IL TRANSTEVERE.

Il Ponte Rotto è un’opera antica, di cui il Tevere portò via ben due

terzi, e che Pio IX provvisoriamente fece riparare. Un parapetto di

legno, sospeso a fili di ferro, lo congiunge alla sponda sinistra. Si

può fermarsi qualche minuto su quel tremulo impalcato, che la vista

è bella non meno che sul ponte dell’Instituto. Il sole si nasconde

all’in su del fiume dietro la cupola di San Pietro, mentre gli obliqui

suoi raggi si riflettono sull’acqua del fiume che si fa color d’oro.

L’isola sacra si disegna siccome nave fra due ponti che l’uniscono

alla città. Aveva altre volte la forma ed il colore d’una galleria di

marmo; ma i suoi ornamenti se ne sono iti, non so dove. Le case elevate

che fiancheggiano il Tevere sono tappezzate di fichi e di ellera,

ovvero sono cinte da terrazze di limoni in fioritura. Dall’altro lato,

scendendo il fiume, vedete a sinistra l’enorme bocca della cloaca di

Tarquinio: più in su, la graziosa rotonda di Vesta; più in alto ancora,

i conventi, i giardini e le pergole che incoronano il monte Aventino.

A dritta, il Trastevere, che osserverete più davvicino, se mi fate

l’onore di venire a pranzo da me.

Non temete nulla, che non mangeremo troppo male, e non saremo mangiati.

Nella sera si darà forse più d’una coltellata, poichè è giorno festivo;

ma noi godremo dello spettacolo senza correre alcun rischio. Vedete

uomini robusti come tori e non meno irascibili, che scagliano un pugno

colla facilità con che da noi si tracanna un bicchiere d’acqua, e

che nol danno mai senza avere una lama in mano. La polizia non verrà

intorno a noi per proteggervi, chè essa è sempre assente. D’altronde se

offendeste uno di que’ robusti bravacci, ei vi ammazzerebbe anche tra

le braccia de’ gendarmi. Ma voi potete andare e venire in mezzo a loro,

spender molto, pagar in oro, far risuonare la vostra borsa, ed escire

dopo mezza notte nelle vie più oscure, senza timore che venga in mente

ad alcuno d’attentare al vostro danaro. Anzi, può dirsi meglio: questa

gente vi accoglierebbe volentieri e si ristringerebbe per farvi posto.

Non ci osserverebbe come bestie curiose, si presterebbe anzi molto

cortesemente alla nostra curiosità, purchè non sia impertinente. Non

abbiamo a temere che il vicino gli ecciti a provocarsi a liti, ma guaj

a noi, se per disgrazia ci facciamo noi a provocarle! Non hanno il vino

aggressivo, ma lo hanno suscettibile. Il loro amor proprio di osteria

non perdona un’offesa nemmeno involontaria, se questa ha potuto esporli

alle burle de’ loro compagni. Quando vedrete una donna col proprio

marito, od una fanciulla col padre, tenete gli occhi a casa vostra! È

spesso imprudente l’osservare le Transteverine di sottecchi, e potrei

citare più d’un curioso, che ebbe a pagarlo colla vita. Entriamo?

Esitate? Ebbene, addio; entro soletto.

Però non prima d’aver letto quel piccolo cartello che sta inchiodato

sulla porta:

«Fratelli dilettissimi, astenetevi dalle bestemmie e pensate:

«1.º Che Dio vi vede;

«2.º Che Dio vi giudicherà su tutte le vostre parole, e specialmente

sulle bestemmie;

«3.º Che Dio è capace di castigare col fuoco questa lingua, che vi è

stata data per benedirlo e non per offenderlo.»

Il cartello poteva aggiungere senza mentire, che in questo mondo la

bestemmia è talora punita più severamente che non l’assassinio. In un

villaggio delle vicinanze di Roma, due contadini hanno peccato in un

medesimo giorno. Uno ha scagliato una maledizione contro la Madonna,

l’altro ha avvelenato sua madre: il tribunale condannolli entrambi alle

galere, ma il parricida ha scontato la sua pena, ed al bestemmiatore

rimangono ancora degli anni.

Ho trovato l’osteria affollata, chè essa è delle più celebri e più

frequentate. Non vi si va solamente per bere, siccome ne’ piccoli

siti d’egual natura, ma eziandio per mangiare. Anzi il padrone si

spaccia per cuoco, e darebbe una buona coltellata nella pancia a colui

che l’accusasse di lasciar bruciare le frittate. La sua clientela si

compone di cocchieri e d’artisti calzolaj, artisti fonditori, artisti

maniscalchi, artisti filatori di lana. Non vi sono operaj a Roma che

non prendano il nome d’artista, lo che è considerato come un’ingiuria

da pittori e scultori. L’ultimo copiatore di quadri, il minimo

modellatore, il più cattivo suonatore di violino, andrebbe in collera

e diventerebbe tutto rosso se gli diceste che è un grande artista.

«Signore, direbbe seriamente, io sono professore!»

In questi ultimi giorni volevo far attaccare un bottone ad uno

stivaletto. Feci chiamare la moglie di un domestico e le chiesi se

si sentiva capace d’intraprendere un tal lavoro. «Io, mi rispose ella

ringalluzzandosi, io sono figlia dell’arte: mio padre era calzolajo!»

Gli artisti che vengono qui alla domenica, non vi compajono negli

altri giorni della settimana. Essi si nascondono nei loro tugurj per

bere dell’acqua e mangiare dell’insalata. Ma la domenica, quando hanno

economizzato alcuni soldi, reputano ad onore di mostrarsi all’osteria

e di provare all’universo che spendono del danaro. Essi ragionano

all’incirca come i nostri giovinotti della Borsa, che vanno a pranzare

una volta la settimana dal trattore il più caro dei boulevard, affinchè

si vedano entrare ed uscire.

Mi sono seduto a capo di un banco dinanzi ad uno di que’ tavoloni

massicci che circondano la gran sala. La bettola è selciata come

la strada, e quasi altrettanto male scopata; i muri sono dipinti

a traliccio senza alcuna decorazione. La cucina occupa una delle

estremità della sala ed il guattero porta di tanto in tanto una fascina

di canne per tener vivo il fuoco nella stufa. Due lampade a due becchi

illuminano modestamente tutto il recinto, ed una terza arde dinanzi

alla madonna.

Si sente poco rumore in questa assemblea di cinquanta a sessanta

persone. I miei vicini a destra sono cinque giovinotti della stessa

età che sembrano compagni di officina; il colore delle loro mani e

certe tacche mi fanno supporre che lavorino in ferro. Quegli che si

è ritirato per farmi sedere è certamente uno dei più begli uomini che

si possano vedere qui; grande e ben fatto, dal volto lungo, l’occhio

umido, la bocca piccola, le labbra rosse, il naso leggermente curvo, la

barba fina come la peluria d’un cigno nero, rassomiglia piuttosto ad un

tenore dell’opera che ad un garzone di fabbro. I suoi compagni non sono

tutti della stessa stoffa, e vedo proprio in faccia a lui una figura di

_bull-dog_, che non mi piace molto; ma un’allegria franca e tranquilla

presiede al loro piccolo pasto. Il mio bel vicino mi ha presentato un

bicchiere invitandomi a bere; vi ho immerso le labbra per provare che

io conosceva gli usi di Transtevere, e che ero un uomo bene educato.

Alla mia sinistra la tavola vicina è occupata da gruppi svariati, che

non posso discerner bene con una luce torbida e stretta parente della

notte. Vedo bene due giuocatori seduti uno in faccia all’altro; essi

sono vestiti da carrettieri. Vi è un po’ di denaro al giuoco, forse tre

o quattro scudi in moneta spicciola. Il più vecchio dei due avversarj

non deve essere in vena, dacchè getta ogni carta sul tavolo con un

colpo di pugno che lo fa traballare; l’altro guadagna senza ridere

e senza parlare, e beve a centellini. Un po’ più lontano un mugnajo

del Tevere, fatto come l’Ercole Farnese, cena lautamente con sua

moglie e sua figlia. La madre è grossa e triviale, la figlia è bella,

bianca come una Venere. I suoi capelli neri legati in grosse ciocche,

sono tutto ciò che ha in testa. Le fanciulle di Roma, non portano

nè berretto nè cappello; la natura le ha acconciate caldamente per

l’inverno. La mia bella mugnaja in ricambio è un po’ sopraccaricata di

gioje: soltanto colla sua collana e co’ suoi orecchini si pagherebbero

i balzelli della repubblica di S. Marino. Un bel fazzolettino di

merletto s’incrocia sul suo petto, è la moda di Trastevere. Ma la

gonna è forse più gonfia che non si richiederebbe, la crinolina giunge

in barca per guastarci il costume nazionale. È un piacere il vedere

come la madre e la figlia vuotino un bicchier di vino che il padre ha

empito fino all’orlo. I Romani allorchè escono dalle loro abitudini

di sobrietà sono i più formidabili bevitori di tutt’Europa: vi sono

poche Romane che non siano in caso di star a petto agli uomini. La

Trasteverina la più vezzosa assorbirebbe la razione di dodici marinaj,

e non vacillerebbe minimamente lasciando la tavola. È vero che hanno

dei piedi, e che piedi!

Mi perdonerete se dopo questo primo colpo d’occhio intorno alla mia

tavola, la mia attenzione si è concentrata un istante sulla cena che

mi venne servita. Avevo corso tutto il giorno, avevo asciolto sui due

piedi e nel vostro stesso interesse dovevo ristabilire le mie forze.

Ventre affamato non ha più nè occhi nè orecchie, ed un osservatore a

digiuno vi riferirebbe poche cose.

Dapprima mi s’imbandì l’insalata che è il fondamento d’ogni cena

romana: poscia un pezzo di manzo stufato che vi farebbe venir

l’acquolina in bocca, se potessi trovar della poesia nel suo odore

e nella sua broda. Un _gigot_ di capretto è venuto in seguito con

un piatto di piselli. Il piatto di mezzo era composto d’una rotella

di formaggio dolce, fritto in padella, ed ebbi per frutta un gran

piatto di fragole di Albano, squisite in verità. Ecco come si cena

all’osteria per una quarantina di soldi; è vero che negli alberghi e

nei pasticcieri la cucina è altrettanto cara quanto detestabile. Il

vino a Roma non è buono in nessun sito, ma è ancora all’osteria ove si

beve meglio. È alquanto chiaro, limpido, e color d’oro: lo si serve in

bottiglie di vetro bianco leggiere come il soffio, e fragili come la

virtù.

I miei vicini a destra avevano finito di cenare molto prima di me, ma

siccome non avevano finito di bere, così il bel fabbro ha proposta

una _passatella_; che è un giuoco proibito, ma nella città di Roma

niente è permesso e si fa tutto. Ciascuno dei convitati ha dato quattro

soldi e l’oste ha portato cinque fiaschi di vino in mezzo alla tavola.

Ognuno il suo scotto è un motto romano che ho tradotto in francese.

Si estrasse a sorte per sapere a chi toccasse tutto il vino pagato in

comune, e quale dei cinque commensali sarebbe il _padrone del vino_.

Ma nei _pique-nique_ moderni la dignità reale degenera sovente in

tirannia, e provoca delle rivoluzioni sanguinose. Il padrone del vino

fu il mio vicino, il bel fabbro. I privilegi del suo grado consistevano

primieramente in bere fino a sazietà, prima di darne una goccia agli

altri; ed in secondo luogo a scegliere un ministro, che empirebbe ora

un bicchiere ora un altro sempre a beneplacito del re, e non mai senza

il suo consenso.

Pare che il nostro vicino dal muso di _bull-dog_ non fosse molto in

favore, mentre due volte porse il bicchiere per domandare da bere, due

volte il ministro prese una bottiglia per versargli del vino, e due

volte pure il principe leggiadro prese piacere a dire: «Ei non beverà».

sono io che beverò, Ministro, amico mio. Eccellenza del mio cuore, ecco

il bicchiere che bisogna empiere. E si rideva. Il _bull-dog_ era il

signore della trista figura. Aveva pagato, la gola gli pruriva, il vino

gli passava sotto al naso, e i suoi amici si burlavano di lui.

Il vino fu ben presto esaurito ed il _bull-dog_ che aveva da prendere

la sua rivincita propose lui stesso una seconda _passatella_. Che

io sia il padrone del vino! diss’egli al bel fabbro, e vedrai se te

ne do una goccia. — E che cosa m’importa! rispose l’altro ridendo

sgangheratamente, tu vedi bene che non ho più sete. Sete o no, la sorte

gli fu ancora favorevole, e la disposizione del vino gli toccò una

seconda volta. Il _bull-dog_, mezzo serio, mezzo ridente, gli disse:

abbiamo scherzato abbastanza! ci ho messo otto soldi della mia tasca, e

spero che ora mi lascerai bere? È mestieri, replicò il mio bell’amico,

accontentarsi di poco e talvolta di nulla. Sei tu cristiano, sì o no?

esercitati dunque alla virtù della pazienza.

Siccome questi signori parlavano ad alta voce ed i loro vicini si

scompisciavano dalle risa, così l’attenzione di tutta l’osteria si

volse insensibilmente verso di loro. La bella mugnaja gettò un’occhiata

sulla nostra tavola, senza chiedere il consenso dei suoi genitori. I

nostri sguardi s’incontrarono due o tre volte, e credo anzi ch’essa mi

sorridesse francamente con quella facilità delle fanciulle d’Italia,

che si avrebbe gran torto d’interpretare sinistramente.

Il solo uomo che non avesse l’occhio alla _passatella_ era il vecchio

giuocatore della tavola vicina. La fortuna delle carte s’ostinava in

apparenza contro di lui, perocchè dopo cinque o sei giuocate imprudenti

a doppia posta, aveva messo al giuoco il suo orologio d’argento per

perdere tutto o riguadagnar tutto. Prima di levare le carte, andò ad

inginocchiarsi dinanzi alla Madonna dell’osteria, e la supplicò di

restituirgli tutto ciò che avea perduto, con qualche piccolo guadagno,

promettendo di dividere il dipiù con lei e di portare una grossa torcia

di cera alla chiesa di S. Agostino. Intanto il suo avversario si faceva

prudentemente il segno della santa croce, e borbottava senza moversi

dal suo posto una contro-preghiera alla stessa Madonna. La partita

fu animata, ed io la seguii con attenzione. Il vecchio carrettiere

la perdette come tutte le altre. Si alzò da tavola, calcò il suo

cappello sulla testa e ritornò a portarsi in faccia all’imagine che

aveva adorata. Io credeva che si mettesse ad ingiuriare la Madonna,

ma qualche cosa lo trattenne e fece piombare tutta la sua collera sul

divino infante che essa portava nelle braccia. «Miserabile bambino, gli

gridò, ben fece Giuda a venderti». — Così consolato, se ne andò. Il suo

avversario raccolse il suo denaro e l’orologio, domandò un altro fiasco

di vino che bevette lentamente, esaminò la punta del suo coltello,

si fermò all’uscio dell’osteria per vedere se nessuno lo aspettava di

fuori, e partì.

Una terza _passatella_ s’era impegnata alla mia destra e la sorte

caparbia avea ancora favorito il mio bel vicino. Il _bull-dog_ ebbro di

sete e di dispetto gli diceva delle parole ingiuriose, di cui quegli

non faceva che ridere. Egli rispondeva scherzando alle maledizioni

del suo nemico, ed oso dire ch’erano di peso. Ecco un saggio di quelle

litanie:

«Faccia da cane!

«La forca a’ tuoi morti!» vale a dire possano i tuoi antenati esser

periti per la mano del boja!

«Possa tu morire d’accidente a freddo!» L’accidente semplice è

l’apoplessia; l’accidente a freddo è una coltellata.

«E tu, rispondeva il mio vicino, tu morrai d’un accidente a secco».

Questo scherzo provocò un’ilarità generale e il _bull-dog_ ne ebbe un

raddoppiamento di collera.

Io avevo scambiato tanti sguardi colla bella mugnaja che noi eravamo

divenuti, malgrado la distanza, buoni amici. Ella mi fece una cortesia

più diretta, mandando sua madre a chiedermi un bicchier d’acqua di

cui non ve n’era che sulla mia tavola. Mi affrettai di offrirle la

bottiglia e ricevetti due ringraziamenti in una volta. La giovane mi

sorrise più dolcemente che mai, e suo padre mi fece degli occhiacci

terribili.

Più vicino a me il _bull-dog_, stanco di esser oggetto di risa, s’era

ritirato brontolando. Gli altri miei vicini lo seguirono ben presto

e dissi loro addio, non senza offrir loro quattro sigari di fabbrica

romana, un po’ insipidi ma ben fatti e facili da fumare. Il bel fabbro

mi porse la mano ed io gliela strinsi di buon cuore; senza sapere che

non avesse più che due minuti da vivere.

I posti vacanti allato a me furono occupati immediatamente da tre

soldati francesi leggermente ubbriachi. Essi percorrevano in trionfo

tutte le taverne di Transtevere, dopo aver riportato una luminosa

vittoria sopra quattordici soldati del papa. Questi vincitori vuotarono

un fiasco, cantarono una strofa e trasportarono la loro gloria e la

loro allegria in un altro teatro. Furono ben tosto surrogati da tre

soldati pontificii che si vantavano d’avere sconfitto quattordici

Francesi.

Riguardai allora un nuovo venuto che aveva preso posto alla tavola

vicina. Era un vegliardo di sessant’anni suonati, ma ancora vegeto

e robusto. Egli osservava l’assemblea senza parlare, vuotando il suo

bicchiere fino al fondo. Un fazzoletto allacciato intorno ad una gamba

ed una macchia di sangue che traspariva al disotto mi fecero credere

che fosse ferito; ma siccome la sua fisonomia non indicava che fosse in

vena di confidenze, così partii senz’avergli domandato il suo segreto.

Il primo cameriere dell’osteria, che si chiamava il signor principale,

m’indicò un caffè vicino in cui vi era un divertimento di poesia e

di musica. Io ci vado tutte le sere, e son certo che anche voi non

trovereste niente di meglio.

Fui ben presto raggiunto dal mugnajo e da sua moglie, che avevano

ricondotto a casa la loro figlia! Il mugnajo si sedette dirimpetto a

me, ad alcuni tavolini di distanza, e mi guardava ostinatamente in una

maniera che voleva dire: «Tu non sarai mio genero». Era l’ultimo de’

miei pensieri ed io vuotai pacificamente il bicchiere di caffè che mi

era stato portato.

Il pavimento della sala era pulito, e le pareti erano coperte di

percalina bianca con orli rossi a tutti gli angoli. Il mobigliare

si componeva di sedie di paglia e tavole di marmo; i cucchiarini

d’argento erano di forma antica e molto pesanti. Una ventina di operaj

e d’operaje componevano tutto il pubblico; però gente ben educata che

prendeva il suo caffè ed il suo rosolio senza strepito.

Il mio arrivo non avea interrotto una lotta fra virtuosi. Quasi tutte

le domeniche alcuni dilettanti di poesia si riuniscono per improvvisare

dei versi. Si accoppiano a due a due e si disputano a vicenda sopra

un soggetto dato, come i pastori di Virgilio. Il teatro solito delle

loro improvvisazioni è la storia antica o la mitologia. Io non so dove

abbiano fatto i loro studj, ma galoppano senz’inciampare nei campi

della favola e della storia; dal caos fino ai tempi di Nerone. Se si

scandagliassero troppo accuratamente i loro versi si troverebbe forse

qualche anacronismo nelle particolarità, ma la poesia copre tutto col

suo mantello di porpora e d’oro. La prosodia italiana non impone leggi

tanto severe; la rima si trova facilmente in una lingua in cui una

metà delle parole finisce in _O_ e l’altra in _A_. Ma ciò che mi ha più

sorpreso in questi giuochi d’ingegno si è la scelta quasi sempre felice

di una espressione brillante. Il vocabolario poetico, molto diverso

dal linguaggio familiare, si è conservato, non so come, in queste menti

semi-incolte. Un calzolajo che sapeva appena leggere ci ha narrato la

guerra di Troja in uno stile il più pomposo e il più fiorito.

Un mandolino pizzicato discretamente accompagnava la voce del poeta,

poichè i versi si cantano e non si parlano. È una specie di recitativo

misurato, una melopea monotona e romorosa. I Romani hanno la voce alta,

sonora e quasi sempre enfatica. Non vi è una sillaba nei loro discorsi

solenni che non sia accentata dall’orgoglio nazionale. È un piacere

sentire un ragazzotto cantare in istrada.

Augusto imperator romano.

oppure

Anderemo al Campidoglio.

La giostra durò un’ora e mezzo, e fui ben dispiacente di non avere

nè penna nè matita per stenografare alcuni versi. Gli applausi

dell’uditorio erano la ricompensa dei vincitori; i fischi e lo

schiamazzo punivano il vinto, non appena la sua lingua incominciava ad

imbrogliarsi. Il calzolajo della guerra di Troja conservò il vantaggio

per qualche tempo, ma poi fu battuto completamente da un conciapelli

del quartiere della _Regola_. Tutto pareva finito, ed il conciapelli

si metteva il suo abito per andar a dormire sui suoi allori, quando

una donna si alzò da una tavola, e si mise dinanzi a lui colle mani sui

fianchi. Era per verità una creatura magnifica, svelta, grande e bella,

quale all’incirca si rappresentano le donne ai tempi dei re. Ho saputo

che essa era una lavandaja e suo marito un soffiatore di vetro.

Voi non ve ne intendete un fico, diss’ella, ed io vi batterò tutti. Tu

prendi il mandolino. Essa cominciò dall’origine del mondo, e proseguì

con passo fermo a traverso l’istoria degli Dei. Quella francona

possedeva la mitologia come Esiodo in persona. Ben presto ella entrò a

piè pari nella guerra di Troja, salvò Enea dall’incendio, lo condusse

nel paese del Lazio, bastonò Turno e tutti gli altri, balzò d’un

salto alla nascita di Romolo, scacciò i re con Lucrezia, condusse gli

eserciti della repubblica alla conquista del mondo, rischiarò il caos

delle guerre civili, applaudì Cicerone, uccise Cesare ai piedi della

statua di Pompeo, mise Augusto sul trono, rovesciò gl’imperatori gli

uni sugli altri come dei cappuccini di carta, e finì con un’invocazione

diretta alla Madonna che le sorrideva dietro una lampada con un infante

in braccio.

Ella tirò sempre dritto, ripigliando talvolta il filo, non fermandosi

mai, surrogando una parola con un’altra, incominciando il passo

applaudito e correggendolo senza pensarvi. I suoi occhi brillavano come

quelli di una pitonessa; la sua voce tremava di piacere; il suo gesto

semplice e un po’ troppo regolare scandeva i versi e appoggiava sulla

frase. Essa fu applaudita come si usa applaudir qui. Nè il calzolajo nè

il conciapelli si provarono a risponderle, ed essa ritornò tutta rossa

presso suo marito, che aveva tenuto il fanciullo durante quel tempo.

Io mi abbandonai al piacere di battere le mani, come ad una prima

recita, allorchè m’accorsi che il mugnajo mi guardava in cagnesco. E

perchè? non saprei davvero, imperocchè io non avevo fatto nulla da

offenderlo. Forse i suoi vicini dell’osteria avranno scherzato sul

prestito della mia bottiglia d’acqua, ma, comunque sia, se era stata

commessa un’incongruenza, non era certo da parte mia. Frattanto egli

borbottava fra i denti ogni sorta di osservazioni riprovevoli sulla

gente che doveva restarsene in casa ed attendere a’ loro affari. Quanto

meno io fingeva di prestar attenzione a’ suoi detti tanto più egli

alzava la voce; era uomo da trattarmi più male, se avessi fatto mostra

di volgergli la schiena. Risolvetti pertanto d’attaccarlo di fronte,

e perciò non ci voleva gran coraggio. Si sa in tutti i paesi del mondo

che «can che abbaja non morde». Io mi alzai repentinamente proprio nel

momento in cui aveva pronunziato la parola «Francese» e mi presentai

dinanzi alla sua tavola dicendo «è con me che l’hai?» Rimase un momento

confuso prima di rispondere. «Ma no, io non l’ho con nessuno, ti sei

ingannato» «Allora contro chi brontoli tu?»

«Contro mia moglie; è una bagascia, un’intrigante, una mezzana, che

voglio bastonare di santa ragione quando torno a casa.»

A ciò non eravi da replicare. Se ognuno è padrone in casa sua, il

mugnajo è padronissimo di battere sua moglie ed il suo asino, quando

gliene viene il capriccio.

Verso le dieci e mezzo il principale che mi aveva servito a pranzo

venne a prender posto accanto a me, vestito come un signore. «Ebbene!

gli dissi, la giornata è finita?»

— Mi rispose a mezza voce: «Sì, signor cavaliere, e temo pur troppo,

finita male per me.

— Come?

— Non dovrei forse raccontarvi l’affare, ma voi siete testimonio, che

io non ho preso alcuna parte alla quistione e nella vostra qualità di

Francese, voi potrete ajutarmi a cavarmela.

— Che cosa diavolo è successo?

— Avete voi rimarcato quel vecchio che aveva un fazzoletto annodato

intorno alla gamba?

— Sì, un ferito.

— Ei non era ferito: era il sangue del giovane; egli l’aveva portato a

casa nelle sue braccia, e ritornava ad aspettar l’altro al varco.

— Qual altro?

— L’uccisore per certo; colui che avea ucciso suo figlio.

— Qual figlio?

— Quello che ha pranzato accanto a voi, l’uomo della _passatella_.

— Il bel fabbro?

— Non era tanto bello. D’altronde aveva torto. Perchè rifiutare da bere

ad un amico, quando ha pagato per questo?

— Ma è impossibile! Non l’hanno ucciso!

— Proprio davanti la nostra porta, Eccellenza, nel momento in cui

usciva.

— Ma i suoi amici erano con lui; avrebbero impedito il delitto!

— Ciascuno per sè in questo basso mondo.

— Com’è che noi non abbiamo sentito niente?

— Non si fa mai rumore. Il giovine è morto; sono andati a dirlo a

suo padre; egli ha portato il corpo in casa sua, poscia è ritornato

a sedere dove l’avete veduto nella speranza che l’altro ripassasse da

noi; ma non è sì gonzo! Ciò che mi rincresce si è che l’altro mariuolo

aveva preso il mio coltello per fare il suo colpo.

— Ma è spaventevole! Ecco come si scannano nel quartiere!

— E che volete? Allorchè un amico vi fa un insulto non si va già a

divertirsi, ad intentargli un processo. Una coltellata nel ventre, e

tutto è finito. Se almeno avesse preso un altro coltello e non il mio!

— Allora voi passate la vostra vita ad assassinare gli amici?

— Non si ha a fare con quelli che non si conoscono; ma voi potete

contare che da noi sopra quattro uomini ve n’è ben uno che ha giuocato

col coltello almeno una volta in sua gioventù.

— E tu? vediamo!

— Oh! io avevo ragione. S’era permesso di gridare ad alta voce che il

nostro vino era manipolato, e che noi avveleniamo la gente. Che avreste

fatto voi al mio posto?»

Io ripresi la strada dell’Accademia, e, alla svolta della contrada,

caddi sopra un gruppo di ragazzi inginocchiati avanti ad una santa

imagine. Essi cantavano all’unissono con voce chiara e quasi in tempo:

Viva Maria

E chi l’ha creata?

Roma contemporanea · 第 24 / 71 题