’ha côlto, ecco insorgere un’altra serie di
difficoltà. Non si trovano testimonj che depongano contro di lui.
Potreste risuscitare anche il morto, che non direbbe il nome del suo
uccisore. Si raccoglie un uomo ferito a morte sulla strada, ma tuttora
semivivo. «Chi ti ha malconcio in questo modo? — Nessuno; va a cercarmi
un prete, e non parliamo d’altro.» Egli ha regolato i suoi conti con
un amico; ora non pensa più che a regolarli con Dio. Un uomo ne pugnala
un altro: l’uno parte pel carcere, l’altro per l’ospitale. Quando l’uno
sarà liberato e l’altro guarito, si stringeranno la mano senza rancore.
Ma se il ferito avesse confessato dinanzi al giudice d’aver ricevuto
una ferita, nè l’assassino, nè i suoi parenti, nè i suoi amici nol
lascerebbero godere della sua convalescenza.
Il rifiuto di deporre in giudizio è un male talmente incurabile,
che non si trovano testimonj nemmeno contro i ladri. Eppure vi
dissi quanto sono detestati! Li detestavamo anche in collegio, e ci
facevamo parimenti un punto d’onore di non denunciarli. Li mettevamo
in quarantena, li facevamo passare per l’armi, a gran colpi di palla
elastica; ma avremmo creduto di disonorarci da noi stessi consegnandoli
al maestro degli studi. I Romani sono ragazzi in ogni età, siccome noi
lo eravamo a quindici anni.
La loro avversione pei ladri si è manifestata, or sono due o tre anni,
quando ne venne frustato uno sulla piazza del Popolo. Era un certo
Pietro Brandi, se ben mi ricordo. Egli aveva gettato la confusione in
una pubblica festa, per pescare nel torbido e rapire qualche borsa
o fazzoletto da tasca. La sua speculazione aveva costato la vita a
due o tre persone e la salute a parecchie. I giudici lo condannarono
a ricevere 25 colpi di sferza, non già sulla pianta de’ piedi. La
moltitudine accorse al suo supplizio siccome a pubblico spettacolo,
e ad ogni colpo gridava: «Bravo! Più forte!» Mastro Titta, mosso
dall’entusiasmo del popolo, aggiunse un ventesimo sesto colpo per
_buona mancia_; come s’indica in italiano, ciò che noi Francesi
indichiamo _pourboire_.
Nel medesimo paese, presso il medesimo popolo, un contadino s’accorge
che gli fu rubato un majale. Indovina chi sia il colpevole, corre alla
sua casa, e trova ancora l’animale attaccato dinanzi alla porta. «De’
testimoni! esclama egli; Santa Madonna, mandami de’ testimoni!» Alla
fine, passa un uomo; egli lo afferra pel collo: «Vedi tu quel majale?
— Qual majale? dice colui, che subito s’accorse, che trattavasi di fare
da testimonio.
— Per tutti i santi, tu non sei cieco! Osserva là un majale.
— No, non v’è majale.
— Oh! non vedi quel majale, là, dinanzi alla porta?
— Io non veggo majale. Addio, corro a’ miei affari. — »
Il derubato fermò dieci testimonj, l’uno dopo l’altro; ma nessuno
volle vedere il majale. «Poichè tu non vuoi veder nulla, disse egli
all’ultimo, io vado a staccare questa corda ed a riportarla a casa
mia coll’animale che vi è attaccato.» Ed è così ch’egli avrebbe dovuto
cominciare.
I Romani stessi confessano che le leggi penali non furono introdotte
nel loro paese se non sotto il dominio francese. Di que’ tempi il
potere era abbastanza forte per costringere i testimonj a dire ciò
che avevano veduto, e per rassicurarli sulle conseguenze _della loro
deposizione_.
Non è già che manchino i mezzi di repressione al governo pontificio,
mentre ha delle buone carceri e dei bagni in buono stato. La prigione
cellulare esisteva all’ospizio di San Michele cent’anni prima d’essere
inventata dagli Americani. La ghigliottina è una macchina italiana che
data dal tredicesimo o quattordicesimo secolo. Ma quasi tutti i papi si
sono trasmessi, d’età in età, de’ principj di dolcezza e d’indulgenza
senile che disarmano alquanto la legge. Le condanne capitali sono
sempre state soverchiamente rare in questo Stato, dove, a norma della
statistica del 1853, si commettono più di quattro omicidj al giorno.
È difficile che un sovrano invecchiato nell’esercizio d’un ministero
di pace, s’imbarchi un bel mattino in una guerra vigorosa contro le
violenze de’ suoi sudditi. L’educazione della plebe romana resta da
rifarsi, ed occorre raddolcire per forza quelle indoli rozze, cui la
minima contrarietà strascina agli ultimi eccessi. Bisogna insegnar
loro a rispettare la vita umana siccome cosa sacra; bisogna, pel bene
del loro paese e di tutta Europa, modificare forzatamente le loro idee
sull’assassinio. Finchè vi sarà nel mondo incivilito un regno dove si
uccide un uomo come si beve un bicchier di vino, l’incivilimento sarà
in uno stato provvisorio, esposto ad ogni sorta di peripezie.
Non vi sarebbero poi a sparger torrenti di sangue per mettere un
freno definitivo a cotesto giuoco di coltelli. Leone XII non ha già
decimato il suo popolo per guarire la piaga del brigandaggio? e noi
non siamo stati obbligati a spopolare la Corsica per sopprimere i
banditi? Parimenti basterebbe qualche colpo ben applicato, e sopratutto
applicato in tempo utile. Gli animali più nobili non profittano d’una
correzione, se non quando essa segue immediatamente il fallo. E così
i nostri terribili plebei di Roma si trovano quasi nel medesimo caso
che i cavalli di corsa ed i cani di ferma. Se un processo criminale
si potesse condurre a tamburo battente, se l’espiazione seguisse
il delitto a pochi giorni di distanza, il popolo, per cui tutto è
spettacolo, non assisterebbe ad un cattivo esempio senza ricevere
subito una buona lezione. Ma quando un colpevole viene mandato al
patibolo, dieci anni dopo aver commesso il delitto (è quanto avviene)
i testimonj del supplizio non sentono altro che pietà per quella testa
che cade. Si crede che l’omicida sarebbe quasi in diritto d’invocare
la prescrizione, e la sola parola che si sente circolare nella folla è
quella di _poveretto_!
Nel luglio del 1858, il generale conte di Noue, galantuomo quant’altri
mai, e partigiano zelante dell’autorità pontificia, fermossi alcune
settimane a Viterbo. In uno de’ suoi passeggi intese parecchie voci
maschili che cantavano de’ salmi nella prigione della città: cotesti
coristi erano ventidue condannati a morte che da parecchi anni
aspettavano l’ora del supplizio. Il governo stesso si fa quasi un caso
di coscienza di mandare a morte un uomo pentito e forse emendato. Vi
dissi ch’era una bontà e dolcezza paterna, ed avrò più d’una volta
a ripetere lo stesso elogio. Un papa non potrebbe dimenticarsi che
quaggiù rappresenta il Dio di misericordia; il santo padre, chiunque
egli sia, deve sempre aver orrore pel sangue. Ma sembrami giusto che
la misericordia s’applichi dapprima a coloro che vengono assassinati,
ed il primo dovere di chi ha in orrore il sangue è quello di atterrire
coloro che lo spargono.
Or sono quarant’anni, l’uccisore d’un sacerdote veniva squarciato,
siccome un pollo arrostito, sulla piazza del popolo[5].
Non dimando già che si ritorni a questi feroci processi del medio
evo: la soppressione legale d’un uomo è per sè stessa un fatto assai
terribile, senza che la si circondi d’un apparato sì mostruoso. Ma
non mi si leverà di mente, che a Roma sono necessarj degli esempj per
sopprimere quella scuola del coltello, che stabilisce delle succursali
dovunque.
Intanto che si preparano castighi per gli assassini, è costume di
mandarli alle galere. Non posso noverare questo viaggio fra i castighi,
poichè questi condannati non sono da compiangersi. Meglio alloggiati,
meglio vestiti e meglio nodriti che non la più parte delle persone
del popolo, lavorano appena quanto loro piace, ed il loro lavoro
viene retribuito. E da ultimo, ciò che compie l’opera, si è che essi
godono della stima universale. Non esagero: i forzati sono ben veduti;
nè solamente sono compianti, quantunque non siano degni d’esserlo;
non solamente havvi chi si ferma per le vie di Roma a dar loro del
danaro, ma la mano che fa loro l’elemosina non isdegna di stringere
la mano loro. E perchè? la pena non potrebb’essere più vergognosa che
il delitto, ed il popolo non ha una ragione per disprezzare dopo il
giudizio coloro ch’egli quasi ammirava dopo l’assassinio.
Se, malgrado i vantaggi che loro sono assicurati dalla legge e dai
costumi, vengono affetti da noja, non hanno che a dirlo. La libertà
sarà loro restituita un giorno o l’altro, chè la pena de’ lavori
forzati a vita viene agevolmente loro commutata. Venti anni di galera
sono ben presto finiti: innanzi tutto perchè l’anno è di soli otto mesi
al bagno; e poi le limitazioni giungono l’una sull’altra, e se appena
appena v’è qualche protettore, un giorno l’omicida vede aprirsi le
porte del carcere, e, tra contento e rammaricato, ritorna all’esercizio
d’un onesto mestiere, di cui ha perduto l’abitudine.
Non temete che la macchia del suo passato lo esponga al disprezzo del
mondo. Sarebbe troppo strano che un forzato messo in libertà dovesse
essere meno stimato che un forzato in attività di servizio. Lo si
trova un po’ meno interessante, ed ecco tutto. Egli stesso parla delle
sue fatiche siccome un soldato delle sue campagne. Dice con qualche
sentimento d’orgoglio: «Quando mi trovavo laggiù!»
Ne’ giorni scorsi ho trovato a Frascati un eccellente viso di
contadino, che camminava pian pianino sul proprio asino, per una via
piuttosto disagiata. Sua moglie seguivalo un po’ più da lontano,
attesochè portava un armario sul capo. Mi feci ad intavolare
conversazione con questo tipo di marito, e mi piacque la natura del
suo spirito. Il discorso, non so come, venne a toccare il tasto delle
coltellate, essendo che da varj giorni cotesto argomento mi ripassava
pel capo.
«Signore, mi disse egli, ecco ormai più di sei anni che le feste del
nostro villaggio hanno perduto metà del loro prestigio. Quando le
viti non erano ancora ammalate, e che si beveva del vino finchè se
ne voleva, non v’era alcuna fiera, dove non si uccidessero quattro o
cinque uomini. Io stesso, quand’era giovane, ne ho spacciato più d’uno;
ma vennero gli anni, e la è finita. Non si può più essere ed essere
stato.
— E non vi è capitato nulla di male da parte della giustizia?
— Eh! sì; perdonate. Ho fatto due anni a Civitavecchia. Mi fate
risovvenire del più bel tempo di mia vita. Oh! il bagno! Non vi siete
mai andato, Eccellenza, nel vostro paese?»